giovedì 17 novembre 2016

Casa mia.

            

            Senza mai preoccuparmi di niente, giro a caso per strada, quasi sempre nei dintorni della stazione degli autobus. Mi piace la gente in partenza, poi qua ci sono le pensiline, le vetture, i larghi marciapiedi disseminati di comode panche, ed io, adesso che è buio, immagino come per tutto il pomeriggio decine di persone siano transitate da queste parti, magari tutti di fretta, orologio alla mano, cercando la propria corriera con il biglietto bene in vista o dentro una tasca. Qualcuno magari ha perso per un soffio la sua coincidenza, altri si sono dimenticati qualcosa, l’intero bagaglio forse, appoggiato per un attimo a terra, mentre la testa era persa dietro altre cose. Ormai è tardi, a quest’ora poche macchine passano ancora da qui, e solo quelle a lunga percorrenza; si fermano con tutte le luci sguainate davanti, sotto questa tettoia, giusto per qualche minuto, e i passeggeri naturalmente sorridono, rassicurati da quella presenza, poi salgono su, parlano tra loro, occupano subito il posto migliore, infine si mettono comodi e rimangono fermi, tranquilli.
            Vorrei tagliare la strada ad una di queste corriere, farle scoppiare una gomma proprio mentre sta arrancando sulla salita che porta ad un paese qua attorno; oppure mettermi in mezzo, nel buio più profondo, fuoriuscito da un bosco del margine, per gridare all’autista che adesso deve fermarsi, deve lasciare almeno un momento che il motore respiri, e che tutti quanti all’interno si chiedano l’un l’altro il motivo di quella frenata, di questa sosta imprevista. Allora mi farei aprire la porta, mostrerei a tutti dei modi decisi, e infine salirei a bordo conservando con me, nonostante ogni apparenza, tutta la calma possibile; poi però mi farei sotto con il guidatore per mostrargli il mio ferro già bene in vista. Che possiamo fare, direbbero tutti, cosa mai significa questa faccenda, ma io direi con parole gentili a quell’autista, ma anche agli altri, di ingranare di nuovo la marcia, perché adesso dobbiamo andarcene assieme, navigare verso un luogo invitante, magari un posto bellissimo, un luogo che già avevo in mente da un pezzo, che sognavo ogni notte da tantissimo tempo.
            Un viaggio imprevisto, certamente, una trasferta verso qualche luogo lontano e inaspettato, dove si possa tirare un respiro con calma, dove forse vivono degli abitanti cordiali, e le case e le strade sono pulite, perché una certa tolleranza è diffusa persino nei confronti di gente identica a me. Probabilmente lascerei i passeggeri e l'autista, col loro mezzo vetrato, proprio all’imbocco di questo paese così piacevole, ma saluterei tutti, naturalmente, sorridendo a ciascuno di loro, e poi me ne andrei rasserenato per conto mio, a familiarizzare con questo bel luogo. Non c’è niente di male, penso; ho fatto fare a tutti una bel giro, ho regalato loro un imprevisto piacevole, una leggera paura subito sciolta, visto che poi alla fine, per questi viaggiatori, è ripreso tutto quanto come è sempre stato. Vorrei forse trattenere dentro di me qualcosa di questi casuali compagni di viaggio, del loro sentirsi così normali, ordinari, pronti ad essere ogni volta i medesimi, i soliti monotoni personaggi di questa divertente minuta commedia.
            Uno di questi però lo chiamerei col suo nome: amico, potrei dirgli, và pure avanti ancora per la tua strada, e fai pure le tue cose da ora in avanti come se fossero un po’ anche le mie. Ti sento vicino, è evidente, perché viaggiare rimane sempre la cosa più bella del mondo, e forse anche la più solidale, anche nel caso ci si trovi a percorrere sempre gli stessi tragitti. Anche io voglio fermarmi, prima o dopo, gli direi ancora, perché anche io provo in fondo a me stesso questa necessità; ed ho bisogno di un posto che in questo momento non so neppure dove si trovi, ma il cui nome completo però è indubbiamente quello di casa.


Bruno Magnolfi

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