domenica 23 aprile 2017

Angoli di esistenza.

          

Il vento, con le sue forti folate di stasera, sembra come ripassarsi mentalmente e in fretta l'elenco di tutti questi grandi alberi disposti in una fila quasi regolare lungo il viale poco trafficato di macchine e di mezzi pubblici. Cammino a passo svelto, le mani sprofondate nelle tasche, la faccia incastonata tra i baveri alzati del mio vecchio cappotto. Non ho una meta per il momento, salvo percorrere questo tratto di strada velocemente, e poi magari svoltare lungo le stradine del centro storico, tanto per perdermi in mezzo a tutta quella gente, tra quei negozi aperti ed affollati, il mercato pieno di persone, e le friggitorie fumose ed invitanti. Mancano ancora tre ore per il mio appuntamento, ed io mi sento già molto nervoso, sento di dover scaricare in qualche modo questa agitazione che mi scuote. Ho fame, penso alla fine: mi prenderò qualcosa di caldo da sbocconcellare mentre continuo a camminare.
Nessuno sa chi sono, dove mi trovi, che cosa stia facendo, eppure tutti domani sapranno di me, della mia storia, delle mie convinzioni ferree. Mi chiedo che cosa abbia mai fatto in tutti questi anni di vagabondaggi, di ricerca del futuro, di bisogni quotidiani da soddisfare in qualche modo, anche se tutto adesso è solo dentro la mia testa, come un martellamento che non riesce ad avere alcun diverso sbocco. Porteranno sul posto quello che mi serve, presso l’angolo di strada che abbiamo precedentemente pattuito: sarà un furgone bianco con il cassone senza vetri che si accosterà a motore acceso appena qualche attimo. Persone che non ho mai visto, con cui non scambierò neppure una parola, rimarranno nella cabina di guida, per sicurezza, penso; ed io entrerò dentro, da dietro, prenderò le armi previste, e subito dopo, cappotto chiuso, mani calate dentro le tasche, me ne andrò di nuovo, a continuare questa strana passeggiata.
Ci sarà anche un messaggio, in mezzo a quelle cose: probabilmente un semplice foglietto di carta scritto in fretta, niente di più, con l'indicazione del luogo esatto dove praticare la mia esternazione, questo mio impellente bisogno di sentirmi fuori da tutto, e soprattutto da quel niente assurdo che rimane per me senza alcun futuro. In ogni caso tutte le parti tecniche del piano sono ormai estremamente chiare, poi forse ci sarà qualcosa da improvvisare solo sul momento, una volta che avrò scelto chi colpire tra coloro che mi resteranno più vicini. Sono persone, lo so, gente qualsiasi come questa che mi incrocia per la strada, ma in quel momento incarneranno i miei nemici, coloro che hanno contribuito a sentirmi in questo modo, senza nulla da perdere, senza un futuro, quasi senza alcun riferimento.
Che cosa mi interessa più degli altri, penso; nessuno di loro mi ha aiutato quando ne ho avuto un bisogno disperato. Sono fuori da questo mondo, ecco il punto, e voglio dimostrare a tutti in un solo momento che non ci sto più a questo stupido gioco che mi hanno proposto dall’inizio, e voglio essere ricordato come uno diverso da loro, distante da tutto quanto, destinato ad un altrove che forse nessuno di quanti ho mai conosciuto riesce neppure a immaginare. Manca poco ormai, mi sento sudato sotto ai miei vestiti, nonostante questo vento che neppure per un attimo sembra voler smettere di fare il suo lavoro; andrò ancora un po’ avanti con il mio passo svelto, cercherò il più possibile negli ultimi minuti di confondermi con qualche pensiero tra i più strani; e forse a un certo punto, chissà, potrò non ricordare minimamente qual'era davvero l'angolo di strada che avevamo pattuito.


Bruno Magnolfi

giovedì 20 aprile 2017

Tutto fuori dall'uscio.

