domenica 13 ottobre 2024

Sarà finita.


            Fra qualche tempo avrò vent’anni, la testa sempre costantemente altrove, impegnata, dietro ad un’espressione della mia faccia sempre seria ed accigliata, a rincorrere pensieri spesso inconcludenti e irrealizzabili, e mio padre, via come sempre per tutta la settimana dietro al suo lavoro, mi chiede prima di partire per uno dei suoi lunghi giri all’estero a consegnare chissà cosa con quell’autotreno, di fare una visita in ospedale alla mia mamma, ormai ricoverata da diverso tempo. Mi sono tenuto in tutto questo periodo piuttosto alla larga da lei, come anche da mio padre, accampando impegni fasulli e altre cose di quel genere, ma adesso mio padre è stato così diretto nella sua richiesta che non sono stato capace di rispondere niente, se non di annuire e basta. Stamattina poi sono libero da tutto, quindi ho indossato i miei soliti vestiti, ed ho preso un mezzo pubblico che va a fermarsi al capolinea proprio davanti all’ingresso principale del Policlinico. So vagamente dove stia ricoverata la mia mamma, ci sono già venuto almeno una volta qua dentro al seguito di mio padre, e più o meno ricordo il reparto in cui lei dovrebbe trovarsi, anche se una volta entrato mi appare improvvisamente tutto identico, impersonale, senza alcun dettaglio di riferimento, ed alla fine devo tornare fino alla portineria per chiedere quale sia il corridoio giusto ed anche il numero di stanza.

            Entro, finalmente, e mi fermo quasi sulla porta: la mamma è là, immobile nel suo letto bianco. Resto in un angolo della stanza silenziosa dove si trovano altri tre degenti coricati, e nessuno di loro si interessa della mia presenza, tanto più che non è in vista neppure l’ombra di un medico o di un infermiere, lasciando così spaziare il mio sguardo in giro su ciò che più desidero. Dal pallore della carnagione di mia madre, immagino subito che lei sia la più grave in salute di tutta quella camera. Non mi avvicino, lei è priva di conoscenza: inutile che cerchi di darle qualche disturbo per farmi in qualche modo riconoscere. Le macchine che monitorano i parametri vitali accanto a lei ronzano regolarmente, e la flebo a cui è collegata rilascia, con una propria cadenza, qualche goccia di prodotto dentro al suo sistema vascolare. Vorrei pensare a lei, alla mia mamma, concentrandomi sul lontano periodo di quando ero piccolo, in quei momenti in cui lei cercava di instradarmi nel comportarmi in modo adeguato con i miei compagni della scuola materna e delle elementari, ma non trovo dentro di me adesso nessuna immagine particolare che mi faccia sentire solidale con i suoi tormenti, con la sua battaglia contro quel tumore che la sta divorando dall’interno. Non mi interessa quanto tempo dovrò trascorrere qui, rifletto senza alcuna razionalità: attenderò che mia mamma torni a svegliarsi, che riacquisti tutta la propria coscienza, che mi riconosca, che dica con voce flebile che le fa piacere che io sia qui, davanti a lei, e che io sia ancora suo figlio, quello che lei ha cercato di allevare al meglio che le era stato possibile, forse anche sbagliando in alcuni suoi comportamenti, però cercando sempre di incoraggiare le mie deboli possibilità.  

            Lei non si muove, accetta remissiva la situazione a cui è sottoposta, ed anche quando le macchine iniziano a segnalare che qualcosa non sta più andando come dovrebbe, la mamma resta immobile, senza combattere alcuna battaglia per la crisi che sta iniziando dentro sé. Non passa molto tempo, giungono gli infermieri, qualche medico, mi fanno uscire immediatamente, vedo dallo spiraglio della porta che stendono alcuni paraventi intorno al suo letto, in modo da effettuare tutte quelle manovre per ristabilire rapidamente i valori che sembrano sballare. È una corsa con il tempo, tutti sembrano nervosi, seri, preoccupati, ed io pur comprendendo perfettamente che cosa stia accadendo, non riesco a rassegnarmi a questo finale che mi si prospetta. Le cose vanno per le lunghe, passa un’ora, non accade niente di speciale, nessuno si prende la briga di informarmi mentre attendo quell’esito inevitabile che mi pare ormai impellente, anche se ogni tanto, nel corridoio dove mi trovo, chiudo gli occhi come per dare a me stesso la spiegazione che è tutto solo un difficile momento, che tutto passerà, che tutto tornerà ad essere com’era, che non ci sarà davvero un prima e un dopo, che non mi sentirò solo tra non molto, senza questo cardine della mia esistenza; e poi penso pure che non devo essere egoista, che non devo pensare a me, oppure a quello che deriverà da tutto questo, e che è lei che sta combattendo questa battaglia, e che io devo soltanto essere adesso insieme alla mia mamma, darle forza, anche se neppure sa che sono qui, vicino a lei, che resto qui imperterrito ad assistere a tutto ciò che sta accadendo davanti a me.

            Poi esce il medico di turno dalla stanza, dice che è dispiaciuto, che è accaduto tutto quanto in fretta, che probabilmente il suo corpo era minato anche più di quello che era stato immaginato. Annuisco, resto attonito nel corridoio mentre tutti sistemano le cose; dovrò telefonare a mio padre, tra pochissimo, dirgli qualcosa di esauriente, che sono stato qui per tutto il tempo, e poi sarà finita.

 

            Bruno Magnolfi  

mercoledì 9 ottobre 2024

Storia d'amore.


            Sono sempre state dentro di me, le ombre, adesso ne sono più che sicuro, ed hanno percorso autonomamente tutto questo tempo, da quando ero un bambino introverso che frequentava la scuola elementare di via delle Matite, fino ad adesso che ho superato ormai da un pezzo la mezza età, e faccio i conti con quello che sono diventato, senza quasi chiedermi più niente. Mi hanno sempre accompagnato, senza che io ne avessi neppure troppa consapevolezza, come se fossero una parte di me, ma anche restando allo stesso tempo delle figure a me completamente estranee, proprio come avviene spesso con i ritagli casuali della memoria di chiunque. Forse, certe volte, le ho addirittura evocate, mi sono lasciato cullare dalla loro presenza, oppure le ho scacciate come entità a me proprio sgradite, ma in ogni caso non posso certo dire che non mi siano state sempre accanto, come un bagaglio personale e intimo a cui è impossibile rinunciare. Forse è stata Marta all’improvviso a dare un senso ai miei ricordi. E con lei le ombre hanno ripreso a muoversi continuamente, proponendo nuovi punti di vista, nuove consapevolezze, e forse anche qualche smentita clamorosa delle mie vaghe convinzioni. In questo momento è a lei che sento di dovermi riferire, magari per trovare il bandolo di questa matassa che non sembra facilmente districabile.

            So dove abita, lo ricordo bene, perciò in questa strana giornata, dopo aver dormito come sempre per l’intera mattina fino a tardi, dopo una notte di lavoro come portiere d’albergo, indosso rapidamente i miei vestiti di sempre, e poi esco a piedi, determinato ad andare fino a casa sua. Salgo le scale, busso alla porta, e lei mi apre, quasi non stesse aspettando nessun altro che me. Non dice niente, Marta, mi lascia entrare, mi offre due dita di vino rosso in un calice di vetro, e mi invita con un gesto a sedermi, forse affinché io possa esprimere con semplicità le mie convinzioni. Ma restiamo in silenzio, senza provare nessuno dei due la necessità di parlare. Stiamo così, per qualche minuto, fino a quando non mi rendo conto che la mia visita è insensata, non porta proprio a niente, perché sto soltanto perdendo del tempo, e Marta insieme a me. Così appoggio il bicchiere, mi alzo e vado verso la porta, disposto quasi ad andarmene senza neppure salutare, ma lei mi accompagna, come per una forma di ordinaria cortesia, e quando mi apre l’uscio dice soltanto: <<È inutile, le nostre solitudini non possono trovare un punto d’incontro. Siamo destinati a sfiorarsi, e dopo basta>>. Annuisco, come sempre, poi prendo le scale mentre lei chiude la porta alle mie spalle.

             Ma mentre scendo lentamente provo distintamente una maggiore leggerezza di quando sono salito, come se il solo tentativo già mi avesse messo a posto la coscienza, e non servisse nulla d’altro. Prendo lungo il marciapiede, mi fermo per fare degli acquisti di cose da mangiare, e infine giungo a casa mia con una busta piena di generi alimentari, quasi soddisfatto di quanto mi è accaduto. Abbiamo messo a punto una certezza, io e Marta, e questo è ciò che ha più importanza di ogni altra sensazione. Dobbiamo accontentarci, perché è questo che ci è toccato in dote, ed andare avanti in questo modo, senza tentare mai di sopraffare il nostro destino. Assaporo qualcosa, perdo il pomeriggio rimescolando i miei oggetti per mettere un po’ d’ordine, e poi mi cambio, indosso la divisa di portiere di notte, torno ad uscire per fermarmi nel piccolo locale già nei pressi dell’albergo, dove mi lascio servire un semplice caffè. Il cameriere mi guarda, forse si aspetta che io confessi qualche sciocchezza, come spesso capita, invece resto in silenzio, e lui da professionista navigato non insiste, capisce al volo che non è certo la serata giusta. Entro in albergo mentre al turno del ricevimento c’è ancora Clara, che mi guarda, mi dice qualcosa di alcuni clienti, mi indica i nomi dei nuovi arrivi, e poi di chi domani mattina molto presto dovrà andarsene, con i differenti orari della sveglia per tutti loro, ma infine rimango solo per qualche momento, e mi sembra di sentirmi bene, di essere a mio agio.

            Scorre come sempre tutta la serata, con dei clienti che vanno avanti e indietro, fino a quando l’albergo si inoltra nella notte, e ad un certo punto vedo Marta, di là dalla grande porta a vetri. Mi avvicino senza aprire, la osservo in silenzio e lei si lascia guardare mettendosi di fianco, girando su sé stessa, dandomi anche le spalle per un attimo. Poi ci avviciniamo ancora al vetro, ed appoggiando le nostre labbra sulla superficie trasparente ci lasciamo andare ad un lungo bacio, appassionato, irresistibile. Quindi Marta attende ancora un po’ là fuori, nel silenzio della notte, ed io proseguo a restare accanto alla vetrata. Quindi se ne va, ed io sono convinto adesso che questa sia stata la più bella storia d’amore che abbia mai vissuto.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 7 ottobre 2024

Per le altrui difficoltà.


