lunedì 6 gennaio 2020

Astrazione momentanea.


         

            Ho visto la mia immagine riflessa nella vetrina, mentre passavo davanti ad un luminoso negozio di calzature. Mi sono soffermata, ho guardato ogni particolare più evidente, ed ho pensato con leggerezza che la persona che avevo di fronte in fondo mi era quasi un’estranea. Così ho proseguito a camminare con la mente svagata e l’impressione di essere praticamente invisibile agli altri, almeno nella forma che mi è sempre stata propria. Ho riflettuto che non ci vuole poi molto ad essere astratti, è sufficiente sentirsi fuori dalla normalità di ogni giorno, assumere un’espressione diversa da quella di sempre, e poi mescolarsi tra la gente, sprofondare rapidamente tra mille maschere, come una piccola entità immersa in un liquido composto da moltissimi elementi.
            Ho svoltato velocemente per certe strade che generalmente non frequento, ed anche se ho notato un paio di persone che vagamente conosco per averle viste già qualche volta in giro, nessuno però ha fissato il proprio sguardo esattamente su di me, proprio come se non fossi stata presente su quel marciapiede. Dopo poco sono tornata a specchiarmi in un’altra vetrina, ed ho maggiormente riscontrato, con una prevalente certezza, che la persona di fronte ai miei occhi era proprio un’altra, rispetto a quella cui sono da sempre abituata. Mi è venuto da sorridere, naturalmente, ed ho cercato di pensare verso quale luogo dirigermi, estranea a tutto come mi ritrovavo in quel determinato momento, anche se non mi è saltato dentro la mente nessun luogo.
            Così sono entrata dentro ad un caffè piuttosto elegante, mi sono seduta ad un tavolino, e dal cameriere mi sono fatta servire qualcosa, tanto per trascorrere almeno un po’ di tempo. Che cosa mi interessa, ho pensato, in questo continuo cercare di essere costantemente e soltanto quella che sono; cioè: per quale motivo non deve essere possibile per me modificare opinione, abitudini, comportamenti, modi di essere e di mostrarsi. In fondo la coerenza non è più un grande valore, ormai appare ampiamente superato, e restare invariati lasciando soltanto gli anni e l’età a fare la differenza, è qualcosa che ha il sapore solamente della noia e delle incapacità propositive. Voglio essere un’altra, mi sono detta subito; così in un attimo, osservando fuori dai vetri, mi sono impersonata in una donna che stava chiedendo a qualcuno delle informazioni lungo quella strada, perciò mi sono alzata, ho pagato al cameriere quanto dovuto, e poi, uscendo dal locale, ho iniziato subito a seguire ad una distanza piuttosto ravvicinata quella persona, cercando di carpirne l’indole, gli atteggiamenti, la maniera di camminare, come fossero prodromi delle proprie idee.
            Ho cercato di fermarla, ad un certo punto: l’ho accostata ad un semaforo pedonale, mentre era ferma, nell’attesa del permesso tecnologico per attraversare quella strada trafficata, ed invece di chiederle qualcosa, ho detto ad alta voce, a lei e a chi c’era intorno a noi, che ero stufa di camminare nel completo anonimato, di essere oramai soltanto un numero, una manciata di secondi sufficienti soltanto a percorrere l’incrocio, un’impostazione logica dentro ad un microprocessore che non teneva conto di chi siamo, delle nostre esigenze, dei nostri bisogni più concreti. Lei si è voltata di colpo verso di me, mi ha guardato come mostrando con un sorriso una certa evidente solidarietà, e poi ha detto soltanto che anche per lei era un’assurdità incarnare una persona di questo tempo; che non si sentiva adeguata a questi canoni, che non avrebbe mai voluto essere così, anche se non trovava nessuna possibilità di sbocco. Le ho sorriso, appena per un attimo. Poi è scattato il colore verde del passaggio pedonale, ed ambedue ci siamo indirizzate ognuna per la propria strada.     

            Bruno Magnolfi

martedì 31 dicembre 2019

Incertezze permanenti.