           

Certe volte mi ritrovo ad ascoltare con curiosità tutti i più piccoli rumori che dal vano scale del palazzo dove abito giungono fino nel mio piccolo appartamento. Appoggio con attenzione l’orecchio all’interno della mia porta ben chiusa, e riesco quasi sempre a distinguere in questo modo i passi di chi scende oppure sta salendo, riconoscendo spesso dai loro modi alcuni tra tutti i coinquilini che normalmente incontro lungo le scale. Non che mi interessi particolarmente di sentire il rumore delle scarpe di quello o di quell’altro, e non sono neppure troppo curiosa degli orari in cui escono dal proprio appartamento oppure ci rientrano; soltanto qualche volta mi prende quasi improvvisa la certezza che sia proprio lui in quel dato momento a camminare sopra al pianerottolo davanti al mio uscio. Lui è alto, forte, gentile, o almeno così è come me lo immagino sempre, appena lo sento traversare quel piccolo spazio davanti alla mia porta. Soltanto qualche volta ho avuto il coraggio di aprire di scatto, fingendo naturalmente di uscire da casa per un qualche motivo, e così ho riscontrato che era davvero il mio vicino, riconosciuto proprio dalla sua camminata, anche se oltre ad un saluto doveroso, non mi sono mai permessa di concedergli alcuna confidenza.
Inizialmente lui mi salutava in modo piuttosto impersonale, senza guardarmi neanche più di un attimo, ma da qualche tempo ho notato che mi sorride in maniera più diretta ed amichevole. Sua moglie al contrario è una persona secondo me del tutto insopportabile: lì guardo dalla finestra quando certe volte escono insieme, e so per certo che lui non è contento, così come sono convinta sempre di più che qualcosa stia come scricchiolando in quel loro rapporto, naturalmente senza che nulla mai trapeli dalle mie espressioni o dal saluto che dispenso identico a loro due come a tutti i miei vicini di casa e coinquilini di questo palazzo. Immagino che uno di questi giorni lui mi fermi proprio in mezzo all'ingresso, e con una scusa qualsiasi mi guardi con più calma nel fondo degli occhi, forse per sincerarsi di qualcosa di necessario che forse fino a questo momento gli è apparso persino troppo sfuggente.
Non è bello, devo essere sincera, però è il tipo di persona che con niente ti fa perdere la testa, tanto che mi sento quasi svenire le volte che riesco davvero ad incontrarlo. Non so quasi niente di lui, non mi sono mai neanche azzardata a chiedere a qualcuno sue notizie, e poi forse non mi importa neanche niente di sapere dei fatti suoi: mi basta sentire quei suoi passi ritmati lungo le scale, osservarlo magari dalle spalle mentre sta scendendo, e immaginare quali pensieri possono scorrere in quell'attimo dentro la sua testa. Mi piace sapere che lui percorre queste scale ogni giorno, abitando al piano sopra al mio appartamento, ed ogni volta che mentre passa semplicemente sfiora la porta della mia casa; magari getta pure un’occhiata sopra la maniglia, o sulla targhetta con sopra il mio nome, forse addirittura immaginando che in quel determinato momento io stia proprio tra queste mie mura, nell’attesa che qualcuno, esattamente come lui, per completare il mio sogno, venga anche distrattamente per una volta a suonare questo mio campanello.
Vorrei avere il coraggio di fermarlo, un giorno di questi, magari mentre lo incontro appunto sopra a questo pianerottolo. Potrei chiedergli di passare un attimo da me, anche per farsi vedere, per farmi sentire bene tutta la sua voce, e magari sedersi al mio tavolo, giusto per parlare di qualcosa, senza alcun impegno, casomai soltanto per lasciarmi proseguire per un attimo ad osservarlo senza quella timidezza che provo sempre fuori da qui. Gli stringerei in quel caso soltanto la mano, probabilmente, assumendo la mia espressione più languida ed assorta, e gli spiegherei velocemente di non azzardarsi mai più a salutarmi e a sorridere mentre lo incrocio lungo le nostre scale: potrei morire, gli direi; anche senza avere un altro valido motivo per farlo.

Bruno Magnolfi


sabato 15 aprile 2017

Via lo sporco.

