mercoledì 5 aprile 2017

Sopportazione limitata.

           

Io sono come tutti. Non penso mai a qualcosa come per un riferimento positivo oppure come per un esempio da seguire, perché al contrario di qualcuno che conosco, se serve io sono sempre pronto a prendermela con tutti, criticando regolarmente chi mi capita più a tiro, scagliandomi spesso anche contro coloro che magari solo mi sfiorano, ma che in qualche modo reputo ostili al mio modo di essere, ed esternare questo mio comportamento già mi pare più che sufficiente. Giro per strada con le mani sprofondate nelle tasche, e noto sempre dei particolari negli altri che certe volte non riesco minimamente a sopportare. Perciò dico che non si può andare avanti in questo modo, perché è più che evidente come ogni individuo non possa avere altro da pensare che a se stesso, e per questa semplice ragione non resta quindi spazio a nessuna differente possibilità. Mi occupo dei fatti miei per quasi tutto il tempo che ho a disposizione, almeno fino a quando non sono disturbato da qualche deficiente che decide di incrociare la mia strada, e comunque credo proprio che la mia sia la più onesta e lineare tra le normalità possibili.
Un conoscente mi ferma per dirmi che oggi forse non è una bellissima giornata, ma che in ogni caso ci possiamo comunque accontentare. Lo guardo subito male, gli dico che accontentarsi è già un termine che non sopporto, e poi se non splende il sole come vorrebbe lui, comunque sia intanto non piove, ma se pure piovesse forse per qualcuno andrebbe comunque già benissimo. Quindi non è questo un argomento proprio fondante. L’altro mi guarda, dice che ci potremmo comunque prendere un caffè nel locale più vicino, e questa alla fine mi pare già un’ottima idea. Mi rilasso, ci sediamo, lui dice che in questo periodo si sente molto indeciso su alcune scelte da fare circa il suo lavoro. Lo ascolto, annuisco, penso sia un bravo ragazzo, uno che riflette a fondo le sue cose, troverà sicuramente e in fretta la soluzione migliore ai suoi problemi. La realtà non incoraggia, gli dico in breve: sono tutti ladri, bisogna stare sempre attenti a come ci si muove.
Poi decido di parlargli di una mia difficoltà: si tratta di qualcosa che mi capita di notte, quando sono nel mio letto per dormire, ed è proprio quel momento in cui credo ancora di pensare a qualche cosa, quando in un attimo invece inizio già a sognare, tanto che alla fine, non so neppure come, ecco che d’improvviso parte l’incubo. Dei tizi che neanche conosco mi rincorrono, e mentre scappo a perdifiato sento dietro le mie spalle che gridano il mio nome con tutta la loro rabbia assurda che dimostrano di avere dentro, e poi dicono anche che sono proprio io che li ho traditi, ed è per colpa mia se tutto sta lentamente ma inesorabilmente sprofondando, e questi sconosciuti continuano a urlare queste cose come se io fossi responsabile di chissà quali apparati: come un dirigente, un comandante, un capo di un’organizzazione di cui però non sono assolutamente a conoscenza. Allora cerco di parlare, di spiegarmi, di giustificare in qualche modo le cose di cui sono accusato, e tutto si placa all’improvviso, probabilmente proprio grazie alle mie parole, ed anche se in seguito mi sveglio ancora in piena agitazione, sono già contento, perché so che probabilmente sono riuscito a convincere tutti che davvero sono innocente, che quelle accuse su di me fin dall’inizio erano tutte assurde ed infondate.
L’altro mi guarda, adesso sembra avere sulla faccia un’espressione ironica, quasi beffarda, come se c’entrasse anche lui nelle cause del mio incubo. Gli chiedo spiegazioni, ma lui resta in silenzio, solo continua ad osservarmi con un viso che adesso quasi riconosco tra quelli di coloro che mi avevano inseguito. Non dico niente, mi alzo dal tavolino, lascio degli spiccioli sul tavolo, poi me ne vado; tanto non merita rimanere ancora lì.


Bruno Magnolfi

lunedì 27 marzo 2017

Note in elenco.

