martedì 17 ottobre 2017

Volo negato.



Oggi mi ha portato un caffè, uno degli operai della carrozzeria. Non lo avevo mai neppure troppo notato tra gli altri ragazzi che lavorano qua dentro, così evidentemente mi sono schernita, già sorpresa com’ero, e subito l’ho ringraziato, naturalmente, anche se era solo una bevanda della macchinetta automatica; quindi con calma mi sono rimessa a svolgere il mio lavoro, oltre i vetri coperti di patina della debole porta che mi separa dall’officina, ed ogni tanto quasi senza volerlo mi sono ritrovata a dare ancora qualche sguardo da quelle parti, forse più per curiosità che per altro. Poi me ne sono andata, a fine mattina, come sempre, visto che il mio lavoro è a tempo parziale, salutando il titolare come ogni giorno ma evitando di farmi vedere andare via dagli operai che parevano totalmente immersi nelle loro occupazioni, come facessi stupidamente qualcosa di cui vergognarmi.
Andrea si chiama; ho cercato di nascosto i suoi dati sul registro dei dipendenti, ed ha soltanto qualche anno meno di me. Mi fa sorridere tutta questa faccenda, forse perché era da tanto tempo che non mi sentivo così. Anna, mi ha richiamato l’anziano titolare mentre ero già sulla porta con la borsa pronta ad andarmene via: mi raccomando per domani, ci sono gli adempimenti del mese. Certo, gli ho detto con un gran sorriso: arrivo presto; e mentre camminavo lungo la strada verso il mio appartamento mi sono sentita bene, come soddisfatta, quasi allegra, forse anche per la bella giornata, ma più probabilmente della leggerezza che improvvisamente ho come provato nelle mie gambe. Non sono neppure passata davanti al negozio della mia amica per salutarla, come faccio quasi sempre, anche se avevo un po’ voglia di raccontarle qualcosa di questo Andrea e delle sue maniere gentili, perché in fondo mi sono detta che devo imparare a tenere almeno qualcosa soltanto per me.
Mi pare che tutto giri meglio quando sono distante da casa, come se le mie cose più vere esistessero soltanto fuori dalle mura domestiche, lontano dalla mia famiglia, anche se questo è un pensiero assurdo e segreto che neppure io potrò mai accettare davvero. Però i piccoli elementi importanti che formano in genere la mia giornata spesso si svolgono fuori dal mio appartamento, ed anche se quello che faccio è tutto proteso verso il mio nucleo familiare, comunque sia mi ritrovo certe volte a desiderare una vita diversa, qualcosa che non sia soffocato soltanto da comportamenti ordinari e dalle normali abitudini.
Forse Andrea ha compreso perfettamente almeno qualcuna delle mie difficoltà: magari mi ha guardato in certe occasioni senza essere visto mentre svolgevo i soliti conteggi sulla calcolatrice, e forse in quei casi il mio sguardo gli è parso un po’ troppo triste, piegato su quotidianità senza sbocchi. Vorrei parlare con lui qualche volta, penso adesso tanto per elencare tutte le possibilità che ancora riesco a mettere insieme, anche se poi realmente è probabile che non lo farò mai. Sono qui, vorrei dirgli, mi piacerebbe tanto avere ancora un caffè, ma le mie ali non riescono più a sostenere il mio corpo per il volo che vorrei tanto spiccare. Arranco forse, cerco di farmi piacere qualcosa che probabilmente non è più di mio gusto, magari soltanto perché non so neppure più riconoscere che cosa sia che mi piaceva davvero fin all’inizio. Poi riprendo gradualmente il corso delle mie attività; come sempre.


Bruno Magnolfi

mercoledì 11 ottobre 2017

Allievo del saggio.

            

All’uscita dalla scuola torno verso casa passando quasi sempre dalla medesima strada. Generalmente non trovo motivo di alcuna fretta, così mi guardo attorno con calma, osservo gli altri nei loro affari e mi immedesimo praticamente in un qualsiasi viaggiatore con indosso lo zaino, mentre a volte mi perdo a contare i miei passi lungo il marciapiede. Non accade niente di particolare dentro di me o intorno a me, niente che comunque rivesta una qualche importanza: le macchine che transitano scivolano lungo la strada, i passanti camminano tutti verso le loro destinazioni. Eppure io mi sento bene ad osservare le piccole cose che incontro, e mi pare in questo modo di imparare sempre qualcosa, forse anche più di quello che mi hanno appena insegnato dentro la scuola. Ma è soltanto quando arrivo in prossimità della palazzina dove abito con i miei genitori che sento un senso di vuoto che mi prende.
Sono più grande di quello che dimostro, mi sento diverso dai miei compagni che continuano fuori e dentro la scuola a giocare come dei bambini, e poi ridono, scherzano, parlano delle cose più stupide, cosa che a me al contrario non capita quasi mai: respiro la mia giornata come cercando di comprenderne il senso, osservo i gesti di tutti cercandone i motivi scatenanti, mi ritrovo a fissare dei particolari per scoprirne le funzioni, tutto perché in fondo nient’altro mi interessa davvero. Ho soltanto sedici anni, lo so bene, ma le mie letture di questi ultimi tempi mi hanno portato già molto lontano, perché fin da subito ho compreso che dentro ai libri migliori ci stava già tanto, quasi tutto ciò che volevo davvero sapere.
Mi fermo prima di giungere al portone che immette al mio condominio, e soffermandomi a cercare qualcosa dentro lo zaino rifletto su quanto anche oggi sono riuscito a mettere a punto. Penso che ognuno debba tentare di essere così come si sente, e non accettare mai alcuna finzione. Incontro un vicino di casa, una persona che vedo da sempre, un uomo anziano che trascorre le giornate nei dintorni della sua abitazione, salutando tutti con gli occhi piccoli e ridenti infossati dentro le rughe, nel mezzo a una faccia piena di storia, mostrando sempre uno spirito che nonostante l’età più che avanzata ancora lo illumina. Mi piace questo vecchio, lo trovo sincero, l’ho già disegnato chissà quante volte senza mai troppo cercarne con il disegno soltanto una banale somiglianza apprezzabile. Mi piace la figura che esprime, la sua presenza, le tante cose di cui forse se avesse più voglia e più fiato potrebbe parlare. Mi piace che sia qui, come a guardia di tutto se stesso, dei suoi anni trascorsi ad accumulare esperienze e ricordi. Sarò come lui, prima o dopo, un saggio che osserva, e che forse proprio per questo comprende davvero le cose.
Infine entro in casa: c’è la mia mamma che aspetta, e forse nel pomeriggio quello che ho visto attraverso il mio punto di vista sarà guida della fedele matita su un foglio di carta: non è importante in se stesso questo mio disegnare, forse non avranno mai troppo valore questi fogli pieni di segni che accumulo: è la mia ricerca il fatto essenziale, il mio tentativo di dare una veste a tutto quello che sento.


Bruno Magnolfi

martedì 3 ottobre 2017

Dimenticare domenica.

            

Qualcosa dovrà pur succedere penso, le cose non possono certo proseguire per sempre in questa maniera. Mi sento nervoso quando rientro a casa la sera, non posso certo fingere di essere in un altro modo. Soprattutto mi disturba ritrovare appena arrivato tutte le cose nella stessa esatta maniera di come le ho lasciate, come se i giorni che si susseguono fossero identici, come se per avere salva la vita si dovesse sempre e solo lasciarla nelle mani di una monotonia spesso del tutto insopportabile. Saluto i miei familiari, tolgo la giacca, vado in bagno, poi indosso vestiti e scarpe più comode, e spargo senza impegno qualche domanda tanto per sapere se ci siano delle piccole novità, anche se infine mi siedo davanti alle notizie della televisione, per cercare ancora un collegamento con la realtà che c’è fuori, pur senza neanche provare un vero interesse, e proseguendo comunque anche in questa maniera ad alleviare la situazione che sto respirando.
Forse tutti quanti viviamo questa medesima situazione penso, probabilmente dobbiamo soltanto assuefarci di più a quanto normalmente ci capita, senza mettere in mezzo un vero contrasto, anche se risulta difficile, anche se è complicato cercare di essere soddisfatti e tranquilli quando le cose non ci piacciono affatto. Naturalmente preferisco non pensare mai a queste cose, e così lascio che il tempo da trascorrere con la mia famiglia sia il più possibile vuoto di cose comuni, anche se sono contento di dare un senso con la mia presenza alle stanze di casa.
Mia moglie è molto pacata, sorride ma senza mai ridere veramente; è gentile, si vede che ci tiene molto alle persone che la circondano, anche se non riesce ad avere un vero scatto di entusiasmo per qualcosa che magari facciamo o che ci proponiamo di fare, così ogni argomento sembra sempre senza spina dorsale, e tutto ciò di cui ho voglia di parlare quando sono in casa diventa un elemento quasi banale, privo di un qualche interesse. Corrado, mi dice con la sua voce tranquilla; tu hai fatto esattamente quello che dovevi fare. Ed anche quando racconto che spesso al lavoro monto di nervi per le uscite stravaganti del mio capoufficio, lei non prende mai una vera posizione, lasciando che tutto rientri in un alveo di normalità.  
Mio figlio si chiama Francesco, e non fa mai altro che guardare verso il basso o da un’altra parte, come se non fosse per nulla interessato a ciò che lo circonda. Gli dico certe volte che le cose importanti sono là fuori, che lui dovrebbe avere più amici, cercare di uscire, inserirsi in qualche compagnia dove fanno davvero qualcosa, ma lui pare non ascoltarmi, e tutto quello che si limita a fare, anche da quanto mi dice mia moglie, è starsene nella sua cameretta a leggere libri, a studiare, o a perdere tempo da solo. Ho anche provato a portarlo con me, ad assistere a qualche partita o in qualche locale per vedere come se la sbriga con gli altri, ma mi sono reso conto che non sembra mai interessato da niente, e che diventa immediatamente come un ingombro che si fa trascinare da una parte a quell’altra senza dire se gli va bene oppure no.
Per questo per me la domenica è il giorno più buio della settimana: un vuoto completo da provare a riempire in qualche modo con qualcosa che normalmente mi sfugge, uno stupido giorno da far passare il più in fretta possibile, facendo anche in maniera in qualsiasi caso di dimenticarlo velocemente, proprio come se non fosse neppure arrivato.