            

            La lavanderia a gettoni è sempre vuota la sera, si può stare là dentro senza alcun problema, ed aspettare con calma che i propri capi di vestiario siano lavati ed asciugati dalle macchine. La mamma sembra contenta quando attraversa la strada con il suo sacco pieno di roba da lavare, è come se quel momento fosse soltanto suo, una spazio temporale in cui riesce a rilassarsi su una di quelle sedie di plastica ancorate a terra, nell’attesa che il sibilo finale le indichi la fine delle operazioni. Certe volte sono andata con lei, giusto per farle un po’ di compagnia, ma infine mi sono resa conto che a quell’ora buia parlarle ancora della scuola, della maestra, o dei miei compagni di classe, in quello spazio pubblico così anonimo, forse non le interessava poi moltissimo.
            Se mi affaccio riesco a vederle le caviglie e le scarpe dalla finestra, attraverso le porte a vetri della lavanderia ben illuminata, proprio mentre lei resta seduta, e così so per certo che sta ancora lì, quasi come fosse semplicemente in una stanza diversa della nostra casa, che purtroppo è piccola, tanto che non c’entra neppure la lavatrice, e non c’è neanche lo spazio dove eventualmente stendere la biancheria per asciugare. Stavamo in un’abitazione molto più grande insieme a mio padre, ormai diversi anni fa, ma a me pare di non ricordarne neanche poi molto di quella casa, e comunque se n’è andata presto, quando ero ancora piccola, insieme a lui, spariti chissà dove. Con la mamma non si parla mai di quel periodo, si fa finta non sia mai esistito, e se a me viene voglia di chiederle qualcosa mi trattengo. Però so che lui ci manda dei soldi ogni tanto, anche se non servono a molto, visto che la mamma è costretta a lavorare e anche parecchio.
            Stasera ci deve essere qualcuno insieme a lei nella lavanderia, riesco a vedere le scarpe anche di un’altra persona quando mi affaccio; è un uomo, seduto accanto a lei, però mi dispiace ficcare il naso nelle cose sue, visto che in fondo è come se questo fosse il suo momento, il suo piccolo angolo personale. Stanno parlando, sembra quasi che si conoscano, forse si sono già incontrati là dentro qualche volta, o forse quel signore è un nostro vicino di casa che magari ci conosce. Che importa, mi dico, per me è quasi l’ora di andarmene a dormire, devo riposare bene, domani ci sarà una verifica di matematica che non posso certo sbagliare: voglio dimostrare di essere all’altezza per frequentare il prossimo anno la scuola media, ed uscire da questa infanzia che ormai mi va un po’ stretta.
Guardo ancora fuori, la mamma è ancora là con quel signore, per un attimo immagino possa essere proprio mio padre, e che magari non sia neanche la prima volta che viene fino lì per incontrarsi insieme a lei. Forse durante il giorno mi ha incontrato, e mi ha guardato camminare mentre andavo a scuola, perché probabilmente non se la sente di fermarmi semplicemente per la strada e dirmi come nulla: sono io, volevo soltanto vedere quanto eri cresciuta, e anche l'espressione che avevi assunto adesso che ti sei fatta così grande. Forse in quel caso l'avrei abbracciato, se avesse detto proprio così; e forse gli avrei detto che mi è mancato sempre, che ho pensato a lui tante di quelle volte da non saperlo adesso neanche spiegare. Certo, rifletto ancora, deve essere proprio in questo modo, e la mamma sarà felice magari nel sentirsi dire da lui che ha fatto degli errori, e che il più grosso di tutti è stato quello di andarsene quel giorno, ma che adesso è qui per rimediare, per trovare poco per volta con noi la maniera per ricostruire in qualche modo la nostra famiglia, così com'era tanto tempo fa.
Torno ad affacciarmi con le lacrime che oramai mi scendono lungo le guance. Adesso loro due stanno proprio sopra al marciapiede, si stringono la mano, come degli amici, ognuno col suo sacco di biancheria pulita. Non è mio padre quello, penso subito: sono soltanto una sciocca.

Bruno Magnolfi


mercoledì 5 aprile 2017

Sopportazione limitata.