            Ho notato che ci ha girato un po’ intorno, quando mi ha visto da solo lungo il corridoio delle elementari di via delle Matite, così mi ha chiesto come mi andavano ultimamente le cose con gli altri compagni, se con la maestra avevo trovato la maniera per andare più d’accordo, ed anche altre faccende del genere; ma infine è arrivato al punto che forse aveva in mente fin dall’inizio, il custode della scuola, lo stesso che con la sua spolverina azzurra certe volte si ferma a parlarmi, probabilmente per un moto di pena verso di me, o magari soltanto perché desidera alleviare la mia evidente solitudine. <<Non dovresti più portare le figurine dei calciatori con te, quando vieni a scuola>>, mi ha detto alla fine guardandomi diritto, mentre teneva la sua immancabile scopa tra le mani. <<Sarebbe molto meglio che le lasciassi a casa tua, in qualche cassetto, anche se sono solamente dei doppioni senza grande importanza>>. Ho pensato che sicuramente sapesse qualcosa in più di quel che potevo sapere io, e forse aveva anche sentito parlare qualche studente delle proprie intenzioni di sottrarmele, magari mentre c’era un compagno-complice a cercare di distrarre la mia attenzione. Ho annuito, come sempre quando Aldo trovandomi da solo mi propone dei consigli lungo i corridoi o davanti ai bagni per gli alunni. Certo, ha delle ragioni da vendere nel dirmi queste cose, anche se io ho già affrontato questo argomento con me stesso, ed ho deciso una volta per tutte che le figurine dei calciatori sono per me l’unico vantaggio che riesco ad avere nei confronti degli altri, la sola condizione per un eventuale beneficio, ed anche se a mostrarla con noncuranza mi lascia spesso piovere addosso le invidie di molti, alla fine è l’unica maniera che possiedo per farmi avvicinare da qualcuno.

            Quindi sono rientrato nella mia classe, mi sono seduto al banco senza fare troppo rumore, ed ho subito cercato di scomparire come sempre dalla visuale dei miei compagni. L’insegnante ha fatto una pausa, mi ha osservato per un attimo, poi ha detto forte il mio nome, quasi come fosse un’offesa. Ho sollevato lo sguardo, sono rimasto in attesa del seguito, assumendo l’espressione di chi si attende dei rimproveri, un brutto voto, una sgridata sonora, o anche di peggio. <<Qualcuno, mentre ero voltata verso la lavagna, credo abbia spostato qualcosa nel tuo banco>>, mi ha detto con determinazione, anche se io ho compreso immediatamente che questa frase non era rivolta direttamente a me, ma a quel qualcuno che aveva cercato di rovistare tra le mie figurine sistemate in buon ordine dentro la mia cartella. <<Non importa>>, ho detto allora a voce bassa; <<nel mio banco ci sono soltanto dei doppioni di alcune vecchie figurine per una raccolta neppure aggiornata, che oramai non servono proprio a nessuno>>. È seguito un silenzio di tomba, quasi avessi dato individualmente del cretino ad ognuno tra tutti coloro che avevano anche solo desiderato mettere le mani sulla mia collezione. Nessuno, ovviamente, si è voluto scoprire, e la maestra ha detto che il gesto compiuto dietro le sue spalle era in ogni caso deprecabile, e che ci sarebbero forzatamente state delle conseguenze.

            Nella pausa della ricreazione, in due o tre sono venuti davanti al mio banco per spiegarmi che quello accaduto era stato solo un banale scherzo, e che le mie figurine sarebbero ricomparse al proprio posto nello stesso momento in cui io fossi uscito per qualche minuto dalla classe per andarmene nel bagno. Ho sorriso, ed ho pensato che sarei stato comunque incolpato dai ragazzi di qualsiasi cosa, se solo la nostra insegnante avesse dato seguito alle minacce avanzate da dietro la sua cattedra, così sono uscito dall’aula, ho atteso il momento in cui la maestra è rientrata per riprendere il suo solito posto, ed avvicinandomi a lei le ho detto che non era successo niente, che le mie cose erano ancora al proprio posto, che non mi mancava proprio nulla, e che se avesse dato seguito alle sue intenzioni probabilmente qualcuno se la sarebbe presa solo con me. Lei mi ha guardato, mi ha detto con calma di sedermi al mio banco, poi ha fatto una tirata d’orecchi a tutti quanti, spiegando che ogni studente ha il diritto di comportarsi a scuola come meglio desidera, sempre che tutto questo non vada a ledere la libertà di qualcun altro. Ho annuito, ed ho pensato subito che Aldo avesse avuto piena ragione, ma ho riguardato, in un momento di pausa, le mie figurine, ed alla fine ho deciso di regalarle una per una ai miei compagni: così, prima di avviarci tutti verso l’uscita, ho distribuito i miei doppioni a coloro che desideravano averli, ed un paio di questi hanno addirittura detto: <<grazie>>, pur sottovoce.

            In fondo questo gesto non mi è costato un bel niente, ho pensato, e in questa maniera mi sono tolto da qualsiasi preoccupazione. E poi, magari, c’è qualcuno tra questi miei compagni di classe che  probabilmente non ha proprio i mezzi materiali per andare in cartoleria a comprare delle nuove bustine dei calciatori, perciò sono contento di fargli avere qualcosa, e a me in fondo fa veramente piacere rendermi solidale nei confronti delle sue poco evidenti difficoltà economiche.

 

            Bruno Magnolfi     

venerdì 4 ottobre 2024

Presenza inestinguibile.


            Ricordo precisamente, nel periodo in cui fui arrestato e gettato in galera dopo un breve processo per direttissima, che mi imposi, per tutto il periodo di tempo in cui rimasi rinchiuso, di non parlare mai con nessuno degli altri carcerati, e tutti loro, devo dire, rispettarono quasi sempre il mio silenzio. Trascorse così più di un anno, ed il mio comportamento fu giudicato dai secondini come una “buona condotta”, tanto che per questo motivo il giudice decise che potevo anche essere messo agli arresti domiciliari per il resto della pena. Mio padre in tutto quel tempo era venuto a parlarmi una sola volta, all’improvviso, forse soltanto per vedere se stavo ancora bene in salute, o per togliersi di dosso il peso di un comportamento da cattivo genitore che non desiderava sopportare, e così, per la mia scarcerazione, gli venne chiesto dalle autorità di accogliermi in casa sua, visto che a quel punto io non avrei saputo dove altro andare. Lui non si oppose, anche perché, da quando era morta la mamma, sapevo che trascorreva pochissimo tempo nella propria abitazione, restando in giro all’estero per delle intere settimane con il suo autotreno, ma quando giunsi nell’appartamento mi intimò con voce decisa di non fargli avere nuovi guai. Trascorsero diversi mesi durante i quali lo vidi soltanto due o tre volte, ed alla fine, quando terminai di scontare la mia pena, la prima cosa che feci fu di trovarmi un qualsiasi lavoro da manovale, ed affittare due stanze dove andare ad abitare per conto proprio.

            Mi sentivo depresso, in quel periodo, immaginavo che per me si fossero ormai chiuse tutte le possibilità, ma in seguito ebbi la fortuna di parlare in un locale con un tizio che lavorava come facchino in un albergo, che tra le altre cose accennò anche al fatto che i suoi titolari stavano cercando a breve un portiere di notte. Avevo imparato qualche parola di tedesco e anche di inglese, tramite mio padre che fin da quando ero piccolo aveva sempre sostenuto quanto fossero importanti le lingue a suo parere, e così al colloquio che seguì non ebbi troppi problemi nel mostrare le mie pur traballanti capacità. La mia fedina penale era macchiata, questo è vero, ma loro, forse anche perché non riuscivano a trovare nessuno disposto a svolgere un mestiere in orario notturno, non avanzarono alcun problema, sapendo perfettamente comunque quanto fossi tenuto d’occhio dalle autorità.

            Inizialmente mi parve di avere avuto bel un colpo di fortuna, ma dopo un certo tempo, una volta acquisite le giuste competenze ed anche il ritmo che serve per svolgere adeguatamente questo mestiere, cominciai a sentire un distacco ancora più forte nei confronti della gente che incontravo a volte lungo le scale del mio condominio, oppure nei negozi vicino casa dove acquistavo ciò che mi serviva. Una separazione definitiva da tutti, ecco quanto emerse in poco tempo, ma in ogni caso nello scorrere dei mesi cominciai presto ad abituarmi, lasciando che le mie giornate fossero definite da quanto mi era stato riservato in sorte. Oggi mi sento ancora così, ma non faccio ormai più caso a niente, lasciando scivolare via le ore della notte mentre elaboro alcuni dei miei pensieri, e lasciandomi andare ad una serie di abitudini, durante tutto il resto della giornata, date dagli orari strampalati, dormendo ogni mattina per intero e dedicandomi a qualche passeggiata al pomeriggio. Non so cosa mi manchi, forse ho imparato con il tempo a non chiedermelo neppure più, in ogni caso credo che anche questa sia una forma di sopravvivenza come tante, e non tendo quasi mai a lamentarmene, neppure col cameriere del caffè dove spesso mi fermo la sera, prima di prendere servizio.

            Marta in tutto questo è soltanto una meteora che giunge quando vuole senza alcun preavviso, ed anche la sua breve presenza sul mio luogo di lavoro tendo a farla diventare immediatamente un’abitudine come tante altre. Non voglio assolutamente contare su di lei per riempire qualcosa del vuoto che ho provato e provo da sempre, e per questo motivo lascio che anche lei scorra come tutto il resto, senza attendermi mai qualcosa di diverso. Forse questo è un errore, mi dico a volte: potrei cercare la forma per incontrarla in altri momenti, in condizioni differenti, quando tutt’e due magari ci sentiamo meno ingessati nei nostri strani ruoli che affiorano evidenti durante le notti. Poi sorrido tra me: non ci potrà mai essere qualcosa di diverso tra noi due: troppo abituati come siamo, ognuno separatamente, alla propria solitudine. Di sicuro siamo delle strane personalità, figure poco ordinarie abituate a soffrire di qualcosa senza neppure sapere bene che cosa possa essere, ma appare quasi impossibile cercare di variare anche soltanto qualcosa nei nostri comportamenti già così assodati. La guardo, a volte, e mi pare addirittura che possa essere lei la persona che avrei sempre desiderato avere accanto; ma poi attendo come sempre che vada via, per la sua strada, e che lasci in aria vicino a me qualcosa che sembra del tutto inestinguibile.

 

            Bruno Magnolfi   

mercoledì 2 ottobre 2024

Ombra tra tante.


