domenica 13 ottobre 2024

Sarà finita.


            Fra qualche tempo avrò vent’anni, la testa sempre costantemente altrove, impegnata, dietro ad un’espressione della mia faccia sempre seria ed accigliata, a rincorrere pensieri spesso inconcludenti e irrealizzabili, e mio padre, via come sempre per tutta la settimana dietro al suo lavoro, mi chiede prima di partire per uno dei suoi lunghi giri all’estero a consegnare chissà cosa con quell’autotreno, di fare una visita in ospedale alla mia mamma, ormai ricoverata da diverso tempo. Mi sono tenuto in tutto questo periodo piuttosto alla larga da lei, come anche da mio padre, accampando impegni fasulli e altre cose di quel genere, ma adesso mio padre è stato così diretto nella sua richiesta che non sono stato capace di rispondere niente, se non di annuire e basta. Stamattina poi sono libero da tutto, quindi ho indossato i miei soliti vestiti, ed ho preso un mezzo pubblico che va a fermarsi al capolinea proprio davanti all’ingresso principale del Policlinico. So vagamente dove stia ricoverata la mia mamma, ci sono già venuto almeno una volta qua dentro al seguito di mio padre, e più o meno ricordo il reparto in cui lei dovrebbe trovarsi, anche se una volta entrato mi appare improvvisamente tutto identico, impersonale, senza alcun dettaglio di riferimento, ed alla fine devo tornare fino alla portineria per chiedere quale sia il corridoio giusto ed anche il numero di stanza.

            Entro, finalmente, e mi fermo quasi sulla porta: la mamma è là, immobile nel suo letto bianco. Resto in un angolo della stanza silenziosa dove si trovano altri tre degenti coricati, e nessuno di loro si interessa della mia presenza, tanto più che non è in vista neppure l’ombra di un medico o di un infermiere, lasciando così spaziare il mio sguardo in giro su ciò che più desidero. Dal pallore della carnagione di mia madre, immagino subito che lei sia la più grave in salute di tutta quella camera. Non mi avvicino, lei è priva di conoscenza: inutile che cerchi di darle qualche disturbo per farmi in qualche modo riconoscere. Le macchine che monitorano i parametri vitali accanto a lei ronzano regolarmente, e la flebo a cui è collegata rilascia, con una propria cadenza, qualche goccia di prodotto dentro al suo sistema vascolare. Vorrei pensare a lei, alla mia mamma, concentrandomi sul lontano periodo di quando ero piccolo, in quei momenti in cui lei cercava di instradarmi nel comportarmi in modo adeguato con i miei compagni della scuola materna e delle elementari, ma non trovo dentro di me adesso nessuna immagine particolare che mi faccia sentire solidale con i suoi tormenti, con la sua battaglia contro quel tumore che la sta divorando dall’interno. Non mi interessa quanto tempo dovrò trascorrere qui, rifletto senza alcuna razionalità: attenderò che mia mamma torni a svegliarsi, che riacquisti tutta la propria coscienza, che mi riconosca, che dica con voce flebile che le fa piacere che io sia qui, davanti a lei, e che io sia ancora suo figlio, quello che lei ha cercato di allevare al meglio che le era stato possibile, forse anche sbagliando in alcuni suoi comportamenti, però cercando sempre di incoraggiare le mie deboli possibilità.  

            Lei non si muove, accetta remissiva la situazione a cui è sottoposta, ed anche quando le macchine iniziano a segnalare che qualcosa non sta più andando come dovrebbe, la mamma resta immobile, senza combattere alcuna battaglia per la crisi che sta iniziando dentro sé. Non passa molto tempo, giungono gli infermieri, qualche medico, mi fanno uscire immediatamente, vedo dallo spiraglio della porta che stendono alcuni paraventi intorno al suo letto, in modo da effettuare tutte quelle manovre per ristabilire rapidamente i valori che sembrano sballare. È una corsa con il tempo, tutti sembrano nervosi, seri, preoccupati, ed io pur comprendendo perfettamente che cosa stia accadendo, non riesco a rassegnarmi a questo finale che mi si prospetta. Le cose vanno per le lunghe, passa un’ora, non accade niente di speciale, nessuno si prende la briga di informarmi mentre attendo quell’esito inevitabile che mi pare ormai impellente, anche se ogni tanto, nel corridoio dove mi trovo, chiudo gli occhi come per dare a me stesso la spiegazione che è tutto solo un difficile momento, che tutto passerà, che tutto tornerà ad essere com’era, che non ci sarà davvero un prima e un dopo, che non mi sentirò solo tra non molto, senza questo cardine della mia esistenza; e poi penso pure che non devo essere egoista, che non devo pensare a me, oppure a quello che deriverà da tutto questo, e che è lei che sta combattendo questa battaglia, e che io devo soltanto essere adesso insieme alla mia mamma, darle forza, anche se neppure sa che sono qui, vicino a lei, che resto qui imperterrito ad assistere a tutto ciò che sta accadendo davanti a me.

