martedì 20 marzo 2018

Maschera vera.


           
            Fermo, sotto ad una pioggia leggera ed invischiante, proprio identica a quella che sta venendo giù insistentemente negli ultimi giorni, sotto ad una giacca forse persino troppo larga, che in ogni caso a quell’epoca non era affatto della sua taglia, con l’espressione come sempre enigmatica, senza alcuna definizione di stato d’animo, lui mi appare davanti ancora una volta, appena provo a lasciare la mente andarsene dietro ai ricordi e ai pensieri senza controllo. Ecco, questo è tutto ciò che rimane di maggiormente importante di quel periodo estremamente confuso, forse proprio come deve essere il groviglio convulso della giovinezza, quel momento zeppo di idee e di voglie che molto probabilmente in seguito non troveranno una vera risoluzione.
            Dicevo dentro di me: si deve pur trovare una maniera, anche se erano soltanto parole a cui nessuno avrebbe mai davvero creduto, forse neppure io. Eppure si andava avanti, si cercava davvero di fare, di mettere insieme i pensieri, di dargli uno spiraglio di verità, disegnando i progetti sul niente, perché sapevamo che li avremmo comunque tenuti sempre in memoria, e non ci sarebbe stato bisogno di altro per renderli veri. Via, via da qui, da queste cose inutili che ci sbarrano soltanto la strada, che ci rendono simili a chi non ci piace, a chi ci vorrebbe costringere ad essere soltanto identici a loro: mummie di idee e di necessità, che invece noi volevamo vive, libere, forti del nostro semplice sentirsi forti, senza bisogno di altro. 
Tu c’eri sempre, eri con me, davanti, alle mie spalle, intorno ai pensieri ed ai sogni da cui mi sentivo coronata. Imperfetto, certo, da migliorare, da cambiare completamente forse, però lì, come un mito da rincorrere senza avere più fiato. Poi fu sufficiente uno scossone; neppure: una semplice incomprensione, una superficialità lasciata senza spiegazioni, quasi per un moto di opinioni date come scontate, di pareri buttati nel mezzo e poi sostenuti ma quasi per semplice indolenza. Quel piccolo pertugio che si fece appena in un attimo più grande, fino a diventare un vero allontanamento, qualcosa che non avremmo mai creduto possibile fino a pochi giorni più addietro. Forse allora tu mi cercasti, ma sicuramente sbagliando i tempi; ed io a mia volta forse ti cercai, ma lo feci inevitabilmente nel momento sbagliato.
Una semplice nuvola di vapore di tutte le cose non dette e non fatte, e poi via, verso argomenti senz’altro più radicati nei nostri rispettivi retroterra, senza quei voli pindarici che in seguito abbiamo dovuto separatamente ridurre a stupide sciocchezze di gioventù, che non avrebbero proprio portato mai da alcuna parte, che non ci avrebbero permesso mai di trovare davvero la strada, che non sarebbero stati mai in nessun caso gli spiriti guida a cui affidare, dopo appena una porzione di tempo, le nostre vere esistenze.
Ed adesso eccoti lì, che fa forte impressione saperti navigato in chissà quali mari in tempesta, con la tua espressione rimasta esattamente la stessa, ed una faccia da schiaffi che non potrebbe essere stata mai, per tutto questo tempo e per tutti i problemi che il nostro separato percorso abbia certo dovuto affrontare, qualcosa di diverso da quella che eri riuscito a costruire sopra al tuo viso: una maschera vera, meravigliosa.

Bruno Magnolfi

domenica 18 marzo 2018

Medicina mentale.