          

            Non saprei. Difficile scegliere qualcosa se non sei abituato. Così resto perplesso, e ogni giorno vado avanti soltanto per abitudini, mantenendo una stretta monotonia nei comportamenti, generalmente disinteressandomi di tutto quello che non conosco, e frequentando sempre le medesime persone. Ho un fratello che vive con la sua famiglia poco lontano dalle mie due stanze scalcinate in affitto, così una volta o due alla settimana vado da lui a pranzo o all’ora di cena, per mangiare con loro qualcosa di buono che in genere prepara sua moglie, perché normalmente, da solo come sono, non mi va di cucinare a casa mia, mettere in mezzo pentole e piatti, scegliere ingredienti e tutto quello che serve; preferisco acquistare un paio di panini imbottiti o dei tranci di pizza ad un bar poco lontano, e mangiarmi quelli davanti al televisore in funzione.
            Mio fratello mi impone di cambiarmi i vestiti per andare da lui: mettermi una camicia pulita dopo aver fatto una doccia e cose del genere, perché sa che per me torna facile lasciarmi un po’ andare, ed un paio di volte che mi sono presentato con l’alito di vino ed i vestiti un po’ trasandati, non ha avuto tentennamenti nel mandarmi via, senza neanche aggiungere troppe parole, perché forse non c’era proprio bisogno di spiegare un bel niente. Lo so che mi vuole bene, e vorrebbe che me ne volessi anche io, che mi curassi di più, che mi dessi un contegno; però da qualche anno io ho perso la fiducia nelle mie capacità, e così lascio spesso che tutto rotoli in avanti senza preoccuparmi di niente. Certe volte lui mi mette dentro una tasca anche qualche soldo, ma di nascosto a sua moglie, che al contrario mal mi sopporta e non vorrebbe che lui facesse così.  
            Ho un furgoncino a tre ruote, e con quello giro al mattino per tutte le zone dove fanno i mercati, recuperando tutti i pianali di legno che trovo, e quando faccio il pieno li porto in un posto poco lontano dove mi pagano sempre qualcosa, specialmente se la merce che scarico è ancora in uno stato accettabile. Tiro avanti in questa maniera, anche se non può durare in eterno questo modo di sopravvivere, e certe volte chiedo a qualcuno se abbia bisogno per caso di un lavoratore, anche se fare domande del genere mi costa moltissimo. Vorrei non pensare, per questo certe volte nella solita bettola alzo un po’ il gomito, perché così mi si annebbiano le idee e tutto sembra procedere per il verso giusto, tanto che anche la mia tristezza congenita in quelle serate scompare. Poi mi dispiace, perché dopo è anche peggio di prima, e penso a mio fratello che non vorrebbe mai vedermi così.
            Nel quartiere mi conoscono tutti, ma a parte qualcuno che si ferma qualche volta a parlare con me, il resto della gente si limita a salutarmi senza concedermi mai una gran confidenza, forse perché ho un aspetto un po’ minaccioso, penso io; o forse perché hanno pena di uno come me, che si trascina in questa maniera senza mai decidersi a niente. Già, perché in fondo il mio problema è proprio questo: decidere. Magari di andarmene via, imbarcarmi sopra una nave mercantile o andarmene all’estero; oppure di restare, ma cambiando vita, e forse accettare un aiuto concreto e sostanzioso da mio fratello, come certe volte mi ha ventilato, ed impegnarmi seriamente in qualcosa che mi possa davvero aprire il futuro. Però non è facile, e certe volte alla sera, quando mi basta sdraiarmi sul letto rigirandomi alla meglio in una coperta ancora vestito come mi trovo, per non dover fare i conti con le lenzuola e tutte le altre cose, mi ritrovo a chiudere gli occhi e a dormire soltanto per qualche minuto, perché poi inizio a pensare, e questi pensieri mi danno il tormento, paiono un’ossessione, proprio come qualcosa da cui vorrei in tutti i modi sfuggire; e l’angoscia qualche volta mi prende e mi porta lontano, fin dove finalmente non ho più bisogno di decidere, o di mettermi in ghingheri per stare con gli altri.   

            Bruno Magnolfi

martedì 24 dicembre 2019

Come gli altri.