            Poi esce il medico di turno dalla stanza, dice che è dispiaciuto, che è accaduto tutto quanto in fretta, che probabilmente il suo corpo era minato anche più di quello che era stato immaginato. Annuisco, resto attonito nel corridoio mentre tutti sistemano le cose; dovrò telefonare a mio padre, tra pochissimo, dirgli qualcosa di esauriente, che sono stato qui per tutto il tempo, e poi sarà finita.

 

            Bruno Magnolfi  

mercoledì 9 ottobre 2024

Storia d'amore.


            Sono sempre state dentro di me, le ombre, adesso ne sono più che sicuro, ed hanno percorso autonomamente tutto questo tempo, da quando ero un bambino introverso che frequentava la scuola elementare di via delle Matite, fino ad adesso che ho superato ormai da un pezzo la mezza età, e faccio i conti con quello che sono diventato, senza quasi chiedermi più niente. Mi hanno sempre accompagnato, senza che io ne avessi neppure troppa consapevolezza, come se fossero una parte di me, ma anche restando allo stesso tempo delle figure a me completamente estranee, proprio come avviene spesso con i ritagli casuali della memoria di chiunque. Forse, certe volte, le ho addirittura evocate, mi sono lasciato cullare dalla loro presenza, oppure le ho scacciate come entità a me proprio sgradite, ma in ogni caso non posso certo dire che non mi siano state sempre accanto, come un bagaglio personale e intimo a cui è impossibile rinunciare. Forse è stata Marta all’improvviso a dare un senso ai miei ricordi. E con lei le ombre hanno ripreso a muoversi continuamente, proponendo nuovi punti di vista, nuove consapevolezze, e forse anche qualche smentita clamorosa delle mie vaghe convinzioni. In questo momento è a lei che sento di dovermi riferire, magari per trovare il bandolo di questa matassa che non sembra facilmente districabile.

            So dove abita, lo ricordo bene, perciò in questa strana giornata, dopo aver dormito come sempre per l’intera mattina fino a tardi, dopo una notte di lavoro come portiere d’albergo, indosso rapidamente i miei vestiti di sempre, e poi esco a piedi, determinato ad andare fino a casa sua. Salgo le scale, busso alla porta, e lei mi apre, quasi non stesse aspettando nessun altro che me. Non dice niente, Marta, mi lascia entrare, mi offre due dita di vino rosso in un calice di vetro, e mi invita con un gesto a sedermi, forse affinché io possa esprimere con semplicità le mie convinzioni. Ma restiamo in silenzio, senza provare nessuno dei due la necessità di parlare. Stiamo così, per qualche minuto, fino a quando non mi rendo conto che la mia visita è insensata, non porta proprio a niente, perché sto soltanto perdendo del tempo, e Marta insieme a me. Così appoggio il bicchiere, mi alzo e vado verso la porta, disposto quasi ad andarmene senza neppure salutare, ma lei mi accompagna, come per una forma di ordinaria cortesia, e quando mi apre l’uscio dice soltanto: <<È inutile, le nostre solitudini non possono trovare un punto d’incontro. Siamo destinati a sfiorarsi, e dopo basta>>. Annuisco, come sempre, poi prendo le scale mentre lei chiude la porta alle mie spalle.

