giovedì 12 dicembre 2019

Divise per secoli.

           

            "Sono una moglie", immagino di dire con voce ferma in mezzo agli individui che mi circondano. "So stare al mio posto, anche se ci sono persone che fanno di tutto per scardinarmi da questo ruolo". Forse non c'è alcuna necessità di ribadire ogni giorno quello che siamo, penso poi in un secondo momento, magari mentre sbrigo qualche faccenda casalinga. Eppure mi sento orgogliosa di quello che sono, indipendentemente dal fatto che la maggior parte delle donne vivano la mia stessa condizione. Lavoro, mando avanti la casa, mi sento certe volte il perno attorno a cui ruota tutta la mia famiglia. Però non mi basta, vorrei che qualcuno riconoscesse il mio ruolo, vorrei che qualcuno oltre ai miei familiari mostrasse gratitudine per quello che faccio.
            Un impulso mi muove in ogni momento: la necessità perenne di fare. Certe volte non ha neppure troppa importanza ciò di cui decido di occuparmi in un preciso momento; però va fatto, è indiscutibile, e questo principio vola più in alto di qualsiasi stanchezza o mancanza di volontà. Poi mi ritrovo nel solito negozio di generi alimentari cercando di organizzare la cena di un giorno qualsiasi, e dopo qualche sorriso di convenienza con qualche conoscente, un’altra donna, in apparenza proprio come posso essere io, ma forse soltanto più giovane di me, e forse con delle aspirazioni diverse dalle mie, e magari anche con qualche idea nella testa differente da quelle che ho io, subito dopo che è stato servito un cliente, spiega a tutti che “adesso è il turno della massaia”, guardandomi in un modo vagamente sprezzante, quasi con un velato disgusto.
            Non capisco cosa possa esserci dietro ad un’espressione del genere; cioè non comprendo se questa donna veda in me ciò che lei non vorrebbe mai essere: forse una potenziale nemica quindi; oppure se la definizione troppo precisa dei compiti che crede io stia rivestendo, le divenga motivo, nei miei riguardi, per dare su di me e su tutte coloro che mi assomigliano, un giudizio definitivo di disarticolazione dal genere femminile. “Le donne devono far altro”, potrebbe pensare lei in questo momento, “che preoccuparsi della famiglia, o del proprio marito, oppure di altri che non siano esattamente se stesse”. Rifletto, mentre completo gli acquisti che ho in mente, ma agisco con vero disinteresse per ciò che ho appena avvertito.
            Immagino che per qualche donna da ora in avanti la vita femminile debba essere molto diversa da quello che è stata fino quasi ai tempi attuali: che si siano aperti cioè degli orizzonti che non lasciano più alcuna possibilità di interpretare questo ruolo da parte di coloro che ancora credono si possa tirare su una famiglia in termini sufficientemente tradizionali. “L’argomento è spinoso”, vorrei dire a chi ancora mi ascolta; “però è proprio da qui che passa il futuro, perché nessuno strappo improvviso potrà concedere una nuova verità”. Il tema è aperto, penso improvvisamente; però non credo che una sciocca contrapposizione possa portare qualcosa di buono né all’una né all’altra categoria femminile. Per questo, uscendo con tutta calma dal negozio di generi alimentari, adesso, alla ragazza di prima, passandole vicino, dico soltanto: “tocca a te adesso, mia cara amica; tu che sei diversa, moderna, portatrice di nuove notizie; a me non resta altro che sperare nella nostra futura coesione; perché è soltanto così che potremo sconfiggere quel che ci ha tenuto divise e distanti per secoli”.


            Bruno Magnolfi   
           

          

martedì 10 dicembre 2019

Precipizio.

         

