mercoledì 17 maggio 2017

Oggetti ordinari.

            

Sono disperato. Guardo fuori l’aria fresca di questa stagione che muove leggermente le foglie degli alberi, e tutto mi appare lontano, come se fossero immagini trasmesse in registrata. Mi concentro su dei piccoli oggetti di cui mi sento legittimo proprietario, e torno ad osservare l’orologio, il portafogli, anche questo taccuino per gli appunti. Non c'è niente di buono in quello che faccio, rifletto, se non mandare avanti sostanzialmente per abitudine le attività ordinarie di una persona qualsiasi come sono io.
Telefono ad un amico, ci parlo per un minuto, poi gli chiedo di passare se gli va da casa mia. Lui accetta, e dopo un po’ eccolo qui, nel disordine consueto del mio piccolo appartamento, proprio come volevo. Ma adesso che credevo di poter spiegare accuratamente a lui tutte le mie preoccupazioni non so più che cosa dirgli, e così mi invento qualche battuta di spirito, qualche storiella senza grande significato. Alla fine usciamo, prendo la giacca, si scendono le scale, siamo in strada. Lui dice mentre camminiamo che non devo essere così apprensivo, e lasciare al contrario che le cose scorrano per il proprio verso, smettendo, in misura maggiore o minore, di pensare continuamente a come poterle in qualche modo variare.
Annuisco, probabilmente sarebbe meglio per me comportarmi in questo modo penso; purtroppo ho sempre creduto di poter essere al di sopra di certi particolari, anche se una punta di malessere dato dai miei comportamenti sono cosciente di averla sempre avuta, sin da quando ero un ragazzo. Sorrido, offro un caffè al mio amico, così entriamo in un locale, ci diciamo ancora qualche cosa, poi lui guarda l’orologio e così ci salutiamo in questo modo, ognuno diretto verso i propri interessi. Certe volte vorrei avere la forza di parlare con gli altri senza cercare le parole giuste, sparando quello che mi passa in quel momento per la testa, scomodo o difficile che sia, però con gli anni ho forse imparato ad accettarmi per come sono, e quindi alla fine non devo almeno ricominciare a ripensare tutto, fino dagli inizi.
Torno nel locale e mi siedo ad un tavolo libero; guardo ancora l’orologio, il portafogli, il taccuino per gli appunti. Una donna da sola accanto a me sorride immaginando le mie perplessità, le faccio un gesto di sconforto, lei mi guarda forse con un briciolo di comprensione. Continuo ad appuntare le cose che mi vengono alla mente, poi mi inceppo, strappo il foglio e accartoccio tutto in una tasca. Sono proprio un disperato, dico alla donna, per ritrovarmi a scrivere le cose piuttosto che viverle come fanno tutti. Lei si alza, viene al mio tavolo, si siede, poi dice che trova tutto questo assolutamente naturale: c’è soltanto da accordarsi su quale sia il punto di vista da cui si guarda tutto quanto. Forse, le dico; in ogni caso è probabile che la mia sia soltanto un’inadeguatezza a trovare ogni tanto un briciolo di serenità; e a questo punto tanto vale rassegnarsi. Mi resta comunque l’orologio, il portafogli, ed anche il taccuino.


Bruno Magnolfi

giovedì 11 maggio 2017

Proprio smaccato interesse.