             Ma mentre scendo lentamente provo distintamente una maggiore leggerezza di quando sono salito, come se il solo tentativo già mi avesse messo a posto la coscienza, e non servisse nulla d’altro. Prendo lungo il marciapiede, mi fermo per fare degli acquisti di cose da mangiare, e infine giungo a casa mia con una busta piena di generi alimentari, quasi soddisfatto di quanto mi è accaduto. Abbiamo messo a punto una certezza, io e Marta, e questo è ciò che ha più importanza di ogni altra sensazione. Dobbiamo accontentarci, perché è questo che ci è toccato in dote, ed andare avanti in questo modo, senza tentare mai di sopraffare il nostro destino. Assaporo qualcosa, perdo il pomeriggio rimescolando i miei oggetti per mettere un po’ d’ordine, e poi mi cambio, indosso la divisa di portiere di notte, torno ad uscire per fermarmi nel piccolo locale già nei pressi dell’albergo, dove mi lascio servire un semplice caffè. Il cameriere mi guarda, forse si aspetta che io confessi qualche sciocchezza, come spesso capita, invece resto in silenzio, e lui da professionista navigato non insiste, capisce al volo che non è certo la serata giusta. Entro in albergo mentre al turno del ricevimento c’è ancora Clara, che mi guarda, mi dice qualcosa di alcuni clienti, mi indica i nomi dei nuovi arrivi, e poi di chi domani mattina molto presto dovrà andarsene, con i differenti orari della sveglia per tutti loro, ma infine rimango solo per qualche momento, e mi sembra di sentirmi bene, di essere a mio agio.

            Scorre come sempre tutta la serata, con dei clienti che vanno avanti e indietro, fino a quando l’albergo si inoltra nella notte, e ad un certo punto vedo Marta, di là dalla grande porta a vetri. Mi avvicino senza aprire, la osservo in silenzio e lei si lascia guardare mettendosi di fianco, girando su sé stessa, dandomi anche le spalle per un attimo. Poi ci avviciniamo ancora al vetro, ed appoggiando le nostre labbra sulla superficie trasparente ci lasciamo andare ad un lungo bacio, appassionato, irresistibile. Quindi Marta attende ancora un po’ là fuori, nel silenzio della notte, ed io proseguo a restare accanto alla vetrata. Quindi se ne va, ed io sono convinto adesso che questa sia stata la più bella storia d’amore che abbia mai vissuto.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 7 ottobre 2024

Per le altrui difficoltà.


            Ho notato che ci ha girato un po’ intorno, quando mi ha visto da solo lungo il corridoio delle elementari di via delle Matite, così mi ha chiesto come mi andavano ultimamente le cose con gli altri compagni, se con la maestra avevo trovato la maniera per andare più d’accordo, ed anche altre faccende del genere; ma infine è arrivato al punto che forse aveva in mente fin dall’inizio, il custode della scuola, lo stesso che con la sua spolverina azzurra certe volte si ferma a parlarmi, probabilmente per un moto di pena verso di me, o magari soltanto perché desidera alleviare la mia evidente solitudine. <<Non dovresti più portare le figurine dei calciatori con te, quando vieni a scuola>>, mi ha detto alla fine guardandomi diritto, mentre teneva la sua immancabile scopa tra le mani. <<Sarebbe molto meglio che le lasciassi a casa tua, in qualche cassetto, anche se sono solamente dei doppioni senza grande importanza>>. Ho pensato che sicuramente sapesse qualcosa in più di quel che potevo sapere io, e forse aveva anche sentito parlare qualche studente delle proprie intenzioni di sottrarmele, magari mentre c’era un compagno-complice a cercare di distrarre la mia attenzione. Ho annuito, come sempre quando Aldo trovandomi da solo mi propone dei consigli lungo i corridoi o davanti ai bagni per gli alunni. Certo, ha delle ragioni da vendere nel dirmi queste cose, anche se io ho già affrontato questo argomento con me stesso, ed ho deciso una volta per tutte che le figurine dei calciatori sono per me l’unico vantaggio che riesco ad avere nei confronti degli altri, la sola condizione per un eventuale beneficio, ed anche se a mostrarla con noncuranza mi lascia spesso piovere addosso le invidie di molti, alla fine è l’unica maniera che possiedo per farmi avvicinare da qualcuno.

            Quindi sono rientrato nella mia classe, mi sono seduto al banco senza fare troppo rumore, ed ho subito cercato di scomparire come sempre dalla visuale dei miei compagni. L’insegnante ha fatto una pausa, mi ha osservato per un attimo, poi ha detto forte il mio nome, quasi come fosse un’offesa. Ho sollevato lo sguardo, sono rimasto in attesa del seguito, assumendo l’espressione di chi si attende dei rimproveri, un brutto voto, una sgridata sonora, o anche di peggio. <<Qualcuno, mentre ero voltata verso la lavagna, credo abbia spostato qualcosa nel tuo banco>>, mi ha detto con determinazione, anche se io ho compreso immediatamente che questa frase non era rivolta direttamente a me, ma a quel qualcuno che aveva cercato di rovistare tra le mie figurine sistemate in buon ordine dentro la mia cartella. <<Non importa>>, ho detto allora a voce bassa; <<nel mio banco ci sono soltanto dei doppioni di alcune vecchie figurine per una raccolta neppure aggiornata, che oramai non servono proprio a nessuno>>. È seguito un silenzio di tomba, quasi avessi dato individualmente del cretino ad ognuno tra tutti coloro che avevano anche solo desiderato mettere le mani sulla mia collezione. Nessuno, ovviamente, si è voluto scoprire, e la maestra ha detto che il gesto compiuto dietro le sue spalle era in ogni caso deprecabile, e che ci sarebbero forzatamente state delle conseguenze.

