mercoledì 30 settembre 2020

Meglio che niente.

 

       

 

            Salgo nel pomeriggio sul treno semivuoto, e mi sistemo come d’abitudine sul primo sedile libero che trovo. Mi piace sentirmi un po’ da solo quando torno verso casa. La mattina c’è sempre molta più gente dentro queste carrozze, e spesso devo rimanere in piedi per tutti i quaranta minuti del viaggio. Ma adesso è diverso, posso rilassarmi per un momento dopo la giornata di lavoro, e pensare tranquillamente alle mie cose. Invece arriva un tizio dopo un attimo, e si siede di fronte a me. Non dice niente, io non lo conosco, ma lui mi guarda come cercasse di ricordare dove mi ha già visto. Socchiudo gli occhi appoggiando la testa alla mia mano, e lascio che la periferia della città scorra come sempre fuori dal vetro del finestrino, senza interessarmene. Ma il tizio d’improvviso dice: “ecco; mi sembrava, lei è esattamente la persona che ho incontrato stamani”. Lo guardo meglio, ma non è una fisionomia che riesca a suggerirmi qualcosa. Scuoto leggermente la testa per fargli capire che non sono colui che crede, e che in ogni caso non ho voglia neppure di ascoltarlo.

            Quello si calma per un momento, dandomi l’illusione che intenda smetterla, ma poi riattacca con la solfa di avermi incontrato in un ufficio e che forse potrei aiutarlo. Gli dico ancora che non sono io la persona che cerca, e che comunque fuori dall’orario di lavoro non faccio niente per nessuno. “Mi deve aiutare”, dice quello; “io lo so che lei lavora al patrimonio edilizio degli uffici comunali, e per lei sarebbe soltanto una sciocchezza, una minuzia, appena un piccolo aiuto da dare ad una pratica che giace  su qualche scrivania da tempo immemorabile. Lo guardo meglio: effettivamente lavoro nell’ufficio che lui ha citato, ma personalmente non svolgo un’attività aperta al pubblico, mando avanti tutto il mio mestiere nelle stanze dell’archivio, per cui non può proprio avermi visto da nessuna parte, a meno che qualche collega non gli abbia indicato, a questo tizio che mi sta adesso di fronte, proprio la mia figura come quella in grado di aiutare chicchessia. Ribadisco che la mia etica lavorativa non mi permette di fare distinzioni tra le persone, per cui, anche se è vero che lavoro negli uffici che lui ha citato, ciò non significa che io possa né che sia in grado di aiutarlo.    

            Quello si placa per qualche attimo, sembra quasi convinto, poi però mi chiede a quale stazione io debba scendere. Non mi sento assolutamente nelle condizioni di spiegare ad un tipo del genere tutti i fatti miei, ma nella speranza che almeno poi mi lasci perdere, gli dico tra i denti in quale fermata abbandonerò questo maledetto treno di pendolari, ma lui a quel punto dice che allora scenderà con me, che mi accompagnerà per tutto il tragitto fino a casa mia, ed in quel tratto di strada proseguirà a spiegarmi dettagliatamente tutta la situazione che io assolutamente devo conoscere. "Non ho il minimo interesse per la sua situazione", gli fo secco; "e poi quando torno a casa voglio starmene da solo". Silenzio. Adesso sembra offeso questo tizio. Tira fuori delle carte da una tasca ed inizia a guardarle senza degnarmi più neppure di un’occhiata. Ci fermiamo ad una nuova stazione e lui niente, lo sguardo perennemente incollato alle sue cose e la consegna del silenzio che prosegue a rispettare. Infine mi alzo dal sedile, “devo scendere”, gli dico; e lui ritrae le gambe per lasciarmi passare più agevolmente. “Mi dispiace per il suo problema”, gli fo. “Se vuole posso segnalarlo ad un mio collega che smista le pratiche”. Lui mi guarda, riflette per un attimo, sembra quasi confabulare qualcosa tra di sé, ed alla fine dice soltanto: “no, la ringrazio; in fondo non importa, scusi anzi se l’ho importunato. Le cose in qualche modo si risolveranno; la mia pratica prima o dopo verrà ripresa in mano da qualcuno, ed allora sarà tutto più chiaro. In ogni caso”, dice dandomi un foglietto ripiegato, “questi sono gli estremi della pratica in questione, e dietro c’è il mio nome ed anche il numero di telefono a cui rispondo. Senza impegno, ma ciò che riuscirà a fare per me, sarà comunque sempre meglio del niente che ho ricevuto fino ad oggi.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 24 settembre 2020

Prezioso collezionismo.