            Le ombre vivono ormai di vita propria. Si lasciano proiettare dalla luce debole e fioca della lampada di una stanza o di un corridoio, strisciando lungo le pareti o sui pavimenti; ma non disdegnano neppure di farsi vedere anche all’aperto, su un marciapiede stretto oppure lungo un muro di vecchie pietre irregolari, usufruendo per esistere della luce quasi orizzontale al termine di una giornata, apparendo talvolta ancora nette, dettagliate, dai contorni definiti. Sono sagome di personaggi ben riconoscibili, individui forse rimasti incastrati senza volerlo dentro una realtà oscura e parallela, che appaiono irregolarmente, di rado, ed ogni tanto dando prova di sé, di ciò che sono stati, della loro trascorsa concretezza, per scomparire magari poco dopo al primo angolo di una parete, oppure all’abbassarsi d’intensità anche dell’ultimo barbaglio di chiarore ormai appena sufficiente per l’illuminazione. Mi fermo ad osservarli sempre con grande attenzione, quasi nell’intento di scoprire qualcosa di nuovo da quel loro passaggio, anche se avverto con certezza che ogni ulteriore meditazione su tutto ciò che è stato potrà soltanto portare qualsiasi verità maggiormente fuori strada da ciò che era. La mia solitudine pare aggravarsi in certi momenti, ed oramai attendo spesso con ansia la visita a tarda ora di questa donna che si spinge fino all’albergo, dove lavoro come portiere di notte, giusto per prendersi un caffè in mia compagnia, e trascorrere qualche minuto insieme a me. Non so neppure più se lei sia veramente Marta, la versione attempata della mia amica ragazzina di quando ero piccolo, o se è soltanto l’interpretazione aggiornata di una donna a cui la vita ha regalato soltanto ansie e sofferenza, e in ogni caso mi piace ritrovarla ogni volta esattamente così com’è, con quei silenzi che avanza, intrisi di esperienza e di coraggio.  

            Ritengo di non essere riuscito, in tutti questi anni di sbagli e di tentativi falliti, a combinare niente di particolarmente edificante, e mi cruccio certe volte nel pensare che poco per volta si stanno chiudendo per me tutte le possibilità di provare un minimo di soddisfazione dal mio stato di cose. Però mi accetto, anche così come sono, e forse persino Marta in questo mi sostiene. <<Sono tornata>>, mi dice lei certe volte quando si fa vedere, lasciando a queste parole tutte le implicazioni che posso riuscire a immaginare. <<Anche questa giornata si avvia a chiudersi come molte altre, con un niente di fatto>>, mi spiega; ed io annuisco, perché so bene cosa significa essere coscienti di tutto questo senso di incapacità. Non si trattiene molto, generalmente solo il tempo sufficiente per lasciare un’impronta di sé nel mio starmene da solo, ed andandosene all’improvviso dice soltanto: <<ti lascio di nuovo nelle mani delle tue ombre>>, e a me sembra comunque di averla ancora vicina, anche quando ormai se n’è andata chissà dove. Le ombre forse sorridono in questi casi, elaborando probabilmente qualche commento sprezzante sui mei modi di fare, eppoi riprendono poco per volta i propri colori naturali, ed alla fine mi pongono degli interrogativi, spesso formulando proprio quelle domande a cui cerco per tutta la giornata di sfuggire.

            Riconosco i ragazzi della scuola, il pesce che catturai al laghetto, mia madre china sul cucito, forse anche mio padre, e poi il custode della scuola, e l’insegnante che mostrava qualche volta di volermi bene, nel tentativo di aiutarmi a diventare più socievole, in grado di stare insieme a quei compagni che sembravano da me sempre lontani mille miglia. Certo, potrei essere stato diverso in quei periodi, e tutto avrebbe assunto probabilmente un altro spessore, un’altra importanza, e con un piccolo sforzo avrei potuto sconfiggere la solitudine che in seguito mi ha sempre attanagliato. E forse anche con Marta avrei potuto stare più vicino a lei, darle degli appuntamenti, uscire in due nei pomeriggi vuoti, almeno fino a quando tutto questo si fosse dimostrato ciò che davvero volevamo l’uno dall’altra. Invece mi scorrono davanti agli occhi solo le fisionomie di ciò che avremmo potuto essere, e forse questo è un ulteriore rammarico che si mescola a tutta l’amarezza che ancora provo.

            Mi piazzo poi dietro al bancone del ricevimento a scorrere i nomi degli ospiti di questa notte nel nostro albergo, e d’improvviso sento bussare leggermente alla porta vetrata dell’ingresso. È Marta, è tornata indietro per dirmi qualche cosa, penso, per farmi presente magari che non tornerà mai più a trovarmi da ora in avanti, o forse per spiegare qualcosa che probabilmente mi è sfuggito, non saprei. L’osservo per un lungo momento, quindi mi sposto dal bancone, aziono l’apertura automatica della porta, ed intanto esco dalla mia postazione, attraverso il vasto ingresso, vado verso di lei, l’accolgo ancora, come sempre, come non mi stancherò sicuramente mai di fare, e mi avvicino a Marta con lentezza ma risolutamente, fino a giungerle davanti, con lo sguardo pronto a comprendere cosa può essere stato a farla tornare verso me, ma lei si avvicina solo quanto basta, e poi congiunge le sue labbra sulle mie, lasciandomi stupito, proprio nel momento in cui mi accorgo che anche lei sicuramente è soltanto un’ombra tra le tante.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 30 settembre 2024

Ancora possibile.


            I due ragazzi all’improvviso sembrano ritagliarsi, all’interno di ogni giornata che vivono, uno spazio proprio, come potessero annullare tutto quello da cui sono circondati: la scuola, i compagni, gli insegnanti, la famiglia, ogni persona ordinaria con cui vengono normalmente in contatto. Si cercano, in qualsiasi momento in cui possono farlo, e poi si sorridono, pur senza mai esagerare, con deboli espressioni del viso la cui interpretazione sembrano conoscere solamente loro, ed infine pare addirittura non siano sufficienti a ciascuno dei due le parole correnti ordinarie e risapute in grado di esprimere la loro vicinanza, ed allora restano accanto e in silenzio, in maniera da non dover condividere con nessun altro, magari con le orecchie lunghe e troppo curiose, i propri sentimenti. Non sono andate realmente così le cose, tra loro due, a quei tempi della scuola di via delle Matite, ma in ogni caso dentro la memoria è come se tutti quegli anni passati fossero ripensati e plasmati in funzione di un’idea differente, e quindi modificati, fino a far apparire un comportamento che forse non avevano mai neppure avuto intenzione di tenere tra loro.

            Marta, dentro ai ricordi, adesso appare sorridente, disponibile, aperta a comunicare i suoi sentimenti, e Paolo, perduta una parte almeno della propria timidezza, sembra improvvisamente apprezzare ogni momento che riesce a condividere con lei. Tutto è cambiato, ambedue non sembrano neppure gli stessi ragazzi che furono, ed il loro futuro, grazie al comportamento permissivo e disposto ad essere forgiato dai diversi atteggiamenti che assumono adesso, assolutamente differente rispetto a quello che poi è stato davvero. Le possibilità che si aprono, grazie a questo, si mostrano direttamente anche nelle diverse aule scolastiche: i compagni ora li trattano in maniera diversa, sono più comprensivi verso di loro, più disponibili a comprendere ciò che sembra passare nella loro testa, ed anche gli insegnanti delle varie materie delle Medie, hanno un atteggiamento più disponibile verso quei due, quasi generosi e magnanimi nei loro confronti. Tutto indubbiamente avrebbe preso un corso diverso se solo fossero stati più sinceri con sé stessi ed avessero adottato un comportamento maggiormente naturale. Ma probabilmente le loro personalità ne avrebbero sofferto talmente tanto, nel modificare il proprio contegno, da mostrare in seguito delle piccole ferite inguaribili.

            <<Marta>>, dice Paolo sottovoce manifestando un piccolo sorriso per addolcire il più possibile ciò che sta per affermare. <<Non riesco nemmeno ad immaginare questi pomeriggi senza di te>>. Anche Marta adesso sorride, sottintendendo così che una tale riflessione è identica a quella che ha già fatto lei, ancora prima di questo momento. <<Lo so che prima o dopo ci perderemo, o perlomeno lo immagino. Però io ti cercherò chissà quanto in altre persone, e forse, purtroppo, non ti troverò mai>>. Poi loro due si riprendono per mano, camminando per i sentieri fuori dal piccolo centro abitato, e quando lui l’accompagna fino quasi davanti alla casa dove abita Marta, si rende conto una volta di più che la sua famiglia, trasferendosi in città come ha già sostenuto di voler fare svariate volte suo padre, toglierà di colpo quella magia ormai consolidata, probabilmente neppure rendendosi conto di quale danno sia in grado di provocare. Anche lei appare consapevole di quel filo sottile che ancora li unisce, e che sta per rompersi una volta per tutte; e l’amarezza che le provoca questo pensiero le offusca già ogni aspirazione per il futuro, e la rende arida, sterile, incapace di sentirsi ancora bene come è riuscita a stare in tutto questo pur breve periodo di tempo. Ma tutto questo purtroppo non è mai realmente avvenuto, e loro due non hanno mai avuto tra loro delle vere parole di tenerezza.

            In seguito, poi, ciascuno di loro, una volta persa quell’amicizia profonda che avevano provato in quegli anni da ragazzini, ha neppure tentato di ritrovare un qualsiasi contatto con l’altro: ormai appariva smarrito il senso, immaginavano, perduto per sempre quell’entusiasmo che era stato capace di spingerli tanto in avanti. Ritrovare dopo decenni una donna con un passato contorto ed un presente impossibile, ed accorgersi che è proprio lei la ragazza di tanto tempo prima, da parte di Paolo, è una sorpresa fortissima, tanto che stenta a riconoscere in questa Marta attempata anche solo qualcosa di quella adolescente di un tempo, e per Marta è esattamente lo stesso groviglio di sensazioni, tanto da tenersi adesso molto a distanza da lui. Che senso abbia tutto questo, è difficile dirlo: il loro passato sembra evaporato in effluvi del tutto diversi da quelli che avevano prodotto anni prima, e forse solo la loro mancanza di effettivo coraggio pare adesso ulteriormente un ostacolo a qualsiasi tentazione riconciliante. Peraltro, ormai tutto è destinato a rimanere più o meno com’è, e l’unica vera possibilità che rimane ora, sembra sia quella di giocare in qualche maniera con la memoria, fino a modificare i comportamenti di un tempo, al punto da far apparire tutto quanto ancora possibile.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 28 settembre 2024

Soltanto per salutarla.


