lunedì 10 settembre 2018

Monotonia.




Non c’è niente da fare, penso; ormai devo proseguire lungo la strada che ho intrapreso, che mi piaccia o meno. Forse qualche tempo addietro avrei ancora potuto tentare di fare qualcos’altro, invece di occuparmi soltanto di queste emerite sciocchezze. Certe volte mi sono anche giustificato in qualche modo, dicendomi che qualcuno doveva pur fare le cose che stavo facendo in quel momento, però alla lunga un’interpretazione del genere non regge, me ne rendo conto, e tutti i nodi che sono riuscito ad elaborare poco per volta alla fine vengono al pettine.
Quindi eccomi qui, sospeso tra tutte le mie abitudini ed una solenne incapacità ad affrontare nuove situazioni.  Cammino per strada con le mani sprofondate dentro le tasche e guardo ciò che c’è attorno a me come un viaggiatore stanco e svogliato che cerca di memorizzare ancora qualcosa di quello che riesce a intravedere. Mi ferma un tizio che conosco facendomi già da lontano un gran saluto, così gli dico subito che ho fretta per cercare di non perdere troppo tempo, ma quello mi chiede se mi vada di mettermi con lui per affrontare una faccenda nella quale c’è da mettersi in tasca un  po’ di soldi.
Lo guardo subito con interesse, lui dice che non si può parlare in mezzo ad una strada, e quindi mi trascina in un caffè poco lontano dove individuiamo un tavolo libero in un angolo.  Mi mette a parte, con poche parole e molti gesti, di una combinazione per cui fingendo di acquistare una certa cosa potremo rivenderla velocemente guadagnandoci una somma, e a me sembra tutto liscio e lineare: lui è conosciuto nell’ambiente, ma essendo io una faccia nuova posso presentarmi senza problemi e portare in fondo senza difficoltà la trattativa. Non ho molto da perdere, penso, così accetto con riserva, anche perché vorrei pensarci almeno un giorno intero prima di dedicarmi davvero a questo lavoretto.
Ci rivediamo il giorno seguente e lui mi porta delle carte; sembra tutto a posto, io devo soltanto presentarmi ad un certo indirizzo e spiegare in breve che mi interessa acquistare un determinato immobile. Appena firmati i primi documenti non resta che rivendere tutto quanto ad una terza persona che lui conosce e a cui interessa molto l’acquisto di un edificio di quel genere, tanto che con pochi passaggi a noi resta soltanto trattenere una bella fetta di questa piccola torta. I soldi da parte nostra non ci sono, è evidente, ma tirando fuori alcune carte che il mio conoscente ha messo a punto, ci vorrà diverso tempo prima che si scopra che il conto su cui sono depositati è assolutamente vuoto, ed a quel punto con una semplice transazione potremo sistemare ogni particolare.
Mandiamo avanti velocemente questa trattativa, e le cose filano subito per il verso giusto, tanto che al momento giusto il mio conoscente fa saltare fuori il compratore subito entusiasta della cosa, e tutto in breve si sistema. Ci dividiamo i soldi qualche tempo dopo infilandoci dentro al solito caffè, e poi ci salutiamo come se non ci fossimo mai neppure conosciuti. Adesso posso davvero intraprendere qualcosa, penso camminando per la strada, ma non mi viene a mente niente, se non tornare velocemente alle solite cose di ogni giorno.

Bruno Magnolfi

martedì 21 agosto 2018

Presente irrispettoso.