            "Si sta consumando lentamente", dico con una voce appena sussurrata a questa nostra vicina di casa che oggi è passata a vedere come possono andare le cose dopo il lungo periodo di ospedalizzazione di mia moglie. "D'improvviso tutto diventa una sciocchezza, al confronto”, le dico; “ed in certi momenti sembrano venire a mancare perfino le forze per continuare ad andare  ancora avanti". Non voglio commuovermi, penso trattenendomi, anche se ne avrei una gran voglia. D’altra parte appare evidente come tutto quello che era l’andamento normale di una casa, di una famiglia, di tutte le abitudini consumate nel giro di tanti anni, degli stessi comportamenti maturati tra noi due, ed anche quei semplici pensieri messi a punto giorno dopo giorno come una vera strategia di esistenza, adesso siano completamente infranti, finiti, spazzati via da qualcosa che è come un incubo a cui però non resta che adattarsi. La vicina mi stringe la mano senza parlare, e poi se ne va, mesta, triste, come già si immaginava di dover essere, fin dal momento in cui aveva suonato il campanello alla porta.
            Resto da solo a guardare gli oggetti di sempre, nel silenzio dell’appartamento ammalato, foderato di un sottile dolore che non c’era fino a qualche settimana più addietro, e che adesso è diventato l’elemento più forte, più invadente, prevaricatore di ogni altro aspetto. Mi guardo attorno, ed anche se niente è stato cambiato o spostato, tutto comunque ha ormai assunto una colorazione diversa e uniforme, come a mostrare una patina di irrealtà purtroppo vera. Preparo del caffè, controllo le scatole dei medicinali in primo piano, guardo l’orologio da muro inflessibile, mi dedico a togliere della polvere immaginaria da sopra il piano della credenza in cucina, tanto per occupare le mani e la testa in una sciocchezza qualsiasi, qualcosa che mi riporti a dei gesti consunti, usuali, e verso quella normalità per cui adesso pagherei qualsiasi cifra.
            La sospensione che avverto è pressoché insopportabile. Il mio respiro, le mie dita, il passato che torna prepotente a dirmi com'erano le giornate soltanto l'anno scorso, o quello prima, o durante un tempo che nei pensieri diventa lungo e indefinito, per certi versi: tutto adesso mi arriva addosso insopportabilmente, proprio come un corpo estraneo e nemico in mezzo ad un organismo ancora vivo. Questa forse la sensazione più forte, quella di affrontare i prossimi giorni e le prossime ore con la coscienza che tutto sarà caratterizzato da attimi differenti, e che si dovrà modificare leggermente tutto il percorso, a seconda dei passi successivi che il male richiede. Infine torno in camera da letto, e lei è lì: apre gli occhi, mi guarda, sa cosa penso, conosce benissimo cosa io possa avere in mente durante questi momenti. Io la guardo, sorrido, dico qualche sciocchezza, anche se è soltanto una maschera di cortesia, e lei distoglie lo sguardo quasi cercando di nascondere il pallore oramai assunto dalla sua faccia.
            “Mi dispiace”, dice poi con grande presenza di sé, forse vergognandosi per la situazione che è andata così rapidamente franando. Le prendo una mano, vorrei dirle chissà cosa, ma non ha alcuna importanza: sono qui, penso; sarò con te quando le cose precipiteranno.


            Bruno Magnolfi
       

      

lunedì 9 dicembre 2019

Mai più.