           

Io sono come tutti. Non penso mai a qualcosa come per un riferimento positivo oppure come per un esempio da seguire, perché al contrario di qualcuno che conosco, se serve io sono sempre pronto a prendermela con tutti, criticando regolarmente chi mi capita più a tiro, scagliandomi spesso anche contro coloro che magari solo mi sfiorano, ma che in qualche modo reputo ostili al mio modo di essere, ed esternare questo mio comportamento già mi pare più che sufficiente. Giro per strada con le mani sprofondate nelle tasche, e noto sempre dei particolari negli altri che certe volte non riesco minimamente a sopportare. Perciò dico che non si può andare avanti in questo modo, perché è più che evidente come ogni individuo non possa avere altro da pensare che a se stesso, e per questa semplice ragione non resta quindi spazio a nessuna differente possibilità. Mi occupo dei fatti miei per quasi tutto il tempo che ho a disposizione, almeno fino a quando non sono disturbato da qualche deficiente che decide di incrociare la mia strada, e comunque credo proprio che la mia sia la più onesta e lineare tra le normalità possibili.
Un conoscente mi ferma per dirmi che oggi forse non è una bellissima giornata, ma che in ogni caso ci possiamo comunque accontentare. Lo guardo subito male, gli dico che accontentarsi è già un termine che non sopporto, e poi se non splende il sole come vorrebbe lui, comunque sia intanto non piove, ma se pure piovesse forse per qualcuno andrebbe comunque già benissimo. Quindi non è questo un argomento proprio fondante. L’altro mi guarda, dice che ci potremmo comunque prendere un caffè nel locale più vicino, e questa alla fine mi pare già un’ottima idea. Mi rilasso, ci sediamo, lui dice che in questo periodo si sente molto indeciso su alcune scelte da fare circa il suo lavoro. Lo ascolto, annuisco, penso sia un bravo ragazzo, uno che riflette a fondo le sue cose, troverà sicuramente e in fretta la soluzione migliore ai suoi problemi. La realtà non incoraggia, gli dico in breve: sono tutti ladri, bisogna stare sempre attenti a come ci si muove.
Poi decido di parlargli di una mia difficoltà: si tratta di qualcosa che mi capita di notte, quando sono nel mio letto per dormire, ed è proprio quel momento in cui credo ancora di pensare a qualche cosa, quando in un attimo invece inizio già a sognare, tanto che alla fine, non so neppure come, ecco che d’improvviso parte l’incubo. Dei tizi che neanche conosco mi rincorrono, e mentre scappo a perdifiato sento dietro le mie spalle che gridano il mio nome con tutta la loro rabbia assurda che dimostrano di avere dentro, e poi dicono anche che sono proprio io che li ho traditi, ed è per colpa mia se tutto sta lentamente ma inesorabilmente sprofondando, e questi sconosciuti continuano a urlare queste cose come se io fossi responsabile di chissà quali apparati: come un dirigente, un comandante, un capo di un’organizzazione di cui però non sono assolutamente a conoscenza. Allora cerco di parlare, di spiegarmi, di giustificare in qualche modo le cose di cui sono accusato, e tutto si placa all’improvviso, probabilmente proprio grazie alle mie parole, ed anche se in seguito mi sveglio ancora in piena agitazione, sono già contento, perché so che probabilmente sono riuscito a convincere tutti che davvero sono innocente, che quelle accuse su di me fin dall’inizio erano tutte assurde ed infondate.
L’altro mi guarda, adesso sembra avere sulla faccia un’espressione ironica, quasi beffarda, come se c’entrasse anche lui nelle cause del mio incubo. Gli chiedo spiegazioni, ma lui resta in silenzio, solo continua ad osservarmi con un viso che adesso quasi riconosco tra quelli di coloro che mi avevano inseguito. Non dico niente, mi alzo dal tavolino, lascio degli spiccioli sul tavolo, poi me ne vado; tanto non merita rimanere ancora lì.


Bruno Magnolfi

lunedì 27 marzo 2017

Note in elenco.

            