 

           

            Sto impazzendo, non c’è dubbio. Mi guardo per un momento in uno degli specchi di casa, e sembra che in questo momento neppure riesca a riconoscere il mio volto. Poi di nuovo vado a frugare in quei soliti cassetti del mio tavolo, dove fino ad oggi ho tenuto gelosamente custodite quasi tutte le mie care pagine, ma non ci trovo più assolutamente niente di quello che sono riuscito ad accumulare in tutti questi anni. Inizio a ridere sguaiatamente: non è possibile quello che stia accadendo penso; poi butto all’aria tutte le mie collezioni di minutaglie minori raccolte in scatoloni: sassolini, conchiglie, mozziconi di lapis, bottigliette di medicinali scaduti, ed adesso non ci trovo quasi più niente di interessante, almeno non come una volta. Torno a riaprire i cassetti, dove ci dovrebbero stare tutte le preziose lettere che ho ricevuto in tanti anni, le pagine di libro strappate nelle biblioteche, gli appunti di diario vergati da me nelle giornate particolari, ed anche certi ritagli di giornale, alcune notizie che credo utile rammentare in qualsiasi momento, gli scontrini dei negozi dove ho acquistato certe cose, le liste dei prodotti da comprare; tutto adesso sembra sparito, peraltro insieme ad altri fogli sparsi di minore importanza. Mi muovo per casa, cerco di riflettere velocemente, ma sembrano perdersi i miei pensieri nel momento in cui transitano nella mia testa.

            Incontro un altro specchio della sfilza che sta appesa lungo il corridoio della mia casa, e attorno a un occhio, osservandolo con una certa attenzione, mi osservo con fastidio un tremore della palpebra che denota ovviamente un grande nervosismo. Su di un tavolo lì accanto ci sono anche dei pezzi singoli di piccoli oggetti perlopiù inutili, ma che rappresentano altrettanti inizi o progetti di nuove collezioni, che naturalmente possono essere portate avanti in qualsiasi momento ne abbia la voglia. Poi però torno ai cassetti. Sento che la pazzia mi sta salendo, ho la fronte sudata, le mani che non riescono più neppure a rimanere ferme per il bisogno di scuotere, di afferrare, di cercare qualcosa che ho il terrore non troverò mai più. Riapro lentamente tutta la cassettiera della scrivania, spalanco le ante delle librerie coi vetri: è tutto vuoto, tutte le cartelline che contenevano ogni elemento della mia stessa esistenza, non ci sono più. Può essere stato riposto tutto quanto da qualche altra parte penso, ma adesso non saprei neppure dove guardare, così torno a consolarmi riprendendo in mano una serie di tappi di bottiglia, anche se con scarsi risultati.

            Considerando che nello studio posso entrare solamente io però, sicuramente posso aver spostato tutto quanto soltanto mentre ero preda di un attacco di pazzia del tutto incontrollabile penso, e tutti i materiali cartacei accumulati, nel momento in cui la razionalità mi era venuta meno, li posso aver sistemati chissà dove, magari in un armadio di vestiti, oppure in un baule. Mi siedo, devo riflettere, piuttosto che lasciarmi prendere da questa agitazione penso. Non capisco quale possa essere stato il motivo scatenante che mi ha portato a mettere mano proprio alle collezioni dei materiali cartacei, lasciando invece intatte tutte le altre. Infine apro il ripostiglio delle scope: in una confusione assurda di fogli accatastati alla rinfusa, le mie carte sono tutte lì, almeno mi sembra, come se le avessi prese sopra le braccia in un lungo impeto di follia, e le avessi scaraventate a terra in quel piccolo stanzino, senza curami d’altro. Raccolgo adesso le prime cose che mi capitano in mano: dovrò riordinare tutto quanto penso, rifarmi da una parte e ritrovare la giusta collocazione di ogni foglio, di ogni appunto, di ogni ritaglio. Posso farlo penso, posso risistemare tutto quanto con calma nei cassetti e nelle librerie, e ridisegnare un percorso cartaceo che indichi ogni mio passaggio, salvando dall’oblio le mie giornate che in caso contrario diverrebbero una nullità. Posso farlo, devo farlo penso; perché sono queste mie collezioni la mia stessa esistenza, e nient’altro.

