venerdì 9 febbraio 2018

Giro di giostra.




Non saprei davvero spiegare quale sia il motivo. E’ probabile che le cose possano riuscire soltanto in questa maniera, forse non c'è neanche da chiederselo. Sono piccole storie quasi sempre incompiute quelle che girano attorno, ecco quanto si delinea poco per volta. Scampoli di giornate che non trovano mai un vero epilogo. Ci sono persone magari che si pongono degli obiettivi, mettono a punto i progetti, ed in seguito fanno di tutto per riuscire a raggiungerli, anche accorgendosi in corso d’opera che i loro proponimenti erano profondamente sbagliati, o che loro stessi non nutrono più grande interesse per quei risultati, proprio mentre stanno giungendo alle conclusioni ampiamente previste. Sono decisi, convinti, e non hanno quasi mai veri dubbi. Qui al contrario tutto quanto è continuamente messo in gran discussione, ogni pensiero appare sempre inappropriato, e l’indeterminatezza è la regola portante.
C’è sempre nell’aria come un attendere il momento opportuno, il giorno migliore, le condizioni adeguate, magari mettendo in unica riga le sensazioni più adatte, i più positivi stati d’animo, un esatto compendio di elementi tutti in fila tra loro, che forse però non avrà mai veramente un suo esito. Si compie un nuovo giro di giostra, si osserva qualcosa, si traggono delle conclusioni che vanno ad aggiungersi a tutte le altre, senza trovare un nesso tra loro, senza un prima né un dopo. Questa sostanzialmente la realtà delle cose.
Vorrei avere ancora tanto tempo per osservare queste persone che mi passano quotidianamente davanti, ridendo talvolta, appoggiandosi al bancone di questo vecchio bar soltanto per il tempo preciso di sorseggiare il caffè, scambiandosi in due o in tre quanti sono, come peraltro appare già ovvio, soltanto qualche parola di fretta, qualche espressione ritagliata da chissà quale contesto, frammenti di frasi che prevedono comunque già un’intesa precisa, un uso consumato dei gesti, e che vanno certo a colmare perfettamente tutti gli spazi rimasti tra le poche sillabe appena pronunciate. Buongiorno, dico a tutti come ho sempre fatto in tutti questi anni, ma forse non riesco più ad inquadrare davvero le maschere di questi clienti, e spesso non so neppure individuare, magari anche per mio disinteresse, i loro veri argomenti che accennano.
Qualcuno è da solo ad entrare nel bar, ed allora cerco di fargli da spalla mentre gli offro tutti i servizi di questa casa, trattandolo con deferenza, con consumato mestiere, ma anche con un filo di complicità. Poi c’è una signora che da qualche tempo passa da qui, sempre di mattina, sempre da sola, mi ha detto di chiamarsi Anna, ma soltanto dopo diverse volte che si faceva vedere. La sua storia non dev’essere semplice, lo vedo da come saluta, come sorride, da come mi chiede il caffè. Qualcosa in lei rimane sempre nell’aria, come sapesse fin dall’inizio che il suo giro di giostra non avrà un compimento, non tornerà al punto che si era immaginata all’inizio. Non le chiedo niente, non posso chiederle niente, ma so che in lei le cose non vanno di certo verso la direzione prescelta, forse non sono mai andate in quel senso, e lei però se ne è accorta soltanto da poco tempo, durante il percorso. Prende il caffè, una sfoglia alla crema, mi guarda appena un momento, come di sfuggita, poi sembra già altrove, alla ricerca di qualcosa che non è lì con Anna, e che forse non sa neppure lei dove poterlo trovare.

Bruno Magnolfi

martedì 6 febbraio 2018

Non è niente.