            "Non ci sto", dico sottovoce agli altri di getto, senza neanche aver capito del tutto quanto propongono. Generalmente parlo poco, resto in compagnia con questi ragazzi quasi più per abitudine che per una voglia effettiva, perché sinceramente la cosa che a me in assoluto piace di più è quella di rimanermene in giro da solo, e non sentire sempre l'obbligo di star qua e rispondere alle loro battute spiritose, anche se il più delle volte quando mi parlano mi limito a guardare altrove e ad alzare le spalle con disinteresse. Anche stasera forse non vorrei proprio stare con loro, ma non ho proprio alcuna alternativa, anche se in ogni caso mi piacerebbe proprio anche stavolta che tutte le cose scorressero come sempre accade, senza tanti intoppi, quasi come respirare o guardarsi attorno, insomma come se non ci fosse assolutamente niente da decidere, soltanto lasciarsi andare alle chiacchiere e alle battute nel corso di un paio d'ore o tre, proprio come accade tutte le altre volte, e soprattutto che nessuno avesse voglia di mettere in mezzo delle proposte strane, poco convincenti, forse inaccettabili.
            Perciò dico in questo modo, e già che ci sono mi alzo dalla sedia sul retro di questo locale per uscire dalla porta ed andarmene, ma qualcuno mi dice subito che non posso levare le tende proprio adesso, quando ci aspetta qualcosa di importante: devo rimanere, mi spiegano ridendo, non ho alcuna scelta. Lascio che dicano quello che vogliono, intanto che osservo la punta delle mie scarpe, e perdo tempo cercando di capire che cosa desiderano di preciso da me, senza guardare nessuno, solo ascoltando quello che dicono, anche se è tutto confuso. Poi salgono tutti sopra le macchine, ed uno mi dà una leggera spallata come per rompere l’incertezza che mi è rimasta legata addosso, e così mi ritrovo col sedermi sul sedile posteriore di un’auto stretto insieme a degli altri. Ridono, dicono che ci sarà solamente da divertirsi, ma io sento soltanto la voglia di andarmene, magari di tornarmene a casa alla svelta, per conto mio. Fanno fischiare le gomme sopra l’asfalto, perché sembra che si vada tutti di fretta verso un locale che non ho mai sentito, e che forse un locale non è, ma soltanto un modo di dire, o qualcosa del genere.
            Si girano un sacco di strade e qualcuno si è messo pure a fumare delle sigarette pestifere che si passano tra tutti. A me viene soltanto da tossire per tutto quel fumo e loro continuano a ridere, dicono che stasera è una serata speciale, e che si va fuori città. Su una curva la macchina sbanda, sento tutti che urlano, l’altra macchina dietro probabilmente per evitarci va fuori strada, ed io mi volto a guardare nel preciso momento in cui la vedo rovesciarsi coi fari che scoppiano e il fumo. Si scende di corsa, io sono confuso, resto da una parte, non so proprio che fare, gli altri tirano fuori i ragazzi mentre nel buio la macchina rovesciata sembra prendere fuoco. Qualcuno telefona per dei soccorsi, ma io me ne vado, prendo di corsa lungo la strada e vado via, torno a casa, non volevo neppure venirci stasera. Poi mi fermo, è buio, ho paura, torno indietro, ho voglia di piangere, trovo quello che avevo accanto e lui mi dice di stare tranquillo, andrà tutto bene. D’accordo, penso senza rispondere niente, siamo una squadra, bisogna restarcene insieme anche quando i momenti si fanno difficili. Però non c’è niente di bello nel fare le cose da idioti, continuo a pensare; e da ora in avanti non ci andrò più in quel locale con questi ragazzi.


            Bruno Magnolfi


        

mercoledì 4 dicembre 2019

Sempre imparare.


         

            Spalanco la porta del mio appartamento, poi la richiudo a chiave alle mie spalle, quindi con tutta calma prendo le scale condominiali e scendo giù per i tre piani che mi separano dalla strada. Appena fuori dal portone del palazzo mi guardo attorno lungo il marciapiede deserto, accendo meccanicamente una delle mie sigarette, quindi prendo alla mia destra, senza una meta particolare da raggiungere. Sono sicuro che qualcuno mi sta osservando da qualche finestra che si affaccia sulla strada, ma non me ne preoccupo, bado ai fatti miei, non ho alcun interesse nel tenere un comportamento ritagliato su ciò che il vicinato si aspetta da me.
            Sono una persona nota, di me parlano a volte le riviste illustrate, e in genere dicono che sia uno schivo, uno che difficilmente intrattiene dei rapporti sociali con chi conosce superficialmente. Non è del tutto vero, però mi piace che si pensi anche questo di me, non ci trovo niente di male e mi fa essere poco propenso ad interviste e a chiacchiere sparse. Oggigiorno dobbiamo assumere tutti un comportamento che corrisponda ad un personaggio, e seguire con fedeltà i binari che ci siamo scelti, senza deragliare mai dalla linea diritta che precede il nostro cammino. Ciò che sta dietro a questa facciata poi non è troppo importante, e alla fine essere vagamente enigmatici porta soltanto un maggior interesse da parte della gente comune.
            Inforco il mio paio di occhiali scuri perciò, e senza fretta raggiungo il caffè più vicino, dove il cameriere mi serve la solita colazione nel tavolino più in angolo, quello che si nota di meno. Sfoglio un giornale, controllo il mio telefono portatile, mi guardo attorno con circospezione. Ad un tratto arriva questa ragazza, bella, interessante, solare nei suoi modi e nella cortesia con cui saluta il barista. Si fa servire qualcosa al bancone mentre scambia qualche frase di circostanza, conservando sulla faccia lo stesso sorriso con cui è arrivata dentro al locale.
            Scrivo rapidamente un biglietto sopra un pezzo di carta che trovo dentro le tasche, dico al cameriere di consegnarlo alla ragazza, così lei si volta, mi guarda, ma non si decide a raggiungere il mio tavolo. Forse non mi avrà riconosciuto, penso io, e allora con fatica mi alzo e vado lentamente verso di lei, appoggiandomi quindi al bancone e togliendo gli occhiali, tanto per farle intendere chi si trova davanti. Ma lei mi getta uno sguardo sfuggente e poi basta, come se non fosse per niente interessata a conoscere una persona come posso essere io.
            Le dico subito che trovo simpatici i suoi modi di fare, tanto per solleticare il suo amor proprio, ma lei sembra perdere persino quel sorriso che aveva conservato fino adesso. Le dico che è strano non mi abbia ancora riconosciuto, ma lei chiede ancora qualcosa al barista con disinteresse per ciò che le dico. Pago la mia consumazione e naturalmente anche la sua, tentando di uscire da una situazione piuttosto antipatica in cui mi sono andato a cacciare, ma lei rifiuta il mio gesto, e poi dice che ha un conto aperto con quel caffè, per cui non ce n’è alcun bisogno.
            Saluto di circostanza e poi via, me ne torno per strada, si vede che non è la giornata più adatta per fare nuove conoscenze, ma mentre giungo alla porta vetrata la ragazza mi chiama da dietro, così aspetta che mi volti, mi guarda un momento, poi mi restituisce il biglietto che le era stato consegnato dal cameriere. “Non sono il tipo di ragazza che ha immaginato”, mi dice con voce naturale. “E so distinguere bene chi mi interessa rispetto a coloro che cerco di non frequentare”. Poi si volta e torna dentro al locale. Va bene, dico tra me; forse devo rivedere qualcosa nei sistemi con cui cerco di agganciare qualche ragazza. C’è sempre da imparare d’altronde.