            Nella pausa della ricreazione, in due o tre sono venuti davanti al mio banco per spiegarmi che quello accaduto era stato solo un banale scherzo, e che le mie figurine sarebbero ricomparse al proprio posto nello stesso momento in cui io fossi uscito per qualche minuto dalla classe per andarmene nel bagno. Ho sorriso, ed ho pensato che sarei stato comunque incolpato dai ragazzi di qualsiasi cosa, se solo la nostra insegnante avesse dato seguito alle minacce avanzate da dietro la sua cattedra, così sono uscito dall’aula, ho atteso il momento in cui la maestra è rientrata per riprendere il suo solito posto, ed avvicinandomi a lei le ho detto che non era successo niente, che le mie cose erano ancora al proprio posto, che non mi mancava proprio nulla, e che se avesse dato seguito alle sue intenzioni probabilmente qualcuno se la sarebbe presa solo con me. Lei mi ha guardato, mi ha detto con calma di sedermi al mio banco, poi ha fatto una tirata d’orecchi a tutti quanti, spiegando che ogni studente ha il diritto di comportarsi a scuola come meglio desidera, sempre che tutto questo non vada a ledere la libertà di qualcun altro. Ho annuito, ed ho pensato subito che Aldo avesse avuto piena ragione, ma ho riguardato, in un momento di pausa, le mie figurine, ed alla fine ho deciso di regalarle una per una ai miei compagni: così, prima di avviarci tutti verso l’uscita, ho distribuito i miei doppioni a coloro che desideravano averli, ed un paio di questi hanno addirittura detto: <<grazie>>, pur sottovoce.

            In fondo questo gesto non mi è costato un bel niente, ho pensato, e in questa maniera mi sono tolto da qualsiasi preoccupazione. E poi, magari, c’è qualcuno tra questi miei compagni di classe che  probabilmente non ha proprio i mezzi materiali per andare in cartoleria a comprare delle nuove bustine dei calciatori, perciò sono contento di fargli avere qualcosa, e a me in fondo fa veramente piacere rendermi solidale nei confronti delle sue poco evidenti difficoltà economiche.

 

            Bruno Magnolfi     

venerdì 4 ottobre 2024

Presenza inestinguibile.


            Ricordo precisamente, nel periodo in cui fui arrestato e gettato in galera dopo un breve processo per direttissima, che mi imposi, per tutto il periodo di tempo in cui rimasi rinchiuso, di non parlare mai con nessuno degli altri carcerati, e tutti loro, devo dire, rispettarono quasi sempre il mio silenzio. Trascorse così più di un anno, ed il mio comportamento fu giudicato dai secondini come una “buona condotta”, tanto che per questo motivo il giudice decise che potevo anche essere messo agli arresti domiciliari per il resto della pena. Mio padre in tutto quel tempo era venuto a parlarmi una sola volta, all’improvviso, forse soltanto per vedere se stavo ancora bene in salute, o per togliersi di dosso il peso di un comportamento da cattivo genitore che non desiderava sopportare, e così, per la mia scarcerazione, gli venne chiesto dalle autorità di accogliermi in casa sua, visto che a quel punto io non avrei saputo dove altro andare. Lui non si oppose, anche perché, da quando era morta la mamma, sapevo che trascorreva pochissimo tempo nella propria abitazione, restando in giro all’estero per delle intere settimane con il suo autotreno, ma quando giunsi nell’appartamento mi intimò con voce decisa di non fargli avere nuovi guai. Trascorsero diversi mesi durante i quali lo vidi soltanto due o tre volte, ed alla fine, quando terminai di scontare la mia pena, la prima cosa che feci fu di trovarmi un qualsiasi lavoro da manovale, ed affittare due stanze dove andare ad abitare per conto proprio.