Ricordo che una volta, durante un giorno qualsiasi, io ed il mio amico andammo a far visita ad una ragazza, una tizia di nostra conoscenza che sapevamo abitare una strana casa che peraltro non avevamo mai visto, qualcosa che a suo dire stava a cavallo tra una baracca abusiva sul mare ed un appartamento studentesco situato nel vecchio centro storico della città. Lei naturalmente si mostrò estremamente felice del nostro arrivo, ma essendo del tutto inaspettato dovette spiegarci in due parole che purtroppo per quel giorno aveva un impegno accademico piuttosto importante in qualità di assistente universitaria nella facoltà dove lavorava, lasciandoci comunque padroni del suo appartamento per tutto il tempo che volevamo, con l’impegno da parte sua di tornare al più presto, forse addirittura nella stessa serata. Più tardi poi ci avrebbe spiegato al telefono che sarebbe rientrata soltanto il giorno seguente.
Cosi io ed il mio amico da soli iniziammo subito con l’accendere la televisione senza darle volume, ad ascoltare la musica di una buona collezione di dischi sistemati in bella mostra sopra una stuoia, e dandoci da fare soprattutto a rovistare nel frigo, aprire qualche bottiglia di vino buono trovata nella dispensa costituita da mensole e scatole, e divertirci di qualche altra sciocchezza. Ridevamo sdraiati sulle poltrone e sopra il divano, e quando decidemmo di guardarci un po’ in giro per inventare qualcosa, si andò subito a bussare ad una vicina di casa che avevamo intravisto da una finestra.
Decidemmo di improvvisare una specie di festa, io ed il mio amico, e in poco tempo la vicina riuscì a trovare quattro o cinque persone disposte a venire da noi a fare baldoria. Piazzata la musica a tutto volume, cucinammo qualcosa di semplice e poco dopo finimmo naturalmente quasi tutti sbronzi a ridere e ballare. Più tardi gli altri andarono via, ed io con il mio amico ci addormentammo stanchissimi sul divano tenendoci aggrovigliati con la vicina di casa, tanto che tutto parve andare benissimo almeno fino a quando, ormai nella tarda mattinata seguente, tornò la ragazza proprietaria dell’appartamento.
Disse che eravamo degli sciagurati, che non era possibile fare affidamento su gente come dimostravamo di essere, che al momento dovevamo rimettere in ordine ed in fretta tutta la casa, e che comunque non sarebbe bastato semplicemente ripristinare le cose, perché c’era un discrimine che ci divideva, il nostro vivere tutto al presente così contrario al rispetto sensibile e generoso degli altri e del futuro da parte di persone proprio come lei si sentiva di essere.
Restammo in silenzio, io ed il mio amico, e senza aggiungere niente dopo poco uscimmo a testa bassa da quella casa. Non avevamo un programma preciso, così dopo un lento giro nei dintorni provammo a bussare alla porta della vicina di casa con cui avevamo trascorso la notte. Ma anche lei ebbe parole di fuoco, dicendo con voce alta che eravamo degli sciagurati a cui non si poteva affidare un bel niente, e mentre continuava a parlare con una certa irritazione, noi ce ne andammo da lì e da quella zona, senza trovare commenti da fare. Che importa, si diceva tranquilli: in fondo è anche giusto spassarsela un po’.


Bruno Magnolfi

lunedì 6 agosto 2018

Piccoli malesseri.