Bruno Magnolfi  

martedì 26 settembre 2017

Definitive certezze.

          
            Certe volte provo una certa tristezza, anche se credo sia piuttosto immotivata, ma trascorrendo tutto il pomeriggio in casa mi sembra facile almeno in qualche caso sentirmi un poco a terra. Così esco quasi sempre in questi casi, e vado in giro nel quartiere, lo faccio proprio per svagarmi, anche se poi naturalmente entro nei soliti negozi che conosco per acquistare le cose che mi servono, così saluto tutti sia nella macelleria di sempre che dall’ortolano e dal panettiere, e in certi casi mi fermo a fare quattro chiacchiere con chi provo maggiore confidenza e che incontro da più tempo. Poi rientro in casa con le buste della spesa, sistemo tutto dentro la dispensa e sui ripiani del nostro frigorifero, ed infine inizio a preparare con calma qualcosa per la cena, nell’attesa che mio marito torni dal lavoro. Lo so che lui non fa mai gli straordinari anche se usa questa come scusa; tira tardi da qualche parte, in qualche bettola, mi immagino, e quando poi rientra il suo alito sa di alcol da lontano, ma io lo lascio fare, come sempre cerco soltanto di lasciarlo tranquillo, di non oppormi troppo ai suoi modi e ai suoi pensieri.
            Certe volte ho avuto paura del suo carattere, di quell’improvviso scattare di nervi, del suo guardarmi storto con gli occhi spiritati, ed alzare la voce in modo assurdo quasi senza averne un buon motivo vero. Ma poi lo lascio perdere, mi piego sulle cose che ci sono da fare nel nostro appartamento, e mi dimentico subito di tutto: mio figlio in fondo cresce bene, i risultati scolastici ci sono, ed anche se spesso sta un po’ troppo per conto proprio, non mi preoccupo per niente; tutto normale, mi ripeto, le cose vanno come devono andare. La mattina usciamo tutti insieme, io vado a sistemare i conti e le fatture di una carrozzeria poco lontano, ma giusto per qualche ora, e dopo basta. Non so cosa mi manchi, forse non sono mai riuscita ad essere in perfetta sintonia con la mia famiglia, ma credo che questo sia solo un piccolo problema. 
Certe volte vorrei essere altrove, perdermi da qualche parte magari dove nessuno mi conosce, e ricominciare da capo, come se tutto quanto sono riuscita ad essere fino a questo momento fosse soltanto l’apprendistato ad una vita vera, magari più libera, piena di sorrisi e di cose soprattutto allegre. Però c'è mio figlio da crescere bene in questo momento, ed anche se in qualche caso non comprendo del tutto quali siano i suoi comportamenti, però sono sicura che sarò sempre con lui, dalla sua parte. Mi piace la mattina andarmene al lavoro, perché mi sento utile, benvoluta, e quelle poche ore che trascorro nel piccolo ufficio della carrozzeria mi passano in un soffio liberandomi la mente dai pensieri più antipatici.
Certe volte poi sono da sola in casa al pomeriggio e sento d’improvviso che sto bene, che sono serena, e che vorrei sempre rimanesse tutto come lo avverto quelle volte. Mi pare di aver sbagliato in qualche occasione, ma i miei errori secondo me non sono mai state cose gravi. La serata da trascorrere in casa senza alcun programma rimane forse la porzione del giorno che mi piace di meno in assoluto. Sembra soltanto una parata di musi lunghi, come se qualcosa non andasse affatto come dovrebbe: entro nella cameretta di mio figlio e lui è lì, con i suoi disegni che non vuol mai farmi vedere, ed io mi sento quasi un’intrusa nella vita di persone che forse non avrebbero neppure bisogno di una come me. Ma subito mi passa: le cose andranno bene penso, non c’è neppure da dubitarne, e tutto andrà al suo posto appena superate queste piccole divergenze che presto ci dimenticheremo in fretta e soprattutto in una maniera che sarà definitiva.


Bruno Magnolfi 

lunedì 18 settembre 2017

Evidenti differenze.



No, io forse non sono normale. O meglio, non mi sento proprio come credo siano gli altri, perlomeno come tutti coloro che in genere incontro per strada quando sono impegnato nel mio solito giro attorno al quartiere. Cammino come sempre, tranquillo, e per cortesia sorrido ogni volta a qualcuno tra quelli che trovo a passeggiare esattamente come me sul marciapiede, anche se nessuno di loro purtroppo si sogna quasi mai di rivolgermi anche una sola parola.
Lei assomiglia ad un attore del cinema, dico oggi a questo tizio che sembra aspetti qualcuno. Mi fa piacere, fa lui, ma non mi occupo di cose del genere. Non importa, dico io, ho detto così tanto per scambiare due chiacchiere, per conoscere la sua voce. Va bene, fa lui, però adesso avrei qualcosa da fare, così mi saluta con un gesto della mano e poi si volta per andarsene, ma io all’improvviso gli chiedo da dietro il suo nome, insomma come si chiami. Aldo, dice subito lui quasi sottovoce, voltandosi appena e proseguendo con noncuranza ad allontanarsi. Resto perplesso, anche il medico che mi segue si chiama così.
Mi volto indietro, forse dovrei cambiare qualcosa in questi miei modi, nella mia maniera di comportarmi con gli altri. Mi fermo davanti ad un negozio e poi decido di entrare. Dopo un attimo un commesso mie chiede se possa aiutarmi, ma io dico che avrei solo intenzione di dare un’occhiata. Da dietro il banco però mi guardano male mentre osservo curioso tra gli scaffali, quasi fossi un ladro o qualcosa del genere, Perciò ad un certo punto sorrido al commesso di prima, e gli dico che purtroppo non ho con me i soldi per acquistare qualcosa, anche se il negozio mi piace, e mi piacciono quasi tutti gli oggetti in vendita qua dentro.
Poi esco prima che qualcuno mi metta alla porta, tanto ho già visto che non mi concedono alcuna possibilità per socializzare con loro, ma quando torno a muovere un passo lungo la strada incontro quasi subito il tizio di prima. Aldo, gli dico subito, e con questo cerco e gli stringo la mano, anche se lui si vede soltanto costretto ad essere gentile con me. Conosco una persona che si chiama come lei, gli dico subito; però non mi sta molto simpatico, ha sempre da rimproverarmi per i miei modi, e poi continua a suggerirmi di fare in un modo o in un altro.
Quello mi osserva, capisce al volo che io sono uno da tenere a distanza, così si mette a guardare qualcosa che adesso tira fuori dalla sua tasca, ed infine torna a guardarmi, per dire alla fine che non ha tempo per me, ma se voglio posso andare a prendere una tazza di caffè nel bar qui di fronte, poi passerà lui a pagare. Non mi interessa, gli dico, volevo solo parlare, ma se non è possibile ne farò a meno. Aldo ci rimane male della mia risposta, forse non voleva essere scortese, alla fine mi mette una mano sopra le spalle e mi dice che certamente io sono un bravo ragazzo, e che a pensarci bene forse lui può anche dedicarmi qualche minuto.
Non importa, gli dico: se le cose devono essere frutto di un qualche ragionamento per trovare la maniera meno dolorosa per compierle, vuol dire che non hanno alcun senso. Lui resta fermo e in silenzio, perplesso, ed io intanto mi allontano con calma. Non assomiglia molto al mio medico, penso. Anzi, loro due sono proprio diversi.


Bruno Magnolfi  

venerdì 25 agosto 2017

Profondo interno.