            

Sto facendo un elenco preciso di tutte le cose da fare. Continuo a segnare su un foglio ogni più piccola attività che prima o dopo voglio affrontare, ed in seguito scrivo sul margine della carta le priorità che qualcuna di queste mostra con evidenza rispetto alle altre, in modo da costruire un vero percorso definito tra tutte le mie annotazioni. Oggi sarebbe il giorno più giusto per uscire da qui, penso; magari andarmene in giro per i fatti miei ed eseguire tutto quello che mi sono appuntato; purtroppo non potrò avere la mia mattinata di libertà fino alla prossima settimana, così è stabilito dal nostro bravo direttore, sempre che nel frattempo io non faccia qualche sciocchezza tale da rinviarne la data, perciò devo soltanto avere pazienza, girare come sempre per i corridoi di questo istituto e continuare a prendere nota di tutto quello che mi è rimasto ancora da scrivere, proprio per non dimenticarmi di niente. Gli altri mi guardano storto quando impugno questa matita, ritengono forse che stia soltanto perdendo del tempo, ma è vero il contrario, perché con il mio metodo così preciso riuscirò a fare tutto quanto ho dentro la testa senza tralasciare alcunché, risparmiando le forze e soprattutto conservando per me i minuti preziosi della mia mattinata.
Ignoro tutti quelli che mi passano accanto, spesso lanciandomi sguardi pieni di sprezzo e di invidia: metto insieme poco per volta il mio percorso di cose da fare, e tutto sarà definito con esattezza alla fine delle mie annotazioni. Ognuno deve avere un futuro, ciascuno di noi può delineare poco per volta le cose che intende affrontare, non c’è niente di male, è come una strada che ciascuno di noi intende intraprendere, sappiamo perfettamente dove ci potrebbe condurre, si tratta di scegliere o meno di provare a imboccarla. Nei miei fogli ho già previsto tutto quello che è logico fare: le prime cose sono senz'altro quelle più semplici, in seguito però vanno intraprese le attività più impegnative, ma non c’è assolutamente niente di cui spaventarsi, è tutto descritto tra le mie annotazioni, si tratta soltanto di seguire il percorso.
Arriva uno degli internati con cui divido gli spazi, uno di quelli che per adesso non è iscritto tra coloro che partecipano al progetto delle mattinate di libertà, e dice che è tutta una stupidaggine, tutto sarà sempre uguale, non c'è da farsi illusioni. Lo guardo, so che per lui è completamente diverso pensare il futuro: non si proietta nel giorno seguente, neppure in quello che segue subito dopo: lui non ha niente da predisporre, non ha una mattinata con cui riempire di idee il suo presente, ha soltanto di fronte a sé una giornata qualsiasi con cui perdere tempo e gingillarsi con le sciocchezze di sempre, come un bambino che gioca. Gli dico cosa penso di lui, ma lui sorride, dice che sono io a non avere ancora capito il senso del tempo.
Sgrano gli occhi, gli dico che sto prendendo degli appunti precisi, ma lui obietta che sto soltanto perdendo il mio tempo, e che mi illudo di poter fare chissà cosa durante una stupida mattinata in cui un operatore mi porterà come un cane in giro qua attorno. Continuo a guardarlo, gli dico di smettere, non mi va di ascoltare ancora le sue parole così negative, ma lui insiste a ridere delle mie illusioni, così come le chiama, e poi mi volta le spalle come per mostrare che ha già sprecato anche troppe parole per questi discorsi. Gli chiedo di ascoltarmi, di voltarsi verso di me, ma lui se ne va, lasciandomi esterrefatto: forse ha ragione, rifletto; forse non c’è alcun motivo per cercare di essere così razionale come tento di fare ogni giorno. Inizio ad urlare, dico subito a voce alta che il direttore è un maiale, un essere che fa credere agli altri tutto quello che vuole, ma gli operatori intervengono subito e mi immobilizzano: mi sono giocato la mia mattinata, mi dicono; posso persino segnarlo sul mio taccuino.


Bruno Magnolfi  

giovedì 16 marzo 2017

Conteggi.