     

            “Non mi sento bene”, dico a tutti i colleghi che in questo momento sembrano contenti di essere quasi arrivati alla fine dell’orario di lavoro. In quattro si voltano verso di me, mi scrutano, mi chiedono qualcosa, ed io intanto mi accascio leggermente sulla mia scrivania. Qualcuno mi solleva delicatamente la testa, gli altri si accostano e fanno delle domande, cercano probabilmente di capire se io sto solo scherzando o se davvero sono preda di un improvviso malessere. Mi rimetto a sedere in maniera composta: “adesso passa”, dico senza convinzione; “però vorrei andare in bagno a bagnarmi la faccia”. Mi aiutano, mi sorreggono, mi aprono la porta, poi mi lasciano solo davanti allo specchio del lavandino. Osservo riflessa di fronte a me un'espressione sinceramente assai sofferente, anche se non avverto particolari dolori in nessuna parte del corpo.
            Esco dal bagno, torno verso la mia scrivania, e i miei colleghi, forse per paura che dica chissà cosa, non mi pongono neppure delle domande, lasciando casomai che sia io a spiegarmi, sempre che abbia intenzione di dire loro qualcosa. Invece non dico niente, mi limito ad aprire un cassetto, guardare che cosa c’è dentro e poi chiedere un bicchiere d'acqua da bere. Qualcuno va a prenderlo nel corridoio, dove c’è una macchinetta per queste cose, poi torna, lo appoggia sul piano del tavolo, un altro mi chiede se forse sia il caso di telefonare a casa mia, magari per non andarmene via da solo al momento del termine dell'orario della giornata.
            "Provo un'uggia", dico come a me stesso; "qualcosa che mi lascia senza alcuna forza, anzi senza volontà, come se non mi fosse più possibile fare niente". Gli altri mi guardano con sopportazione, ripongono con metodo tutte le loro cose, poi, con i cartellini elettronici già pronti in mano, iniziano ad uscire. Per ultima una collega mi chiede se mi vada di scendere con lei in ascensore, magari per sorreggermi e per vedere se ce la faccio a tenermi in piedi e ad uscire da là. La ringrazio, impugno la mia borsa, mi lascio tenere sottobraccio fino in corridoio, poi mi fermo, le dico che non ha importanza, “adesso sto meglio; tu vai pure, io ti seguo tra cinque minuti”.
            Così torno a sedermi da solo mentre il palazzo di uffici si svuota. Vado con calma vicino ad una finestra ed osservo tutti quanti che si salutano mentre sono ormai sulla strada e si avviano verso le loro macchine o i mezzi pubblici. Potrei rovesciarmi sul pavimento e restare qui penso, almeno fino a quando il personale delle pulizie non arriva più tardi anche in questa stanza. Oppure potrei infilarmi in un armadio per i documenti, uno di quelli più grandi, e restare là dentro tutto il tempo che serve, almeno fino a quando il personale in divisa potrebbe venire a controllare il palazzo.
            Non ho più intenzione di essere ancora uno come tutti, trascorrere la giornata chino su queste scrivanie davanti ad un terminale elettronico, e poi tornarmene a casa compiendo lo stesso tragitto di sempre e trascorrere la serata come tutte le altre serate, esattamente uguali a quelle che trascorrono sicuramente tutti i miei colleghi. Ci deve essere un corto circuito da azionare penso, qualcosa che se viene messo in moto tutto comincia ad andare in un’altra maniera, una maniera che nessuno di noi avrebbe mai immaginato fino ad un attimo prima. Ho bisogno di uscire dal ruolo che svolgo, dalle azioni che compio, dalle cose di sempre, da tutto ciò che mi fa essere una persona qualsiasi, senza distinzioni di sorta. Devo pensarci molto seriamente, devo trovare una via d’uscita da questo tremendo percorso che a volte appare del tutto inarrestabile. Infine esco anch’io da questo palazzo di uffici, proprio come già hanno fatto gli altri.

            Bruno Magnolfi  

domenica 22 dicembre 2019

Argine a tutto.


         