Non è niente, dico io senza cambiare espressione. Solo un senso di leggera amarezza che però in questi casi è quasi normale. Si va, si torna, ci si crede chissà quali grandi personaggi soltanto per aver provato a mettere insieme le cose a cui si è sempre creduto, e poi basta una battuta d’arresto nel programma generale ed ecco che ci ritroviamo subito piegati, come fossimo delle improvvise nullità che proseguono a lottare stupidamente per una ordinaria sopravvivenza.
E’ stato sufficiente un dolore che persiste anche adesso dentro l’addome, in qualche parte non meglio definita, e subito ci siamo immaginati le peggiori malattie, qualcosa che in poco tempo ci potrebbe persino togliere di netto la nostra autonomia, tutti i cardini su cui è stato imperniato il nostro darsi da fare nella ricerca di un’esistenza tranquilla e soddisfacente. Abbiamo dato la colpa a mille cose diverse, ma durante la notte ci siamo rigirati più volte dentro a quel letto nel tentativo di togliere di mezzo questo fastidio continuo, fino ad alzarsi al mattino già stanchi, provati oltretutto da un pensiero martellante che non ci ha mai voluto abbandonare.
Non è niente, vorrei anche dire a me stesso; ma alla fine devo consultarmi con il medico, indicargli tutti i particolari della mia giornata, dell’alimentazione, dei piccoli vizi, dello scarso moto a cui non abbiamo mai avuto il tempo di dedicarci, ed alla fine lasciamo sbuffando che ci prescriva tutta una serie di accertamenti clinici che solo a vederli scritti ci tolgono la voglia anche di cominciare ad affrontarli. Poi si abbassa la testa però, rassegnandoci a prendere gli  appuntamenti con gli ambulatori, e sempre di più ci si preoccupa anche di ogni pur piccolo particolare, mentre intanto si assume sempre più spesso un’espressione seria, quasi grave, permeata solo di vaghi sorrisi tristi che indicano la nostra più profonda remissività.  
All’improvviso ci sentiamo quasi delle persone completamente cambiate, soggetti presi di peso e traghettati in un mondo diverso, dove tutti gli altri sono felici meno che noi, al cui cospetto annaspiamo confrontandoci, nella speranza continua di vedere svanire di colpo quest’incubo, e di poter tornare il più presto possibile a ciò che eravamo fino ad un attimo prima. Viviamo in un tempo sospeso, limitandoci a parlare dei nostri guai solo con chi ci sta più vicino, ma certe volte tenendoci anche tutto per noi, esattamente come nel mio caso.
Non è niente, continuo a ripetermi; si prende una brutta paura e quindi si resta inebetiti per un lasso di tempo, ma poi tutto passa grazie ad una piccola operazione, oppure ad un farmaco provvidenziale, e noi all’improvviso ci sentiamo subito liberati da ogni preoccupazione, pronti per affrontare un nuovo trancio di esistenza con rinnovato entusiasmo, fuori dalle secche in cui la nostra nave si era malauguratamente arenata. Non è niente ripeto; niente di niente, continuo a dirmi dentro la testa, anche se devo ancora percorrere completamente quello stretto sentiero che alla fine mi indicherà che forse avevo proprio ragione.


Bruno Magnolfi 

lunedì 5 febbraio 2018

Ora di lettere.