           
Sono il migliore. Anche quando una sottile corrente d’aria mi sfiora, respiro con profondità, ossigeno con calma la mente, lascio che la poca luce pura che si può ancora trovare sparsa qua attorno si concentri in sottili bargigli, e così annullo ogni malessere, neutralizzando perfino quel senso di smarrimento che a volte chiunque può avvertire in modo più o meno palese, e che rende tutte le cose meno precise, più inafferrabili, quasi che perfino le più risolute certezze riescono a perdere in quei momenti la loro esatta collocazione. 
Al caffè mi fanno sempre grandi saluti quando vi giungo, dicono a volte che sono proprio l’elemento che mancava per completare quel quadro, poi ridono, sembra forse a tutti quanti che possa minimamente cedere a quei loro modi che hanno per tentare di divertirsi alle mie spalle, ma certo non li accontento, mantengo il mio atteggiamento austero da persona impegnata e distante, e perciò resto assolutamente in silenzio, lasciandomi servire subito qualcosa dal cameriere. Mi guardano ancora per qualche attimo, sanno perfettamente che non sono fatto della loro medesima stoffa, e infine proprio per questo mi lasciano perdere, capiscono perfettamente che non ci sarà mai alcun seguito a quei loro scherzi.
Certe volte mi intrattengo con un vecchio professore in pensione che mi guarda in silenzio, si siede con calma al mio tavolino, e poi a bassa voce cerca di spiegarmi qualcosa delle sue vecchie esperienze di navigato insegnante. Lo ascolto, in qualche caso senza neppure comprenderlo, sorseggio il mio aperitivo, osservo l’orologio quando i discorsi vanno un po’ per le lunghe. Quindi a un certo punto mi scuso, mi alzo dalla mia sedia, saldo il conto al solerte cameriere, ed infine me ne vado fuori da lì, a camminare da solo per i fatti miei. Ritengo non ci sia alcun motivo per lagnarmi di qualcosa. Così passeggio lungo la strada che porta verso la casa dove io abito, apprezzando la mia capacità di mostrare dei modi gentili, il mio portamento da persona per bene, il mio abbigliamento assolutamente consono a quello che sono.
In certi casi incontro sulla mia via qualche conoscente del vicinato, perciò lo saluto, mi fermo volentieri a scambiare con chiunque trovi qualche parola, e poi sorrido, mi compiaccio di trovare tutti coloro che vedo in una forma perfetta, anche se non sempre questo risulta essere vero. In fondo trovo che tutte le cose se solo vogliamo, riescono a rimanere in perfetto equilibrio, e che non ci sia in ogni caso una grande necessità di urlare e di strapparsi i capelli. Tutto va bene, ed il segreto sta solo nel dosare con accuratezza quei componenti di cui è fatta ogni giornata, soprattutto fidando sul fatto che tutti i problemi possibili riescano a mantenersi assolutamente lontani da me.


Bruno Magnolfi

venerdì 5 maggio 2017

Convergenza.

           

Vado avanti, proprio come mi dicono gli altri, anche se spesso mi sembra di essere al di fuori da tutto. I miei pensieri durante la giornata sono frutto solo di preoccupazioni personali, che molte volte si dimostrano del tutto infondate, ed i miei sogni durante la notte accarezzano in tanti casi la forma dell’incubo. Troppo frequentemente, forse per scelta, mi ritrovo da solo, e costruisco un nemico intorno a me che non sembra apparentemente aggressivo, anche se è sicuramente fornito di odio e di cinismo. Mi lancio in avanti, nel futuro, come mi hanno già consigliato da molto tempo, e quasi non tengo conto del presente che pare sempre sfuggirmi. Cammino attraversando tutta la città, nelle ore previste dal programma dell’istituto, muovendomi sempre ad occhi bassi e con passo svelto, fingendo degli impegni che non ho probabilmente mai avuto, e non chiedo aiuto a nessuno, in modo da non provare dei sentimenti di gratitudine.
Incontro una donna, forse di qualche anno più grande di me, che fuma la sua sigaretta e mi guarda con aria svagata. Dice che attende qualcuno, o qualcosa, mentre se ne sta alla fermata del bus, ma io capisco in un attimo che la sua solitudine fa il paio con la mia. Le dico con gentilezza che si può prendere insieme un caffè senza impegno, tanto per conoscerci meglio, ma lei dice che non è interessata: la sua storia è troppo complessa, mi spiega, per poter trovare ancora una volta la volontà per parlarne. Va bene, le faccio, si può rimanere in silenzio, che poi è anche la maniera più consona alle mie normali abitudini. Lei non dice altro, però mi segue, e così ci sistemiamo in piedi al bancone di un locale proprio lì accanto. 
Forse vorrei sorriderle, ma non ci riesco, e così mostro la mia espressione perennemente corrucciata, guardando con insistenza tutte le espressioni che assume la mia compagna. Dice ad un tratto di chiamarsi Lucia, e a me sta bene quel nome, anche se capisco subito come non sia il suo veramente. Ad un tratto scoppia a ridere, non sa spiegare perché, però è divertita, forse del mio atteggiamento che ho tenuto fino a questo momento, non saprei. Poi fa una smorfia, mi guarda come impaurita, terrorizzata da qualcosa che le passa dentro la testa, e forse vorrebbe mettersi a piangere, anche se si trattiene. Le prendo la mano, le dico che siamo uguali, che non ci sono degli ostacoli tra noi, perché non abbiamo neanche bisogno di spiegarci qualcosa, va bene così, è tutto appianato, sotto controllo, le cose procedono, siamo due che si sono incontrati, come avviene a chiunque, non ci sono problemi.
Si va via dopo il caffè, lei si accende subito una delle sue sigarette, io la guardo e mi pare lo specchio di qualcosa di mio che pare sfuggirmi, ma le tengo la mano, la porto con me, non so neanche dove, forse soltanto a camminare in mezzo a questa città. Lei adesso sembra docile e si lascia guidare verso qualsiasi meta io abbia in mente, cammina al mio fianco, qualche volta mi guarda, ma la sua espressione è ancora una volta di diffidenza, come se conservasse la sua personalità dietro la maschera, pronta a sfoderarla in qualsiasi momento. Le dico che tra non molto dovrò rientrare nel mio istituto, e lei non sembra per nulla meravigliata, come se le batoste che ha preso sicuramente durante tutti i suoi anni, l’avessero già anestetizzata da tempo rispetto a qualsiasi novità negativa. Si ferma, mi saluta con un semplice gesto: lei resta lì, da qualche parte, e forse dentro di sé mi ringrazia, anche se non sente per niente il bisogno di manifestarsi.
Riprendo la mia camminata, chissà come si chiama davvero, mi chiedo; forse ha un nome insignificante, forse quello di una pianta o di un animale, e magari se ne vergogna. Non so niente di lei, rifletto con una certa tristezza; non sono riuscito a sapere niente della sua vita, mi resta soltanto il suo modo particolare di guardarmi: ma va bene così, continuo a dirmi, non c’è bisogno di altro per una conoscenza profonda.