            

Ho impiegato molto tempo per abituarmi. Non perché il susseguirsi di queste monotone giornate fosse per me qualcosa di poco congeniale, quanto perché avevo sempre pensato a qualcosa d'altro, anche se adesso non saprei neppure dire che cosa di preciso. Sto fermo dentro a questo chiosco di giornali presso un importante incrocio di strade e di marciapiedi della mia città. Sono i miei capi naturalmente che si occupano di tutto: dei fornitori, di cosa mettere in bella vista, dei resi, ed io rimango qui soltanto durante alcune ore del giorno, quando loro sono a riposarsi oppure a fare anche altre cose che a me non merita sapere. Mi lasciano qui durante quel pugno di ore più morte, quando puoi vederti arrivare davanti giusto qualche anziano per acquistare una rivista o un giornaletto, e dopo basta. Così spesso mi annoio, e spero sempre succeda almeno qualcosa che mi faccia terminare presto il mio orario di lavoro.
Di gente se ne muove parecchia intorno a me, è sempre un turbinio di macchine davanti a questa edicola, ma di tutte queste vetture rombanti non se ne trova mai qualcuna che abbia voglia di fermarsi per acquistare qualche cosa. Così, giusto per far passare meglio il tempo, mi sono messo qualche giorno fa a contare quante vetture di colore rosso potessero riuscire a transitare nello spazio di in un'ora intera, e dopo ciò ho fatto anche il conteggio di quelle di colore bianco, poi di quelle nere, delle gialle, dei modelli più comuni, dei più rari, dei motorini, delle biciclette, e così via. Qualche cliente del chiosco, naturalmente, è arrivato sempre nel momento meno opportuno, quando tutto sembrava fatto apposta per farti perdere il conteggio, ma con qualche stratagemma sono riuscito quasi sempre a cavarmela, anche se in qualche caso ho dovuto ricominciare tutto da capo.
Un pensionato poi mi ha chiesto cosa mai stessi facendo, e lui si è subito reso disponibile per aiutarmi, perciò gli ho dato un foglio ed anche un lapis, ed ho lasciato che contasse come me anche lui i flussi del traffico. In pochi giorni i pensionati sono diventati cinque, e siccome le notizie poco importanti girano più in fretta di qualsiasi altra cosa, a decine hanno iniziato a farsi avanti per questa attività quasi senza scopo. Per ingraziarsi la mia benevolenza però tutti sono arrivati al chiosco acquistando un giornale o una rivista, e quindi le vendite nelle ore morte dell’edicola in pochi giorni hanno registrato un’impennata, tanto che per far fronte a tutti i nuovi clienti ho dovuto lasciare i miei conteggi praticamente in mano alla folla dei miei aiutanti, peraltro felici di essere utili a qualcosa.
Uno del comune poi è venuto da me per dirmi senza mezzi termini che quei conteggi sarebbero stati molto utili a loro dell’ufficio per la mobilità, così mi ha fatto un'offerta per avere i totali dei passaggi automobilistici divisi nei giorni per orari e direzione, ed io naturalmente ho accettato tutto quanto, esagerando l’importanza del mio compito e dei dati, sottolineando che solo uno come me riesce a quantificare esattamente da questa posizione di privilegio le cifre precise. Gli aiutanti sono diventati così un numero discreto, tutti dislocati intorno al chiosco, foglio di carta e lapis in mano, qualcuno portandosi una seggiola da casa, pronti a mettere una lineetta nuova ad ogni passaggio da registrare.
Naturalmente ho dovuto arrabbiarmi con qualcuno, generalmente poco preciso nel memorizzare tutte le cose, o anche poco preciso semplicemente nel segnarle sopra al foglio, perciò sono stato anche costretto a sostituirne uno o due che magari si occupavano dei furgoni chiusi, inserendo al loro posto chi forse prendeva nota solamente dei taxi, ed in questa maniera mi sono fatto un elenco esatto dei pensionati che proprio per merito potevano aspirare alle liste maggiormente ambite tra tutte le altre.
Ma alla fine sono arrivati anche i miei capi; mi hanno detto in due parole che mi ero approfittato della posizione di privilegio che mi avevano concesso, e che adesso dovevo proprio andarmene, a meno che non avessi accettato il lavoro mattiniero di scaricatore dei pacchi dei quotidiani dai furgoni. Mi sono arreso, era evidente, non avevo scelta, ma ho lasciato ai miei aiutanti il loro compito guadagnato ormai sul campo, semplicemente distanziando di qualche metro da questo chiosco ognuno di loro, così che tutto quanto alla fine pare adesso filare proprio bene, visto che per me si è anche aperto inaspettatamente un importante credito d’esperienza nei confronti del comune.  