Certe volte mi sento proprio stanco della monotonia di queste giornate che mi appaiono tutte così simili l’una all’altra da non riuscire a tenerne a mente neppure una. Le cose da fare per la mia figura professionale sono sempre all’incirca le medesime, non c’è mai alcuna possibilità di poter sbagliare: farsi trovare da qualsiasi paziente arrivi concentrato ma in assoluta tranquillità di fronte all’elaboratore elettronico dentro allo studio medico asettico e attrezzato, lasciare che una delle infermiere con i guanti in lattice, dopo aver verificato tutti i dati e la prenotazione, lo inviti a stendersi sopra al lettino coperto di carta opportunamente sistemata, e poi attendere per qualche attimo che vengano svolti tutti i preliminari dell’esame, spiegare a lei qualche ulteriore indicazione sulle poche differenze che si possono trovare dentro ai fogli che consulto stampati dai colleghi, ed infine avviare il programma elettronico del macchinario, tanto da dovermi alzare finalmente da dietro la mia scrivania e passare alle solite domande di rito dirette all’ammalato, contemporaneamente a dei minimi palpeggiamenti doverosi sul suo ordinario corpo teso. Certo che i pazienti sono sostanzialmente tutti diversi uno dall’altro, qualcuno estremamente timoroso, altri al contrario strafottenti, e poi c'è anche chi mostrando qualche pregressa patologia si fa forte delle proprie piccole esperienze, mostrando di averne passate talmente tante da snobbare tutto ciò che sta avvenendo e non meravigliandosi ulteriormente più di nulla.
Mi annoio, questo è il punto, pur sapendo perfettamente che sto aiutando magari decine di persone a non morire, o ad alleviare notevolmente quei loro dolori che spesso tutti dicono di avvertire, o anche mitigare soltanto le generali sofferenze di cui parlano, trovando spesso soluzioni rapide ed efficaci per indicare le cure più opportune da iniziare subito dopo questi miei diretti esami clinici. Poi però arriva questo tizio, sembra in sostanza uno qualsiasi, però si vede subito che sta proprio nei guai, che la sua situazione sanitaria non è neppure la cosa più antipatica che lui sta aspettandosi dal suo presente. C'è altro dietro al suo sguardo, si avverte in concreto persino nel rispondere a me solamente a monosillabi, e poi si vede immediatamente dopo, mentre evidenzia quanto non abbia quasi alcuna fiducia in colui che in questo momento si sta trovando proprio di fronte, manifestandogli in sostanza una completa indifferenza, perché probabilmente vorrebbe soltanto essere oltre, dimenticare in fretta tutto quanto, lasciarsi alle spalle questi anonimi camici bianchi che vede camminare in giro, ed avere in fretta un’altra buona possibilità per tirarsi fuori da tutto, dai suoi guai, probabilmente, o anche dal suo corpo che desidera tanto sanificare, e forse ritrovarsi all’improvviso senza avere più nessuno tra tutti quei problemi che lo assillano in questa sua ultima fase.
Scrivo svelto una diagnosi mentre mi rimetto dietro all’elaboratore: lui si riveste, Renai si chiama, ed anche se adesso appare così sfuggente, mi sembra di conoscere il tipo di persona, perciò svolgo soltanto questo mio ruolo stampando i codici risultati dalle macchine, ed elargisco ai fogli una sola semplice occhiata, poi vado ad infilarli dentro alla busta di colore giallo. Arrivederci, dico, anche la nostra conoscenza finisce adesso; avanti il prossimo.

Bruno Magnolfi

sabato 10 marzo 2018

Battaglie perse.

           