Bruno Magnolfi       

martedì 25 aprile 2017

Nuove avventure.

            

Voglio salire su di un treno ed andarmene, gli dico. Non so se sia del tutto una buona idea, fa lui. Dopo questo semplice scambio di opinioni trascorrono parecchi minuti di silenzio, poi riprendo: andarmene in un’altra città non è proprio una brutta cosa, credo. Lui guarda il buio, sembra come trarre delle conclusioni dal niente, poi dice: i treni sono diventati infidi, se proprio vuoi devi sceglierne uno di vecchio tipo, che non abbia le porte automatiche, ed aspettare che il controllore ti arrivi vicino mentre scorre a guardare i biglietti, poi alla prima stazione scendere dalla parte opposta dei viaggiatori, e risalire dove lui è già passato. Se in quel momento però passa un convoglio nella direzione opposta tu devi metterti subito tra due vagoni e tenerti fermo a tutto quello che ti trovi a portata di mano, perché il colpo d’aria potrebbe esserti fatale.
Resto immobile, rifletto. Lascio trascorrere anche io parecchio tempo prima di dire qualcosa. Mi piacerebbe avere una bella sigaretta in questo momento, ma non mi è rimasto neanche un mozzicone. Mi sono scocciato di andare tutte le sere sul retro del ristorante da Guido per aspettare che lo chef ci faccia la carità di una vaschetta o due piena di avanzi, dico poi ad occhi socchiusi. Però quando ti portano anche una bella bottiglia di vino pregiato che qualche cliente ha lasciato sul tavolo consumata solo a metà, allora ti piace, fa lui. Va bene, gli dico, però adesso ho soltanto voglia di buttarmi in qualcosa di diverso, tutto qua. Dappertutto troverai le stesse identiche cose, fa lui, l’unica differenza è forse la carica che ci metti tu in quello che hai voglia di fare.
Posso sempre usare la tecnica del cappello, fo io. Scendere dal treno con un impermeabile grigio come più o meno indossano tutti, e poi passare mescolato agli altri dall’interno della stazione o del sottopassaggio, per andare a risalire velocemente sul medesimo treno indossando però il cappello, nella zona dove è già passato quello stesso controllore. Lui non ha certo voglia di tornare indietro a vedere chi io sia, se ho con me il fottuto biglietto oppure no, e quando lo fa, dopo qualche altra fermata, posso sempre fare di nuovo la medesima cosa di prima. Va bene, fa lui, te la puoi sempre cavare, d’accordo, ma alla fine ti ritrovi in una città che non conosci, senza riferimenti e neppure delle amicizie in grado di aiutarti.
Restiamo ancora in silenzio nel nostro angolo buio, senza guardarci, le braccia appoggiate alle ginocchia, la nostra poca roba sparsa davanti a noi. Potresti venire con me, gli fo senza spostarmi di un solo millimetro. Lui non si prende neppure la briga di rispondermi, si muove un po’ sopra le sue chiappe, poi tira fuori qualcosa da un sacchetto, un paio di sigarette nuove che spandono subito il loro aroma di tabacco fresco. Me ne ficco in bocca una quando me la porge, mentre lui si prende l’altra, ed infine ce l’accendiamo con una calma estrema, come se quella fosse la cosa più bella tra tutte le possibilità.
Mi piacerebbe andarmene più a sud, gli dico, a sentire un po’ di caldo, magari non in una città grande, è sufficiente un posto di provincia, dove magari lo trovi per davvero qualcuno che ha voglia di aiutarti. Lui continua a fumare, senza dire niente, come se tutte le mie riflessioni non meritassero neppure una risposta. Continua a scrutare qualcosa dentro al buio, come se da quello scuro potessero uscire gli argomenti giusti che gli servono, però sta fermo, ed io penso che tra poco si sdraierà nelle sue coperte e basta. Vengo con te, dice invece all’improvviso: non me la sento di lasciarti andare da solo in posti che non hai mai visto.