            Sono immobile, ed attendo solo che, uscendo da dietro al solito scaffale, si facciano vedere come sempre lungo la parete le stesse ombre che ogni volta che sono sovrappensiero vengono ad affollare i miei turni di lavoro solitari che svolgo come portiere di notte dell’albergo. Non mi meraviglio neppure più del loro scorrere lentamente mostrando ognuna il proprio profilo, ma adesso, stranamente, dopo aver atteso un bel po’ di tempo, ecco che escono fuori le sagome di due ragazzetti che si tengono per mano. Guarda meglio: siamo esattamente io e Marta ai tempi della scuola di via delle Matite, non c’è alcun dubbio, ma resto sinceramente piuttosto sorpreso: non ho alcun ricordo di aver mai tenuto per mano lei in quegli anni, così come non ho memoria di averla mai toccata, se non accidentalmente. Invece, qui sul muro, questi due che ho di fronte sembrano ora quasi contenti di questa reciproca vicinanza, come fossero abituati all’abbraccio, alla confidenza, all’intimità, ed io non so spiegarmi se tutto questo sia soltanto il frutto di un desiderio di ambedue, peraltro tenuto sempre nascosto l’uno all’altra per evitare complicazioni, oppure sia, in questo esatto momento, semplicemente la proiezione di qualcosa che avrebbe anche potuto essere, ma purtroppo non si è mai verificato. Insomma, in ogni caso, è come se queste ombre iniziassero ad avere una vita propria, e proponessero delle variazioni concrete rispetto a quella che è stata sempre la realtà.

            Poi le due figure si fermano, restano immobili per qualche momento, quindi le loro sagome, grigie fino adesso, iniziano a dotarsi dei colori naturali di ogni persona, staccandosi dal muro e riprendendo le proprie ordinarie fattezze. Quando infine si voltano tutti e due verso di me appaiono sorridenti, quasi divertite, in un modo che mi sembra sinceramente poco affine ai ricordi che ho di quelle volte in cui camminavamo insieme nei dintorni della scuola. <<Sto bene>>, dice lei guardandomi soltanto di sfuggita. Io annuisco, cerco qualche parola per alimentare la conversazione, ma non trovando niente da dire, mi giro su me stesso sorridendo, quasi come fossi contento di quello che ha appena finito di spiegare Marta, la piccola Marta di cui non avevo neppure troppi ricordi. Quindi torno dietro al bancone del ricevimento, osservo qualcosa sul piano davanti a me come a dare importanza al mio lavoro, ma quando torno a guardare verso i due ragazzi, loro non ci sono più. Non so che senso abbiano queste strane apparizioni, però è evidente che non possono essere per me un vero passatempo, considerato che mi mettono sempre in soggezione, quasi in difficoltà con il loro portato di conseguenze. Se ci penso attentamente, poi, è la prima volta che vedo davanti a me Marta così com’era, o come io la ricordo, in quegli anni della scuola. Penso adesso che avrei voglia di chiederle qualcosa di più di quel periodo: quali fossero i suoi pensieri, le sue apprensioni, i suoi desideri, però mi rendo conto che è difficile impostare un dialogo con lei.

            Non trascorre molto tempo, ed ecco che giunge Marta, quella di oggi intendo, che si fa vedere come al suo solito alla vetrata dell’ingresso, quasi a chiedere il permesso per entrare, ma senza fare alcun gesto né domandare qualcosa di particolare. Aziono l’apertura automatica, e lei fa un passo dentro al vasto ingresso, poi si ferma, mi guarda, attende che io esca da dietro al bancone e vada verso di lei, poi dice soltanto: <<È arrivata anche lei, stasera. Non è vero?>>. Faccio un cenno affermativo con il capo, lei cerca qualcosa nella sua borsetta, le chiedo se posso prepararle il suo solito caffè, e lei mi segue lentamente fino alla caffetteria. Si siede davanti a me, sembra nervosa, forse vuol dirmi qualcosa di importante, penso. <<Non so per quale motivo si sia fatta vedere da te anche la mia ombra>>, dice; <<però sono sicura che non si sia comportata in un modo tale da rispecchiare coerentemente il nostro comune passato, ed abbia messo del suo nei propri atteggiamenti, come se tutto il tempo trascorso potesse suggerire come nuova una vita propria>>. Non so che dire, sono perplesso; la guardo, cerco di comprendere il vero motivo che porti Marta ad essere così irritata per quello che si è mostrata d’essere quando era soltanto una ragazzina, e sono quasi sul punto di dire che forse è dentro ai miei ricordi che le cose e i fatti si confondono, ma poi resto in silenzio.

            Devo prendere le distanze da queste incursioni di ombre e di memoria, penso, e farlo anche in fretta, almeno avanti che queste figure che mi si presentano si trasformino in veri e propri spettri. Forse Marta adesso pensa qualcosa di simile a ciò che penso io; forse il suo desiderio attuale potrebbe essere quello di aiutare me nel liberare la mente da tutte queste stranezze che continuano a scorrazzare davanti ai miei occhi, ma è difficile, perché probabilmente tutt’e due crediamo all’improvviso che tutto quanto si sia fatto troppo complicato. Poi se ne va, mi guarda per un attimo quando ormai è accanto alla porta a vetri, come volesse mostrarmi un semplice moto di comprensione, e quindi esce, mentre io sollevo una mano, ma giusto per salutarla.

 

            Bruno Magnolfi     

mercoledì 25 settembre 2024

Separata conduzione.


            Non me ne frega quasi niente di me stessa, figuriamoci degli altri. Però vivo di contraddizioni, per cui non mi sento mai del tutto sicura di quanto vado stabilendo. Se c’è una cosa di cui mi rammarico continuamente, è quella comunque di non aver mai avvicinato nessuno sentimentalmente, restando sempre e soltanto ai margini delle relazioni, e spesso da sola, per i fatti miei, immaginando che tutti intorno a me fossero soltanto degli estranei inavvicinabili. Forse sussiste un fondo di paura dentro la mia personalità, in ogni caso non ho mai trovato delle persone che mi dessero sufficiente fiducia da lasciare loro la possibilità di conoscermi troppo, tanto da farmi scambiare con qualcuno delle vere opinioni, così come non mi sono mai interessata di nessuna persona in particolare che mi abbia avvicinato in qualche modo. Anche quando andavo a scuola, in via delle Matite, i miei compagni di classe parevano costantemente lontani da me, tutti persi dietro a degli argomenti che a me apparivano semplicemente futili, proprio poco interessanti. Quando mi incontrai con Paolo, invece, ebbi subito un sussulto: era uno dei pochi che sapeva starti accanto senza parlare, senza la necessità di incalzarti con delle domande dirette e curiose, oppure intavolando qualche argomento sciocco, limitandosi invece a lasciare libero e ininterrotto il fluire dei pensieri dentro la mia testa e forse anche dentro la sua. Era il silenzio a contraddistinguere la nostra conoscenza reciproca, ma con l’andare del tempo dovetti rendermi conto che in questo modo non scambiavamo mai, in quei pochi momenti che rimanevamo fermi in piedi uno di fronte all’altra, nessuna riflessione personale che fosse capace di portare ad un relazionarsi più profondo.   

            Ricordo che andammo avanti per un pezzo a comportarci in questa maniera, a volte cercandosi con gli occhi quando eravamo sufficientemente a distanza nel cortile o davanti alla scuola, e stando più vicini solo in qualche occasione, ma senza mai guardarsi quando poi eravamo accanto, lasciando agli altri la confusione e le risate che ci parevano quasi provenire da un’altra dimensione. Credo, in tutto quel periodo, di non averlo mai chiamato per nome, neanche una volta, limitandomi ad avvertire la sua presenza come una sensazione insolita, certe volte colma d’ansia, quasi come una specie di raccolta di grumi colmi soltanto di insoddisfazione. Ricordo che in quelle occasioni pronunciavo, quando dovevo proprio dire qualcosa, una sola parola per volta, senza cercarne mai alcuna congiunzione con delle altre, quasi dipanando la trama di un tessuto composto soltanto da elementi isolati, e senza dare mai un senso davvero compiuto a quanto sillabavo a voce, se non dentro la mia mente, che invece aveva ben chiaro tutto il disegno completo. Forse, in questo modo, stavo così evitando qualsiasi spiegazione possibile dei miei pensieri, gettando là delle macchie di colore quasi inesplicabili, ma Paolo appariva sempre molto attento, capace persino di azzardare qualche possibile interpretazione, come comprendesse alla perfezione tutte le parti che mancavano dai nostri dialoghi. Quarant’anni dopo, non è molto diverso il nostro comportarsi, e nessuno di noi due ha chiesto all’altro che cosa mai ci sia accaduto in tutto questo periodo. Non ha alcuna importanza, viene ovviamente quasi suggerito dai nostri comportamenti, e non esiste alcun passato, niente di niente, perché l’elemento fondamentale di noi stessi è solo il presente, e poi nient’altro.

<<Eravamo simili>>, dice Paolo adesso, ed io alzo una spalla, come a spiegare che a mio parere non è del tutto così, e ad indicargli soprattutto che alla fine non fa nemmeno troppa differenza, in un caso o nell’altro. Perché, se ci intestardiamo a scavare bene fino in fondo, vorrei spiegargli, siamo soltanto due individui isolati, senza alcun vero contatto neppure tra di noi. Non mi interessa che lui comprenda il mio modo di essere, adesso, così come negli anni della scuola; a me basta che le nostre personalità ogni tanto tornino a sfiorarsi, come se non ci fosse alcuna necessità di toccarsi per davvero, e fosse sufficiente soltanto sapere che ci siamo, da qualche parte, ed abbiamo la possibilità di stare dalla stessa parte. Io e lui, credo che possiamo definirci una specie di alleati, e poi anche dei complici di qualche attività, anche se non saprei dire perfettamente quale essa sia. Ciò che resta maggiormente importante è che ognuno di noi rispetta la solitudine dell’altro, e che quindi i nostri incontri sono dati soltanto dal caso, dalla noia, dal bisogno di trovare ogni tanto un’espressione meglio conosciuta. Sono convinta che Paolo comprenda perfettamente questa idea, e la compagnia di ombre che gli appaiono ogni tanto davanti, raffiguranti persone che ha conosciuto, o rappresentanti di fatti avvenuti, sia già più che sufficiente. <<Marta>>, mi chiede; <<sono convinto che sia proprio tu ad inviarmi qualche volta queste ombre sfumate che strisciano lungo le pareti>>. Non dico niente, neppure gli rispondo, anche perché ormai è del tutto evidente come siano proprio i miei pensieri a creare attorno a lui le suggestioni che intravede. Poi me ne vado, non occorre neppure salutarci. In ogni caso è come se restassimo ancora assieme, come se le nostre presenze avessero una propria separata ma unitaria conduzione, e noi non potessimo proprio farci niente.