            Mi sentivo depresso, in quel periodo, immaginavo che per me si fossero ormai chiuse tutte le possibilità, ma in seguito ebbi la fortuna di parlare in un locale con un tizio che lavorava come facchino in un albergo, che tra le altre cose accennò anche al fatto che i suoi titolari stavano cercando a breve un portiere di notte. Avevo imparato qualche parola di tedesco e anche di inglese, tramite mio padre che fin da quando ero piccolo aveva sempre sostenuto quanto fossero importanti le lingue a suo parere, e così al colloquio che seguì non ebbi troppi problemi nel mostrare le mie pur traballanti capacità. La mia fedina penale era macchiata, questo è vero, ma loro, forse anche perché non riuscivano a trovare nessuno disposto a svolgere un mestiere in orario notturno, non avanzarono alcun problema, sapendo perfettamente comunque quanto fossi tenuto d’occhio dalle autorità.

            Inizialmente mi parve di avere avuto bel un colpo di fortuna, ma dopo un certo tempo, una volta acquisite le giuste competenze ed anche il ritmo che serve per svolgere adeguatamente questo mestiere, cominciai a sentire un distacco ancora più forte nei confronti della gente che incontravo a volte lungo le scale del mio condominio, oppure nei negozi vicino casa dove acquistavo ciò che mi serviva. Una separazione definitiva da tutti, ecco quanto emerse in poco tempo, ma in ogni caso nello scorrere dei mesi cominciai presto ad abituarmi, lasciando che le mie giornate fossero definite da quanto mi era stato riservato in sorte. Oggi mi sento ancora così, ma non faccio ormai più caso a niente, lasciando scivolare via le ore della notte mentre elaboro alcuni dei miei pensieri, e lasciandomi andare ad una serie di abitudini, durante tutto il resto della giornata, date dagli orari strampalati, dormendo ogni mattina per intero e dedicandomi a qualche passeggiata al pomeriggio. Non so cosa mi manchi, forse ho imparato con il tempo a non chiedermelo neppure più, in ogni caso credo che anche questa sia una forma di sopravvivenza come tante, e non tendo quasi mai a lamentarmene, neppure col cameriere del caffè dove spesso mi fermo la sera, prima di prendere servizio.

            Marta in tutto questo è soltanto una meteora che giunge quando vuole senza alcun preavviso, ed anche la sua breve presenza sul mio luogo di lavoro tendo a farla diventare immediatamente un’abitudine come tante altre. Non voglio assolutamente contare su di lei per riempire qualcosa del vuoto che ho provato e provo da sempre, e per questo motivo lascio che anche lei scorra come tutto il resto, senza attendermi mai qualcosa di diverso. Forse questo è un errore, mi dico a volte: potrei cercare la forma per incontrarla in altri momenti, in condizioni differenti, quando tutt’e due magari ci sentiamo meno ingessati nei nostri strani ruoli che affiorano evidenti durante le notti. Poi sorrido tra me: non ci potrà mai essere qualcosa di diverso tra noi due: troppo abituati come siamo, ognuno separatamente, alla propria solitudine. Di sicuro siamo delle strane personalità, figure poco ordinarie abituate a soffrire di qualcosa senza neppure sapere bene che cosa possa essere, ma appare quasi impossibile cercare di variare anche soltanto qualcosa nei nostri comportamenti già così assodati. La guardo, a volte, e mi pare addirittura che possa essere lei la persona che avrei sempre desiderato avere accanto; ma poi attendo come sempre che vada via, per la sua strada, e che lasci in aria vicino a me qualcosa che sembra del tutto inestinguibile.

 

            Bruno Magnolfi   

mercoledì 2 ottobre 2024

Ombra tra tante.


            Le ombre vivono ormai di vita propria. Si lasciano proiettare dalla luce debole e fioca della lampada di una stanza o di un corridoio, strisciando lungo le pareti o sui pavimenti; ma non disdegnano neppure di farsi vedere anche all’aperto, su un marciapiede stretto oppure lungo un muro di vecchie pietre irregolari, usufruendo per esistere della luce quasi orizzontale al termine di una giornata, apparendo talvolta ancora nette, dettagliate, dai contorni definiti. Sono sagome di personaggi ben riconoscibili, individui forse rimasti incastrati senza volerlo dentro una realtà oscura e parallela, che appaiono irregolarmente, di rado, ed ogni tanto dando prova di sé, di ciò che sono stati, della loro trascorsa concretezza, per scomparire magari poco dopo al primo angolo di una parete, oppure all’abbassarsi d’intensità anche dell’ultimo barbaglio di chiarore ormai appena sufficiente per l’illuminazione. Mi fermo ad osservarli sempre con grande attenzione, quasi nell’intento di scoprire qualcosa di nuovo da quel loro passaggio, anche se avverto con certezza che ogni ulteriore meditazione su tutto ciò che è stato potrà soltanto portare qualsiasi verità maggiormente fuori strada da ciò che era. La mia solitudine pare aggravarsi in certi momenti, ed oramai attendo spesso con ansia la visita a tarda ora di questa donna che si spinge fino all’albergo, dove lavoro come portiere di notte, giusto per prendersi un caffè in mia compagnia, e trascorrere qualche minuto insieme a me. Non so neppure più se lei sia veramente Marta, la versione attempata della mia amica ragazzina di quando ero piccolo, o se è soltanto l’interpretazione aggiornata di una donna a cui la vita ha regalato soltanto ansie e sofferenza, e in ogni caso mi piace ritrovarla ogni volta esattamente così com’è, con quei silenzi che avanza, intrisi di esperienza e di coraggio.  