Il ragazzo sta crescendo, non ci sono dubbi. Lo guardo certe volte, senza che lui neanche si accorga di me, e vedo spesso nei suoi gesti e nei suoi atteggiamenti quella persona che senza dubbio mi piacerebbe essere stata esattamente alla sua età. Non è questa ragazza pur carina e sicuramente molto intelligente che viene certe volte a cercarlo in quei pochi minuti durante l’intervallo tra una lezione e l’altra, l’inizio della differenza ben calcata tra quello che era prima e ciò che invece è adesso. È lui stesso che in quest’ultimo periodo sta tirando fuori qualcosa che neppure sembrava minimamente ci potesse essere stato, e del quale non si immagina neppure adesso il motivo per cui lo avesse tenuto così celato, ma che invece con ogni probabilità già cercava, e chissà da quando, semplicemente di lasciarsi in serbo proprio per questo suo attuale e irripetibile momento magico. Già, perché di questo si tratta. Non so se gli altri intorno a lui se ne siano ancora accorti, sono quasi sicuro di no, ma Francesco sta rispetto a tutti loro un metro più in avanti, e può permettersi spesso di rimanersene in silenzio senza neanche guardarli, ed in certe occasioni fingere pure di ignorare proprio tutti, anche se quando poi dice qualcosa, cioè quando prende la parola per spiegarci semplicemente la sua idea, le sue frasi riescono immediatamente a evidenziare tutta la differenza che assolutamente ci sta dentro.
Nell’ultimo tema che ho dato da fare a tutta la classe intera, lui ha scelto subito di scrivere qualcosa sulla diversità, un argomento probabilmente che gli rimane congeniale sia per la sensibilità che lui stesso manifesta, che per l’attenzione che ha sempre mostrato rispetto a chi normalmente gli si muove attorno. Ha toccato dei punti delicati sul suo foglio, dei passaggi che mostravano un pensare oltre molte consuetudini, qualcosa che ha immediatamente fatto del suo tema un compito che sarebbe stato probabilmente da leggere con voce alta a tutto il resto della classe, magari nel silenzio generale, se solo io fossi stato maggiormente coraggioso, invece di essere un insegnante come tanti, forse un pavido, un qualsiasi lavoratore dell’intelletto, pronto come tutti a livellare verso la norma ogni manifestazione fuori dai canoni, uniformando ogni possibile audacia ad ogni qualsiasi manifestazione, praticando tutto il mio mestiere come fosse composto di ordinari impegni di lavoro, e dovessi proprio per questo cercare in tutti i modi come minimo di sminuire l’importanza di quelle sue strane maniere di disporsi. Comunque è forse anche soltanto per la sua integrità che cerco in fondo di fare tutto questo; per l’incapacità che avverto nell’aria che lo circonda di allacciare delle relazioni importanti con i suoi compagni, che probabilmente lo sentirebbero, se solo lo trattassi in altro modo, ancora più distante da loro, forse proprio differente, privo di quelle ridicole capacità essenziali che tutti credono di avere.  
Di nascosto torno comunque ad osservarlo, e vedo distintamente dentro di lui una certa sofferenza, come un’incomprensione che a sua volta Francesco rimanda agli altri dopo averne ricevuto forte esempio da loro, come per una specie di dialogo tra sordi, quasi per una sfida che lo relega a quel solitario e taciturno che rimane sempre e comunque, nonostante la sua maturazione in corso e nonostante i suoi tenui messaggi di tolleranza e di apertura verso tutti. Credo di comprenderlo, almeno in parte, ma non mi sento assolutamente in grado di aiutarlo, tanto più che non saprei proprio come fare per non sciuparne la indubbia carica emotiva e l’entusiasmo sicuro che a volte lascia intravedere nella convinzione delle proprie capacità che forse non emergono, ma che sicuramente lui trattiene con gran sforzo dentro di sé, con ogni probabilità usando un freno oramai ben congegnato, che forse riesce almeno a metterlo al riparo da altri sempre possibili ed odiosi inconvenienti.


Bruno Magnolfi 

martedì 23 gennaio 2018

Fortuna insperata.