 

Bruno Magnolfi

sabato 21 settembre 2024

Stessa indifferenza.


Un giorno, mi sono trovato a percorrere una strada che non conoscevo, e quando mi sono fermato per rendermi conto di dove mi trovassi, ho avuto una sensazione netta, cioè come se qualcuno mi stesse osservando. Mi sono guardato attorno, ho voltato la faccia da ogni parte, ed alla fine ho intravisto solo un bambino piccolo che da dietro un angolo scappava via. Quando questo sogno si è interrotto e mi sono svegliato, ho capito che quel bambino semplicemente ero io stesso, mentre già all’età di cinque o sei anni iniziavo a fuggire da tutti, alla ricerca di una meravigliosa solitudine purtroppo mai raggiunta in modo davvero completo. <<Non mi va di stare a casa>>, aveva poi detto il bambino. <<È molto meglio cercare degli angoli tra le case da cui osservare quanto succede>>. Ecco, questo comportamento sembra sia stato esattamente ciò che mi ha caratterizzato più o meno fino ad oggi. Però non è una vera mancanza di socialità la mia, piuttosto la chiamerei incapacità a comunicare, praticamente il bisogno costante di rinchiudermi, piuttosto che dover spiegare a qualcun altro che cosa mi stia passando per la testa. Svolgere il mestiere di portiere di notte in un albergo, perciò, ha risposto pienamente alle mie aspettative, lasciandomi praticamente da solo a controllare una portineria sempre quasi deserta e comunque poco trafficata.

Ma adesso sembra che le cose abbiano iniziato rapidamente a cambiare, e tutte queste ombre che mi appaiono quando sono qui, non fanno altro che stuzzicare la mia sensibilità nel comprendere le cose, nel tentativo di spiegare, per me stesso ed anche per tutti gli altri, quali siano i motivi che sembrano spingermi, insieme alle persone attorno, a fare o a non fare certe cose. Ha iniziato il ragazzetto della scuola elementare con i suoi problemi a scansare tutti i compagni, e poi ha proseguito Marta, con le sue inquietanti apparizioni praticamente senza alcuno scopo. Poi sono arrivate le ombre di altre persone conosciute nel passato a strisciare sopra ai muri dell’albergo e anche di casa mia, ed io non mi sono più sentito solo, ma circondato da un sacco di gente con il loro carico di domande e di richieste continue per delle ulteriori spiegazioni. Non lo so per quale motivo nella scuola di via delle Matite non avessi alcun compagno a cui riferirmi, ma per me era naturale dimostrarmi distaccato da tutti, e non ho neppure mai pensato di poter essere diverso, anche se qualche volta ho incolpato quel ragazzetto che apparivo allora di aver invalidato con quel comportamento tutto il mio futuro.

<<Non ha importanza>>, dice Marta; <<ognuno è fatto alla propria maniera>>, e poi resta in silenzio, sorseggiando il suo caffè quando passa dall’albergo a notte fonda. Lei è una persona del tutto incomprensibile, già così com’era negli anni della scuola di via delle Matite, ma per me cercare di seguire i suoi pensieri viene naturale, anche se spesso mi disorienta con degli spudorati luoghi comuni. Però mi basta la sua presenza, le poche volte che la vedo, per rendermi conto che siamo ancora fatti, proprio come tanti anni fa, di una medesima pasta comune. Ho cercato di parlare con lei, una sera, del suo portachiavi che mi aveva regalato, quel piccolo pinguino di plastica che da quel momento mi sono portato dietro per un sacco di tempo, ma lei si è limitata a sollevare una spalla, come se il suo dono non fosse stato un gesto di qualche rilevanza, oppure se non ricordasse affatto quel momento. Invece, una volta, ha tirato fuori un pesciolino intagliato nel legno, e mi ha chiesto se lo ricordassi. Mi sono sentito attraversare da forti brividi immaginando i significati possibili dietro quella sua domanda, ma anche io ho cercato di nascondere l’importanza della cosa, e Marta non si è certo prodigata ad insistere. Anzi, subito dopo se n’è andata, lasciando dietro di sé un’aura di stregoneria nell’intercettare con semplicità i miei ricordi e i miei pensieri.

Anche lei fa parte di tutte quelle ombre che scivolano accanto a me insistendo nel farmi presente qualcosa della mia vita, penso, ed io certe volte non so neppure più distinguere se tutto quanto sia la realtà oppure solo un sogno, magari un surrogato della verità creata da una mente ormai annebbiata come la mia. Poi penso che vorrei fare qualcosa per Marta, qualcosa che non apparisse minimamente banale, ma presto devo smettere con questo pensiero, perché mi perdo nel cercare di comprendere cosa mai potrebbe davvero farle piacere. Già, perché Marta è enigmatica, sfuggente, una donna per certi versi incomprensibile, e nonostante io sia affezionato a questa persona, lei non dimostra minimamente di esserlo nei miei confronti. In ogni caso, pur avvertendo costantemente la freddezza del suo rapporto verso di me, non posso certo dire che il suo modo di comportarsi sia diverso da quello che usava ai tempi della scuola. A quell’epoca sembrava indifferente quasi a tutto, e visto che io non desideravo in alcun modo dimostrare di essere da meno verso di lei, le usavo quasi sempre con naturalezza la medesima totale indifferenza.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 19 settembre 2024

Silenzio esplicativo.


            <<Marta!>>, grido di colpo verso Marta mentre ci troviamo nel vasto e affollato cortile della Scuola Media di via delle Matite, durante i minuti di pausa di mezza mattina. Ovviamente tutti i ragazzi presenti si voltano immediatamente verso di me, e forse qualcuno dopo qualche secondo inizia anche a ridere, visto che sarebbe stato sufficiente per me avvicinarmi a lei invece di chiamarla da lontano. Dopo un paio di minuti, Marta, come speravo, si fa vedere: cammina lentamente, quasi senza averne alcun desiderio, e probabilmente si è mossa soltanto per evitare che io torni di nuovo a gridare il suo nome. Si ferma ad un paio di metri dalla mia faccia ed osserva distrattamente le mie scarpe, forse per non guardarmi negli occhi, tanto che io adesso non so bene neppure che cosa dirle, e rifletto che in fondo è già sufficiente che mi abbia raggiunto. Non c’è niente di male, credo, nel fatto che io oramai intendo riferirmi soltanto a lei tra tutti i compagni che affollano la scuola, anche se non desidero assolutamente che Marta immagini di essere una ragazza importante per me. Vorrei che mi considerasse un suo amico, un suo confidente, anche se non mi interessa che venga da me per parlare di chissà che cosa. A dire la verità Marta difficilmente parla con gli altri, ed anche con me perlopiù si limita qualche volta soltanto ad annuire o a scuotere la testa in senso negativo, e poi a starsene ferma, in silenzio, lasciando agli altri ogni iniziativa. Però la sua presenza per me è già più che sufficiente, e sono convinto che esista una specie di similitudine tra noi due, una base comune che anche se non si manifesta in fatti del tutto concreti, sicuramente ad ambedue ci fa sentire meglio, come per una sincera comprensione reciproca, e poi vicini, quasi complici nei nostri comportamenti, pur senza mai dirci niente di particolare che possa dimostrare una particolare solidarietà.

            Lei adesso tira fuori da una tasca un piccolo pinguino di plastica con un anello, forse un portachiavi, e lo muove tra le sue dita mentre probabilmente attende con pazienza che io le dica qualcosa, o almeno che le spieghi il motivo per cui ho detto il suo nome a voce alta, anche se a me, in questo momento, non interessa altro che sapere cosa rappresenti per Marta quel piccolo animale di plastica che tiene tra le mani, quasi come potessi sentirmi geloso di un oggetto del genere. <<Che cos’è?>>, le chiedo; e lei pur restando praticamente immobile dove si trova, sicuramente sta cercando dentro di sé una spiegazione adeguata alla mia richiesta. <<È un portafortuna>>, mi dice, e poi non pronuncia nessun’altra parola. Osservo le sue mani, poi il pinguino, ed infine mi rendo conto che Marta tiene molto a questo animaletto bianco e nero, forse perché le ricorda qualcuno che le ha fatto questo regalo, oppure le rammenta un momento preciso a cui lei si è affezionata. <<Potresti donarlo a me>>, le spiego adesso con voce bassa. <<Potrebbe essere proprio quell’amuleto di cui sento la mancanza>>. Lei mi guarda in faccia per due secondi, senza cambiare espressione, quindi torna ad osservarmi le scarpe, senza neppure provare a rispondere. Mi volto leggermente, come se non mi interessassi troppo della sua possibile risposta. Forse vorrei sorridere, ma non mi riesce.

            Ci passa vicino una sua compagna di classe: <<Vieni?>>, le dice, forse per aiutarla a liberarsi di me, oppure per smuovere una situazione ai suoi occhi un po' ingessata e antipatica. <<Fra un attimo>>, dice Marta con tutta la sua calma, lasciandomi tirare un sospiro di sollievo. Tra poco so che suonerà la campanella per chiamarci a riprendere posto ognuno dentro al banco della propria classe, e ricominciare così a seguire le lezioni degli insegnanti. Torno ad osservare Marta, e forse mi muovo leggermente verso di lei, mentre sposto il peso del mio corpo da una gamba a quell'altra. Non ho niente con me da mostrare o regalare a lei a mia volta, se anche fossi il tipo di persona che fa cose del genere, così come lei non mi ha mai dato niente di suo da tenere. Vorrei avere molti più anni di quelli che in questo momento mi ritrovo, ed essere anche in grado di dire a questa ragazza qualcosa di veramente incisivo, qualcosa che magari le possa far piacere davvero, come una frase impegnativa per me, una parola adeguata ad una situazione del genere, non saprei, forse persino fare un gesto talmente esplicativo da risultare indelebile per anni, ma adesso ho soltanto un'età scolastica, penso, e in queste condizioni non sono assolutamente in grado di spiegare a nessuno che cosa mi passa davvero dentro la mente. Forse anche perché neppure io lo so. Sento che tra un attimo Marta si volterà e tornerà tra i suoi compagni di classe, oppure salirà i gradini per rientrare da sola dentro l’edificio scolastico, ma lei desidera meravigliarmi, probabilmente: <<Tieni>>, mi dice, mettendomi tra le mani il suo pinguino; poi se ne va davvero.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 17 settembre 2024

Tentativi di variazione.