            Mi sento solo mentre cammino lentamente verso casa, una volta terminate tutte le ore di lezione. Dietro di me sento ancora gli strepiti e le urla di tutti i compagni che ci vengono a studiare in questa scuola, e poi le loro risate nei corridoi, le parole forti, i discorsi fatti senza avere praticamente nessun senso, le loro argomentazioni certe volte buttate là come delle semplici provocazioni, o come certi possibili elementi di riappropriazione o di evidenza delle proprie diverse individualità. Tutto chiaro, tutto comprensibile. Percorro a piedi quasi sempre la stessa via quando esco da là dentro per tornare a casa, salvo ogni tanto girare per qualche strada alternativa, giusto per non sentirmi costretto lungo quel medesimo solito solco. Non ritengo di dover affrontare nessuna fase particolare del mio percorso da ora fino alle prossime settimane, nessun passaggio in cui magari dover esercitare tutta la mia capacità di comprensione e anche di analisi della realtà, eppure mi sento teso, sono proprio nervoso, come se qualcosa di incomprensibile stesse veramente per accadere, o come se io stesso all’improvviso fossi chiamato a prendere importanti decisioni.
           Sono diversi giorni che non esco con Cinzia, e non per un motivo preciso, ma soltanto per semplice indolenza, per la mia incapacità di essere propositivo, e qualcuno mi è persino venuto a dire, senza che avessi chiesto niente, che lei sta uscendo con alcuni amici suoi che io neanche conosco, nonostante tutto questo in fondo non abbia per me alcuna importanza, perché alla fine io e lei che pur siamo solidali su tante cose, ci sentiamo anche delle persone differenti, e non posso certo pretendere che il mio semplice sentire quotidiano sia adesso in qualche modo assimilabile a quella sua evidente sensibilità da imprendibile estroversa. E poi io sono sempre stato solo, inutile illudermi che la mia personalità possa cambiare in questo momento soltanto perché sono suo conoscente. Se fino a poco tempo fa riuscivo ad avere al massimo soltanto qualche scambio di opinione con la mamma, per esempio, adesso è venuto meno persino questo aspetto, e mi sento lontano anche da lei, dai suoi problemi, dai suoi modi sempre più nervosi di comportarsi verso di me.
Nel pomeriggio credo che mi rintanerò come sempre nella mia piccola stanza, a leggere, a studiare, forse a portare avanti qualche disegno, e tutt’al più a pensare alle mie cose, proprio come fossero le più importanti tra tutte quelle che mi passano vicino. Certe volte vorrei proprio perdermi tra gli altri, avere la capacità di dimenticare queste mie solite fissazioni, inventarmi quei gesti che maggiormente mi procurano piacere, come gli scorci di realtà che ho sempre voglia di definire sulla carta sotto forma di ritratto, e lasciarmi andare a quello che a tutti quanti darebbe sicuramente maggior soddisfazione, come fossi esattamente uno di loro, cioè un ragazzo qualsiasi, uno che abita la casa di una famiglia come tante, senza alcuna vera differenza.
Forse oggi pomeriggio potrei andare in biblioteca, a studiare per un po’ su quei larghi tavoli in mezzo a tutte le altre persone che normalmente la frequentano, e poi magari fermarmi qualche minuto nell’ingresso, ad ascoltare cosa si dice in giro tra i ragazzi che sono già degli universitari, per comprendere quali siano davvero gli argomenti forti in questo periodo che a me pare sempre più confuso. Potrei telefonare a Cinzia magari, e chiederle senza mezzi termini di mollare tutti i suoi stupidi amici del momento e di raggiungermi, come per uno slancio di rinnovati sentimenti l’una verso l’altro, e viceversa. Sorrido tra me mentre continuo a camminare: sicuramente non farò niente del genere, è più che evidente, ed il mio almeno per oggi sarà un normalissimo rimetterci tutto di persona, come perdere una qualsiasi battaglia senza neppure tentare di difendersi. Cambierò comunque, uno di questi giorni, ne sono già sicuro.

Bruno Magnolfi


mercoledì 7 marzo 2018

Urlo attenuato.




Più tardi devo per forza recarmi dal medico. Questo dolore continua ad andare e tornare, poi si calma, si fa risentire, e quando vuole si acuisce fortissimo e mi lascia quasi senza respiro. Mi sono rigirato nel letto mille volte tentando di prendere sonno, ma è stato inutile e stupido. Non posso certo andare in ufficio. Stamani giro per casa in pigiama cercando un luogo o una posizione che possa alleviare questa buia sofferenza, ma sono stremato, mi sento del tutto privo della possibilità di fare qualsiasi cosa abbia voglia. Mi rannicchio su di una poltrona, stringo forte le ginocchia contro di me, le tengo con le braccia e le mani, vorrei anche urlare per sfogo, ma voglio evitare di attirare l’attenzione del vicinato. Ho la fronte sudata, vorrei avere qualcosa davanti capace di prendere su di sé almeno una parte della mia attenzione, in modo da passare suppergiù almeno qualche minuto senza il pensiero continuo di questa piccola parte del corpo che sta combattendo con forza col resto, di questo grumo di aghi che sento all’interno di me mentre proseguono a torturarmi simultaneamente procurandomi un continuo ed insopportabile dolore, leggero forse, ma tremendamente sottile e costante.
Mi alzo, sbatto un pugno sul muro cercando come di provare una sofferenza diversa, poi mi riverso sul letto. Mi vesto, o almeno cerco di vestirmi approfittando dei brevi momenti in cui l’infido male si attenua; infine esco, chiudo la porta dell’ appartamento alle mie spalle e poi resto lì, sul pianerottolo, cercando di comprendere se possa riuscire con le poche forze che mi ritrovo, a raggiungere l’ambulatorio del medico, oppure se dovrò ad un certo punto chiedere aiuto a qualcuno, magari proprio lungo la strada. Scendo le scale con estrema cautela, i miei dolori paiono in una fase piuttosto attenuata, poi esco, respiro l’aria fresca e piacevole, guardo tutto quanto ciò che c'è attorno e d’improvviso sento le cose quasi sfuggirmi di mano, come se fossero queste le ultime volte in cui possa riuscire a godere persino di un pomeriggio qualsiasi.
Faccio dei piccoli passi, mi fermo guardando le vetrine di questi negozi, riprendo a camminare quasi senza espressioni sul viso, cerco di tenere le mani dentro le tasche, di dare un andamento naturale al mio corpo martoriato da questo invischiante dolore, che in questo momento non è poi così forte, però mostra con costanza la sua presenza, lasciando che ancora ne avverta una coda forse leggera, ma persistente. Poi sono all’ambulatorio. Entro, ci sono due o tre persone che attendono, parlo con l’infermiera e mi viene spontanea una smorfia di dolore. La donna si alza dal suo piccolo scrittoio, mi prende per un braccio, mi fa sedere, poi va a parlare col medico, dentro lo studio che intravedo dallo spiraglio della porta socchiusa. Trascorrono così cinque minuti, gli altri presenti mi guardano, un paziente esce dallo studio ed il medico dietro di lui si fa sulla porta, mi invita subito ad entrare, e appena dentro mi lascia sdraiare sopra al lettino. Mi guarda, mi tocca, mi chiede, saggia, ausculta, usa gli strumenti che ha lì disponibili, poi alza il telefono, chiede qualcosa a qualcuno, mi fissa degli appuntamenti, dice che il mio caso sembra essere urgente, poi scrive sul suo taccuino per le ricette una serie di farmaci da prendere iniziando da subito, o almeno al più presto possibile. Quando esco da lì con i fogli dentro la tasca sento di stare già meglio. Più tardi poi tutto si attenua.