Sto male, dico. Un sottile dolore persistente, una spalla che mi sento intorpidita, gli fo. Lui mi guarda un momento, poi volta lo sguardo da un’altra parte quasi non mi avesse neppure sentito. Trascorrono due minuti: forse è solo una piccola botta che ho ricevuto senza averle dato troppa importanza, gli fo. Qualcosa di cui in questo momento neppure mi ricordo. Va bé, magari passerà, non è certo il caso di farla lunga, aggiungo cercando di interpretare e dare fiato alla sua indifferenza. Trascorrono altri minuti. Non riesco quasi ad alzare questo braccio, gli dico per stuzzicarlo. Ma il dolore è diffuso, e non so comprendere come potrei individuare la fonte del mio malessere se anche volessi. Lui si volta un attimo verso di me, poi mi accarezza una mano, come ad incoraggiarmi a stare buono, e poi nient’altro. Sto fermo, in silenzio, così non mi può succedere niente di brutto penso, ma dopo un attimo una piccola fitta mi avverte che il dolore è ancora lì, sotto una spalla.
Lui si gira dopo il mio gemito, mi guarda con una certa intensità: vuoi che provo a toccarti la zona per comprendere dove si trova precisamente questo benedetto dolore, mi fa. Te ne sarei profondamente grato, gli dico. Lui mi viene più vicino, mi stampa un bacio accanto alla bocca, poi mi prende il braccio e lentamente me lo muove. Mi piace quando cerca di prendersi cura di me, lui lo sa benissimo e cerca di farlo il meno possibile, proprio per non farmi abituare. Ecco, gli fo ad un tratto, in questa posizione il dolore aumenta. Lui senza aggiungere niente lascia andare il mio braccio e mi prende la mano per un attimo, poi si volta ricominciando esattamente con la sua proverbiale indifferenza.
Se vuoi si può fare un salto ad un pronto soccorso, mi dice in un sussurro. No, non credo abbia molta importanza, gli dico. Piuttosto mi piacerebbe che tu mi tenessi la mano, proprio come hai fatto prima. Lui allora mi prende ancora la mano, ma senza alcuna intensità, tanto che dopo un po’ sfilo la mia dalle sue dita. Ti sento distante, gli dico, e a me sembra quasi di essere da solo col mio piccolo dolore. Lui si alza, si volta verso di me per un attimo appena, poi va nell’altra stanza. Quando torna mostra di aver indossato la giacca: esco, mi dice, ho bisogno di stare un po’ per conto mio. Non rispondo niente, mi sento sprofondare per quel suo atteggiamento, ascolto la porta di casa che si apre e si chiude e resto ancora fermo, come paralizzato. Non era mai accaduto qualcosa del genere, oppure non lo ricordo, così attendo da un attimo all’altro che lui ritorni indietro, che mi chieda perdono, che tutto si risolva in un attimo senza importanza. Ma niente succede, se non quel mio piccolo dolore che prosegue insistente.
Mi alzo, vado alla finestra, non vedo niente. Nessun rumore, nessun particolare che mi faccia stare meglio di questo malessere che mi sta prendendo sempre di più. Sto calmo, rifletto, cerco di comprendere meglio ogni particolare, infine esco anche io, in preda alla disperazione. Cammino per strada nei dintorni del mio appartamento, non incontro nessuno che mi riconosca, non vedo nessuno che io sappia riconoscere. Ma il mio dolore alla spalla adesso non c’è quasi più, oppure è stato soppiantato da qualcos’altro con un’importanza maggiore.


Bruno Magnolfi

venerdì 13 luglio 2018

Basta così.