           

            Sono immobile, non riesco più neppure ad alzarmi da questa panchina. Mi hanno piazzato in un pubblico giardinetto, ma non c’è nessuno qua attorno, proprio nessuno con cui scambiare almeno quattro chiacchiere. Ma in fondo non ha alcuna importanza, ho con me i miei pensieri, e tanto mi basta. Però sono confuso, non riesco a capire dove sia stato l’errore, in quale esatto momento abbia sbagliato la scelta. Mi guardo attorno: ci sarà pure una possibilità nel finale penso, un momento salvifico in cui qualcuno viene a soccorrermi e a riconoscere qualcosa di me, qualcosa che sia risultato almeno positivo, che valga la pena di ricordare.
            Torna la mia badante, dice che non ha trovato nessuno che le vendesse una bottiglietta d’acqua, ma in ogni caso adesso fa troppo caldo ed è quasi l’ora di tornarcene a casa. La guardo per un attimo, poi annuisco ed osservo la fila degli alberi più avanti. Non importa neppure che pensi rifletto, ogni cosa va al proprio posto anche senza di me: tra poco nella mia stanza guarderò le notizie del giorno alla televisione, immaginerò altri mondi, altri scenari lontani il più possibile dai miei poveri disastri, e lascerò come sempre che mi accudiscano, senza tentare alcunché di diverso.
            Ci muoviamo, lentamente, lasciandomi sorreggere, i passi uno avanti a quell’altro, quasi fossero in questo momento la cosa più importante del mondo. Poi ci fermiamo, improvvisamente: c’è qualcosa di cui mi ricordo, devo appuntare su un foglio questo pensiero, così la badante mi aiuta con un pezzo di carta, la matita poi la porto sempre con me. C’è davvero un errore che riconosco, adesso mi è chiaro. Per la fretta, senz’altro, la superficialità, i miei soliti difetti. Avrei dovuto comportarmi in un’altra maniera, essere più diretto, puntare soltanto allo scopo finale. Ho perso del tempo invece, ho creduto forse di poter recuperare qualcosa subito dopo, e invece non è andata così, ma forse già lo sapevo che lo scenario sarebbe cambiato velocemente, e che certe occasioni non si ripresentano mai.
Non è servito neppure pensare che poteva andar meglio la volta successiva, perché poi tutte le volte è diverso, i fatti non si fanno vedere mai nella stessa maniera. C'è stata una buona occasione per cambiare tutte le carte sul tavolo, ecco come va detto, ma quella occasione io l’ho lasciata sfumare, questo adesso è quello che devo appuntare sul foglio. Non c'è da provare rimpianti, anche questo fa parte di me, di questo strano carattere, del mio aver lasciato scorrere in un certo modo le cose, come se forse il giorno successivo a tutto quanto fosse stato il momento più adatto.
La mia badante non sa più cosa pensare di me: un vecchio rompiscatole rancoroso come se ne trova ben pochi, ma non so cosa farci, sono in questa maniera, ci vuole pazienza. Non ce l'ho con nessuno, le cose non sono andate come volevo, ma la colpa è la mia, tutto è dipeso soltanto da me, e riconoscerlo adesso mi pare quasi un sollievo. Cosa importa, vorrei ancora scrivere su questo foglio, se si scava all’interno ogni persona porta con sé un proprio errore, una mancanza grave che il tempo magari ha cercato di cancellare, o che ha reso accettabile. Sono esattamente come gli altri, ecco; da questo punto di vista niente di fondamentalmente diverso.
Siamo arrivati, entriamo, adesso accenderò la televisione per le notizie, la mia badante si eclissa, i miei pensieri restano ancora con me. Eppure lo sbaglio c’è stato, e se penso intensamente a tutto quanto provo ancora un po’ di vergogna, di rabbia, e volontà di riscatto. Non posso annullare questa mia riflessione, tanto vale cerchi di allearmi con lei, di plasmarla fino quasi a farne il pensiero principale da cui ripartire. Già, perché qualsiasi errore prima o dopo si può sempre correggere.


Bruno Magnolfi  

lunedì 7 agosto 2017

Cambio di identità.

           

Sono perfettamente cosciente di ciò che mi viene riferito in questa stanza disadorna; naturalmente ascolto tutto quanto con molta attenzione ed intanto cerco di comprendere quale persona sia proprio quella che sembra aver agito esattamente come se fosse un’altra me stessa pur non essendolo. Abbasso la testa, non guardo nessuno, peraltro sono tutti uomini qua dentro esclusa me, e cerco con attenzione di non fare alcun accenno alle loro accuse, soprattutto evitando ogni espressione troppo esaustiva a margine delle parole che sottolineano tutti i fatti messi in elenco. Si comprenderà penso, prima o dopo, che non sono stata io a compiere quei gesti e quegli atti negativi. Ne sono certa, senza ombra di dubbio, per questo adesso non ho proprio niente da dire a mio discapito.
Non capisco neppure come la mia identità, o meglio quella di una donna che mi assomiglia molto, possa essere entrata in questa storia; mi pare impossibile che qualcuno mi sospetti di comportamenti così aberranti come dicono tutti, quando io non ne ricordo neppure una minima parte, tanto che pur essendo convinta che venga detta la pura verità sui fatti e su ogni vicenda, e che tutto quanto sia veramente accaduto, penso che tutto deve essere stato causato semplicemente da una persona che magari mi assomiglia e basta. Chiudo gli occhi: non è quasi possibile che possa essere accusata davvero di cose di quel genere, e forse per questo, per l’assurdità delle imputazioni che loro riferiscono, mi viene quasi da ridere. Rido difatti, anche sguaiatamente, senza decidere di fermarmi neppure quando mi invitano a farlo, ed i presenti proprio per lo stesso motivo si guardano tra loro, forse si formano così una qualche opinione più leggera nei miei confronti penso, anche se evidentemente almeno per adesso non si fidano affatto delle cose che tento di proporre a mio discapito.
Non sono io, dico alla fine, ed adesso sono loro che si mettono a ridere, visto che queste persone conoscono più cose nei miei confronti di quante almeno a tratti sembra ne sappia addirittura io stessa. Forse c'è qualcuno che ha rubato la mia identità dico, probabilmente c’è una sosia di me che sta mettendomi deliberatamente in questa posizione così difficile. Sembra un incubo, una storia impossibile messa in piedi per farmi quasi credere di essere un’altra. Riprendo a ridere, cosa mi importa, nessuno può farmi niente finché nego ogni addebito ed ogni responsabilità, anche se loro sono dei bravi poliziotti.
Dicono che ormai non ci sono dubbi e che io non possa fare altro che confessare, ma a me a queste parole viene naturale volgere lo sguardo da tutta un’altra parte, e disinteressarmi di ogni cosa. Loro scrivono, qualsiasi parola venga detta, anche quella appena accennata, o magari solo suggerita, e forse anche i miei stessi pensieri vengono tutti scritti dettagliatamente sulla carta. Poi una volta terminata la relazione mi dicono di firmarla, ma io non voglio firmare niente dico ad alta voce, e con questo ribadisco che tutto quanto hanno appena spiegato è semplicemente riferito ad una persona che non sono io, ad un’altra donna insomma. Si grattano la testa, dicono che adesso ricominceranno tutto dall’inizio, così partono a chiedermi il nome, il sesso, la data di nascita, il posto dove abito, ed è in questa maniera che io adesso mi invento di sana pianta un'identità che assolutamente non corrisponde a nessuna delle cose che loro dicono di me, riferendo dei connotati che sono di una qualche persona che nessuno neppure conosce, naturalmente perché frutto soltanto di questa mia fantasia.
Ed improvvisamente cambia tutto. Mi credono adesso, spiegano che  si sono convinti, dicono che a loro dispiace, ma che c'è stato un evidente errore di persona, poi si alzano, mi stringono la mano uno dopo l’altro, lasciano semplicemente che mi allontani, che vada via da lì. Esco quindi da quella stanza maledetta, e mi sento quasi incredula anche  se contenta: non sono mai stata così orgogliosa di me stessa come adesso penso; meglio cambiarsi personalità ogni tanto, rifletto mentre sono già arrivata in strada, almeno quando è possibile.


Bruno Magnolfi

venerdì 21 luglio 2017

Doppio comportamento.

      