Bruno Magnolfi

sabato 24 febbraio 2018

Giudizio finale.



Qualche volta vorrei proprio starmene lontano da tutto, trovare da qualche parte una qualsiasi cuccia dove rintanarmi come un animale, e poi starmene lì, senza avere più niente a che fare con questa insopportabile normalità che costringe ognuno a rivestirsi con dei panni che spesso non sono affatto i propri, ed a parlare agli altri con una voce quasi sempre stridula e antipatica, utilizzando dei vocaboli insignificanti che purtroppo proprio per questo vengono compresi perfettamente da chiunque, e per il medesimo motivo rapidamente sdoganati e catalogati come sostanziale chiacchiera ordinaria. Questo soprattutto vorrei evitare: parlare come tutti, essere riconosciuto come un altro che dice ciò di cui blatera chiunque, ma non per voler essere una persona così diversa da coloro che stanno qua da queste parti, ma solo per non cadere anch’io nei luoghi comuni da cui tutti siamo circondati.
Generalmente prendo solo un aperitivo al pomeriggio quando mi fermo in questo locale che frequento ormai da qualche tempo, poi mi piazzo seduto per i fatti miei ed osservo generalmente senza molta insistenza chi mi sta più vicino. Dai soliti che stazionano qua dentro forse potrei anche essere riconosciuto come un tipo solitario, un soggetto taciturno, uno che non si relaziona facilmente con gli altri, ed invece tutti quanti si limitano semplicemente ad ignorarmi, a fingere che neppure io ci sia, anche se in fondo ognuno di loro sa benissimo chi sono e che cosa rappresento. Non me ne importa, io non ci vorrei neppure venire qua dentro, però non saprei neppure dove altro andare, e poi mi interessano proprio i modi  con cui tutti qui si scambiano tra loro le cose che hanno da dire e raccontarsi.
Parlano di donne, di attività sportive, di macchine, anche di bassa politica, tutta roba del genere di cui a me di normale non fregherebbe assolutamente niente; ma è la maniera come loro sanno trattare questi argomenti che continua a piacermi fuori da ogni dubbio. Generalmente sanno tutto di qualsiasi cosa, o almeno fingono di saperla, e poi controbattono sempre qualcun altro qui presente tirando fuori degli argomenti spesso anche poco credibili e surreali, plasmando a piacimento dei dettagli decisamente superficiali di cui forse hanno sentito parlare in giro da altre persone ancora. Non c’è quasi niente di serio in questi discorsi, a parte i loro modi, così sembrano riderne loro stessi ogni tanto; ma qualche altra volta invece si accapigliano davvero ed alzano la voce per quanto dice l’uno o l’altro, anche se in genere fanno questo soltanto per riempire di senso qualche argomento su cui si sentono più deboli.
Esco dal locale quasi sempre nauseato, però so che qualcuno nota il mio silenzio, questo mio starmene da parte; forse viene soppesato in qualche modo il mio giudizio, questo mio statico stare ad ascoltarli senza mai l’idea di intervenire. Cammino per strada adesso, ripenso tutte le parole che ho sentito fino ad ora, e non ne trovo neppure una da salvare, come se niente di tutti quei discorsi avesse un peso. Chissà se qualcuno riesce a giudicare se stesso tramite la testa di uno come me; magari è stato anche formulato un pensiero così fatto, e sulla base di ciò forse qualcuno avrà l’ardire prima o dopo di chiedermi un’opinione su quanto mi trovo spesso ad ascoltare. Devo prepararmi, ecco, devo arrivare pronto a quel momento, devo trovare fin da adesso la parola giusta da dire a chi potrà farmi quella domanda, offrendo una risposta che chiuda di colpo un periodo e contemporaneamente ne faccia  anche un compendio; una parola che da sola nella sua semplicità mostri un risultato tangibile e concreto, qualcosa di definitivo, un segno che lasci dietro di sé un’eco importante, alla fine quasi un giudizio.