            Osservo una parete di casa mia, che fino a poco fa era soltanto e semplicemente imbiancata, ed adesso invece presenta una strana ombreggiatura che sembra quasi sortire fuori da dietro un mobile. Guardo meglio, mi incuriosisco, ma non sembra proprio una chiazza d’umido o qualcosa del genere; perciò, mi decido a spostare lo scaffale che ne nasconde una buona parte, e con una certa fatica riesco a mettere in luce anche la parte più nascosta. È la sagoma di un pesce stilizzato, non c’è alcun dubbio, ma non è qualcosa che sembra abbia a che fare con la pittura o con l’intonaco. È un’ombra, ecco di che cosa si tratta, anche se nella mia stanza non arriva quasi mai il sole, e nonostante la luce della lampadina non sia proprio in grado di proiettare una sagoma del genere sul muro. Poi si muove, il pesce sembra andare avanti per conto proprio, pur lentamente, come se fosse su un fondale marino a caccia di crostacei o di chissà che cosa. Giunge lentamente fino all’angolo della stanza, e poi con calma sparisce, come se avesse scodato nell’acqua verso un’altra zona di caccia. Resto ad osservare, e dopo un attimo arriva l’ombra di un ragazzetto in calzoni corti che sembra come andare dietro al pesce. Non c’è dubbio, sono io da piccolo, mentre cerco di inseguire l’anima di quel pesce di cui adesso ricordo qualcosa. <<Ciao Paolo>>, gli dico nel momento in cui lui inizia a mostrarsi più concretamente, mettendo da parte l’ombra e colorando la sua sagoma in modo più naturale e verosimile. <<Era un pezzo che non ti facevi vedere>>, gli faccio, e lui si schernisce, come se volesse mettere subito in chiaro la sua solita e indubbia timidezza.

            Quindi ci spostiamo, io rimetto al suo posto lo scaffale scansato, lui si accosta al tavolino, e poi si siede. <<Quando ripenso a quel periodo>>, gli dico mentre mi siedo anche io, <<mi prende ancora una grande tristezza. Non so perché avessi catturato quel pesciolino grigio mettendolo in un sacchetto di plastica, senza altro scopo, poi, se non quello di portarlo fino a casa, come fanno i cani con la loro preda. Però subito quel giorno mi ero reso conto che non era certo un comportamento adeguato alla mia personalità, anche se quando avevo cercato di liberarmi di quel pesce, avevo persino peggiorato le cose>>. Paolo tira su le spalle, come se non avesse alcun interesse a ripercorrere quegli attimi, e difatti tiene lo sguardo a terra, come per non dare alcun seguito a quei miei ricordi. Poi si alza, va verso la parete, sicuramente desidera già andarsene, penso, e quindi riprendere la sua dimensione di semplice ombra, per poi magari sparire come prima dietro al mobile, ed io, che vorrei trattenerlo per chiedergli ancora qualcosa, mi rendo conto che non ho l’autorità e le parole giuste per farlo, tanto che mi limito a guardarlo mentre, come avevo immaginato, svanisce, e poi basta.

            Potrei fare un disegno, penso, magari usando delle matite colorate, o anche soltanto un carboncino nero, rifletto all’improvviso: un disegno non troppo grande su di un foglio di carta, raffigurante il mio pesciolino grigio durante gli anni della scuola, almeno così come lo ricordo, e poi appenderlo da qualche parte, anche soltanto per rammentarmi ogni tanto di qualcosa per cui provai a quell’epoca un sincero dispiacere derivato dalla mia cattiva azione. Ma poi sorrido delle mie idee, mi alzo dal tavolo, prendo la giacca ed esco dal mio appartamento. Sono tutte sciocchezze, rifletto, cose senza importanza di cui peraltro non potrei parlarne con anima viva. Forse l’unica persona che potrebbe riuscire, pur a modo suo, a mostrare un po’ di comprensione per i miei strani ricordi che si intrecciano continuamente con la mia giornata, è soltanto Marta, anche se riesco a vederla solamente quando le pare a lei. Decido di passare da casa sua, di attenderla davanti al portone, di provare anche a bussarle alla porta, se proprio riesco ad avere tutto questo coraggio, e così mi avvio subito in quella direzione. Ma dopo poco inizio a nutrire dei dubbi sulla giusta opportunità di una visita del genere, ed allora rallento il passo, e poi mi fermo, quando già sono in vista del caseggiato dove lei abita.

            Mi piacerebbe avere la possibilità di scambiare dei pensieri, delle opinioni, dei pareri sinceri con qualcuno proprio come Marta, ma ho sempre più coscienza del fatto che questo risulta sempre più difficile, e che il mio isolamento dagli altri è qualcosa di ormai assodato, praticamente impossibile da rimuovere. Potrei ancora una volta prendermela con i miei anni della scuola elementare, trascorsi in sostanza senza mai un vero dialogo con anima viva, ma alla fine rifletto che se questo non è quasi avvenuto neanche in seguito, non posso ancora incolparne quel periodo. Piuttosto, probabilmente è la mia stessa incapacità a comunicare con chiunque che mi ha relegato in questa profonda solitudine, e ormai non posso più fare nulla, penso, per tentare delle variazioni.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 15 settembre 2024

Comprensione reciproca.


Cammino da solo, in un pomeriggio qualsiasi dopo la scuola, allontanandomi svogliatamente dalle case del centro abitato, scorrendo con calma la riva di un piccolo ruscello, fino a giungere in un punto dove l'acqua si allarga in una vasta pozza verde, quasi un laghetto. Su di un lato dello specchio d’acqua giunge, dalla parte più in alto, una cascatella di pochi centimetri tra alcuni sassi lucidi, ed io mi siedo sui talloni ad osservarne il corso e ad ascoltarne il gorgogliare monotono. Poi mi accorgo che un paio di pesciolini grigi sono trascinati dalla pur debole corrente, e cadono, senza riceverne alcun danno e malgrado i loro sforzi per nuotare nel senso opposto, giù nella pozza. Dopo qualche tentativo, tramite una busta di plastica che mi ritrovo in una tasca del giubbotto, riesco addirittura a catturarne uno, mentre ne arrivano anche altri dal piccolo torrente che alimenta il laghetto, e a trattenerlo nel sacchetto insieme ad una piccola quantità d’acqua. Quel contenitore improvvisato deve però avere un piccolo foro, e difatti gocciola dal fondo bagnandomi un po’ anche le scarpe e i calzoni, ma in ogni caso penso proprio che dovrei farcela a giungere fino a casa avanti che si svuoti completamente. Quando arrivo a salire le scale, difatti, è rimasta soltanto una minima quantità di elemento liquido, ed il pesce sembra adesso stazionare perplesso in quelle due dita rimaste, quando poi entro in casa, prendo una bacinella e la riempio, e trasferisco là dentro il pesciolino, per iniziare subito ad osservarlo mentre guizza da un lato a quell’altro. Non so che pesce sia, ma questo in fondo non ha alcuna importanza: è lungo circa come un dito della mia mano, ed è vivo, vivace, quasi un simbolo della natura libera ed autonoma, o almeno lo era fino ad un attimo prima del mio intervento.

Mi piace sentirmi in grado di catturare un piccolo animale del genere e di avere su di lui il potere decisionale sulla sua vita, ma dopo poco che ci rifletto comprendo che non dovrei tenerlo con me, la sua natura non è fatta per questo scopo, e provo subito un certo dispiacere per la mia azione. Quando infine decido di rovesciare la bacinella con il pesciolino nello scarico dell’acquaio, lo faccio sperando che quel piccolo animale ritrovi così in qualche modo la sua piena libertà, anche se so quasi per certo di condannarlo alla morte. Mi viene da piangere nel riflettere alla cattiveria con cui l’ho trattato, ma sistemo subito la bacinella al suo posto e torno ad uscire da casa. Mia madre, nell’altra stanza, sicuramente non si è accorta di niente, ma io mi sento ugualmente colpevole, tanto che adesso cammino nervosamente per strada, rinchiuso il più possibile nel mio dolore e nella mia solitudine. Mi siedo su una panchina e dopo poco arriva Marta insieme ad una sua amica. Si siedono accanto a me senza dire niente, ed io all’improvviso provo il desiderio profondo di essere abbracciato, di essere stretto, consolato, compreso nel mio dolore. <<Che stai facendo?>>, mi chiede Marta dopo qualche minuto, ma io non riesco a parlare, ed ho bisogno soltanto di silenzio, e in nessun caso riuscirei a spiegare il mio stato d’animo. <<Vuoi stare da solo?>>, dice lei, ed io non riesco neppure a rispondere, perché vorrei semplicemente sentirmi vicino a loro due, anche se in questo momento non potrei mai parlare con nessuno, tanto meno accennare a quello che davvero mi passa dentro la mente. Se ne vanno, mi piacerebbe avere il potere di trattenerle in qualche maniera, ma capisco che è probabilmente impossibile, così abbasso lo sguardo, e non le saluto neppure.

Che cosa mi interessa degli altri, rifletto: io adesso sono con il mio pesciolino adorato, nuoto con lui e sto lottando insieme a lui con tutte le forze che abbiamo per la stessa identica sopravvivenza, immersi come ci ritroviamo in chissà quale fogna, alla ricerca disperata dei nostri simili, di quel branco di pesci da cui siamo stati separati da mano crudele. Mi alzo in piedi, sono dispiaciuto della mia leggerezza, è evidente, e per questo forse non potrò mai perdonarmi il gesto che ho fatto, e quando incontro alcuni compagni di scuola lungo la strada, vorrei schiaffeggiare tutti quanti soltanto per dimostrare a loro il mio disappunto e la mia rabbia. Poi, per evitare problemi, riprendo il viottolo di fianco al ruscello e rapidamente ritrovo il laghetto. Mi immergo lentamente fino alle spalle, con le scarpe e i vestiti, e rimango nell’acqua fredda e fangosa fino a quando, non so come, riesco piacevolmente a percepire la presenza di decine di pesciolini che nuotano liberi intorno a me. Quando infine esco dal laghetto mi ritrovo completamente fradicio e sporco, però mi sento in qualche modo in pace con me stesso, come se avessi superato una prova. Ho tenuto con me per quanto potevo un piccolo pesce, penso, poi ho restituito a lui la propria libertà, ma nessuno di noi due potrà facilmente dimenticare la nostra esperienza: un contatto meraviglioso, una comprensione reciproca.