Il Torrini è tornato all’attacco. Mi ha detto con indifferenza passando accanto alla mia scrivania: tra dieci minuti vieni alle macchinette per il caffè; ed io naturalmente dopo dieci minuti esatti mi sono proiettato in fondo al corridoio, come per prendermi qualcosa da bere, mentre lì vicino c’era già lui. Non posso più aspettare i tuoi comodi, mi ha detto sottovoce e quasi sorridendo per non destare alcun sospetto; devo cedere il credito residuo con te ai soliti ragazzi, come ho sempre fatto con tutti gli altri quando non pagavano i debiti, e a questo punto penso te la vedrai con loro. Aspetta, gli ho detto, dammi tempo solo fino a venerdì, ti prego: sono soltanto tre giorni, venerdì poi ti restituisco tutto quanto, non dubitare. Lui ci ha pensato, ha inserito con calma una moneta dentro la fessura della macchina, ha premuto il pulsante del caffè dolce aromatizzato al ginseng, poi seriamente ha detto soltanto: va bene Corrado, voglio darti ancora fiducia, ma quando uscirò da qui alle diciotto di venerdì, o ci saranno i contanti nella mia tasca, oppure andrò direttamente da chi ti ho detto. Poi mi ha voltato le spalle, ed ha ripercorso rapidamente il corridoio fino al suo ufficio.
Quando mi sono seduto alla mia scrivania dopo appena qualche minuto, sulle prime ho pensato che avrei potuto anche ucciderlo prima di venerdì, però ho scartato l’idea quasi subito: troppi legami tra noi per non far ricadere velocemente le indagini e anche tutta la colpa sopra di me. Allora mi sono grattato la testa, ho riflettuto il più a lungo possibile su ciò che mi restava da fare, ed infine sono entrato dal mio terminale nella memoria elettronica principale dell’istituto assicurativo, ed ho cercato qualsiasi documento che il sistema mi restituiva sotto la voce dottor Giovanni Baronti. Sono venute fuori diverse cose estremamente interessanti, e così molto rapidamente le ho consultate, e poi altrettanto velocemente ne ho stampate alcune più sostanziose di altre, preoccupandomi in seguito di cancellare immediatamente le tracce elettroniche della mia ricerca. Ho piegato i documenti nella mia borsa, mi sono trascritto in agenda soltanto indirizzo e numero telefonico, poi ho proseguito con il mio lavoro, come qualsiasi altro giorno.
A fine orario sono uscito dalla mia azienda tra i primi, e a passo svelto sono arrivato fino davanti alla mia abitazione, sono salito sulla macchina parcheggiata al solito posto, ho messo in moto, e poi cercando di trovare la calma necessaria ho guidato fino a quell’indirizzo. Davanti alla villa, all’interno del giardinetto, c’era la grossa macchina targata esattamente come riportavano i documenti assicurativi, così ho parcheggiato poco distante, sono sceso, sono arrivato fino davanti all’inferriata, ed infine ho suonato il campanello, mostrando a me stesso tutto il coraggio per farlo. Ho chiesto subito del dottor Giovanni a chi mi ha risposto, naturalmente spiegando che ero il padre dell’amico di sua figlia Cinzia, poi sono entrato con grande titubanza, con la testa confusa e i pensieri che vorticavano senza riuscire a calmarsi. Lui era lì, sorridente, e così mi ha teso la mano, mi ha invitato a sedermi in un salottino, ha chiesto subito con garbo se volessi qualcosa da bere. Volevo conoscerla, ho detto frangendo un nodo che mi si era formato dentro la gola. Così abbiamo parlato dei ragazzi, della loro indole, vagamente del loro possibile futuro. Non potevo essere stato più fortunato di così, ho pensato mentre tranquillamente lasciavo discorrere il Baronti della sua figlia adorata.


Bruno Magnolfi      

lunedì 22 gennaio 2018

Analisi logica.



Chiudo accuratamente la porta della stanza prima di entrare dentro al letto, poi mi tolgo le pantofole dai piedi, quindi mi sdraio con lentezza sistemando bene le lenzuola e le coperte, ed infine spengo questa debole luce sopra al comodino. Sono solo, penso adesso, e la giornata in questo momento si sta curvando lentamente a mostrare il suo punto più debole, quello durante il quale tutto quanto sembra come sfumare in qualcos'altro, ed è in questa imprecisione assoluta di tutte le cose che ognuno appare ai propri occhi quasi esattamente ciò che vorrebbe essere. Nella mia mente nel giro di pochi minuti iniziano come a venirmi incontro i miei disegni, quei ritratti o quelle bozze che ho realizzato negli ultimi giorni per esempio, ma anche quelli che ho semplicemente pensato o solo progettato di fare, senza averli neppure cominciati. Mi guardano, con le loro facce piatte in bianco e nero, e poi sembrano muoversi, accennando qualcosa che difficilmente riesco a comprendere, ma che sembra come uno scialbo tentativo di costituire in modo autonomo un piccolo teatrino vero e proprio davanti ai miei occhi chiusi, nel buio quasi totale percepito in questa mia cameretta disadorna. Certe volte addirittura si plasmano e si mescolano tra loro mentre tento di metterli gradualmente a fuoco il più possibile, lasciando distorcere poco per volta tutti i loro profili, ed assumendo, come se tutto fosse una materia fluida che va a riempire lentamente alcune forme già costituite, variegate espressioni che non avevo precedentemente neppure immaginato, e proseguendo comunque a tenermi compagnia con le loro fantastiche invenzioni, fino a quando poco alla volta mi addormento.
Quando al mattino poi mi sveglio per andarmene a scuola come sempre, mi ricordo purtroppo ben poco di loro, però rimane dentro di me il sapore vago fornito da quella compagnia di figure che sono state con me per una buona parte della notte, ed insieme a questo mi resta anche la voglia impellente di prendere in mano una matita e disegnare subito dei contorni nuovi, dei nuovi tratti, e di sbozzare al più presto possibile dei segni che assomiglino per quanto mi ricordo a quegli strani personaggi che in un modo e nell’altro sono stati insieme a me. È forse questa proprio la cosa più importante tra tutte quante: quest’entusiasmo che mi emerge all’interno e che nel tempo si conserva integro nella mia mente, assieme a questa voglia prepotente di disegnare ciò che ha transitato nella mia testa, e ripercorrere come ricopiandole quelle curve e quelle linee che solo poco prima hanno indicato i visi di qualcuno che semplicemente poi ritrovo come per incanto vicino a me durante la giornata. 
Mi è difficile spiegare tutto questo a chiunque mi conosca, comprese le persone che mi stanno più vicino: sono proprio loro in forma di macchie grigie che spesso mi inseguono quando rimango da solo a riflettere, e che riescono ad indicarmi in qualche modo le figure giuste da sbozzare, quei profili appena deformati dai propri modi di essere, con i contorni dei loro visi, delle diverse facce e delle tante smorfie che ognuno fa mentre semplicemente segue la sua giornata, ovviamente adattati a quei caratteri che si riscontrano in tutti e certe volte anche facilmente. Ma tengo tutto per me, in ogni caso, compresi i miei disegni più o meno riusciti, e non per egoismo o per paura del giudizio; quanto per la consapevolezza che spesso è difficile trovare comprensione negli altri, specialmente quando si è cercato di analizzarne i tratti e le espressioni in maniera forte e perfino esagerata.