Bruno Magnolfi

lunedì 19 febbraio 2018

Ignorati cambiamenti.




Tutti hanno sempre parlato male di me, o almeno credo. Ho sentito affermare in certe situazioni persino delle cose decisamente piuttosto pesanti contro i miei comportamenti, ed ho pensato quasi sempre che tutte quelle cose si riferissero soprattutto ai miei difetti, forse anche alla mia timidezza malcelata, a questa maledetta necessità di mettermi sempre da una parte, di starmene ritirato da solo anche se per un semplice tentativo di difesa. Ho cercato qualche volta senza successo persino degli alleati tra coloro che mi rimanevano vicino, persone che sull’immediato sono addirittura apparse davvero simili a me nei loro atteggiamenti, magari anche quelle segnate nella propria intimità da cicatrici profonde inferte da malelingue simili a quelle che mi hanno talvolta condannato senza alcun appello.
Quando ho deciso infine di disinteressarmi di tutti quanti, qualcuno di loro è venuto persino a cercarmi, a rendersi conto di persona, forse per il ricordo che aveva dei miei comportamenti un  po’ ridicoli di autodifesa, rammentando magari alcuni modi di fare praticamente assurdi che da un certo periodo in avanti sinceramente non ho più voluto neppure interpretare, preferendo di fronte a tutto l’indifferenza piuttosto che qualsiasi altra reazione. In seguito si è voluto soltanto esagerare alcuni tra i miei piccoli gesti davvero piuttosto discutibili, ma di cui si è voluto dimostrare ad ogni costo la gravità anche là dove non c’era, citando dei casi accaduti in periodi addirittura molto lontani e di cui non ricordavo quasi nulla, come evidenziando in questo modo la mia vera indole, il mio carattere più sostanziale.  
Certe volte ho dovuto e voluto addirittura tentare di nascondermi, rifuggendo da tutti quei discorsi insulsi che parevano continuare ad inseguirmi, e nei miei travestimenti ho sempre cercato di peggiorare quanto potevo la mia immagine, in maniera da sentirmi al mio interno meno sporco di quanto in fondo forse apparivo agli altri. Qualcuno allora con determinazione mi ha puntato contro il dito, ridendo addirittura dei miei scialbi tentativi, mostrando nuovamente ciò che pur non essendo vero sembrava però a chiunque in evidenza. Mi sono rintanato allora, e non ho più voluto incontrare anima viva per dei lunghi periodi di astinenza e solitudine, fino a quando il bisogno degli altri non mi ha fatto ritornare per le strade, ormai vecchio, impaurito di tutti, incapace di vere relazioni, eremita nello spirito e nel corpo.
Adesso sembra che niente abbia più significato, se non una pallida memoria delle cose che purtroppo tendono ad ingarbugliarsi di continuo, probabilmente modellando i fatti in funzione proprio delle mie intenzioni involontarie, e così si perdono poco per volta tutti gli sforzi messi in campo sia in un senso che nell’altro, lasciando solamente in aria delle sfumate impressioni che non costituiscono neppure il senso reale degli stati d’animo di cui tutto si è normalmente alimentato. Sorrido ora nel ripensare a tutto quanto, anche se purtroppo un’amarezza vaga prosegue ad accompagnare la mia strada, lasciandomi perplesso a ripensare su quanto avrei avuto bisogno di coraggio per cambiare del tutto ogni mio inadatto atteggiamento, nell’attimo stesso in cui esattamente questo sarebbe stato ancora possibile.