Resto quasi imbambolato, quando a volte rifletto su quello che davvero vorrei fare. Occuparmi di persone deboli, dedicarmi agli anziani, a chi soffre, a tutti coloro che hanno bisogno di un po’ d’aiuto. Ecco, questa sarebbe la mia missione, il mio proposito di fondo, anche se poi ci sono intorno a me tante variabili che tentano continuamente di distogliermi da questi miei proponimenti.
Hai sempre la testa tra le nuvole, mi dicono ridendo certi amici qualche volta. Li lascio perdere, in fondo è vero quello che dicono: sono un tipo riflessivo, uno che cerca in ogni occasione la cosa migliore da fare, indipendentemente da quello che possono pensare tutti gli altri. Mi perdo spesso quando penso a ciò di cui potrei davvero occuparmi, ritrovandomi generalmente a non fare quasi nulla rispetto a tutto quello che ho cercato di mettere a punto.
Invidio profondamente chi riesce in un momento ad applicare alla realtà i propri pensieri; a me sfugge tutto di mano, anche se sono sicuro che le mie idee siano migliori di tante altre. Mi guardo attorno, medito la cosa più giusta da fare, poi mi richiudo quasi sempre nella mia intimità. Vieni con noi a divertirti un po’, dicono gli amici. Ed io vado con loro anche se continuano per tutto il tempo a prendermi in giro pur bonariamente. Loro hanno le ragazze, io invece no, non mi sento fatto per queste cose, preferisco sentir ridere gli altri attorno a me, e magari starmene tranquillo in un angolo, in perfetta solitudine.
Quando rientro a casa mia madre mi chiede sempre dove sia andato. A trovare gli ammalati in ospedale, le dico in certi casi anche se non è vero. Qualche volta ci sono andato sul serio, ma qualcuno di loro mentre mi avvicinavo ai letti mi chiedeva se per caso fossi un prete o qualcosa di quel genere, e questo a me un po’ dispiaceva. Perché non riesco a capire come non si possa lasciare che una persona qualsiasi si occupi degli altri, cerchi di portare compagnia, di dire a tutti una parola di incoraggiamento. Si può parlare, confidarsi, sentirsi meglio quando abbiamo intorno un po’ di compagnia.
Mia madre annuisce, lei è contenta che io faccia queste cose, e qualche volta andiamo insieme ad un centro anziani qua vicino. Si gioca a carte con loro, si parla del più e del meno, e tutti dicono a mia madre che ha proprio un bel ragazzo, ma che non dovrebbe portarlo in un posto come quello. Io li lascio dire, tanto so bene che sono discorsi fatti tanto per riempire i vuoti, perché a me piace stare al centro insieme a tutti quegli anziani. Quando veniamo via mia madre dice che dovrei pensare un poco a me, magari al mio futuro. Lo so, le dico, ci penso continuamente. Però in fondo sono contento: mi dedico agli altri qualche volta, non quanto vorrei fare, ma almeno un pochino, così nessuno può dire che non ho fatto niente. Perché la cosa peggiore, penso, è fregarsene di tutti, e ancora peggio incitare gli altri ad adottare il medesimo comportamento. Lo so che il mondo gira in questo modo oggigiorno, ma per me non ha alcuna importanza: non voglio certo cambiare il mio modo di essere, specialmente se per farlo devo allinearmi a quanto dicono sempre tutti gli altri. Sono fatto così, e dopo basta.


Bruno Magnolfi    

lunedì 2 luglio 2018

Rospi.



Non c'è nient’altro oltre questa stupida fila di baracche, dico al giornalista. Soltanto dei campi che sono stati abbandonati oramai da diversi decenni, e che nessuno tra coloro che abitano qua attorno ha avuto più la volontà di coltivare. Certe sere, una volta finito di mangiare, esco di casa con in mano una torcia, e faccio un giro tra i fossi e tra tutte le erbacce secche e polverose che odorano di paglia e spazzatura, tanto per rendermi conto una volta di più del silenzio che persiste in tutta questa zona, e anche del niente che sembra persino abbondare da queste parti. Quando rientro poi cerco sempre di serrare bene questa porta pur precaria com'è, poi a volte metto anche dei pannelli di lamiera alle finestre, ed infine cerco di dimenticare che là fuori prosegue ad esserci davvero tutto quel nulla che ho veduto poco prima.
Ci si affeziona a tutto, dice mia moglie qualche volta, forse anche per dare a me e a lei un certo incoraggiamento, ma io so che questo non è certo quello che fino a qualche anno fa avrei voluto per noi due. Stare al margine di qualcosa può essere sicuramente possibile se conservi la invidiabile capacità di non pensarci. Noi però in questo momento non possiamo proprio permetterci qualcosa d’altro. Prendo la mia bicicletta scassata ogni mattina, e già alle prime luci dell’alba faccio rotta verso quei palazzoni che si vedono laggiù sul fondo, dove inizia la città delle persone, quella in cui si riesce ancora a ridere e a sentirsi magari degli individui.  
Non me ne importa niente di quello che gli altri possono pensare di me, dico ancora al giornalista, io devo sopravvivere, è un mio istinto naturale, non posso lasciare che le mie attitudini vengano sopraffatte da una spossatezza che non può portare mai da alcuna parte. La sera con la mia torcia guardo i rospi che attraversano i viottoli di questo posto infame, e certe volte ne seguo anche i percorsi, come se mi portassero magari a scoprire qualcosa che al momento neanche posso supporre. Non ho bisogno di descrivere proprio niente della mia giornata, è tutto già definito nel concetto fondante degli ultimi del mondo, quelli che possono solo migliorare se mai un piccolo colpo di fortuna li aiutasse.
Per questo continuo a rovistare per delle ore dentro i cassonetti della spazzatura, e quando mi va con la mia bicicletta arrivo fino alla discarica a cielo aperto verso l’autostrada, per guardare anche lì in mezzo a tutto se mai ci fosse qualcosa di prezioso gettato via da chi magari ha persino troppo per potersi ricordare di gestirlo con un’attenzione più efficace. Cerco il ferro, il rame, qualche oggetto da recuperare, ma quando poi torno alla mia baracca invidio i rospi sul viottolo che non hanno i miei problemi, e non hanno certo bisogno di molto per tirare avanti. Lo può scrivere, dico al giornalista: quella delle persone come me è soltanto una sfortuna maledetta, una combinazione scalognata come quella di essere nati dalla parte sbagliata tra tutte quante le persone, anche se alla fine non voglio neppure lamentarmi; si fa l’abitudine anche alla miseria, dico ancora, e forse è quasi meglio che sia capitata ad un individuo come me, piuttosto cha a qualcuno con minori capacità di adattamento. Perché di un colpo di sfortuna come il mio si può perfino scoppiare qualche volta, e lasciar scritto poi che era impossibile vivere come i rospi.   