Bruno Magnolfi


venerdì 3 marzo 2017

Rumori molesti.

          

Silenzio. Pur stando in ascolto con il massimo dell’attenzione, pronto ad interpretare immediatamente come un pericolo qualsiasi pur minimo rumore possa giungere alle mie orecchie da fuori, non sento nulla, se non il mio vecchio cuore che batte, ed il leggero fruscio nella testa dato dal sangue che scorre regolare all’interno delle mie vene. C’è un dentro ed un fuori, in tutte le cose, ed io me ne sto qui a passare la notte avvoltolato in questo cartone, senza che almeno per adesso mi giunga alcun rumore da qualche parte qua attorno. Lontano, perso chissà in quale contrada che non conosco neppure, solitario e forse un po’ triste, ma in questo caso quasi rassicurante come il respiro naturale della città, il fischio appena avvertibile di un treno in arrivo o in partenza, nell’aria di questa notte qualsiasi, che non mostra al momento alcuna differenza con tutte le altre notti. Sollevo leggermente le palpebre, giro gli occhi da una parte e dall’altra, guardo qualcosa senza grande interesse, in questo buio leggermente tagliato da un lampione potente, posizionato su in alto nella piazza vicina, e subito dopo mi volto su un fianco, come uno di quelli che ancora cercano di dare in qualche modo una difesa per il proprio corpo, e stanno sempre come in attesa della botta che arriverà prima o dopo, a svegliare in un lampo di dolore questo sonno strappato alla strada. 
Lieve rumore. Forse soltanto qualcuno che passa poco lontano, oppure un semplice pezzo di carta mosso dal vento, una lattina vuota che rotola sul marciapiede, chissà, magari i ragazzi dell’associazione che ti portano il tè caldo, una coperta, una pacca sopra la spalla. Niente, resto fermo, tanto che potrei forse essere morto, e penso: chissà se qualcuno da dietro mi guarda in questo stesso momento, magari ha pena di me, oppure ritiene questo fagotto una spazzatura da prendere e togliere subito, come qualcosa che dà solo disturbo, perché produce un’immagine del tutto sgradevole della città. Adesso, poco distante, stanno lavando la strada: passa una macchina che spruzza dell’acqua sotto a una spazzola, e intanto aspira ogni residuo di vita, ad annullarne le tracce.
Colpo sul muro. Poco lontano qualcosa sta succedendo: mi giro, osservo due o tre ragazzi mezzi ubriachi che si divertono a svegliare un vecchio come me apparentemente senza difese, ma io tiro su la mia testa, mostro subito l’espressione di uno che non sarà tanto facile da abbattere, e che forse ha persino un coltello nascosto da qualche parte, e magari è anche pronto ad usarlo, perché non ha molto da perdere, e forse sa persino difendersi. Gridano qualcosa, a distanza, ridendo in modo sgraziato, e poi se ne vanno, spingendo le loro facce dietro qualcosa che possa apparire più facile, più divertente, un’impresa che dia loro maggiori soddisfazioni con un impegno minore. Mi giro, tutto adesso pare più quieto: la spazzatrice stradale ha voltato verso qualche altra parte, persone a piedi non se ne vede, sento soltanto una moto ruggire lungo la via principale, e dopo più nulla.
Silenzio. È bello immaginare il quartiere immerso nel sonno, in quella fase del giorno in cui tutti appaiono uguali, e i sogni di ognuno possono essere anche i più differenti, indipendentemente da chi sta sognando. Devo cambiare abitudini, penso; trovare un giaciglio un po' più sicuro, dove non ci sia da stare sempre in allerta, ed il mio fagotto di stracci non dia tanto nell'occhio.
Rumore secco vicino. Mi volto, sono i ragazzi di prima, sono tornati con intenzioni peggiori, ridono, uno di loro sbatte una spranga di legno su un palo, per farmi capire cosa mi attende. Non cerco neppure di tirare fuori il coltello, sarebbe peggio per me, mi limito a guardarli e ad attendere. Loro si fanno vicini, sono sempre più minacciosi, stavolta non riuscirò certo a cavarmela penso, spero solo che facciano un lavoro completo, che non mi esponga a sofferenze ulteriori.
Poi, un rumore più forte. Gira dall'angolo la spazzatrice stradale, illumina tutti coi suoi fari potenti, scendono in due vestiti di arancio, i ragazzi vanno subito via, e dopo poco anche io me ne vado con le mie povere cose: questo non è un posto adeguato a dormire penso; ci sono troppi rumori.