Bruno Magnolfi

lunedì 12 febbraio 2018

Risultati lavorativi.




Non me ne frega poi molto dei comportamenti sul piano interpersonale, diciamolo chiaro; a me in azienda basta che i conti tornino e che a nessuno venga in mente di approfittarsi delle situazioni che qua dentro certe volte sembrano quasi scorrere esattamente ognuna sotto al proprio naso. Il funzionario del piano di sopra mi chiama di rado nel suo ufficio, e normalmente mi chiede in quei casi come vadano le cose e se ci siano dei problemi tra questi corridoi, anche se in genere lo fa quasi di sfuggita, senza approfondire mai troppo gli argomenti; salvo le poche volte in cui riesce invece ad avere chissà come delle informazioni riservate su qualche movimento poco chiaro, ed allora mi guarda fisso, pesa ogni parola delle risposte o dei tentativi di spiegazione che riesco a fornirgli, e forse aspetta come un mastino che il sottoscritto nella tensione del momento possa finire addirittura per contraddirmi. Fino ad oggi diciamo sono sempre stato capace di uscirne piuttosto bene dai suoi interrogatori, o almeno tutte le seccature che ci sono state hanno sempre avuto una risoluzione buona o convincente, però ognuna di quelle volte ho provato dei veri e propri brividi davanti a quel suo sguardo quasi implacabile.
Perciò, se non ci fosse per me l’obbligo tra i miei compiti diretti come capufficio di rispondere quasi di tutto ciò che viene eseguito dal personale del mio piano, non starei a preoccuparmi neanche troppo dei discorsi che circolano su qualcuno dei miei impiegati, anche se per esempio sembra proprio che purtroppo sia il Torrini che il Renai in modo ciclico riescano a darmi invariabilmente qualche piccolo mal di testa, tanto che ho pensato di far avere prima o dopo un rapporto completo su di loro sia al mio diretto funzionario che al nostro capo del personale, e richiedere più o meno espressamente di spostare almeno uno dei due lavoratori verso qualche altra mansione, magari più semplice e anche meno remunerativa, oppure ad un piano inferiore, dove non ci siano troppe possibilità di provocare dei danni all’azienda e alla compagnia. Dal punto di vista squisitamente occupazionale del Torrini non ho avuto quasi mai niente di cui lagnarmi, salvo il fatto che lui appare spesso come un tipo astuto, pieno di sotterfugi, un furbo insomma, laddove del Renai invece non ho certo una grande opinione, confermata peraltro dai suoi risultati mediocri in tutti questi anni di lavoro da quando sta con noi.
Nei momenti in cui gli spiego qualcosa, una nuova procedura di inserimento dei dati per il centro di elaborazione ad esempio, è sempre un po’ pigro ed anche riottoso nell’apprendere le novità, come se non comprendesse affatto l’importanza della precisione e del giusto comportamento nei confronti delle posizioni dei nostri assicurati; sembra quasi a tratti che il suo lavoro non gli piaccia, non lo interessi, non intenda migliorarlo, e che cerchi sempre la maniera per tagliare corto sulla propria attività e sui propri compiti. Ho fatto capire più volte al Renai che in questa maniera non si può certo andare molto lontano, e lui mi ha sempre guardato con l’espressione di chi non ha alcuna paura delle mie larvate minacce, e che la sua personalità non potrà mai abbassarsi così tanto da accettare i consigli o i suggerimenti che possono arrivare talvolta anche da un semplice capufficio come me. Comunque, se ci fosse un nuovo richiamo anche generico da parte del nostro funzionario, o anche meglio dal direttore generale, qualcosa magari che riguardi la gestione dei clienti da parte di qualcuno di questi miei impiegati, allora mi vedrei proprio costretto a tirare fuori tutte le mie carte, indipendentemente da ciò che potrebbe in seguito accadere; ed in quel caso credo proprio che mi sentirei senz’altro più che tranquillo della mia decisione di additare chi non reputo all’altezza o che non riesce a stare al proprio posto, decisione che in quel caso ognuno sopra di me comprenderebbe come presa indubbiamente dopo un lungo e attento esame.

Bruno Magnolfi