            Quando mi metto fermo sulla strada, perfettamente immobile, sono sicuro che la gente non mi vede. Osservo un palo segnaletico, oppure la vetrina di un negozio, e nessuno mi nota, proprio come se non esistessi. Allora chiedo alla prima persona che mi passa proprio accanto: che ore sono, per favore; e quella mi risponde subito, con decisione, come se non aspettasse altro che qualcuno le chiedesse l’ora. Non guardo mai in faccia gli altri, neppure se mi stanno fornendo un’informazione che ho richiesto, e gli altri sembrano proprio accorgersene subito, così non cercano altro che andarsene via al più presto, dirmi ciò di cui ho domandato e dopo basta, ecco che si allontanano da me senza riguardi, velocemente, come fossi un appestato.
            Trascino i miei piedi in mezzo a questa gente, lascio che mi sfiorino, che qualcuno mi dia anche un piccolo strattone magari scusandosi immediatamente con un rapido gesto, e dopo via. Poi, mentre sto qui senza problemi, mi vedo davanti una persona che sembra proprio trascinare i piedi come me ed avere anche un comportamento simile al mio, così la scruto, mi immobilizzo come sempre e quella dopo un attimo si immobilizza esattamente come me, a dieci metri da dove io mi trovo. Vedo subito che chiede l’ora a qualcuno, e infine si muove, tira avanti nella stessa maniera di prima, lasciando che tutti gli altri le passino vicino. Mi incuriosisce tutto quanto, sono quasi sbalordito, così seguo quella persona per un buon tratto di strada, fermandomi ogni volta che si ferma lei e così via, quasi come in balletto sincronizzato.
Poi mi distraggo, non so come capita, forse la stanchezza, probabilmente il bisogno di preoccuparmi d’altro, e ad un tratto quella persona non c'è più, non è più davanti a me dov’era appena un momento prima. Guardo in giro, fermo una donna per chiederle se per caso qualcuno le avesse chiesto l’ora o anche qualche altra cosa del genere, ma sembra proprio di no, nessuno si è mostrato in questo modo, dice che nessuno stava fermo senza fare niente come dico io. Pare impossibile, per la prima volta trovo qualcuno che assolutamente mi assomiglia, una persona con la quale posso avere sicuramente una grande affinità, magari posso scambiare qualche informazione utile ad ambedue, e all’improvviso quella sparisce nel niente, come non ci fosse mai stata. Vado avanti, perlustro tutta la strada, mi fermo anche a guardare attraverso i vetri dentro qualche bottega lì vicino, eppure niente, sembra non ci sia proprio nulla da fare.
Riprendo i miei modi, mi immobilizzo ogni tanto e poi lascio alla gente la possibilità di ignorarmi come sempre; infine osservo i tempi di un semaforo, e guardo anche i cittadini entrare e uscire rapidamente da un palazzo composto da vari uffici pubblici, senza che nulla di tutto ciò riesca minimamente a meravigliarmi. Alla fine mi specchio dentro una vetrina giusto per fare qualche cosa, e mi accorgo subito che la persona è lì, dietro di me, mentre mi guarda e segue fedele ogni mio movimento. Evito di voltarmi e vado avanti lentamente fino alla vetrina dopo, poi torno a fermarmi. Quella persona è ancora dietro di me, esattamente come vorrei al suo posto fare io. Lascio scorrere qualche minuto, osservo tutte le cose che non mi interessano minimamente, ed infine, all’improvviso, inizio a correre in mezzo alla gente che mi guarda male mentre la schivo, fino ad arrivare al primo incrocio stradale. Mi volto subito, quella persona vedo adesso da lontano sta correndo come me, ma è molto più lenta, non può raggiungermi tanto facilmente. Entro in un portone socchiuso e dopo resto lì, ad aspettare che quella persona mi perda, si renda conto finalmente che riesco a sparire molto meglio di lei. Tiro un respiro quando mi passa davanti e se ne va: adesso posso tornare finalmente a fare ciò che voglio.


Bruno Magnolfi

lunedì 26 giugno 2017

Vero contro noia.



Sono stanco di queste giornate tutte simili, di queste apparenti convinzioni sempre identiche, ed anche di me stesso, incapace come mi sento di un salto di qualità sempre cercato ma forse con troppa scarsa convinzione, come una mancanza continua di quell’attimo carico di entusiasmo tale da riuscire ad imprimere ai miei tempi ed alle mie certezze una svolta concreta. Mi sento debole invece, incapace adesso di affrontare le novità che apparentemente più desidero, e così posso soltanto ricadere in ogni istante nella semplice monotonia e nelle abitudini. Questo è quello che penso ogni mattina, anche se subito dopo dimentico del tutto quanto ho riflettuto, e affronto la mia giornata di lavoro come fosse una qualsiasi passeggiata senza meta.
Il mio collega d’ufficio dice sempre che non c’è da preoccuparsi, le cose cambieranno completamente per tutti quanti siamo, senza neppure grande fatica. Gli dico che per me non chiedo molto in fondo, mi basterebbe qualche soddisfazione ogni tanto, senza neppure esagerare. Poi termina l’orario ed io esco come sempre, pronto per la mia camminata fino a casa. Mi fermo casualmente ad osservare la vetrina di un negozio, apprezzo alcuni articoli esposti in modo piacevole alla vista, tanto che ad un tratto decido di entrare dentro l’esercizio. Senza pensarci troppo, come seguendo l’onda emotiva che mi ha assalito in questo attimo preciso, decido di acquistare una balestra di precisione, uno strumento per il tiro al bersaglio estremamente tecnologico e potente, e con lo scatolone sotto ad un braccio me ne torno subito a casa.
Mi sento ricco, esuberante, completo adesso, ed appena solo dentro al mio appartamento apro tutte le confezioni e monto l’arma in ogni suo particolare, fino ad imbracciare la balestra e provare la forza che riesce ad avere contro il legno di un vecchio mobile in fondo al corridoio, che a breve distanza viene così sfondato completamente e senza alcuna fatica. Apro la finestra, mi mimetizzo subito coprendomi con la tenda appesa, e poi inizio a tenere sotto tiro, dopo aver ricaricato il dardo, qualcuno che passeggia lungo il marciapiede.
Non mi importa di niente e di nessuno, penso adesso, posso decidere qualsiasi cosa, mi sento pronto e capace ad affrontare qualsiasi avversità. Posso azzoppare qualcuno, oppure tiragli direttamente in qualche punto vitale, in modo da chiudere una volta per tutte la sua esistenza. Mi sento padrone di ciò che accade intorno a me, ed anche se ancora non ho trovato un motivo vero per fare tutto questo, però sono felice di poter mettere in atto delle conclusioni così estreme.
Poi, sotto un po’ di brezza la tenda si muove, si impiglia nel mio dardo appuntito, così provo un attimo di perplessità, qualche incertezza, e mentre nervosamente provo a togliere la stoffa davanti a questo mirino, parte inavvertitamente la freccia, andandosi a conficcare nel legno solido di un albero del giardinetto qua di fronte. L’ho colpito, penso subito, ho centrato perfettamente quello che volevo, adesso con calma devo soltanto uscire da casa ed andare a recuperare quanto ho scagliato. Ma forse potrei essere scoperto, rifletto, e tutto quanto diverrebbe qualcosa da cui prendere immediatamente le distanze, negando tutto, fino all’estremo. Così lascio perdere, smonto tutto e chiudo la balestra in un armadio: in fondo avrò tutto il tempo che voglio nei prossimi giorni per sentirmi di nuovo una persona vera.


Bruno Magnolfi

lunedì 19 giugno 2017

Ragazza per me.

           

Indubbiamente mi piacciono i suoi modi, quella maniera di sorridere, di apprezzare gli altri, la capacità di fare tutto senza mai eccedere in nulla. Quando poi le parlo, al contrario di ciò che vorrei, sono però soltanto capace di mettere in fila delle sciocchezze di cui mi pento appena un attimo più tardi, e per questo cerco subito di concentrarmi meglio sulle mie parole, anche se alla fine la cosa migliore che riesco a fare è rimanermene in silenzio. Mi fa piacere comunque anche soltanto guardarla, senza dire niente, anche se lo faccio quasi sempre di nascosto, senza che lei si accorga del mio interessamento.
Gli altri scherzano ai tavolini della gelateria all’aperto dove in questo periodo ci ritroviamo spesso al pomeriggio, anche se sembrano sempre tutti pronti ad andarsene da qualche altra parte, come se quello spazio fosse soltanto una rampa di lancio per chissà quale altro luogo. A me invece basta ci sia lei, il resto mi pare del tutto ininfluente. Così qualche giorno addietro ho deciso di parlarle da solo, chiamandola da una parte e dicendole le cose come stanno. Lei mi ha sorriso, ed alla fine ha detto soltanto che le fanno sempre piacere i complimenti. Non so che cosa abbia capito o che cosa non abbia proprio voluto comprendere, ma in ogni caso non mi sento per nulla soddisfatto né del mio comportamento né della sua risposta.
Così probabilmente continuerei anche soltanto con le mie maniere timide, i miei sguardi forse poco importanti, se non fosse che lei adesso sembra abbia deciso improvvisamente di non farsi più vedere alla gelateria. Perciò l’attendo con determinazione seduto come sempre a quei tavolini per tutto il pomeriggio, ed alla fine chiedo informazioni ad uno che pare sappia sempre tutto. Si è messa con uno che va spesso al bar del maneggio, dice lui, e mentre lo ascolto resto quasi pietrificato. Il giorno dopo naturalmente sono lì a guardare i cavalli e a sincerarmi della situazione, quando effettivamente arriva lei, finge subito di non vedermi e poi sparisce oltre la staccionata, dentro al corridoio delle stalle. Dopo un minuto le vado dietro e vedo subito però che c'è anche lui, un tizio che la tiene per i fianchi, e che adesso sembra discutere con una certa vivacità. La chiamo per nome, lei si volta, però mi saluta appena, così io mi avvicino ancora, poi prendo una spranga di legno appoggiata ad un angolo e subito li affronto, tutt’e due.
Un cavallo nitrisce innervosito, lui dice con le mani bene in vista che non c’è da preoccuparsi e che tutto praticamente è a posto, si può stare tranquilli. Per questo il primo colpo lo sferro proprio sui suoi bracci, e forse potrei anche continuare, ma poi mi giro verso di lei che probabilmente sta urlando qualche cosa, anche se io non sento niente. Mi abbatto sulla sua testa con un colpo di piatto proprio all’altezza della faccia, ma lei si abbassa all’improvviso e così riesce a schivare la legnata; poi senza pensarci scappa via. Mi volto immediatamente per rincorrerla, ma l’altro non so come mi è subito addosso, e con una mossa alle mie spalle gli riesce di gettarmi a terra, quindi mi toglie la spranga dalle mani, ed alla fine mi rifila un pugno nello stomaco che mi lascia senza fiato.
Adesso non mi faccio più vedere da nessuno: resto in casa tutto il giorno e cerco di cancellare poco per volta i fatti e soprattutto le espressioni di loro due, quando è stato il momento in cui mi hanno fatto buttare fuori dal personale del maneggio. Però ci sarà per me la possibilità di una rivincita, lo so per certo, e non mi farò certo sfuggire quel momento.