Bruno Magnolfi


domenica 23 aprile 2017

Angoli di esistenza.

          

Il vento, con le sue forti folate di stasera, sembra come ripassarsi mentalmente e in fretta l'elenco di tutti questi grandi alberi disposti in una fila quasi regolare lungo il viale poco trafficato di macchine e di mezzi pubblici. Cammino a passo svelto, le mani sprofondate nelle tasche, la faccia incastonata tra i baveri alzati del mio vecchio cappotto. Non ho una meta per il momento, salvo percorrere questo tratto di strada velocemente, e poi magari svoltare lungo le stradine del centro storico, tanto per perdermi in mezzo a tutta quella gente, tra quei negozi aperti ed affollati, il mercato pieno di persone, e le friggitorie fumose ed invitanti. Mancano ancora tre ore per il mio appuntamento, ed io mi sento già molto nervoso, sento di dover scaricare in qualche modo questa agitazione che mi scuote. Ho fame, penso alla fine: mi prenderò qualcosa di caldo da sbocconcellare mentre continuo a camminare.
Nessuno sa chi sono, dove mi trovi, che cosa stia facendo, eppure tutti domani sapranno di me, della mia storia, delle mie convinzioni ferree. Mi chiedo che cosa abbia mai fatto in tutti questi anni di vagabondaggi, di ricerca del futuro, di bisogni quotidiani da soddisfare in qualche modo, anche se tutto adesso è solo dentro la mia testa, come un martellamento che non riesce ad avere alcun diverso sbocco. Porteranno sul posto quello che mi serve, presso l’angolo di strada che abbiamo precedentemente pattuito: sarà un furgone bianco con il cassone senza vetri che si accosterà a motore acceso appena qualche attimo. Persone che non ho mai visto, con cui non scambierò neppure una parola, rimarranno nella cabina di guida, per sicurezza, penso; ed io entrerò dentro, da dietro, prenderò le armi previste, e subito dopo, cappotto chiuso, mani calate dentro le tasche, me ne andrò di nuovo, a continuare questa strana passeggiata.
Ci sarà anche un messaggio, in mezzo a quelle cose: probabilmente un semplice foglietto di carta scritto in fretta, niente di più, con l'indicazione del luogo esatto dove praticare la mia esternazione, questo mio impellente bisogno di sentirmi fuori da tutto, e soprattutto da quel niente assurdo che rimane per me senza alcun futuro. In ogni caso tutte le parti tecniche del piano sono ormai estremamente chiare, poi forse ci sarà qualcosa da improvvisare solo sul momento, una volta che avrò scelto chi colpire tra coloro che mi resteranno più vicini. Sono persone, lo so, gente qualsiasi come questa che mi incrocia per la strada, ma in quel momento incarneranno i miei nemici, coloro che hanno contribuito a sentirmi in questo modo, senza nulla da perdere, senza un futuro, quasi senza alcun riferimento.
Che cosa mi interessa più degli altri, penso; nessuno di loro mi ha aiutato quando ne ho avuto un bisogno disperato. Sono fuori da questo mondo, ecco il punto, e voglio dimostrare a tutti in un solo momento che non ci sto più a questo stupido gioco che mi hanno proposto dall’inizio, e voglio essere ricordato come uno diverso da loro, distante da tutto quanto, destinato ad un altrove che forse nessuno di quanti ho mai conosciuto riesce neppure a immaginare. Manca poco ormai, mi sento sudato sotto ai miei vestiti, nonostante questo vento che neppure per un attimo sembra voler smettere di fare il suo lavoro; andrò ancora un po’ avanti con il mio passo svelto, cercherò il più possibile negli ultimi minuti di confondermi con qualche pensiero tra i più strani; e forse a un certo punto, chissà, potrò non ricordare minimamente qual'era davvero l'angolo di strada che avevamo pattuito.