            Bruno Magnolfi  

martedì 3 dicembre 2019

Ancora persone.

        

            Non ho niente da nascondere, dico quasi a me stesso mentre noto che dei ragazzi si sono avvicinati al mio giaciglio improvvisato, in questo angolo nascosto della piazza. Un tempo le cose andavano bene, vorrei quasi dire loro; avevo una casa e anche un lavoro, e tiravo avanti come tutti. Poi le cose si sono imbrogliate, ma questa storia l'ho raccontata ormai già troppe volte per poter essere ancora del tutto vera, o per non essere stata modificata dai miei falsi ricordi e dall'orgoglio che ancora tengo dentro, nonostante tutto. Non so cosa faccio, ogni giorno per me si completa il medesimo percorso, non modificato da chissà quanto tempo, tanto che tutto oramai è persino un'abitudine, senza alti né bassi, e neppure giornate di festa o diverse dal solito, a parte i dolori alle gambe che certe volte non mi permettono neppure di allontanarmi da questa piazza.
            Probabilmente vorranno frugarmi sotto al pastrano penso, vedere se tengo dei soldi nascosti, controllare che non sia uno di quei furbi che hanno un mucchio di quattrini da qualche parte e per non spenderli continuano a fare una vita da perfetti idioti. No, vi sbagliate, vorrei quasi dire a questi fottuti che vengono qua a svegliarmi mentre sto per conto mio rincantucciato in questa tana, con i miei stracci e la mia poca roba che trascino sempre dietro in ogni giorno. Lasciatemi in pace, non c’è niente che possa interessarvi, gli direi con il mio modo di bofonchiare probabilmente incomprensibile, ma con dei gesti che non possono essere fraintesi. Andatevene via, che qui non c’è niente che possa interessarvi.
            Mi giro sul fianco dando la schiena alla strada, e torno a coprirmi con la mia coperta, fino sopra la testa. Non dovete scocciarmi, dico adesso tra di me, anch’io ho i miei diritti sacrosanti, e se decido di starmene qua per conto mio in questa serata fredda e senza desideri, vuol dire che così deve essere, e che a voi non deve interessare proprio un bel niente. Quando mi piazzo a dormire sui cartoni, per me il mondo se ne va da un’altra parte, e la mia solitudine mi porta dove vuole, magari verso dei posti molto migliori di questo, anche se in ogni caso a voi non deve fregare proprio nulla. Siete dei ladri penso, dei miserabili peggio di me, che almeno non faccio male a nessuno, e cerco soltanto di starmene per conto mio a rimuginare sulle mie disgrazie e ad immaginarmi magari qualcosa di migliore per me, qualcosa che possa accadere forse domani.
            Questi però non se ne vanno, anzi mi toccano, dicono qualcosa tra loro che neanche capisco, tanto che sto per scocciarmi per davvero, e posso anche prendere la bottiglia di vetro che ho lasciato qui accanto, e romperla sul muso di qualcuno di questi, se non se ne filano fuori dai piedi e anche alla svelta. Mi chiedono pure qualcosa con le loro vocette da stronzi, ma non ho certo voglia di ascoltare questi loro discorsi: non ho niente qua sotto, non sono certo uno di quelli che hanno messo da parte dei tesori e se li portano anche dietro, non ho nulla se non quello che già vedete e che non fa gola proprio a nessuno. Mi giro, quelli mi guardano, chiedono qualcosa, se sto bene, se ho bisogno di una mano. Allora mi tiro su, forse ho sbagliato personaggi penso, così quelli mi versano qualcosa di caldo dentro una tazza, e me la porgono. Va bene penso, così va molto meglio, perché dobbiamo aiutarci qualche volta, darci una mano l’uno all’altro, altrimenti non riusciamo più neppure a immaginarci ancora di essere delle persone.