Bruno Magnolfi

martedì 13 giugno 2017

Soltanto bambini.


Faccio, come sempre in questi giorni, dei conteggi ordinari dentro la baracca di cantiere, quando mi accorgo che fuori ci sono due operai che continuano a litigarsi, anche se dalle parole non riesco a comprenderne il motivo. Naturalmente non mi muovo dal mio tavolo: in fondo tutti sanno perfettamente che io sono qui e che posso sentirli, quindi immagino non sia niente di importante. Quando esco invece, vedo subito che uno è a terra e sta sanguinando da un braccio, mentre altri due con dei fazzoletti di carta bagnati stanno cercando di pulire e tamponargli la ferita. Rientro in baracca, prendo immediatamente la borsa del pronto soccorso e mi dirigo dall’operaio, visto che sono anche responsabile della sicurezza. Non è niente di serio, anche se ha perso del sangue, e comunque va capito subito se uno dei due abbia tirato fuori un coltello o qualcosa di quel genere.
Nessuno parla, così io alzo la voce per dare tutta l’importanza che meritano questi fatti, però mi viene in mente un’immagine di bambini ad occhi bassi davanti al loro maestro, e forse in questo modo non riesco a dare l’enfasi che vorrei alla mia voce ed anche ai miei gesti. Rissa in cantiere dico: licenziamento su due piedi previsto dal contratto nazionale di lavoro. Tutti tacciono. L’operaio ferito si rialza, dice che è caduto sopra ad un martello, e che comunque adesso sta quasi bene, non è niente, gli basta una garza, magari anche soltanto un cerotto. So perfettamente che nulla è vero di quanto mi viene raccontato, così guardo tutti in faccia con grande serietà, come se da un momento all’altro venisse fuori dalla mia espressione qualcosa di irreparabile per loro.
Rifletto, non conviene a nessuno che affondi troppo le cose, neppure al cantiere che deve procedere il più velocemente possibile e senza alcun intoppo. L’operaio ferito però è pallido, forse qualcosa non va dentro di lui, magari potrebbe svenire da un momento all’altro. Lo porto con me nella baracca, lo faccio sedere, mentre gli altri riprendono il lavoro ognuno con le sue mansioni. Non posso lasciar correre, quanto è accaduto è troppo grave, non posso comportarmi come non fosse successo quasi niente, qualcosa devo fare, altrimenti perdo l’autorità che devo mantenere, e devo anche scongiurare il pericolo che i fatti si ripetano, magari in maniera anche più grave.
Prendo tempo, riabbasso la testa con serietà in questi miei conteggi, come fossero d’importanza superiore a qualsiasi altra cosa, e spero proprio che l’operaio ferito, seduto stancamente in fondo, stia come lentamente riprendendosi. Attendo ancora qualche minuto, poi mi giro per chiedergli come vadano le cose, però in questo momento sembra svenuto, forse il caldo, la tensione, la debolezza per aver perso troppo sangue. Telefono immediatamente ad un pronto soccorso, descrivo il ferito e poi aspetto. Lui riapre gli occhi, dice che non c’era bisogno di chiamare dei soccorsi, è pronto a riprendere il suo lavoro adesso, e altre cose di quel genere.
Esco fuori: gli altri sono tutti a testa bassa, nessuno parla adesso, così vado dal primo e gli dico in modo secco che adesso voglio sapere esattamente quello che è successo, ma lui biascica qualcosa ad occhi bassi che sta a significare che lui non ne sa proprio un bel niente. Rientro in baracca, minaccio il ferito di farlo tenere in ospedale per una settimana o anche di più se non mi racconta cosa sia successo. Lui dice semplicemente che parlava con gli altri a voce alta, si è indispettito per una sciocchezza e girandosi maldestramente è caduto inciampando su un utensile. Lascio perdere, alzo il telefono e annullo la chiamata al pronto soccorso, poi dico all’operaio di riprendere il lavoro. Non importa, rifletto, posso ignorarli; saranno loro che più tardi uno per volta mi verranno a dire cosa sia successo, perché non riescono a tenere a lungo qualcosa solo per se stessi. Li terrò in pugno, basta solo attendere, e allora a voce alta potrò spiegare a tutti con disprezzo, ed anche con un po’ di tenerezza malcelata, che siamo tutti soltanto dei bambini.


Bruno Magnolfi

mercoledì 7 giugno 2017

Discorsi correnti.

          

Spesso parlo con qualcuna tra le tante persone che incontro, a volte anche con coloro che magari non conosco neppure molto bene, e così scambio con chiunque mi trovi davanti le mie esperienze e anche i miei pensieri, specialmente quando mi trovo nei locali o di fronte al caffè che in genere frequento, e dico a queste persone molte delle cose che mi passano dentro la mente, assicurandole tutte di avere sempre avuto una conoscenza diretta di ciò che spiego loro, e narrando in molti casi storie e vicende vissute addirittura in prima persona, anche se qualche volta mi rendo ben conto di non essere del tutto sincero. Però mi viene naturale inventarmi in certi casi dei particolari, arrotolare le cose attorno ad un qualche elemento che mi sembra particolarmente zeppo di fascino, ed anche se qualcuno certe volte mi chiede magari qualche dettaglio per comprendere se sia proprio veritiera la mia narrativa, o magari se lo stesso individuo si limita ad annuire con poca convinzione, oppure semplicemente sorride, immaginandomi forse soltanto molto fornito di fantasia, in fondo a me non importa.
Ma è tutto vero, dico ogni volta con espressione seria e convincente però, anche se alla fine non mi interessa molto rendermi conto se vengo creduto oppure no. Mi piace guardare la faccia di certe persone che stanno ad ascoltarmi, questo è certo, mi diverte leggere sulle loro espressioni quel senso di meraviglia e di interesse che riesco a risvegliare, considerato poi che in qualunque momento posso smettere di raccontare, anche proprio all’improvviso, e spesso lo faccio, lasciando magari chi stava seguendo fino a quel momento le mie cose punto per punto senza neanche il gusto del finale per la vicenda in questione.
Poi trovo un tizio, mi dice come altri hanno già fatto in passato che non crede neanche una parola di quello che dico, e butta lì questa cosa con un tono risentito, come se ci rimettesse qualcosa nel credere alle mie argomentazioni. Sorrido, gli dico che so dove abita, che conosco anche molte delle sue abitudini, e so per certo che anche lui non dice mai niente senza infarcirlo con qualche discorso che si inventa ogni volta di sana pianta. Lui si guarda attorno, poi mi dice fermo che non potrei mai provare una cosa di quel genere, ed io gli rispondo che proprio cercando di difendersi mette maggiormente in luce quello che ho appena sostenuto.
Allora mi prende sottobraccio, dice che spesso lui è costretto ad inventarsi delle fandonie per riuscire a campare, perché ha qualche debito ed alcuni lo cercano per sapere quando restituirà loro i soldi. Gli dico che secondo me non c’è niente di male nel vivacchiare in qualche maniera, si tratta di esigenze di comportamento quasi normali, e che un po’ fa parte anche del proprio modo di essere al mondo. Lui mi porta in un angolo, dice sottovoce che da qualche tempo si sente disperato, non ce la fa proprio più a tirare avanti in questa maniera, ed ha urgente bisogno di una mano da qualcuno, anche se non sa proprio a chi riferirsi.
Lo guardo con calma, provo pena per lui, gli dico che forse potrei presentarlo a certe persone disposte forse ad aiutarlo, e che deve comunque stare tranquillo, mi basta un paio di giorni di tempo e posso sistemare per un po’ la sua faccenda. Lui si rincuora, mi guarda subito con occhi diversi, dice che sarebbe per lui una cosa preziosa, perché la sua vita è diventata un inferno. Gli batto sorridendo una pacca sopra le spalle, lo saluto, gli assicuro che il giorno seguente mi farò vedere al caffè, sicuramente con delle buone notizie. Poi me ne vado: a volte ci vuole anche poco per dare un filo di speranza a qualcuno.


Bruno Magnolfi

lunedì 5 giugno 2017

Ritardato anticipo.