Bruno Magnolfi

giovedì 20 aprile 2017

Tutto fuori dall'uscio.

           

Certe volte mi ritrovo ad ascoltare con curiosità tutti i più piccoli rumori che dal vano scale del palazzo dove abito giungono fino nel mio piccolo appartamento. Appoggio con attenzione l’orecchio all’interno della mia porta ben chiusa, e riesco quasi sempre a distinguere in questo modo i passi di chi scende oppure sta salendo, riconoscendo spesso dai loro modi alcuni tra tutti i coinquilini che normalmente incontro lungo le scale. Non che mi interessi particolarmente di sentire il rumore delle scarpe di quello o di quell’altro, e non sono neppure troppo curiosa degli orari in cui escono dal proprio appartamento oppure ci rientrano; soltanto qualche volta mi prende quasi improvvisa la certezza che sia proprio lui in quel dato momento a camminare sopra al pianerottolo davanti al mio uscio. Lui è alto, forte, gentile, o almeno così è come me lo immagino sempre, appena lo sento traversare quel piccolo spazio davanti alla mia porta. Soltanto qualche volta ho avuto il coraggio di aprire di scatto, fingendo naturalmente di uscire da casa per un qualche motivo, e così ho riscontrato che era davvero il mio vicino, riconosciuto proprio dalla sua camminata, anche se oltre ad un saluto doveroso, non mi sono mai permessa di concedergli alcuna confidenza.
Inizialmente lui mi salutava in modo piuttosto impersonale, senza guardarmi neanche più di un attimo, ma da qualche tempo ho notato che mi sorride in maniera più diretta ed amichevole. Sua moglie al contrario è una persona secondo me del tutto insopportabile: lì guardo dalla finestra quando certe volte escono insieme, e so per certo che lui non è contento, così come sono convinta sempre di più che qualcosa stia come scricchiolando in quel loro rapporto, naturalmente senza che nulla mai trapeli dalle mie espressioni o dal saluto che dispenso identico a loro due come a tutti i miei vicini di casa e coinquilini di questo palazzo. Immagino che uno di questi giorni lui mi fermi proprio in mezzo all'ingresso, e con una scusa qualsiasi mi guardi con più calma nel fondo degli occhi, forse per sincerarsi di qualcosa di necessario che forse fino a questo momento gli è apparso persino troppo sfuggente.
Non è bello, devo essere sincera, però è il tipo di persona che con niente ti fa perdere la testa, tanto che mi sento quasi svenire le volte che riesco davvero ad incontrarlo. Non so quasi niente di lui, non mi sono mai neanche azzardata a chiedere a qualcuno sue notizie, e poi forse non mi importa neanche niente di sapere dei fatti suoi: mi basta sentire quei suoi passi ritmati lungo le scale, osservarlo magari dalle spalle mentre sta scendendo, e immaginare quali pensieri possono scorrere in quell'attimo dentro la sua testa. Mi piace sapere che lui percorre queste scale ogni giorno, abitando al piano sopra al mio appartamento, ed ogni volta che mentre passa semplicemente sfiora la porta della mia casa; magari getta pure un’occhiata sopra la maniglia, o sulla targhetta con sopra il mio nome, forse addirittura immaginando che in quel determinato momento io stia proprio tra queste mie mura, nell’attesa che qualcuno, esattamente come lui, per completare il mio sogno, venga anche distrattamente per una volta a suonare questo mio campanello.
Vorrei avere il coraggio di fermarlo, un giorno di questi, magari mentre lo incontro appunto sopra a questo pianerottolo. Potrei chiedergli di passare un attimo da me, anche per farsi vedere, per farmi sentire bene tutta la sua voce, e magari sedersi al mio tavolo, giusto per parlare di qualcosa, senza alcun impegno, casomai soltanto per lasciarmi proseguire per un attimo ad osservarlo senza quella timidezza che provo sempre fuori da qui. Gli stringerei in quel caso soltanto la mano, probabilmente, assumendo la mia espressione più languida ed assorta, e gli spiegherei velocemente di non azzardarsi mai più a salutarmi e a sorridere mentre lo incrocio lungo le nostre scale: potrei morire, gli direi; anche senza avere un altro valido motivo per farlo.