Bruno Magnolfi

lunedì 27 febbraio 2017

Fantasmi ordinari.

           
            Se guardo dalla finestra dentro al buio di questo cortile, proprio di fronte alla mia stanza, certe volte ci vedo qualcosa di incomprensibile: ci sono delle forme che sembrano vive, e le pietre del muro di cinta che in qualche caso paiono muoversi; il semplice pavimento di nudo cemento poi sembra accogliere sopra di sé come delle fluttuanti ombre scure sul grigio della polvere: ma se scruto quelle forme con maggiore attenzione, proprio per rendermi conto da cosa siano generate, purtroppo quelle svaniscono subito. Stringo gli occhi, impiego tutta la concentrazione che posso, eppure non riesco a intravedere nient’altro, se non le solite cose che conosco già perfettamente. Di giorno invece tutto sembra restare al posto consueto, tanto che gli altri condomini di questo casamento attraversano lo spiazzo, passano davanti alla mia finestra senza alcun problema, ed ogni cosa ai loro occhi e davanti ai loro piedi appare normale. Per questo vorrei evitare di parlarne con loro: mi secca essere forse scambiato per uno sciocco bugiardo, uno che si inventa le cose per apparire magari più interessante agli occhi di tutti.
Poi una anziana signora che abita al terzo piano e conosco da sempre, mi viene a chiedere incrociandomi nel corridoio, se per caso abbia visto qualcosa di strano. La guardo, non credo abbia voglia di prendermi in giro, e poi non è il tipo che farebbe mai una cosa del genere, così le rispondo immediatamente che tutte le sere, quando scende il buio più fitto, ci sono delle cose che passano davanti alla mia finestra del piano terra, anche se non riesco a comprendere che cosa diamine possano essere. Lei attenta mi ascolta, dice che sono una persona affidabile, sicuramente potrò indagare meglio nei prossimi giorni e farle presente che cosa stia realmente avvenendo dentro al cortile del nostro condominio. Io la ringrazio per la fiducia, poi, confortato da quel suo sostegno, mi piazzo la sera stessa dietro ai vetri della mia finestra armato di una potente torcia elettrica, pronto a rendermi conto una volta per tutte di quello che avviene.
Attendo a lungo, forse anche troppo, e niente succede, come se l'ideatore di tutta la messinscena conoscesse già perfettamente quelle mie intenzioni, tanto da fare probabilmente anche di tutto per renderle vane. Oramai a notte inoltrata invece, proprio quando mi volto da lì al momento di sentirmi praticamente quasi deluso, pronto a lasciare del tutto la mia postazione, ecco che esattamente in quello stesso momento qualcosa si muove. Ripeto la medesima operazione diverse volte, voltando di scatto la faccia e poi tornando a guardare, fino a rendermi conto che un semplice riflesso nelle lenti dei miei occhiali produce un facile e stupido inganno. Accendo la torcia, mi assicuro di tutta la realtà delle cose, poi con calma chiudo le tende, spengo la luce ed infine, ormai completamente tranquillizzato, me ne vado a coricarmi nel letto.
Il giorno seguente incontro proprio sul portone del caseggiato condominiale quella signora curiosa, e subito, usando gesti e occhiatacce che rendono più verosimile qualsiasi faccenda, le faccio presente con dei bisbigli che la costringono a chiedermi diverse volte che cosa diamine le stia raccontando, che adesso non ci può essere più alcuna perplessità: la notte si muovono dei fantasmi nel nostro cortile, le dico con l’espressione di terrore che semplicemente pronunciare quelle parole produce: ma rimanga tra noi, le chiedo con impegno e grande serietà; si potrebbe innestare il panico generale nel nostro quartiere, tale da rendere questi nostri appartamenti addirittura inabitabili, pronti ad essere abbandonati da qualunque persona non del tutto priva di senno.