            

Forse non sarebbe stato il caso di rispondere subito che per noi andava benissimo, dice lei mentre suo marito prosegue a guidare con attenzione e a velocità moderata. Però non si poteva neppure fare troppo gli scortesi, obietta lui. Lo so, insiste lei, in ogni caso potevamo inventarci qualcosa per rimandare almeno di una settimana o due questo benedetto invito a cena a casa loro. Tanto più che probabilmente era proprio ciò che si aspettavano da noi, ritrovandosi in questo modo anche a disagio da questo nostro comportamento così inaspettatamente deciso e anche troppo pieno di entusiasmo, che tu chissà perché hai voluto subito mostrare.
Credo invece che in casi del genere, continua lei, di fronte ad un invito in apparenza così delicato e gentile, si debba sempre riflettere bene se sia proprio il caso di essere così definiti nella risposta, soprattutto perché ci può essere qualcosa sotto che non è stato considerato adeguatamente e soprattutto a fondo. Vuoi dire quindi, fa lui, che è probabile a loro non faccia del tutto piacere averci come ospiti stasera, e che questo loro invito sia stato solo una cortesia nei nostri confronti. Ma certo, fa lei, sono più che sicura che in questo esatto momento loro due stiano addirittura sbuffando per il nostro scarso tatto nell’approfittare di una semplice generosità mostrata giusto da alcune parole colloquiali messe lì tanto per dire qualcosa.
Ma a me non sembrano i tipi di persone che dicono una cosa pensandone una differente, spiega con grande serietà il marito. Già, fa lei, e da quando in qua non si è vista, dietro ad un invito del genere, una maniera facile e cortese per aprire semplicemente un dialogo, un modo per mostrarsi semplicemente generosi, e vedere in questo modo fino a che punto gli altri riescono appunto ad essere perspicaci sulle vere intenzioni di chi compie il primo gesto? Il marito rallenta la corsa dell’auto per osservare un’insegna col nome della strada, poi si ferma per guardare con più calma il navigatore silenzioso che non sembra proprio voler indicare una direzione precisa.
Siamo in zona, dice alla fine, ma forse sono stati istituiti dei sensi deviati negli ultimi tempi, così non trovo la via, spiega mentre spegne e riaccende l’apparecchio. Va bene, fa lei, tanto siamo persino troppo in anticipo grazie a te, ed anche questa è una maniera poco educata per presentarsi a casa di qualcuno. Ma se l’orario previsto è passato già da una mezz’ora, fa lui togliendo e poi rinfilandosi gli occhiali. Vorrei solo sapere quando dici: concediamo del tempo, cosa intendi per davvero. Non so, fa subito lei guardandosi attorno, ma a me pare che questa serata non stia funzionando, e che tutto quanto abbia il cattivo gusto di mettersi di traverso.
D’accordo, fa lui, allora vuoi che torniamo indietro dicendo loro con uno stringato messaggio sul cellulare che non abbiamo trovato la strada e che sarà per un’altra volta? No, certo, dice la moglie: però una scusa maggiormente plausibile la si può trovare facilmente, anche a quest’ora; loro capiranno benissimo e si sentiranno sollevati, e in fondo pure se hanno cucinato qualcosa, potranno certamente piazzare tutto quanto nel congelatore e mangiare ogni pietanza con calma nei giorni a venire. Dici sul serio?, fa lui. Ma certo, dice la moglie: in questo modo potremo anche vedere se ci inviteranno nuovamente, o se, come immagino possibile, saranno proprio loro ad aspettarsi un invito da noi, magari con un largo anticipo vorranno sperare, e pure senza troppo entusiasmo stavolta da parte proprio di nessuno, giusto per non essere fraintesi.


Bruno Magnolfi  

mercoledì 31 maggio 2017

Intuito autocritico.

         

Mi facevo vedere solo una volta ogni tanto da quei soliti militanti che si riunivano presso la loro sede, che poi era un semplice appartamento al piano terra con il giardinetto sul retro, tanto che l’ultima volta diverse persone che continuavo a salutare con espressioni compiaciute purtroppo non ricordavano neppure il mio nome. Sorridevo, come sempre in casi del genere, poi magari prendevo qualcosa da bere con una certa indifferenza, e continuavo ad oscillare tra i pochi capannelli che si formavano prima della solita relazione introduttiva all’assemblea.
Non c’è niente di male in tutto questo pensavo, però le mie più forti preoccupazioni non sono mai neppure contemplate nei discorsi che si tengono in queste riunioni. Così durante quell’ultima volta alzai la mano, ricordai a tutti il mio nome mentre mi sollevavo dalla sedia, poi sorridendo, ma non per timidezza, dissi che il mio disagio era dato dal fatto di non riconoscere i miei pensieri in nessuno dei loro argomenti.
Ci sono cose che mi svegliano durante la notte; intuizioni che mi portano estremamente vicino a quanto potrebbe essere auspicato da tutti. C’è una sensibilità nell’aria che pure a me certe volte purtroppo mi sfugge, e allora la cerco addosso a chi trovo attorno, perché so per certo che dentro tutto ciò sta quanto di meglio si possa auspicare per noi. Mi piacerebbe regalarvi un gesto che esprimesse appieno quanto vi dico, nell’attesa coerente che sappiate decifrare alla perfezione ciò che vi è definito. L’analisi delle cose è difficile, ma sono convinto che pur approfondendola per quanto si possa, non ci porterà mai molto in avanti.  
Oggi parlare è una grande responsabilità. Tutte le parole hanno un peso, immaginarsi di usarle soltanto per incensare la propria causa è qualcosa che crea inganno e porta le opinioni fuori da un tragitto minimamente logico. Forse è il silenzio il miglior luogo d’arrivo, l’accettazione incondizionata di un punto di vista talmente autocritico da rendersi neutro, lasciando così le opinioni un semplice retaggio di un’epoca oramai già al tramonto.
Naturalmente nessuno era d’accordo, però tutto questo spostava di molto il pensiero generale, tanto che nessun intervento tra quelli che seguirono il mio, riuscì a non fare i conti con quanto ero riuscito fin qui a sostenere. Terminata la riunione come già mi ero aspettato fui fermato da tutti, in quanto si voleva conoscere fin nel dettaglio quanto ero riuscito a mettere a fuoco, ma io promisi a chiunque che nei giorni seguenti avrei promulgato una circolare in modo da produrre ulteriore chiarezza, e così me ne andai.
Non c'è niente di male rifletto adesso, se invece che spingere sempre in avanti delle opinioni che tentano di aderire a dei presunti fatti concreti, si cerca di misurarsi con le proprie incapacità ad essere sempre propositivi, evitando una buona volta argomenti incoerenti e lungaggini pretestuose. Anche se alla fine, quando ci sarà da schierarsi, prenderò come tutti una posizione precisa.


Bruno Magnolfi

lunedì 29 maggio 2017

Scuse del caso.

            

Sono quasi indifferente a quanto mi circonda. Cammino con gli altri, in mezzo a tutti gli altri, e non mi sento mai completamente da solo, proprio perché sono orgoglioso di me stesso e del mio sentirmi in questa maniera. Incontro un mio conoscente che mi saluta, ed io gli lancio un semplice cenno senza importanza: scusi, mi dice invece quello, ma lei, visto che si è lasciato recentemente intervistare anche da un operatore della televisione locale, non potrebbe pubblicamente evitare di parlare dei soliti problemi che affliggono questo quartiere? Credo proprio che una persona della sua stoffa e del suo carisma riesca ad attrarre anche troppe attenzioni su certe cose del tutto negative. Lo guardo, tengo un’espressione severa, neanche troppo sorpresa, ed infine dico solo che forse si sta semplicemente sbagliando, non sono io la persona che crede, e poi, in quella semplice intervista a cui accennava, parlavo soltanto di me stesso, e di nient’altro. Quello invece mi guarda con maggiore attenzione, dice che non ha alcun dubbio, sono proprio io quello che diceva che va tutto male e che ogni cosa fa schifo, è apparso anche il mio nome in sovrimpressione sul video, e mentre parlavo sembrava volessi scagliarmi un po’ contro tutti. Adesso non ho tempo per ribattere, gli dico con un gesto di disappunto; ma quello insiste, vuole proprio che mi faccia sentire con le persone che contano, e che se è proprio vero quello che dico in questo momento, spieghi loro con esattezza e precisione che non volevo intendere affatto quello che è stato trasmesso.
Ma è proprio così, gli dico con enfasi, non ho mai parlato male di niente e di nessuno, ci deve essere un errore di persona, oppure sono stato fregato da un falso montaggio di uno stupido servizio giornalistico. Quello mi guarda, probabilmente non crede una parola di ciò che sostengo, in ogni caso non trova qualcosa dentro di sé per ribattere con forza ciò che gli dico. Non ho neanche visto il servizio, gli spiego, mi sono soltanto fidato di chi mi ha fatto appena un paio di domande, questo è sicuro, perciò non posso ancora dire niente; e con queste parole me ne vado, passo oltre, senza salutarlo neppure, tanto mi sento irritato.
Adesso mi sembra che tutti quanti coloro che incontro mi guardino con espressioni accigliate, al punto che vorrei quasi fermare tutti questi per strada, dire a voce alta e decisa che non ho affatto detto le cose di cui mi si accusa, ma alla fine l’unica maniera di comportamento che riesco ad avere è quella di allungare il più possibile il passo e rientrare il più velocemente possibile nella mia casa. Appena arrivato prendo immediatamente il telefono e chiamo la redazione televisiva, però mi risponde una ragazza che mi tiene in attesa nonostante le faccia perfettamente comprendere l’importanza che ha quello di cui devo parlare. Cade la linea, richiamo, dico le medesime cose, attendo, alla fine mi passano qualcuno che neppure conosco, così dico con voce alterata che il servizio messo in onda è stato truccato e che io non ho detto niente di ciò che mi è stato affibbiato, ma quello sta calmo, mi dice che deve verificare, poi resta in silenzio. Non c’è niente di male, dice alla fine, ci può anche essere stato un errore, dobbiamo solo sincerarci di tutto; e se è proprio così, vedrà, le invieremo per scritto le scuse del caso.