Bruno Magnolfi


lunedì 25 giugno 2018

Minoranza.




C'è spesso una specie di sibilo dentro le mie orecchie, generalmente un suono indeterminato che comunque appare fine, aggraziato, quasi piacevole, e che emerge soltanto a tratti sopra ai soliti rumori infernali della mia giornata. Mi ritrovo  a seguirlo mentalmente qualche volta, e sento mentre lo ascolto che lui evolve rapidamente e in modo autonomo verso alcuni accordi, a volte giungendo a dipanarsi brevemente in un’armonia dolce, squisita, quasi come una carezza. La maggior parte delle persone che mi capita di incontrare durante i miei spostamenti quotidiani non si accorge assolutamente di un bel niente, anche perché forse non ha la minima idea di quanta ricchezza riesca a possedere anche una sola persona, e se solo cercassi di spiegarlo, chiunque di loro mi prenderebbe semplicemente per un matto. In sostanza i più non riuscirebbero neppure a farsene una ragione vera, perché quasi tutti ormai ritengono che il mondo in generale si esaurisca in loro oppure accanto a loro. Solo alcuni, persone forse più attente, individui da ritenere probabilmente più sensibili, comprendono e mettono in conto che ci possa essere qualcosa del quale, pur non sapendone quasi nulla, risultano senz’altro incuriositi, e si dimostrano persino attratti da elementi che purtroppo a loro sono sfuggiti fino adesso.
Il mio sibilo interno prosegue mentre parlo del più o del meno con qualcuno, ed io cerco di esprimere come posso tutte le mie opinioni, e mi viene anche da sorridere ogni volta che uno di questi con cui scambio dei pensieri cerca di convincermi che non c’è proprio nient’altro alla fine di quello che lui riesce a tratteggiare, non c’è niente alla fine delle sue idee e delle semplici parole che è capace di utilizzare intorno ad ogni argomento. I miei accordi musicali li sovrastano mentre continuo comunque ad ascoltarli, e tutto nasce proprio dalla semplicità di quanto gira dentro la mia testa, anche se poi sembra tentare come di ammutolirli, pur restando un’altra cosa, un’altra realtà, un diverso modo di intendere ogni cosa proprio per le motivazioni che la mia musica interna sembra porti avanti. Mi accorgo subito, quando incontro una persona che, al contrario di questa maggioranza di soggetti, riconosce subito l’armonia che tra noi potrebbe essere in comune ed è consapevole come me che la realtà sta proprio in altro modo, cioè non così determinata e definita come si vorrebbe, ma piena di infinite sfumature, che qualcosa inizia subito a legare in qualche maniera i nostri pensieri, lasciandoli più liberi, meno terreni, capaci di evoluzioni senz’altro positive e interessanti.
Poi saluto tutti e me ne vado verso le cose che normalmente più mi attraggono, e quando mi ritrovo ormai da solo, ripenso subito a quanto sono stato capace di essere me stesso con chi ho incontrato: non lo so per certo, questa è la verità, ma penso che chiunque abbia avuto qualcosa per cui esprimere in piena libertà il proprio pensiero, si possa adesso ritenere soddisfatto, anche se alla fine c’è sempre stato il mio sibilo ad indicare una diversa appartenenza di tutte le mie idee, che anche se non sono state condivise dalla maggior parte delle persone con cui ho avuto la fortuna di parlare, comunque hanno indicato una precisa direzione di cui adesso essere orgogliosi, fino a comprendere che non poteva proprio essere in nessun’altra maniera.