Bruno Magnolfi

mercoledì 22 febbraio 2017

Come una giornata qualsiasi.

            

Pedalo svogliatamente sopra la mia vecchia bicicletta in quest’aria fredda e buia della mattina, e non penso a niente altro che sia semplicemente cercare di giungere al giusto orario sul mio luogo di lavoro, e forse stringere gli occhi lacrimosi che mi frizzano ad ogni colpo di questo strano vento artificiale, restando dietro a tutti i furgoni delle consegne, anonimi e frettolosi. Un giorno qualsiasi anche oggi, senza alcuna novità, al punto che col mio collega dovrò inventarmi qualcosa da dire, magari qualche argomento che non abbiamo mai affrontato, o che al contrario abbiamo così sfruttato da mandarne a memoria ogni dettaglio, tanto da poter riderci sopra.
Ma non voglio pensare a niente adesso, niente di quello che potrà essere questa mia giornata, uguale o estremamente simile a qualsiasi altra, con quel suo retrogusto vagamente amaro e privo di sostanza. Voglio andare avanti, minuto dopo minuto, senza riflessioni che sono sicuro non porterebbero da nessuna parte, e senza ricerche spasmodiche di senso che non troverò mai, in nessun caso, neppure se le analizzassi al microscopio.
Provo ogni volta sempre più fatica quando mi siedo sopra al sellino di questa bicicletta; mi impongo al mezzo con qualche sofferenza, e poi il mio spirito ecologista mi richiama subito all’ordine, incoraggiando i miei muscoli a dare forza a queste ruote stanche, annoiate, che magari vorrebbero seguire un percorso un po’ diverso, e portarmi da qualche parte che ancora valga la pena di essere visitata. Invece l’itinerario è il solito, quello segnato una volta per tutte, lungo questo viale di cui mi è nota anche la livrea di ogni albero che incontro, nelle diverse stagioni che ne modificano pur meravigliosamente l’aspetto ed il colore.
Può essere sufficiente forse transitare sotto agli striscioni delle date canoniche dell’anno, sempre nell’attesa di quello che sta di seguito una settimana o un mese dopo, come tentare una rincorsa perenne, un sentir bruciare dentro un desiderio di qualcos’altro che alla lunga però diventa anch’esso un’abitudine. Ma può anche non esserlo, specialmente quando qualsiasi variazione piccola o grande che sia in tutto il panorama, sembra non bastare più a spingere sui pedali per questo semplice tragitto, casa e lavoro, e viceversa, senza cambiamenti. 
Proseguo, guardo avanti, qualche nuvola schiarisce sopra ai tetti delle case, ormai ho percorso più di metà di questa strada che mi separa dall’entrare dentro l’edificio che mi terrà racchiuso nel suo interno per tutta la giornata. Un uomo dal marciapiede mi chiama col mio nome, così mi volto, lo guardo, ma non lo riconosco; mi fermo, comunque, accostando verso di lui che continua a guardarmi con un semplice sorriso. Non mi ricorda niente, nessuno con cui abbia mai avuto a che fare, però lui ancora mi guarda, mi dà una piccola pacca amichevole sopra una spalla, mi chiede come vada, ed io gli rispondo nella maniera più stupida che riesca a trovare, sorridendo mentre gli dico che sto andando al mio lavoro e comportandomi come se stessi ricordando esattamente dove prima di adesso abbia già conosciuto i suoi modi e quella sua espressione.
Mi stringe la mano, dice che la giornata non è bella, forse verrà a piovere nel pomeriggio, addirittura. Gli dico che sono in ritardo, lui alza la mano e fa subito come un passo indietro, io rimetto il piede sul pedale, stringo il manubrio, riparto senza perdere altro tempo, e quando sono già a qualche metro di distanza, quello mi grida: divertiti, tu che lo puoi, per me invece sarà una pessima giornata. Mi giro verso di lui, quasi incredulo di quelle parole, e mi accorgo solo adesso che cammina zoppicando, come avesse un grosso problema ad una gamba. Poi giungo sul posto di lavoro, ed improvvisamente ho voglia di abbracciare il mio collega, forse soltanto perché in tutti questi anni da quando lavoriamo assieme, non l’ho proprio mai fatto.


Bruno Magnolfi

venerdì 17 febbraio 2017

Come una serata insignificante.