            Ritengo di non essere riuscito, in tutti questi anni di sbagli e di tentativi falliti, a combinare niente di particolarmente edificante, e mi cruccio certe volte nel pensare che poco per volta si stanno chiudendo per me tutte le possibilità di provare un minimo di soddisfazione dal mio stato di cose. Però mi accetto, anche così come sono, e forse persino Marta in questo mi sostiene. <<Sono tornata>>, mi dice lei certe volte quando si fa vedere, lasciando a queste parole tutte le implicazioni che posso riuscire a immaginare. <<Anche questa giornata si avvia a chiudersi come molte altre, con un niente di fatto>>, mi spiega; ed io annuisco, perché so bene cosa significa essere coscienti di tutto questo senso di incapacità. Non si trattiene molto, generalmente solo il tempo sufficiente per lasciare un’impronta di sé nel mio starmene da solo, ed andandosene all’improvviso dice soltanto: <<ti lascio di nuovo nelle mani delle tue ombre>>, e a me sembra comunque di averla ancora vicina, anche quando ormai se n’è andata chissà dove. Le ombre forse sorridono in questi casi, elaborando probabilmente qualche commento sprezzante sui mei modi di fare, eppoi riprendono poco per volta i propri colori naturali, ed alla fine mi pongono degli interrogativi, spesso formulando proprio quelle domande a cui cerco per tutta la giornata di sfuggire.

            Riconosco i ragazzi della scuola, il pesce che catturai al laghetto, mia madre china sul cucito, forse anche mio padre, e poi il custode della scuola, e l’insegnante che mostrava qualche volta di volermi bene, nel tentativo di aiutarmi a diventare più socievole, in grado di stare insieme a quei compagni che sembravano da me sempre lontani mille miglia. Certo, potrei essere stato diverso in quei periodi, e tutto avrebbe assunto probabilmente un altro spessore, un’altra importanza, e con un piccolo sforzo avrei potuto sconfiggere la solitudine che in seguito mi ha sempre attanagliato. E forse anche con Marta avrei potuto stare più vicino a lei, darle degli appuntamenti, uscire in due nei pomeriggi vuoti, almeno fino a quando tutto questo si fosse dimostrato ciò che davvero volevamo l’uno dall’altra. Invece mi scorrono davanti agli occhi solo le fisionomie di ciò che avremmo potuto essere, e forse questo è un ulteriore rammarico che si mescola a tutta l’amarezza che ancora provo.

            Mi piazzo poi dietro al bancone del ricevimento a scorrere i nomi degli ospiti di questa notte nel nostro albergo, e d’improvviso sento bussare leggermente alla porta vetrata dell’ingresso. È Marta, è tornata indietro per dirmi qualche cosa, penso, per farmi presente magari che non tornerà mai più a trovarmi da ora in avanti, o forse per spiegare qualcosa che probabilmente mi è sfuggito, non saprei. L’osservo per un lungo momento, quindi mi sposto dal bancone, aziono l’apertura automatica della porta, ed intanto esco dalla mia postazione, attraverso il vasto ingresso, vado verso di lei, l’accolgo ancora, come sempre, come non mi stancherò sicuramente mai di fare, e mi avvicino a Marta con lentezza ma risolutamente, fino a giungerle davanti, con lo sguardo pronto a comprendere cosa può essere stato a farla tornare verso me, ma lei si avvicina solo quanto basta, e poi congiunge le sue labbra sulle mie, lasciandomi stupito, proprio nel momento in cui mi accorgo che anche lei sicuramente è soltanto un’ombra tra le tante.

 

            Bruno Magnolfi