Bruno Magnolfi   

mercoledì 20 giugno 2018

Falsità bonarie.



Io non sono quello che sembro. Certe volte per esempio fingo di tenere fortemente ad un qualcosa di generico che magari tutti conoscono e sul quale hanno anche probabilmente delle idee piuttosto precise, nonostante nella realtà più profonda a me non me ne importi proprio un bel niente. In questo modo però riesco ad incuriosire con facilità i soliti frequentatori del circolo presso questa associazione umanitaria dove trascorro quasi tutti i miei pomeriggi, lasciando all’ interesse che manifestano alcuni tra loro di formulare delle domande piuttosto circostanziate, alle quali naturalmente trovo la maniera per non rispondere mai, lasciando immaginare in questo modo che ciò che avevo da dire fin dall’inizio su quell’argomento sia stato in grado precedentemente già di averlo debitamente spiegato.
Spesso mi contraddico mentre faccio queste tirate, è del tutto inevitabile, e ci stanno poi sempre i soliti che subito si sentono pronti a sottolineare ciò che al contrario avevo sostenuto appena l’altro ieri oppure qualche settimana addietro, ma col mio sistema basato su di un sorrisetto che lascia supporre tranquillamente qualsiasi cosa, riesco quasi sempre ad uscirne piuttosto bene da queste situazioni piuttosto imbarazzanti. Naturalmente ci sono delle persone che in base alle mie prese di posizione mi scansano subito, indipendentemente anche dall’argomento di cui provo a parlare, ma questo in fondo mi pare perfino piuttosto normale.
Certe volte sono quasi contento che le mie parole portino in giro sulla faccia degli altri che mi trovo attorno un po’ di irritazione. In fondo credo non ci sia niente di male in questo, non si può essere sempre tutti d’accordo su qualunque faccenda, ognuno di noi avrà pur diritto di avere una propria opinione, anche se questa è soltanto il frutto del momento in cui viene espressa, o anche dell’umore con cui si cerca di spiegarla a chi ci circonda. Mi ascoltano con attenzione quasi tutti comunque, forse proprio perché gli aggettivi più importanti, quelli che caratterizzano le mie frasi salienti, cerco sempre di metterli verso la fine, annidando lì in poche parole la vera opinione che cerco di esprimere.
Qualcuno non manca di arrabbiarsi ma io lo lascio perdere. Non sono proprio io stesso in queste cose che dico e che sostengo, vorrei quasi spiegare a tutti. Non è colpa mia penso mentre li guardo se ci cascate regolarmente come dei tonti; non me ne importa un bel niente di una faccenda o di quell’altra, ve lo lascio credere soltanto per darvi un poco di brio, per farvi riflettere, per tentare di spostare anche la vostra opinione se mai ne avete una. Se ci pensate bene è soltanto un piccolo scherzo, una specie di recita in cui io mi identifico in qualcuno che pensa delle cose diverse dagli altri, ed in questo poi non c’è niente di male. 
Uno di questi giorni mi farò vedere per la prima volta come quello che sono davvero, e mi mostrerò profondamente dispiaciuto per quello che ho fatto a loro in tutti questi anni. Mi scuseranno e comprenderanno senz’altro questi poveri creduloni che sono quasi sempre cascati nelle mie prese di giro; di questo ne sono già più che sicuro.


Bruno Magnolfi