Sono arrivato fino qui da solo e senza aspettative per seguire questa assemblea; mi sono seduto in una delle ultime file della sala che mi ha accolto, poco prima che qualcuno iniziasse a parlare, e nel brusio generale dei presenti ho iniziato a scrivere questa nota, forse soltanto per darmi importanza con i vicini di posto, e in fondo anche per riempire un po' il tempo. C'è molta gente, molti si salutano con apparente calore, altri parlano in piedi a voce alta magari soltanto per farsi sentire da qualcuno che sta seduto poco distante da loro. L'idea di andarmene prima dell'inizio di tutto ha già iniziato a sfiorarmi da qualche minuto, ma per il momento ho deciso che devo restare, almeno per seguire gli argomenti dei primi che daranno vita al dibattito. Le strette di mano si susseguono con naturalezza senza alcuna interruzione, ma infine qualcuno sul palco prende il microfono ed allora tutti in questa platea finalmente si siedono mostrandosi pronti ad ascoltare ciò che viene proposto.
Scrivo con una semplice matita, un vecchio lapis che ho trovato abbandonato all’entrata sopra uno dei tavolini, ed il volantino cartaceo che pubblicizzava l’incontro, adeguatamente piegato in quattro, è quanto di meglio potessi desiderare per prendere appunti. Un signore accanto a me scruta quanto sto scrivendo quasi con attenzione, così volgo lo sguardo verso di lui con l’espressione di chi chiede qualche spiegazione su quella evidente curiosità. Quello invece sorride, come a mostrare che non voleva disturbarmi, così rispondo al sorriso scuotendo il mio foglio, a mostrare quanto poco importante per me sia tutto quello che sta succedendo. 
Sul palco si dice che le cose cambieranno, ci sono i presupposti per sperare in un miglioramento. Annoto le parole con diligenza, poi mi viene voglia di inventarmi qualcosa che non viene detto, come forzando il senso delle affermazioni fatte davanti al microfono. Qualcuno si arrabbia, scrivo, altri sostengono che sono soltanto parole vuote, e chi difende il proprio pensiero sembra proprio quasi convinto di ciò che continua ad affermare. Il mio vicino apprezza le mie parole, ride senza produrre rumore, e poi sottovoce mi chiede se io sia un giornalista. Certo, gli dico, mi pare evidente. Ma non sono di quelli che si prestano a cavalcare un’idea oppure l’altra per una qualche convenienza, ma cerco sempre di dire quello che penso nel pieno rispetto delle opinioni di tutti. L’altro irrompe nell’aria circostante con una risata incontenibile, tanto che alcune persone si voltano verso di lui. Io guardo avanti a me, l’espressione seria di chi si dissocia da certe esagerazioni.
Intanto altri hanno preso la parola, e qualcuno ha sventolato sul tavolo la propria mano, come a mostrare quali siano le cose migliori da fare al più presto possibile. Io proseguo a scrivere con la matita, ed il mio vicino si accosta, sempre a voce bassa mi chiede scusa per prima, infine dice che la mia attività è assolutamente apprezzabile e degna di nota. Mi allunga con modi da grande segreto un biglietto con il suo indirizzo personale di posta elettronica. Dice che gli interessa e non poco quella mia schietta scrittura, tanto che è disposto a pubblicare immediatamente, anche senza revisioni, lui che è direttore di un grande giornale, quanto io possa avere annotato di questa parata di esseri paradossali, che non dicono mai niente di nuovo, e gonfiano l’aria di parole svuotate di senso.
Lo guardo, raccolgo il biglietto, scuoto la testa, come per fargli capire che sono dalla sua parte, sono d’accordo con lui, e che ci deve essere per forza qualcuno che si mostri stufo e indignato delle solite serate che non portano a niente. Lui mi allunga la mano, me la stringe come per suggellare un’intesa completa, ed io gli assicuro che domani mattina avrà un mio messaggio con tutti gli appunti su questa assemblea, ed il titolo del documento sarà: noia mortale. Infine mi alzo con un lieve sorriso e in questo modo raggiungo l’uscita. Potrei addirittura aspettarmi un applauso scrosciante alle mie spalle, ma forse è anche meglio che nessuna attesa venga convalidata.


Bruno Magnolfi