            Bruno Magnolfi
           

         

mercoledì 27 novembre 2019

Destra e sinistra.

         

            In certi momenti mi sembra che tutto sia semplice, anche possibile, perfino senza troppo impegno. Ma questa sensazione dura sempre poco, sfortunatamente, e questi pensieri si trasformano rapidamente nella lenta realtà quotidiana. Lavoro sull’escavatore per parecchie ore al giorno, generalmente a preparare gli spazi per le fondazioni di grossi edifici, e smuovo la terra da una parte all’altra dei cantieri, lo faccio da così tanti anni ormai che a volte, come dice spesso il mio capo per spronarmi, mi sembra persino impossibile di avere spalato nella vita la quantità totale di una montagna intera, anche se è proprio in questo modo. Destra, sinistra, sopra, sotto, il camion è piazzato di là, fallo mettere più vicino, io mi muovo sui cingoli di qua, mi accosto il più possibile, le vibrazioni del motore che sono tutta la mia compagnia durante le ore, e la benna in cima al braccio meccanico che muove il materiale, poi scava, entra, scarica, fino a quando non abbiamo terminato. Poi si ricomincia.
            Quando spengo il mio mezzo e guardo quello che ho fatto in una giornata di lavoro, mi sembra quasi impossibile, poi torno a casa ed avrei voglia di muovere le braccia e le mani davanti a me come fossi ancora dentro la cabina: destra, sinistra, sopra, sotto. Le leve per azionare l’olio in pressione sono fredde anche se bruciano, agiscono soltanto dietro al mio comando, non hanno la coscienza dell’errore o del lavoro fatto male. Il mio capo dice che sono il migliore sopra al mio mezzo, ma io gli sorrido senza rispondere: al prossimo piccolo sbaglio che faccio, rifletto, sarò di nuovo uno che non vale niente, come succede in ogni occasione.
            Quando scendo dai cingoli e controllo le trincee, osservo le misurazioni che mi sono state date, allora mi sento nuovamente un uomo, con i piedi sopra la terra fresca, smossa, lavorata, ammorbidita dalla benna e dai miei pensieri che proseguono a dare una forma a ciò che per natura non ne avrebbe, trasformandomi da quell’automa che segue i disegni, i picchetti segnaletici, le quote previste, gli urli del mio capo e dei camionisti, in una persona con le mani, con le gambe, forse con una testa, come tutti. Rimetto gasolio, cambio la benna, mi fermo per una semplice manutenzione, ingrasso il braccio, poi richiudo il vetro della cabina e vado avanti.
            Dietro di me i ferraioli e i carpentieri già hanno iniziato a calare le armature dentro le fosse, e certe volte mi dicono qualcosa: due centimetri sul fianco, oppure troppo fondo, era meglio se stavi più aderente al primo progetto. Poi ci si scambiano i segnali: guarda di là, avvicinati qui, stai meno inclinato, tutte cose dette con il solo uso delle mani, mentre il motore prosegue con il suo forte ronzio incessante a coprire i fischi e gli stridori dei cingoli metallici che si muovono più avanti e poi più indietro, destra e poi sinistra, senza mai una vera fine.
            È il mio mestiere, dico a mia moglie qualche volta, ma sempre meno spesso. Lei annuisce, vorrebbe che lavorassi un po' di meno, che fossi più disponibile, meno nervoso quando torno la sera. Non è possibile, le dico, dalla mia attività dipende quella degli altri. Però forse ha ragione, ormai ho qualche anno, dovrei pensare a me stesso, alla mia salute, a tutto quello che ho tralasciato da sempre. E poi la mia testa quando resto fermo, inizia girare per proprio conto, come fossi ancora in cabina; e allora destra, sinistra, alto, basso, come se tutte le azioni meccaniche del giorno mi accompagnassero ancora, senza lasciarmi.