Sto facendo un elenco preciso di tutte le cose da fare. Continuo a segnare su un foglio ogni più piccola attività che prima o dopo voglio affrontare, ed in seguito scrivo sul margine della carta le priorità che qualcuna di queste mostra con evidenza rispetto alle altre, in modo da costruire un vero percorso definito tra tutte le mie annotazioni. Oggi sarebbe il giorno più giusto per uscire da qui, penso; magari andarmene in giro per i fatti miei ed eseguire tutto quello che mi sono appuntato; purtroppo non potrò avere la mia mattinata di libertà fino alla prossima settimana, così è stabilito dal nostro bravo direttore, sempre che nel frattempo io non faccia qualche sciocchezza tale da rinviarne la data, perciò devo soltanto avere pazienza, girare come sempre per i corridoi di questo istituto e continuare a prendere nota di tutto quello che mi è rimasto ancora da scrivere, proprio per non dimenticarmi di niente. Gli altri mi guardano storto quando impugno questa matita, ritengono forse che stia soltanto perdendo del tempo, ma è vero il contrario, perché con il mio metodo così preciso riuscirò a fare tutto quanto ho dentro la testa senza tralasciare alcunché, risparmiando le forze e soprattutto conservando per me i minuti preziosi della mia mattinata.
Ignoro tutti quelli che mi passano accanto, spesso lanciandomi sguardi pieni di sprezzo e di invidia: metto insieme poco per volta il mio percorso di cose da fare, e tutto sarà definito con esattezza alla fine delle mie annotazioni. Ognuno deve avere un futuro, ciascuno di noi può delineare poco per volta le cose che intende affrontare, non c’è niente di male, è come una strada che ciascuno di noi intende intraprendere, sappiamo perfettamente dove ci potrebbe condurre, si tratta di scegliere o meno di provare a imboccarla. Nei miei fogli ho già previsto tutto quello che è logico fare: le prime cose sono senz'altro quelle più semplici, in seguito però vanno intraprese le attività più impegnative, ma non c’è assolutamente niente di cui spaventarsi, è tutto descritto tra le mie annotazioni, si tratta soltanto di seguire il percorso.
Arriva uno degli internati con cui divido gli spazi, uno di quelli che per adesso non è iscritto tra coloro che partecipano al progetto delle mattinate di libertà, e dice che è tutta una stupidaggine, tutto sarà sempre uguale, non c'è da farsi illusioni. Lo guardo, so che per lui è completamente diverso pensare il futuro: non si proietta nel giorno seguente, neppure in quello che segue subito dopo: lui non ha niente da predisporre, non ha una mattinata con cui riempire di idee il suo presente, ha soltanto di fronte a sé una giornata qualsiasi con cui perdere tempo e gingillarsi con le sciocchezze di sempre, come un bambino che gioca. Gli dico cosa penso di lui, ma lui sorride, dice che sono io a non avere ancora capito il senso del tempo.
Sgrano gli occhi, gli dico che sto prendendo degli appunti precisi, ma lui obietta che sto soltanto perdendo il mio tempo, e che mi illudo di poter fare chissà cosa durante una stupida mattinata in cui un operatore mi porterà come un cane in giro qua attorno. Continuo a guardarlo, gli dico di smettere, non mi va di ascoltare ancora le sue parole così negative, ma lui insiste a ridere delle mie illusioni, così come le chiama, e poi mi volta le spalle come per mostrare che ha già sprecato anche troppe parole per questi discorsi. Gli chiedo di ascoltarmi, di voltarsi verso di me, ma lui se ne va, lasciandomi esterrefatto: forse ha ragione, rifletto; forse non c’è alcun motivo per cercare di essere così razionale come tento di fare ogni giorno. Inizio ad urlare, dico subito a voce alta che il direttore è un maiale, un essere che fa credere agli altri tutto quello che vuole, ma gli operatori intervengono subito e mi immobilizzano: mi sono giocato la mia mattinata, mi dicono; posso persino segnarlo sul mio taccuino.


Bruno Magnolfi  

giovedì 16 marzo 2017

Conteggi.

            