 

Bruno Magnolfi

venerdì 13 settembre 2024

Incapacità manifesta.


Mi rendo conto, d’improvviso, che a fasi alterne, un po' con la sua effettiva presenza, almeno quelle volte in cui si fa vedere, e un po' nei miei pensieri che maturo volta per volta su di lei, Marta ha attraversato quasi tutta la mia esistenza. In certi casi, se ci rifletto, mi pare persino che anche lei vada talvolta a far parte di quella piccola schiera di ombre che ultimamente affollano la mia immaginazione, e in altre occasioni mi pare di giungere a desiderare di esserne parte io stesso di quella schiera, in modo da strisciare come loro, per terra e sopra ai muri, esattamente come un’altra entità impalpabile, così come fanno tutte le altre figure che sfilano davanti ai miei occhi. L’anno prima di iscrivermi alla scuola media, pur non conoscendola ancora, stavo già maturando dentro di me la voglia di accostarmi ad una ragazza esattamente come Marta, e in qualche modo forse nella mia mente avevo già iniziato a farci amicizia, addirittura a frequentarla, a dirle tutte le cose che fino ad allora non mi ero mai sognato di dire a qualcuno. Certe volte mentre percorrevo come sempre da solo la strada fino alla scuola elementare, già mi pareva di dover incontrare poco più avanti questa ragazza, magari proprio in via delle matite, davanti all’edificio scolastico, e di trovare subito in lei quella sponda che non avevo mai riconosciuto in nessuno. <<Sono stanco>>, le dicevo; <<stanco di essere scansato da tutti, di non avere alcun amico, di essere additato come un bambino diverso, uno che è sempre bene tenere alla larga>>. Lei mi riferiva di sé delle cose piuttosto analoghe alle mie, e questo era già sufficiente per ambedue nel farci procedere in avanti.

<<Quando uscirò dalla scuola voglio andarmene in giro, trovare lontano da qui la mia vera vocazione, e poi provare ad affiancarmi a qualcuno che sia capace di provare le mie stesse sensazioni>>. Marta, silenziosa come sempre, mi avrebbe ascoltato, forse osservando qualcosa oltre le siepi polverose intorno alla scuola, e magari avrebbe annuito. <<Mi piace la mia solitudine>>, avrebbe spiegato lei; <<Però qualche volta mi sento disposta ad aiutare qualcuno>>. Poi avrebbe finto di mescolarsi con i suoi compagni di classe, e quando io con una scusa sarei andato a cercarla, mi avrebbe guardato per un attimo con indifferenza, come se non fosse stata importante anche per lei la nostra amicizia. <<Sono qui per te>>, le dico adesso nei miei pensieri, e lei con la sua espressione risponde che ci sono cose ben più importanti di certe sciocchezze. Poi le propongo di svolgere insieme qualche compito scolastico, a casa mia magari, dove c’è soltanto mia madre che trascorre il pomeriggio a tagliare e a cucire le stoffe nell’altra stanza. <<Va bene>>, mi fa, anche se capisco perfettamente che lo dice soltanto per farmi un favore, e forse per non essere troppo sgarbata con me. Più tardi, mentre stiamo seduti di fronte, con le mani tra i nostri quaderni appoggiati sul piano del tavolino, afferma che noi siamo soltanto delle ombre, delle figure ritagliate nella carta, e che strisciano sulle pareti, nient’altro. La osservo, non so dove riesca a trovare affermazioni del genere, però annuisco, anche perché sono convinto che in fondo ci sia del vero in queste sue parole.

Immagino che Marta abbia una casa piena di libri, e che trascorra molte ore a leggere pagine su pagine di curiosa letteratura di fantasia, anche se non le farei mai una sola domanda su questi temi. Quando ci salutiamo l’accompagno fino al portone in fondo alle scale, e lei, forse attraversata improvvisamente da qualche pensiero diverso dai suoi soliti, mi dà un piccolo bacio sulla guancia, senza dire una sola parola. Non mi posso fidare di una persona così, rifletto mentre lei si allontana. Pur proseguendo a tenere viva questa amicizia leggera e senza pretese, devo cercare di non farmi assolutamente prendere la mano da sentimenti diversi. Distacco ci vuole, con una ragazza così. Nessun coinvolgimento emotivo, rifletto, quasi che frequentarsi si dimostri un semplice tentativo come tanti altri di sconfiggere semplicemente la noia. La storia delle ombre però mi intriga, anche se sono soltanto un ragazzino, e se mi proietto in un futuro remoto mi vedo già insieme ad una schiera di figure appiattite sul muro, prive di una dimensione essenziale. Forse ha ragione Marta, penso ancora; inutile dibattersi alla ricerca di chissà che cosa: siamo soltanto ritagli di carta appoggiati su un muro. Mia madre prosegue a cucire, quando torno a salire le scale condominiali e a rientrare nel nostro appartamento. Forse, come in molti altri casi, non si è neanche accorta che c’era una mia compagna di scuola qua dentro, e che stiamo affinando la nostra amicizia, mettendo a punto il nostro futuro, giocando con pensieri fondamentali della nostra età. Comunque, so che non è affatto importante tutto questo, e che dobbiamo semplicemente tirare avanti ogni giorno, sentirsi fortunati se riusciamo ad essere già così come siamo, e la solitudine che sta dentro di noi è probabilmente soltanto qualcosa di innato, come l’incapacità manifesta a comunicare qualcosa a chiunque.

 

Bruno Magnolfi

martedì 10 settembre 2024

Proiezione verso il futuro.


            Molto spesso intravedo ancora delle ombre sfumate che scorrono sul muro davanti a me. Non è più soltanto quella del ragazzetto che conosco anche troppo bene, considerato che sono io stesso, o almeno quello che ero ormai una trentina d’anni fa, così come ancora riesco ad immaginarne il profilo nella mia memoria. Adesso, però, proseguono a giungere volentieri davanti a me anche altre figure, fisionomie di persone che spesso neppure riconosco, pur essendo convinto che facciano tutte parte dei miei ricordi, e tra loro il ragazzetto dell’epoca della scuola, peraltro, risulta adesso sempre meno distinguibile in mezzo a tutti. Sono sicuro che rappresentano i tanti personaggi che ho conosciuto durante gli anni della mia giovinezza, molto probabilmente, ma in ogni caso nessuno di loro sembra aver voglia di dire niente, visto che si limitano soltanto a mostrare a me ognuno il proprio profilo, come se ciò fosse già più che sufficiente. Prendo servizio come ogni giorno nell’albergo dove svolgo il ruolo di portiere di notte, saluto i colleghi che intanto se ne vanno per la fine del turno, e poi mi piazzo da solo dietro al bancone del ricevimento, con il mio consueto impeccabile abbigliamento composto da giacca grigia, camicia bianca, calzoni in tinta ed una cravatta ben annodata. Non ci sono molti clienti in questo ultimo periodo, così mi metto comodo a leggere un libro che mi sono portato da casa. Però, dopo che ho dato le chiavi della camera ad un’ultima coppia di stranieri, ecco che giungono davanti ai miei occhi le prime ombre. Mi alzo, vado verso il muro, cerco di toccarle, ma sono del tutto impalpabili. Poi, molto più tardi, quasi a metà della notte, arriva Marta. Lei, al contrario delle altre presenze, risulta come ogni volta in carne ed ossa, e come sempre finge di passare da qui praticamente per caso, e con il solito tatto e la medesima gentilezza chiede in un soffio il permesso di entrare nella vasta sala deserta, e quindi in silenzio si fa da una parte, come per non dare troppo fastidio. <<Sono io ad inviarti le ombre>>, mi dice dopo un attimo di silenzio. <<Mi dispiace saperti da solo>>, mi fa; <<Senza mai una compagnia, isolato dagli altri; e così ho pensato che costringerti a riconoscere qualche figura diafana confrontando alcuni profili con i personaggi che trattieni nella tua memoria poteva essere una maniera per trascorrere meglio il tuo turno. Naturalmente, se tutto ciò per te è qualcosa di troppo opprimente, è sufficiente dirlo, e così smetterò”.

Ci trasferiamo nella saletta della caffetteria, e come al solito accendo subito e metto in pressione la macchina. Non dico niente, non mi sembra ci sia alcuna necessità di parole. Anche Marta adesso non dice niente, si limita a guardare qualcosa alle mie spalle e poi basta. Anche la sua, rifletto, è una frequentazione insolita e particolare, anche se i nostri trascorsi giovanili hanno fatto riemergere in noi due quel piccolo legame affettivo che avevamo interrotto in quegli anni. <<Non sono sicuro di avere davvero bisogno di compagnia>>, le dico senza troppa convinzione. <<Però riconoscere qualcuno in mezzo a quelle sagome che mi appaiono davanti, effettivamente mi piacerebbe, ed una volta ricordato qualche nome, forse potrei parlare con loro, e magari trovare il coraggio per togliermi qualche curiosità>>. Lei sorseggia il suo caffè, e se la osservo meglio mi sembra troppo magra, sciupata, come se non fosse interessata a conservare al meglio possibile la sua persona, il suo fisico da ragazza invecchiata. Rifletto per un momento in mezzo a questo silenzio notturno che forse riesce talvolta a tirare fuori da me degli elementi talmente evidenti da non essere affrontati mai, probabilmente solo perché appaiono scontati.  <<Non mi sembra comunque che quanto a compagnia dovresti preoccuparti troppo degli altri>>, le dico in un soffio, sapendo di toccare un argomento antipatico. Marta non risponde, però sorride leggermente, come sapesse perfettamente di essere stata colta nel vivo dei propri problemi, forse in ciò che più di tutto angustia il suo tempo presente.

Poi si alza dallo sgabello del bancone, si volta. <<Adesso devo andare>>, dice soltanto, ed io l’accompagno subito fino alla porta vetrata dell’albergo. Probabilmente riprenderemo questo argomento spinoso un’altra volta, lasciando come sempre sfilacciare i pensieri e le meditazioni in tutto il tempo di solitudine che ci troviamo davanti reciprocamente, mi immagino; magari, con il suo stile, lei tirerà fuori dal suo cappello, una di queste volte, qualcosa di nuovo che mi potrà lasciare interdetto, oppure si limiterà ad osservarmi in silenzio, per leggere sulla mia espressione sfuggente i miei stessi pensieri. In ogni caso, so perfettamente già da ora che toccherà a me scegliere la mossa migliore per evitare che le nostre esistenze così alla deriva non diventino soltanto delle abitudini, dei comportamenti del tutto usuali, privi di una pur piccola proiezione verso il futuro.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 5 settembre 2024

Inseguire un'idea.