Bruno Magnolfi


sabato 15 aprile 2017

Via lo sporco.

            

            La lavanderia a gettoni è sempre vuota la sera, si può stare là dentro senza alcun problema, ed aspettare con calma che i propri capi di vestiario siano lavati ed asciugati dalle macchine. La mamma sembra contenta quando attraversa la strada con il suo sacco pieno di roba da lavare, è come se quel momento fosse soltanto suo, una spazio temporale in cui riesce a rilassarsi su una di quelle sedie di plastica ancorate a terra, nell’attesa che il sibilo finale le indichi la fine delle operazioni. Certe volte sono andata con lei, giusto per farle un po’ di compagnia, ma infine mi sono resa conto che a quell’ora buia parlarle ancora della scuola, della maestra, o dei miei compagni di classe, in quello spazio pubblico così anonimo, forse non le interessava poi moltissimo.
            Se mi affaccio riesco a vederle le caviglie e le scarpe dalla finestra, attraverso le porte a vetri della lavanderia ben illuminata, proprio mentre lei resta seduta, e così so per certo che sta ancora lì, quasi come fosse semplicemente in una stanza diversa della nostra casa, che purtroppo è piccola, tanto che non c’entra neppure la lavatrice, e non c’è neanche lo spazio dove eventualmente stendere la biancheria per asciugare. Stavamo in un’abitazione molto più grande insieme a mio padre, ormai diversi anni fa, ma a me pare di non ricordarne neanche poi molto di quella casa, e comunque se n’è andata presto, quando ero ancora piccola, insieme a lui, spariti chissà dove. Con la mamma non si parla mai di quel periodo, si fa finta non sia mai esistito, e se a me viene voglia di chiederle qualcosa mi trattengo. Però so che lui ci manda dei soldi ogni tanto, anche se non servono a molto, visto che la mamma è costretta a lavorare e anche parecchio.
            Stasera ci deve essere qualcuno insieme a lei nella lavanderia, riesco a vedere le scarpe anche di un’altra persona quando mi affaccio; è un uomo, seduto accanto a lei, però mi dispiace ficcare il naso nelle cose sue, visto che in fondo è come se questo fosse il suo momento, il suo piccolo angolo personale. Stanno parlando, sembra quasi che si conoscano, forse si sono già incontrati là dentro qualche volta, o forse quel signore è un nostro vicino di casa che magari ci conosce. Che importa, mi dico, per me è quasi l’ora di andarmene a dormire, devo riposare bene, domani ci sarà una verifica di matematica che non posso certo sbagliare: voglio dimostrare di essere all’altezza per frequentare il prossimo anno la scuola media, ed uscire da questa infanzia che ormai mi va un po’ stretta.
Guardo ancora fuori, la mamma è ancora là con quel signore, per un attimo immagino possa essere proprio mio padre, e che magari non sia neanche la prima volta che viene fino lì per incontrarsi insieme a lei. Forse durante il giorno mi ha incontrato, e mi ha guardato camminare mentre andavo a scuola, perché probabilmente non se la sente di fermarmi semplicemente per la strada e dirmi come nulla: sono io, volevo soltanto vedere quanto eri cresciuta, e anche l'espressione che avevi assunto adesso che ti sei fatta così grande. Forse in quel caso l'avrei abbracciato, se avesse detto proprio così; e forse gli avrei detto che mi è mancato sempre, che ho pensato a lui tante di quelle volte da non saperlo adesso neanche spiegare. Certo, rifletto ancora, deve essere proprio in questo modo, e la mamma sarà felice magari nel sentirsi dire da lui che ha fatto degli errori, e che il più grosso di tutti è stato quello di andarsene quel giorno, ma che adesso è qui per rimediare, per trovare poco per volta con noi la maniera per ricostruire in qualche modo la nostra famiglia, così com'era tanto tempo fa.
Torno ad affacciarmi con le lacrime che oramai mi scendono lungo le guance. Adesso loro due stanno proprio sopra al marciapiede, si stringono la mano, come degli amici, ognuno col suo sacco di biancheria pulita. Non è mio padre quello, penso subito: sono soltanto una sciocca.

Bruno Magnolfi