            L'acqua che scorre in questo punto si vede subito che ha molta forza, anche se con questo buio serale di pioggia continua e sottile riesco soltanto a vedere l'onda schiumosa che forma il ruscello vicino alla strada, al margine della quale sto fermo in questo momento, senza provare nessuna particolare tensione. Conosco questo luogo, so perfettamente che più a valle il canale impetuoso si allarga, la corrente rallenta, la profondità tende subito a moltiplicarsi, e non ci sarebbe per me, o per chiunque cadesse nell'acqua da queste parti, nessuna possibilità di salvezza. Lasciarsi andare è solo questione di un attimo, la sensazione sgradevole dei vestiti che ti si bagnano addosso ed impediscono qualsiasi movimento, della corrente che ti trascina velocemente, e della lotta del tutto umanissima che l'istinto di sopravvivenza ti costringe a intraprendere, mentre provi ad intrattenere una impari lotta con la forza della natura.
            Posso sorridere pensando alla meccanica dei fluidi, alla sua complessità, ai gorghi che si formano per mille diversi motivi là in mezzo, ma alla fine rimane soltanto un piccolo passo, però di grande demarcazione, tra un prima ed un dopo. Potrei scivolare, camminando sul margine bagnato e fangoso, così da non prendermi direttamente alcuna responsabilità per quanto accaduto: un incidente, potrebbero dire in paese domani, un'imprudenza essersi avventurato in quel punto senza nessuna illuminazione, proprio in una serata di quel genere poi. Muovere all'impazzata le braccia e le mani, tentare di volgere la faccia e la bocca spalancata verso l'aria, spingere con i piedi qualcosa che non è minimamente capace di darti una spinta: sentirsi immergere dalla furia del liquido, la mancanza impellente di aria, dei polmoni che ne reclamano adesso, che ne hanno bisogno in questo istante preciso, sempre di più, sempre più ora, fino al respiro terminale di acqua fangosa, che riempie ogni parte dove non era mai giunta fino a questo momento, quello terminale, e che immediatamente ti stordisce, ti fa perdere i sensi, ti uccide in un attimo, senza che si possa fare più niente. Acqua nei polmoni e dentro la pancia, la stessa esatta maniera di andarsene come, per volontà o per disgrazia, è già capitata a tantissimi altri.
            C’è un albero qui accanto, ed io lo abbraccio come un amico mentre proseguo a guardare l’acqua che scorre. Mi tengo a lui come fosse la mia ultima possibilità di salvezza. Chiudo gli occhi, in fondo che cosa mai importa continuare a pensare qualcosa che tra un attimo non avrà più alcun valore, immaginando forse che esista un fermo immagine tale da farti immortalare i tuoi ultimi istanti con tutte le riflessioni che lasci a chi sopravvive, pronto a chiedersi se c’erano dei veri motivi per affrontare un rischio del genere, oppure se il rischio faceva già parte di tutto il progetto. A nessuno interessa ragiono, come non interessa la fine che scegli, come la scegli, oppure se è lecito sceglierla; o se invece sei destinato ad accoglierla in un momento qualsiasi, quando magari non sei ancora preparato per questo, e la tua completa sorpresa rimane un elemento tra gli altri: destino, purtroppo, che tanto domani dovremo soltanto dimenticare, più lentamente o più in fretta. Resta l’albero a dirlo, su questo argine.

            Bruno Magnolfi

giovedì 19 dicembre 2019

Volontà soffocata.



            Lo so che è colpa mia. Oramai mi avete convinto: se le cose proseguono ad andare così la responsabilità non può che continuare a ricadere sopra di me. E nonostante io sia sicuro che per tutto ciò che succede tante giustificazioni si troverebbero facilmente se soltanto si avesse la volontà di cercare i motivi ispiratori, non ho comunque più intenzione di combattere ancora, e accetto già da adesso quello che da ora in avanti verrà deciso. Non riesco più a difendermi da tutti gli attacchi che ricevo, ed anche se forse potrei, non ho più la voglia di rigettare le accuse che mi vengono mosse. Perciò ho deciso di abbassare la testa, come probabilmente tanti hanno già fatto prima di me, ed accettare in silenzio tutto quello che verrà deciso nei miei confronti.
            Così esco dal supermercato dove lavoro da parecchi anni come magazziniere, ed invece di salire sull’autobus come in genere faccio, mi dirigo semplicemente a piedi verso il mio appartamento, che dicendo la verità rimane anche piuttosto distante, ma che stasera intendo raggiungere con tutta la calma che serve, disinteressandomi perfino della cena, nonostante l’ora, e tentando, con il moto costante delle mie gambe lungo il tragitto, di farmi passare il dolore allo stomaco che mi porto dietro oramai da più di un giorno. Sul marciapiede incrocio qualcuno che ride, ragazzi che scherzano di chissà che cosa, e per certi versi sento di invidiare chi riesce come loro ad avere dentro se stessi la leggerezza che emanano in questo momento, poi però non resisto e mi infilo dentro una birreria dove tutto in un attimo sembra assumere un contorno diverso.
            Mi siedo nel mezzo al bancone in un posto lasciato libero, scambio un veloce saluto con il tizio di fronte a me che adesso sfrega con energia una spugna sul piano e poi serve le birre e i panini alle persone presenti, quindi ordino qualcosa che leggo alle sue spalle, sulla parete, pubblicizzata con grandi immagini sopra a dei nomi caldi ed appetitosi. A fianco a me un tizio mi dice che chi mangia qualcosa in un posto del genere probabilmente ha qualche problema, ed io gli sorrido, perché in fondo siamo tutti in balia di una stessa corrente. Mi spiega che è appena stato mollato da una tizia che non gli ha neppure fornito una spiegazione plausibile, e che improvvisamente lui si sta sentendo perduto, come se non si fosse mai reso conto di aver delegato a lei per un tempo lunghissimo, tutta la sua capacità di rientrare nell’alveo delle persone normali. Così adesso si sente fuori da tutto, incapace persino di riacquistare un ruolo sociale.
            Mi fa bene ascoltarlo, mi porta subito lontano da tutti i problemi che ho, perciò ci offriamo l’un l’altro diversi giri di birre, fino al punto in cui tutte le cose diventano semplici, e non c’è più bisogno di parlare parecchio per capirsi perfettamente e senza problemi. Infine lo saluto, esco da questo locale con il cuore un po’ alleggerito, e riprendo pur con un certo fastidio la strada per tornarmene a casa. Cammino, mi guardo attorno, osservo le luci serali e le macchine che corrono chissà verso dove: domani sarà una giornata del tutto simile a questa penso; però i miei pensieri saranno diversi, prometto. Sarò un po’ più simile agli altri probabilmente, a tutti coloro che riescono a galleggiare senza grossi problemi, perché ho già deciso in partenza che se qualcuno in ogni caso mi vuole così, non sarò certo io ad oppormi alla sua volontà.  