Ho impiegato molto tempo per abituarmi. Non perché il susseguirsi di queste monotone giornate fosse per me qualcosa di poco congeniale, quanto perché avevo sempre pensato a qualcosa d'altro, anche se adesso non saprei neppure dire che cosa di preciso. Sto fermo dentro a questo chiosco di giornali presso un importante incrocio di strade e di marciapiedi della mia città. Sono i miei capi naturalmente che si occupano di tutto: dei fornitori, di cosa mettere in bella vista, dei resi, ed io rimango qui soltanto durante alcune ore del giorno, quando loro sono a riposarsi oppure a fare anche altre cose che a me non merita sapere. Mi lasciano qui durante quel pugno di ore più morte, quando puoi vederti arrivare davanti giusto qualche anziano per acquistare una rivista o un giornaletto, e dopo basta. Così spesso mi annoio, e spero sempre succeda almeno qualcosa che mi faccia terminare presto il mio orario di lavoro.
Di gente se ne muove parecchia intorno a me, è sempre un turbinio di macchine davanti a questa edicola, ma di tutte queste vetture rombanti non se ne trova mai qualcuna che abbia voglia di fermarsi per acquistare qualche cosa. Così, giusto per far passare meglio il tempo, mi sono messo qualche giorno fa a contare quante vetture di colore rosso potessero riuscire a transitare nello spazio di in un'ora intera, e dopo ciò ho fatto anche il conteggio di quelle di colore bianco, poi di quelle nere, delle gialle, dei modelli più comuni, dei più rari, dei motorini, delle biciclette, e così via. Qualche cliente del chiosco, naturalmente, è arrivato sempre nel momento meno opportuno, quando tutto sembrava fatto apposta per farti perdere il conteggio, ma con qualche stratagemma sono riuscito quasi sempre a cavarmela, anche se in qualche caso ho dovuto ricominciare tutto da capo.
Un pensionato poi mi ha chiesto cosa mai stessi facendo, e lui si è subito reso disponibile per aiutarmi, perciò gli ho dato un foglio ed anche un lapis, ed ho lasciato che contasse come me anche lui i flussi del traffico. In pochi giorni i pensionati sono diventati cinque, e siccome le notizie poco importanti girano più in fretta di qualsiasi altra cosa, a decine hanno iniziato a farsi avanti per questa attività quasi senza scopo. Per ingraziarsi la mia benevolenza però tutti sono arrivati al chiosco acquistando un giornale o una rivista, e quindi le vendite nelle ore morte dell’edicola in pochi giorni hanno registrato un’impennata, tanto che per far fronte a tutti i nuovi clienti ho dovuto lasciare i miei conteggi praticamente in mano alla folla dei miei aiutanti, peraltro felici di essere utili a qualcosa.
Uno del comune poi è venuto da me per dirmi senza mezzi termini che quei conteggi sarebbero stati molto utili a loro dell’ufficio per la mobilità, così mi ha fatto un'offerta per avere i totali dei passaggi automobilistici divisi nei giorni per orari e direzione, ed io naturalmente ho accettato tutto quanto, esagerando l’importanza del mio compito e dei dati, sottolineando che solo uno come me riesce a quantificare esattamente da questa posizione di privilegio le cifre precise. Gli aiutanti sono diventati così un numero discreto, tutti dislocati intorno al chiosco, foglio di carta e lapis in mano, qualcuno portandosi una seggiola da casa, pronti a mettere una lineetta nuova ad ogni passaggio da registrare.
Naturalmente ho dovuto arrabbiarmi con qualcuno, generalmente poco preciso nel memorizzare tutte le cose, o anche poco preciso semplicemente nel segnarle sopra al foglio, perciò sono stato anche costretto a sostituirne uno o due che magari si occupavano dei furgoni chiusi, inserendo al loro posto chi forse prendeva nota solamente dei taxi, ed in questa maniera mi sono fatto un elenco esatto dei pensionati che proprio per merito potevano aspirare alle liste maggiormente ambite tra tutte le altre.
Ma alla fine sono arrivati anche i miei capi; mi hanno detto in due parole che mi ero approfittato della posizione di privilegio che mi avevano concesso, e che adesso dovevo proprio andarmene, a meno che non avessi accettato il lavoro mattiniero di scaricatore dei pacchi dei quotidiani dai furgoni. Mi sono arreso, era evidente, non avevo scelta, ma ho lasciato ai miei aiutanti il loro compito guadagnato ormai sul campo, semplicemente distanziando di qualche metro da questo chiosco ognuno di loro, così che tutto quanto alla fine pare adesso filare proprio bene, visto che per me si è anche aperto inaspettatamente un importante credito d’esperienza nei confronti del comune.  

Bruno Magnolfi


venerdì 3 marzo 2017

Rumori molesti.