            Bruno Magnolfi
           

           

domenica 13 ottobre 2019

Avanti comunque.


          

            Mio fratello gemello, come lo chiamo io: l’immagine di me dentro il piccolo specchio incorniciato che possiedo da sempre, che spesso mi ha aiutato nella mia solitudine, suggerendo comportamenti, idee, scelte; ormai si è fatto quasi un pensiero inerte, un semplice elemento della mia giornata che ancora resiste e che forse mi osserva sopra al piano di un mobile dentro l’appartamento, ma non produce più impulsi, opinioni, critiche, come faceva una volta. Forse mi sento più libero dal suo giudizio tagliente, ma in ogni caso di me ho maturato negli ultimi tempi una coscienza maggiore, una più forte fiducia nelle mie potenzialità, ed anche una necessità di considerare meno gli oggetti che mi circondano, a vantaggio magari delle persone.
            La mia collega mi ha telefonato, qualche tempo fa, e così finalmente ci siamo visti un pomeriggio per andarcene in un caffè della zona. Abbiamo parlato, come è naturale, senza svelare troppe cose della nostra diversa intimità, divertendoci a conoscere qualcosa di noi senza per questo approfondire eccessivamente i tanti aspetti. Poi sono tornato al lavoro, dopo la lunga malattia che mi ha costretto al riposo forzato, ed ho scoperto di essere stato trasferito al piano superiore nel palazzo della pubblica amministrazione, e di avere così nuovi colleghi, quasi tutte donne, e di non avere più niente a che fare con l’archivio e con quei faldoni polverosi che odiavo.
            Non è cambiato molto, a dire la verità, però si è modificato quel tanto che basta per farmi stare meglio: non ho grandi rapporti umani neppure adesso con gli altri impiegati, considerato che sono rimasto uno che se ne sta volentieri per i fatti propri; ma almeno adesso non sento parlare continuamente e soltanto di calcio, come avveniva costantemente al piano inferiore. Le ragazze che si trovano a questo piano sono gentili, educate, anche premurose, non fanno dei capannelli continui attorno alle macchine per il caffè, ed anche se le vedo spesso chiacchierare lungo i corridoi o nelle varie stanze, lo fanno con garbo, senza sentire mai la necessità di alzare la voce.  
            Con la mia collega del cuore ci salutiamo qua dentro con normalità, come fossimo assolutamente chiunque, in modo da non destare sospetti, anche se sono sicuro torneremo a vederci uno di questi giorni. Mi piace avere un rapporto preferenziale con lei senza che gli altri sospettino minimamente qualcosa, è come avere un alleato segreto, un doppio spessore nella giornata. Dentro la mia cartella proseguo a portare il mio specchio, ma mi basta sentirne la presenza là dentro per stare tranquillo, e non provo il bisogno di tornare a guardarlo o di saggiarne la superficie.
            Ci sono dei momenti durante la giornata di lavoro, in cui mi chiedo ancora a cosa possa portare quello che faccio, però non ho quasi più la preoccupazione di sentirmi del tutto inutile, un impiegato qualsiasi che si è ritrovato tra questi uffici quasi per caso, senza avere nemmeno una motivazione qualsiasi per occuparmi delle cose a cui devo dar seguito. Comunque, anche se non sono del tutto contento del mio lavoro, in ogni caso sto diventando sempre più un impiegato come lo sono tutti gli altri, indifferenziati, spersi tra queste scrivanie e i corridoi, e pronto a scambiare e a parlare degli argomenti comuni, quelli che a lungo andare sembrano essere sempre gli stessi, che legano tra loro però tutte le ore dei giorni e dei mesi che trascorriamo qua dentro, e che alla fine sono l’unico vero collante che riesce a tenere insieme tante diverse persone, forse con poca individualità, ma comunque piegate alla necessità di mandare avanti le cose.

            Bruno Magnolfi