Bruno Magnolfi

mercoledì 24 maggio 2017

Logiche conseguenze.

           

Non sono affatto quello che sembro, rifletto spesso dentro di me; e di questo ne sono assolutamente cosciente, anche se c'è sempre qualcuno il quale magari lo può probabilmente sospettare, ma che alla fine è facile forse stenti a crederlo veramente. Intorno a me in certe giornate si radunano sempre due o tre conoscenti, persone che conosco da molto tempo, che si divertono già da lontano a chiamarmi ad alta voce, magari giusto poi per fare in mia presenza quattro chiacchiere soltanto tra loro. Mi trovano sempre in questo cortile dove trascorro quasi tutti i pomeriggi; loro si avvicinano, mi dicono qualcosa, mi battono la mano sopra le spalle, ed hanno quasi sempre una gran voglia di scherzare, ed anche se sanno che io non parlo mai con nessuno, mi danno corda con delle domande da furbi, forse perché sorrido sempre a chiunque, e li saluto anche con il mio solito cenno della testa, rimanendo comunque sempre voltato verso l’ingresso principale dello spiazzo, come a mostrare che sono qui soltanto perché sto aspettando qualcuno, un altro conoscente magari, o forse una ragazza, probabilmente quella stessa di cui tutti mi chiedono, ma che io non conosco e non ho ancora mai visto.
Loro credono che a me non interessi un bel niente di quello che capita certe volte da queste parti, degli urli che si sentono giungere dalle finestre dell’ultimo piano ad esempio, che mostrano con chiarezza come vadano le cose in quell’appartamento. Oppure della gamba matta del pensionato che in certi giorni lo fa diventare pazzo dall’uggia e dal dolore nel trascinarla fino qui. Mi dispiace, questo è il punto, anche se in genere non lo lascio vedere a nessuno, e al contrario cerco di mostrare a tutti la mia indifferenza, perché la mia è quasi una personale difesa, un modo come un altro per non rispondere mai ad alcuna domanda mi venga rivolta.
Certo mi piacerebbe avere davvero una ragazza da mostrare a questa gente del vicinato sempre pronta a prendere in giro, e far vedere a tutti che non sono ritardato come molti pensano sia, e che se non parlo è solo per una scelta personale, e non perché usare le parole in certi casi mi risulta piuttosto difficile. Soprattutto vorrei far vedere che anche io ho dei sentimenti, proprio come gli altri, e che se sono uno che se ne sta tutti i pomeriggi in questo cortile è soltanto perché in questo modo i miei familiari stanno tranquilli, dandomi un’occhiata ogni tanto dalla finestra e proseguendo nell’appartamento dove abitiamo ad occuparsi delle loro cose.
Mi piace comunque quando tutti mi salutano, e sono anche contento di dare alle persone che mi conoscono la possibilità di dirmi qualcosa mentre attraversano questo grande cortile condominiale, anche se non vorrei mai che qualcuno si approfittarne di me, della mia facilità nel credere a tutto quello che mi viene raccontato. Perciò a volte penso che uno di questi giorni devo smetterla una buona volta di sorridere sempre a questi miei amici, e magari non fare più ad alcuno neppure il solito cenno di saluto con la testa: mi piacerebbe tanto si accorgessero tutti improvvisamente che oramai sono un uomo, e che non ho più tanta voglia di essere preso in giro da loro, visto che se fino adesso sono sempre stato buono e cortese con coloro che in qualche modo mi hanno cercato, in seguito posso mostrare con grande evidenza che le cose qualche volta riescono persino a cambiare.


Bruno Magnolfi

mercoledì 17 maggio 2017

Oggetti ordinari.

            

Sono disperato. Guardo fuori l’aria fresca di questa stagione che muove leggermente le foglie degli alberi, e tutto mi appare lontano, come se fossero immagini trasmesse in registrata. Mi concentro su dei piccoli oggetti di cui mi sento legittimo proprietario, e torno ad osservare l’orologio, il portafogli, anche questo taccuino per gli appunti. Non c'è niente di buono in quello che faccio, rifletto, se non mandare avanti sostanzialmente per abitudine le attività ordinarie di una persona qualsiasi come sono io.
Telefono ad un amico, ci parlo per un minuto, poi gli chiedo di passare se gli va da casa mia. Lui accetta, e dopo un po’ eccolo qui, nel disordine consueto del mio piccolo appartamento, proprio come volevo. Ma adesso che credevo di poter spiegare accuratamente a lui tutte le mie preoccupazioni non so più che cosa dirgli, e così mi invento qualche battuta di spirito, qualche storiella senza grande significato. Alla fine usciamo, prendo la giacca, si scendono le scale, siamo in strada. Lui dice mentre camminiamo che non devo essere così apprensivo, e lasciare al contrario che le cose scorrano per il proprio verso, smettendo, in misura maggiore o minore, di pensare continuamente a come poterle in qualche modo variare.
Annuisco, probabilmente sarebbe meglio per me comportarmi in questo modo penso; purtroppo ho sempre creduto di poter essere al di sopra di certi particolari, anche se una punta di malessere dato dai miei comportamenti sono cosciente di averla sempre avuta, sin da quando ero un ragazzo. Sorrido, offro un caffè al mio amico, così entriamo in un locale, ci diciamo ancora qualche cosa, poi lui guarda l’orologio e così ci salutiamo in questo modo, ognuno diretto verso i propri interessi. Certe volte vorrei avere la forza di parlare con gli altri senza cercare le parole giuste, sparando quello che mi passa in quel momento per la testa, scomodo o difficile che sia, però con gli anni ho forse imparato ad accettarmi per come sono, e quindi alla fine non devo almeno ricominciare a ripensare tutto, fino dagli inizi.
Torno nel locale e mi siedo ad un tavolo libero; guardo ancora l’orologio, il portafogli, il taccuino per gli appunti. Una donna da sola accanto a me sorride immaginando le mie perplessità, le faccio un gesto di sconforto, lei mi guarda forse con un briciolo di comprensione. Continuo ad appuntare le cose che mi vengono alla mente, poi mi inceppo, strappo il foglio e accartoccio tutto in una tasca. Sono proprio un disperato, dico alla donna, per ritrovarmi a scrivere le cose piuttosto che viverle come fanno tutti. Lei si alza, viene al mio tavolo, si siede, poi dice che trova tutto questo assolutamente naturale: c’è soltanto da accordarsi su quale sia il punto di vista da cui si guarda tutto quanto. Forse, le dico; in ogni caso è probabile che la mia sia soltanto un’inadeguatezza a trovare ogni tanto un briciolo di serenità; e a questo punto tanto vale rassegnarsi. Mi resta comunque l’orologio, il portafogli, ed anche il taccuino.


Bruno Magnolfi

giovedì 11 maggio 2017

Proprio smaccato interesse.

           
Sono il migliore. Anche quando una sottile corrente d’aria mi sfiora, respiro con profondità, ossigeno con calma la mente, lascio che la poca luce pura che si può ancora trovare sparsa qua attorno si concentri in sottili bargigli, e così annullo ogni malessere, neutralizzando perfino quel senso di smarrimento che a volte chiunque può avvertire in modo più o meno palese, e che rende tutte le cose meno precise, più inafferrabili, quasi che perfino le più risolute certezze riescono a perdere in quei momenti la loro esatta collocazione. 
Al caffè mi fanno sempre grandi saluti quando vi giungo, dicono a volte che sono proprio l’elemento che mancava per completare quel quadro, poi ridono, sembra forse a tutti quanti che possa minimamente cedere a quei loro modi che hanno per tentare di divertirsi alle mie spalle, ma certo non li accontento, mantengo il mio atteggiamento austero da persona impegnata e distante, e perciò resto assolutamente in silenzio, lasciandomi servire subito qualcosa dal cameriere. Mi guardano ancora per qualche attimo, sanno perfettamente che non sono fatto della loro medesima stoffa, e infine proprio per questo mi lasciano perdere, capiscono perfettamente che non ci sarà mai alcun seguito a quei loro scherzi.
Certe volte mi intrattengo con un vecchio professore in pensione che mi guarda in silenzio, si siede con calma al mio tavolino, e poi a bassa voce cerca di spiegarmi qualcosa delle sue vecchie esperienze di navigato insegnante. Lo ascolto, in qualche caso senza neppure comprenderlo, sorseggio il mio aperitivo, osservo l’orologio quando i discorsi vanno un po’ per le lunghe. Quindi a un certo punto mi scuso, mi alzo dalla mia sedia, saldo il conto al solerte cameriere, ed infine me ne vado fuori da lì, a camminare da solo per i fatti miei. Ritengo non ci sia alcun motivo per lagnarmi di qualcosa. Così passeggio lungo la strada che porta verso la casa dove io abito, apprezzando la mia capacità di mostrare dei modi gentili, il mio portamento da persona per bene, il mio abbigliamento assolutamente consono a quello che sono.
In certi casi incontro sulla mia via qualche conoscente del vicinato, perciò lo saluto, mi fermo volentieri a scambiare con chiunque trovi qualche parola, e poi sorrido, mi compiaccio di trovare tutti coloro che vedo in una forma perfetta, anche se non sempre questo risulta essere vero. In fondo trovo che tutte le cose se solo vogliamo, riescono a rimanere in perfetto equilibrio, e che non ci sia in ogni caso una grande necessità di urlare e di strapparsi i capelli. Tutto va bene, ed il segreto sta solo nel dosare con accuratezza quei componenti di cui è fatta ogni giornata, soprattutto fidando sul fatto che tutti i problemi possibili riescano a mantenersi assolutamente lontani da me.