          

Silenzio. Pur stando in ascolto con il massimo dell’attenzione, pronto ad interpretare immediatamente come un pericolo qualsiasi pur minimo rumore possa giungere alle mie orecchie da fuori, non sento nulla, se non il mio vecchio cuore che batte, ed il leggero fruscio nella testa dato dal sangue che scorre regolare all’interno delle mie vene. C’è un dentro ed un fuori, in tutte le cose, ed io me ne sto qui a passare la notte avvoltolato in questo cartone, senza che almeno per adesso mi giunga alcun rumore da qualche parte qua attorno. Lontano, perso chissà in quale contrada che non conosco neppure, solitario e forse un po’ triste, ma in questo caso quasi rassicurante come il respiro naturale della città, il fischio appena avvertibile di un treno in arrivo o in partenza, nell’aria di questa notte qualsiasi, che non mostra al momento alcuna differenza con tutte le altre notti. Sollevo leggermente le palpebre, giro gli occhi da una parte e dall’altra, guardo qualcosa senza grande interesse, in questo buio leggermente tagliato da un lampione potente, posizionato su in alto nella piazza vicina, e subito dopo mi volto su un fianco, come uno di quelli che ancora cercano di dare in qualche modo una difesa per il proprio corpo, e stanno sempre come in attesa della botta che arriverà prima o dopo, a svegliare in un lampo di dolore questo sonno strappato alla strada. 
Lieve rumore. Forse soltanto qualcuno che passa poco lontano, oppure un semplice pezzo di carta mosso dal vento, una lattina vuota che rotola sul marciapiede, chissà, magari i ragazzi dell’associazione che ti portano il tè caldo, una coperta, una pacca sopra la spalla. Niente, resto fermo, tanto che potrei forse essere morto, e penso: chissà se qualcuno da dietro mi guarda in questo stesso momento, magari ha pena di me, oppure ritiene questo fagotto una spazzatura da prendere e togliere subito, come qualcosa che dà solo disturbo, perché produce un’immagine del tutto sgradevole della città. Adesso, poco distante, stanno lavando la strada: passa una macchina che spruzza dell’acqua sotto a una spazzola, e intanto aspira ogni residuo di vita, ad annullarne le tracce.
Colpo sul muro. Poco lontano qualcosa sta succedendo: mi giro, osservo due o tre ragazzi mezzi ubriachi che si divertono a svegliare un vecchio come me apparentemente senza difese, ma io tiro su la mia testa, mostro subito l’espressione di uno che non sarà tanto facile da abbattere, e che forse ha persino un coltello nascosto da qualche parte, e magari è anche pronto ad usarlo, perché non ha molto da perdere, e forse sa persino difendersi. Gridano qualcosa, a distanza, ridendo in modo sgraziato, e poi se ne vanno, spingendo le loro facce dietro qualcosa che possa apparire più facile, più divertente, un’impresa che dia loro maggiori soddisfazioni con un impegno minore. Mi giro, tutto adesso pare più quieto: la spazzatrice stradale ha voltato verso qualche altra parte, persone a piedi non se ne vede, sento soltanto una moto ruggire lungo la via principale, e dopo più nulla.
Silenzio. È bello immaginare il quartiere immerso nel sonno, in quella fase del giorno in cui tutti appaiono uguali, e i sogni di ognuno possono essere anche i più differenti, indipendentemente da chi sta sognando. Devo cambiare abitudini, penso; trovare un giaciglio un po' più sicuro, dove non ci sia da stare sempre in allerta, ed il mio fagotto di stracci non dia tanto nell'occhio.
Rumore secco vicino. Mi volto, sono i ragazzi di prima, sono tornati con intenzioni peggiori, ridono, uno di loro sbatte una spranga di legno su un palo, per farmi capire cosa mi attende. Non cerco neppure di tirare fuori il coltello, sarebbe peggio per me, mi limito a guardarli e ad attendere. Loro si fanno vicini, sono sempre più minacciosi, stavolta non riuscirò certo a cavarmela penso, spero solo che facciano un lavoro completo, che non mi esponga a sofferenze ulteriori.
Poi, un rumore più forte. Gira dall'angolo la spazzatrice stradale, illumina tutti coi suoi fari potenti, scendono in due vestiti di arancio, i ragazzi vanno subito via, e dopo poco anche io me ne vado con le mie povere cose: questo non è un posto adeguato a dormire penso; ci sono troppi rumori.


Bruno Magnolfi