Bruno Magnolfi 

giovedì 18 gennaio 2018

Dialoghi inutili.



Come ti vanno le cose in questi giorni giù al lavoro?, chiedo a Corrado senza dare neppure troppa importanza alla mia domanda e nello stesso momento in cui lui si sta sistemando con calma al nostro tavolo già quasi apparecchiato per la cena di stasera. Corrado spiluzzica subito un pezzetto di pane praticamente senza guardarmi, poi si prende ancora del tempo per smuovere qualcosa sulla tovaglia, come dovesse maturare in sé chissà quale profonda riflessione, quindi si aggiusta ancora con garbo sopra la sedia, ed infine si decide a dire soltanto: e dove sarebbe andato Francesco a quest’ora? Niente, fo io; è uscito per la solita pizza con i suoi amici, sicuramente anche con quella Cinzia Baronti che ultimamente sta sempre in mezzo a tutte le volte che è fuori da casa, gli dico quasi senza riflettere che adesso lui mi chiederà sicuramente qualcosa di più su questa ragazza. Corrado si mette nel piatto delle verdure, si versa mezzo bicchiere di vino mescolandolo con l’acqua minerale, ed infine dice qualcosa riferendosi vagamente a tutti i quattrini di quella famiglia, e proseguendo comunque a servirsi di ciò che è appoggiato sulla tovaglia pronto per essere mangiato.
Sembra che tutto si sia come calmato, mi dice poi senza cambiare minimamente la sua espressione. Il Torrini comunque è sempre il solito cretino che quando combina qualcosa riesce regolarmente a tirare nel mezzo anche gli altri, così da qualche giorno quando lo vedo lo saluto appena e piuttosto svogliatamente. Ma col capufficio si è appianata ogni cosa, fo io. Certo, fa lui, non c’erano proprio gli estremi per continuare con un atteggiamento così ostruzionista. Avanti a tutto per lui c'è il lavoro e la gestione degli assicurati. Basta farsi vedere piegati sulla scrivania e lui è già soddisfatto. Ma in ogni caso io continuo a tenere un atteggiamento di basso profilo negli ultimi tempi, ed in questo modo a nessuno viene voglia così di rompermi l’anima. Quindi mi alzo, prendo qualcosa dai fornelli della cucina, e quando torno lui fa: ti dispiace Anna se domani vado con gli altri ragazzi alla partita? No, dico io, quando mai ho cercato di trattenerti. E’ vero, fa lui sorridendo, e così ricominciamo a mangiare.
Dopo un po’ fa: ma questa ragazza ha deciso di fare sul serio oppure ha soltanto voglia di far girare la testa al nostro Francesco? Senti, non lo so, dico io; però è certo che lui non è il tipo da prendere delle sbandate, e poi considerando che è sempre stato così tremendamente asociale adesso dobbiamo quasi ringraziare la Cinzia che ce lo sta tirando fuori da casa, gli fo. Ma vengono anche qui qualche volta, fa lui. Certo, fo io, studiano assieme qualcosa: per quello che ne so Francesco l’aiuta in qualche materia, ma parlano sempre sottovoce e così non si riesce mai a capire di cosa. Qualche volta mi piacerebbe riaccompagnare a casa in macchina questa ragazza, e magari salutare il padre o la sua famiglia, fa lui. Perché no, dico io, un pomeriggio che stanno qua per studiare magari le chiedo se può aspettarti, così conosci anche lei.
Poi Corrado accende la radio come ogni sera, e le notizie della giornata iniziano a scorrere monotone, tentando di compensare cosi in qualche modo certe evidenti mancanze nei nostri dialoghi.