Bruno Magnolfi

venerdì 5 maggio 2017

Convergenza.

           

Vado avanti, proprio come mi dicono gli altri, anche se spesso mi sembra di essere al di fuori da tutto. I miei pensieri durante la giornata sono frutto solo di preoccupazioni personali, che molte volte si dimostrano del tutto infondate, ed i miei sogni durante la notte accarezzano in tanti casi la forma dell’incubo. Troppo frequentemente, forse per scelta, mi ritrovo da solo, e costruisco un nemico intorno a me che non sembra apparentemente aggressivo, anche se è sicuramente fornito di odio e di cinismo. Mi lancio in avanti, nel futuro, come mi hanno già consigliato da molto tempo, e quasi non tengo conto del presente che pare sempre sfuggirmi. Cammino attraversando tutta la città, nelle ore previste dal programma dell’istituto, muovendomi sempre ad occhi bassi e con passo svelto, fingendo degli impegni che non ho probabilmente mai avuto, e non chiedo aiuto a nessuno, in modo da non provare dei sentimenti di gratitudine.
Incontro una donna, forse di qualche anno più grande di me, che fuma la sua sigaretta e mi guarda con aria svagata. Dice che attende qualcuno, o qualcosa, mentre se ne sta alla fermata del bus, ma io capisco in un attimo che la sua solitudine fa il paio con la mia. Le dico con gentilezza che si può prendere insieme un caffè senza impegno, tanto per conoscerci meglio, ma lei dice che non è interessata: la sua storia è troppo complessa, mi spiega, per poter trovare ancora una volta la volontà per parlarne. Va bene, le faccio, si può rimanere in silenzio, che poi è anche la maniera più consona alle mie normali abitudini. Lei non dice altro, però mi segue, e così ci sistemiamo in piedi al bancone di un locale proprio lì accanto. 
Forse vorrei sorriderle, ma non ci riesco, e così mostro la mia espressione perennemente corrucciata, guardando con insistenza tutte le espressioni che assume la mia compagna. Dice ad un tratto di chiamarsi Lucia, e a me sta bene quel nome, anche se capisco subito come non sia il suo veramente. Ad un tratto scoppia a ridere, non sa spiegare perché, però è divertita, forse del mio atteggiamento che ho tenuto fino a questo momento, non saprei. Poi fa una smorfia, mi guarda come impaurita, terrorizzata da qualcosa che le passa dentro la testa, e forse vorrebbe mettersi a piangere, anche se si trattiene. Le prendo la mano, le dico che siamo uguali, che non ci sono degli ostacoli tra noi, perché non abbiamo neanche bisogno di spiegarci qualcosa, va bene così, è tutto appianato, sotto controllo, le cose procedono, siamo due che si sono incontrati, come avviene a chiunque, non ci sono problemi.
Si va via dopo il caffè, lei si accende subito una delle sue sigarette, io la guardo e mi pare lo specchio di qualcosa di mio che pare sfuggirmi, ma le tengo la mano, la porto con me, non so neanche dove, forse soltanto a camminare in mezzo a questa città. Lei adesso sembra docile e si lascia guidare verso qualsiasi meta io abbia in mente, cammina al mio fianco, qualche volta mi guarda, ma la sua espressione è ancora una volta di diffidenza, come se conservasse la sua personalità dietro la maschera, pronta a sfoderarla in qualsiasi momento. Le dico che tra non molto dovrò rientrare nel mio istituto, e lei non sembra per nulla meravigliata, come se le batoste che ha preso sicuramente durante tutti i suoi anni, l’avessero già anestetizzata da tempo rispetto a qualsiasi novità negativa. Si ferma, mi saluta con un semplice gesto: lei resta lì, da qualche parte, e forse dentro di sé mi ringrazia, anche se non sente per niente il bisogno di manifestarsi.
Riprendo la mia camminata, chissà come si chiama davvero, mi chiedo; forse ha un nome insignificante, forse quello di una pianta o di un animale, e magari se ne vergogna. Non so niente di lei, rifletto con una certa tristezza; non sono riuscito a sapere niente della sua vita, mi resta soltanto il suo modo particolare di guardarmi: ma va bene così, continuo a dirmi, non c’è bisogno di altro per una conoscenza profonda.


Bruno Magnolfi       

martedì 25 aprile 2017

Nuove avventure.

            

Voglio salire su di un treno ed andarmene, gli dico. Non so se sia del tutto una buona idea, fa lui. Dopo questo semplice scambio di opinioni trascorrono parecchi minuti di silenzio, poi riprendo: andarmene in un’altra città non è proprio una brutta cosa, credo. Lui guarda il buio, sembra come trarre delle conclusioni dal niente, poi dice: i treni sono diventati infidi, se proprio vuoi devi sceglierne uno di vecchio tipo, che non abbia le porte automatiche, ed aspettare che il controllore ti arrivi vicino mentre scorre a guardare i biglietti, poi alla prima stazione scendere dalla parte opposta dei viaggiatori, e risalire dove lui è già passato. Se in quel momento però passa un convoglio nella direzione opposta tu devi metterti subito tra due vagoni e tenerti fermo a tutto quello che ti trovi a portata di mano, perché il colpo d’aria potrebbe esserti fatale.
Resto immobile, rifletto. Lascio trascorrere anche io parecchio tempo prima di dire qualcosa. Mi piacerebbe avere una bella sigaretta in questo momento, ma non mi è rimasto neanche un mozzicone. Mi sono scocciato di andare tutte le sere sul retro del ristorante da Guido per aspettare che lo chef ci faccia la carità di una vaschetta o due piena di avanzi, dico poi ad occhi socchiusi. Però quando ti portano anche una bella bottiglia di vino pregiato che qualche cliente ha lasciato sul tavolo consumata solo a metà, allora ti piace, fa lui. Va bene, gli dico, però adesso ho soltanto voglia di buttarmi in qualcosa di diverso, tutto qua. Dappertutto troverai le stesse identiche cose, fa lui, l’unica differenza è forse la carica che ci metti tu in quello che hai voglia di fare.
Posso sempre usare la tecnica del cappello, fo io. Scendere dal treno con un impermeabile grigio come più o meno indossano tutti, e poi passare mescolato agli altri dall’interno della stazione o del sottopassaggio, per andare a risalire velocemente sul medesimo treno indossando però il cappello, nella zona dove è già passato quello stesso controllore. Lui non ha certo voglia di tornare indietro a vedere chi io sia, se ho con me il fottuto biglietto oppure no, e quando lo fa, dopo qualche altra fermata, posso sempre fare di nuovo la medesima cosa di prima. Va bene, fa lui, te la puoi sempre cavare, d’accordo, ma alla fine ti ritrovi in una città che non conosci, senza riferimenti e neppure delle amicizie in grado di aiutarti.
Restiamo ancora in silenzio nel nostro angolo buio, senza guardarci, le braccia appoggiate alle ginocchia, la nostra poca roba sparsa davanti a noi. Potresti venire con me, gli fo senza spostarmi di un solo millimetro. Lui non si prende neppure la briga di rispondermi, si muove un po’ sopra le sue chiappe, poi tira fuori qualcosa da un sacchetto, un paio di sigarette nuove che spandono subito il loro aroma di tabacco fresco. Me ne ficco in bocca una quando me la porge, mentre lui si prende l’altra, ed infine ce l’accendiamo con una calma estrema, come se quella fosse la cosa più bella tra tutte le possibilità.
Mi piacerebbe andarmene più a sud, gli dico, a sentire un po’ di caldo, magari non in una città grande, è sufficiente un posto di provincia, dove magari lo trovi per davvero qualcuno che ha voglia di aiutarti. Lui continua a fumare, senza dire niente, come se tutte le mie riflessioni non meritassero neppure una risposta. Continua a scrutare qualcosa dentro al buio, come se da quello scuro potessero uscire gli argomenti giusti che gli servono, però sta fermo, ed io penso che tra poco si sdraierà nelle sue coperte e basta. Vengo con te, dice invece all’improvviso: non me la sento di lasciarti andare da solo in posti che non hai mai visto.

Bruno Magnolfi