Marta non mi ha più cercato. L’ho intravista qualche volta davanti alla scuola, mentre con gli altri si riversava lungo via delle matite, all’orario di uscita. Ma non ho guardato direttamente verso di lei, proprio per evitare di metterla in imbarazzo, e poi qualche sua compagna sembrava in quel momento riuscire a distrarla con qualche chiacchiera tipica delle ragazzine, così immagino non si sia neppure accorta di me. Forse ho fatto qualche errore con Marta, però vorrei ricevere adesso una pur piccola spiegazione del suo insolito comportamento. Lascio passare qualche giorno, con la mia abituale indifferenza, però mi guardo in giro, controllo sempre che lei sia dalle parti della scuola, che sia presente nei dintorni di ogni mia giornata, aiutandomi con un paio di occhiali di mio padre, con le lenti oscurate, che camuffano ogni espressione e non lasciano capire verso dove i miei occhi siano rivolti. Infine: la noto, ferma sul cortile, insieme a qualche compagno, però con lo sguardo basso, in silenzio, come per fare soltanto atto di presenza in mezzo agli altri ragazzi. Le vado vicino senza che lei mi noti, estraggo un temperino che porto spesso con me, non so neppure per quale motivo, e poi affondo rapidamente la punta della lama nel suo braccio. Marta lancia un urletto mentre la sua faccia assume immediatamente una smorfia di dolore, ma io mi ritiro, pur con calma, senza guardarla, come se non avessi niente a che fare per quella piccola ferita che le ho provocato. Lei adesso mi scruta con espressione cattiva, la sua faccia sembra quasi chiedere a gran voce il motivo di questo mio gesto, ma io, dopo un attimo di sosta, muovo i passi per andarmene. Lei mi raggiunge, mi costringe a fermarmi, mi guarda diritta, ed io tolgo gli occhiali, la guardo a mia volta, le chiedo, come se cadessi dal cielo in quel momento: <<Che cosa ti ho fatto?>>. Marta comprende perfettamente a cosa mi riferisco, e dopo aver estratto dallo zaino un fazzoletto di carta si asciuga le poche gocce di sangue che le sono uscite dal braccio, e quindi risponde: <<Niente>>, senza aggiungere altro.

Rimaniamo lì immobili e vicini per qualche minuto, in silenzio, senza più avere il coraggio neppure di guardarci, poi lei muove un passo di lato, e quindi si avvicina decisa verso i suoi compagni. Torno a casa camminando lentamente, rifletto che forse in questo momento avrei la necessità di un parere obiettivo, l’opinione di una persona più grande di me, disposta ad ascoltare tutta la storia e a tirarne fuori un giudizio chiaro e spassionato. Mi immedesimo rapidamente in ciò che sarò tra vent’anni o anche di più, e mi rendo conto in questa nuova veste che forse nel futuro niente più sarà com’è stato adesso. In tutti questi anni trascorsi non ho mai avuto bisogno di una vera compagna, stabilisco nella mia mente, anche se naturalmente ho fatto le mie esperienze. Forse non sono stato capace di provare per gli altri veri e sinceri sentimenti di affetto, e la solitudine che sempre ho coltivato mi è parsa ogni volta l’unica vera caratteristica della mia personalità, fin da quando ero un ragazzo del periodo scolastico. Probabilmente il mio modo di comportarmi non è risultato favorevole per tutte le persone che mi hanno incontrato fino ad ora, e per tutte loro probabilmente arrivare a scansarmi è sempre stato il modo migliore per non avere qualcosa da spartire con me. 

Da adulto, proprio come ora mi sento, ripenso ancora alle possibilità a cui avrei potuto facilmente spianare la strada, se solo nei momenti in cui ero bambino avessi cercato di variare almeno qualcosa di tutto quanto è andato capitando in seguito, oppure di ciò che non mi è capitato affatto, lasciandomi da solo a navigare in un mare quasi sempre estraneo ai miei gusti. Mi guardo dentro uno specchio, e certe volte intravedo una persona diversa da ciò che sono diventato, qualcuno che normalmente si piazza rannicchiato e inerte dietro alla maschera. Avrei potuto fidarmi degli altri, coltivare delle amicizie, raccontare in giro qualcosa delle mie sofferenze, e durante le mie confessioni confrontarmi con le esperienze di qualche coetaneo. Questo lasso di tempo, da quando ero un ragazzo fino ad oggi, è servito soltanto a solidificare quello che già era abbastanza evidente negli anni dell’adolescenza: l’incapacità che ho sempre avuto ad instaurare delle relazioni con gli altri, di confidarmi, di scambiare opinioni, di avere fiducia nel prossimo, assieme naturalmente al fatto assodato per cui non sono mai riuscito a modificare la benché minima parte di quanto adesso mi appare evidente, invariato e costante per tutto questo lungo periodo. Forse è vero che Marta era simile a me, ma proprio per questo non era possibile per noi due trovare una sintesi comune dei nostri caratteri. Senza saperlo, al momento, il mio gesto allora era stato quasi catartico, ed il fatto di averla fatta allontanare definitivamente da me, un qualcosa che indubbiamente stavo cercando da tempo.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 29 agosto 2024

Variazioni di comportamento.


In certi casi, almeno da qualche tempo a questa parte, nei momenti frequenti in cui mi ritrovo da solo e normalmente immerso nei miei tanti pensieri, noto una specie di ombra davanti ai miei occhi, come una sagoma scura che, pur non mostrandosi mai con troppa evidenza, ed in più soltanto di sfuggita, riconosco perfettamente nella persona che ho immaginato potesse essere fin dall’inizio. Sono convinto, in tutto questo, che è il mio passato che viene ogni tanto a farmi una visita, ma mentre questo ragazzetto, che poi rappresenta me stesso nell’età adolescenziale, fino a poco fa si è sempre manifestato ogni volta nelle sue fattezze complete, adesso è come se non riuscisse più a farsi vedere in modo integrale, e per qualche motivo scegliesse - o fosse appena in grado - di evidenziare ai miei occhi soltanto l’ombra di se stesso, giusto il profilo della propria sagoma, una fisionomia netta e leggermente scura, senza maggiori caratteristiche riconoscibili. Cerco di restare indifferente a questa sua presenza silenziosa che a momenti appare e scompare, anche per non mettere lui ulteriormente in difficoltà per la sua presunta inefficienza. Fingo insomma di ignorarlo, anche se alla fine mi giro di colpo verso questa strana ombra, dicendogli all’improvviso: <<Stai forse cercando di spiare i miei comportamenti, immaginando magari che in questa nuova forma io non riesca a notare troppo la tua presenza?>>. La sua sagoma allora schiarisce leggermente, poi si muove, ed io rifletto che con ogni probabilità nell’arco di pochi secondi lui finirà di nuovo per scomparire del tutto, senza neppure prendersi la briga di rispondermi; ma poco dopo noto il suo profilo appoggiarsi ad un mobile, mentre stiamo nel mio appartamento, e poi tornare a farsi vedere da me in modo più completo, ma solamente per qualche secondo, quasi per porgermi una specie di saluto.

Riconosco che il nostro rapporto è sempre stato difficile, finendo spesso per incolparci a vicenda di quanto siamo stati incapaci di dare inizio a dei comportamenti positivi verso gli altri nei nostri diversi periodi di esistenza. In ogni caso, io mi sono quasi affezionato a questa sua presenza, e spesso ripercorro volentieri, anche tramite i suoi suggerimenti – in genere soltanto delle indicazioni silenziose - le vicende che volta per volta riconosco perfettamente nella mia memoria come essersi modificate in qualche caso anche in senso positivo, ma la maggior parte delle volte in modo assolutamente negativo, anche se a seconda dei casi. Lui poi sparisce del tutto, ed io prendo la giacca ed esco da casa. Fuori, lungo la strada, mi avvolge la tranquillità del pomeriggio, e quando un’auto delle forze dell’ordine mi supera, sorrido per quel loro pattugliamento quasi inutile. C’è stato un lungo periodo, dopo il termine della mia lunga condanna alla detenzione carceraria, in cui venivo controllato regolarmente dalle divise, e i gendarmi in quei casi avevano sempre verso di me quell' insopportabile atteggiamento di chi sa con certezza che prima o dopo sarei ricascato in qualche faccenda delittuosa, nonostante il mio impegno continuo nel rigare diritto. Poi hanno allentato la loro presenza, anche se ogni tanto proseguono a farsi vedere lungo la strada dove abito, quasi per darmi un ulteriore avvertimento e ricordarmi il brutto periodo di prigionia. Ma in un attimo io mi incarno nel ragazzetto di prima, sparisco agli occhi di tutti, e tento di riflettere tutto con la mente sgombra, quella di chi ancora non ha commesso mai alcun reato.

Sono pulito, rifletto, in grado di disporre della mia persona come più desidero, anche se i freni che sento continuamente dentro di me sono di una tale potenza quasi da costringermi all’immobilità. Nella scuola elementare di via delle matite credo nessuno mi tenga in una qualche considerazione: forse vedono in me uno sbandato, un ragazzo che se ne sta sempre da solo, che non cerca mai un rapporto con gli altri, come forse sarebbe naturale, ed alla fine appare quasi prigioniero dei suoi stessi modi di comportarsi e di pensare. Forse un compagno di classe un po' differente dagli altri lo si può soltanto ignorare, pensano tutti, e quindi tenere sempre a distanza, come se evitandolo ci si mettesse al riparo da problemi e da comportamenti poco ordinari; oppure si può sempre tentare di ridicolizzare ogni gesto che lui possa compiere, ogni parola che dice, qualsiasi posizione assuma nel banco scolastico, e tutte le espressioni che sembra mostrare durante l’orario delle lezioni, ogni volta ridendo delle sue smorfie e di qualsiasi altro atteggiamento possa assumere. Non ci sono molti argomenti di cui discorrere durante le pause ricreative, e quindi niente di meglio che darsi di gomito e parlar male di quel bambino con la faccia decisamente sempre troppo seria, che non si accosta mai a nessuno. Io non ho mai pensato che la colpa di tutto fosse in qualche maniera della mia famiglia, però ho sempre creduto che la mia personalità fosse esattamente quella che riesco a evidenziare nei confronti di chiunque, senza fare alcuno sforzo per modificare qualcosa di me. Sono fatto così, sembro affermare a tutti quasi ogni giorno, inutile tentare delle variazioni di comportamento.

Bruno Magnolfi