Bruno Magnolfi

martedì 16 gennaio 2018

Nessuna spiegazione.



Lui generalmente non pensa niente, sembra quasi non gli interessi neppure pensare, ed all’interno di quel suo modo di essere pare certe volte che un’attività di questo genere praticamente non sia stata prevista. Gira normalmente con le mani in tasca, si guarda attorno con la sua alta statura che già definisce il tipo, e poi assume l’espressione di chi come norma non si pone assolutamente dei problemi, ed in nessun caso andrà mai a cercarsi delle rogne con chi gli sta più vicino. Quando qualcuno lo chiama per nome lui quasi non si volta, ed è come se avesse continuamente altro di cui occuparsi, tanto che questo atteggiamento gli ha sempre regalato tra tutti i suoi compagni di liceo quasi un’aura di rispetto. Eppure è un tipo calmo, parla a bassa voce, prende tutto con grande tranquillità, ed in certi casi potrebbe sembrare addirittura un personaggio capace improvvisamente di prestare anche una certa attenzione ai problemi o alle difficoltà di qualcun altro. Enzo gli dice qualcuno, ma lui però non parla mai per primo, si limita soltanto a registrare senza alcuna espressione tutto ciò che gli viene riferito.
A casa della Baronti comunque non si è minimamente divertito, anche se non lo ha mostrato nei discorsi o nei suoi comportamenti. Ha osservato quanto era sufficiente i disegni di quella piccola mostra, e forse con un eccessivo distacco, ma non gli è proprio parso di trovare niente di interessante su quei cartoncini, se non l’impegno che probabilmente avevano adoperato Cinzia e Francesco per crearli confezionarli ed esibirli. Al tempo in cui Francesco gli aveva chiesto se poteva essere suo amico, Enzo gli aveva risposto subito che per quanto lo riguardava non aveva niente in contrario, però aveva forse dato scarsa importanza a certe frasi che si erano scambiati, parole che per l’altro erano risultate invece quasi essenziali. Anche nei confronti di Cinzia a quella festa si era tenuto generalmente piuttosto distante, però anche a giudicare dall’esterno quella casa dove lei abita con la sua famiglia appare a dir poco maestosa, e lui si trova sempre pronto ad apprezzare, pur con un lieve distacco, la gente piena di soldi.
Adesso registra qualcosa però che non aveva messo in conto: l’amicizia esclusiva tra Cinzia e Francesco, il loro continuo frequentarsi che mostra subito con evidenza una grande complicità, qualcosa che nessuno mai avrebbe immaginato. Già diversi compagni di classe in orario scolastico sono venuti da lui a chiedergli spiegazioni o a fare battute ironiche su di loro, ma lui ha finto un completo disinteresse, come sempre peraltro in presenza di qualsiasi pettegolezzo, mostrando completa assenza di opinione su argomenti e situazioni a lui completamente estranei. Invece dentro di sé si è ritrovato per la prima volta a provare un sentimento molto simile all’invidia, qualcosa che persino adesso lo prende allo stomaco, come un malessere inspiegabile, ed anche se non ne sa trovare una soluzione almeno per lui accettabile, quasi non riesce più ad ascoltare i discorsi di Francesco come faceva fino a ieri, nei brevi momenti in cui gli veniva accanto a dirgli qualcosa di sé. Va via dalla mia vista, sembra quasi suggerirgli negli ultimi giorni, esci dal mio campo visivo e cerca di non rivolgermi ulteriormente la parola; e forse l’altro sembra quasi in qualche modo prenderne atto, anche se forse gli pare impossibile si possa cambiare così in fretta, senza neppure una qualche spiegazione.


Bruno Magnolfi