            Bruno Magnolfi

giovedì 10 settembre 2020

Non ho potuto che sbagliare.

 

 

 

            Quella volta credo mi fossi limitato sorridendo a fare appena un cenno affermativo con la testa, lo ricordo piuttosto bene anche se questo è accaduto oramai molti anni fa, ed era successo a margine di un famoso processo penale, proprio quando qualcuno in mezzo a tutti quei giornalisti che in quell’epoca pareva talvolta facessero quasi a gara ad intervistarmi, mi aveva chiesto d’improvviso, considerato che quello era come dire il tema del momento, se fossi stato davvero favorevole ad una limitazione ulteriore delle libertà carcerarie, cosa che in quel momento sembrava quasi un pensiero dilagante. Certo, pensavo all’epoca, ci vuole per tutti la certezza della pena, non un sistema di favoritismi o di blande regole per uscire rapidamente di galera e non tornarci più. Ma l’argomento non era semplice, ed in seguito ha continuato per molto tempo a tormentarmi, anche quando, dopo raggiunto il termine del mio mandato, ho dovuto passare ad altri colleghi il ruolo di responsabile della Commissione Giustizia.

            Adesso qualcuno ha voluto tirar fuori di nuovo quella storia, naturalmente solo per attaccare la mia parte politica, ed ha spiegato in questi giorni con parole semplici ma sicuramente molto efficaci, che la mia figura ed il mio comportamento, come espressione dello Stato di diritto, sono sempre risultati inquinati da un bisogno personale del tutto ingiustificabile e immotivato di giustizialismo. Si è mostrato inutile all’epoca aver chiarito meglio ed in varie occasioni il mio pensiero: la carta stampata spesso prende per vero e definitivo un semplice gesto poco meditato, piuttosto che un argomentare più esauriente e maggiormente chiaro, ma tant’è, devo accettare quello che si dice, visto che riprendere in mano l’argomento significherebbe soltanto dargli nuova forza, e quindi mostrare tutto quanto in modo decisamente ancora più concreto.

            In seguito mi sono disinteressato poco per volta della politica attiva, pur restando naturalmente con le mie opinioni che sempre mi hanno accompagnato, e tra tutti chi mi conosce meglio sa per certo, adesso come allora, che cosa io pensi veramente, lasciando da parte ogni speculazione giornalistica. Mi sono morso le mani tante volte, ripensando a quel mio gesto futile e così dannoso per la mia correttezza di uomo dello Stato, anche se credo che nella vita di ciascuno, scavandovi anche solo leggermente, sia quasi inevitabile trovarci tante piccole vicende di cui spesso ripensandole ci si trova a vergognarsi, o che in qualche maniera mostrano qualcosa che non va esattamente nella scia di ciò che realmente si desidera, tanto che a lungo andare quelle esternazioni appaiono addirittura come delle macchie nella nostra coscienza, e se per un colpo di fortuna nessuno tra chi ci conosce le ricorda, a noi fanno comunque ancora male, nonostante tutto.

            Per questo praticamente trovo assurdo adesso ritrovarmi la canna di una pistola spianata davanti agli occhi, proprio come mi sta accadendo. E non riesco neanche a prendere sul serio la logica con cui vengo affrontato, per cui ci sarebbero persone incarcerate che hanno trascorso chissà quanto tempo in più dietro le sbarre di quanto avrebbero dovuto, grazie alle mie semplici opinioni, o meglio, alle mie osservazioni distratte davanti a un giornalista. Sorrido, mi pare che niente di quanto stia accadendo sia realmente da prendere sul serio, e poi in questo momento non potrei proprio fare nulla per rimangiarmi le parole o i gesti con cui mi sono espresso nel passato. Chi mi parla però ha studiato a lungo i miei comportamenti, sapeva di trovarmi da solo oggi in casa mia, ed ha approfittato di questo momento per mettere a punto una giustizia personale che ha maturato nell’arco di chissà quanti anni dentro la sua mente. “Va bene”, dico allora; “Non ho niente da riferire a mia discolpa; se non che adesso ormai sono soltanto un vecchio, lontano dalle istituzioni, e non sono più neppure in grado di fare grossi sbagli”.

 

            Bruno Magnolfi