            Bruno Magnolfi
          

        

mercoledì 18 dicembre 2019

Bastare a se stessi.


         

            Ormai trascorro da sola quasi tutto il mio tempo. Non voglio dire che siano diventate carenti le occasioni per stare con gli altri, è soltanto che spesso non sono d'accordo con le cose che mi vengono dette quando sono insieme a loro, e non riesco ad essere così accondiscendente da sorridere a tutti e dire sempre di sì. Preferisco non dare occasioni per intavolare polemiche, e quindi evitare di fornire costantemente la mia opinione su di una cosa o sull’altra, perché soprattutto mi sembra sacrosanto continuare a pensare quello che voglio, senza dover giustificare in qualche modo le mie azioni oppure le mie parole. La solitudine non mi spaventa, anzi ritengo che formi una qualità della giornata addirittura superiore a qualsiasi altra possibilità. Non parlo in casa a voce alta come mi hanno detto a volte fanno altri solitari come me, però cerco sempre di confrontare i miei pensieri con coloro che mi immagino abbiano opinioni diverse dalle mie. Perciò rifletto molto, qualche volta fino a rimanerne confusa.
            Quando vado dal medico per farmi prescrivere qualche medicinale, generalmente lui mi invita a raccontargli la maniera in cui trascorro le mie giornate, così il dottore alza gli occhi dai suoi ricettari, mi guarda da dietro gli occhiali di metallo dorato, e poi mi fa qualche domanda per verificare se riesco ancora a rispondere in una maniera che tenga conto dell’ambito sociale, oppure se sono già passata a far parte della categoria degli appartati, quelli che parlano soltanto di se stessi, dei loro mali, dei propri guai o delle proprie speranze, e vivono in una sfera isolata, separati da tutti. Normalmente sorrido per fargli capire che ancora resisto: leggo il giornale, sono curiosa di ciò che avviene, mi interesso della vita che scorre nelle città e nelle strade. Riesco ogni volta a rassicurarlo insomma, ed anche se lui per sicurezza prosegue a prescrivermi delle pillole che dovrebbero stimolare la mia attività relazionale, sono convinta davvero di non averne bisogno, e per questo motivo non me le faccio mai dare dalla mia farmacista.
            Quando proprio mi va, arrivo fino al centro anziani a vedere cosa stanno facendo, ma generalmente mi metto da una parte ad ascoltare i discorsi di chi è lì presente, e alcune volte mi invento che ho un’infiammazione così fastidiosa dentro la bocca che non mi permette neppure di parlare, così nessuno mi chiede più nulla, ed io me ne posso stare tranquilla. Secondo me loro dicono sempre le medesime cose, ed io quasi sempre mi annoio così tanto da sbadigliare vistosamente, anche se non vorrei. Quando saluto tutti e me ne torno verso il mio appartamento, sento di aver perso soltanto del tempo passando da lì, e in ogni caso sono quasi felice di ritrovarmi per strada da sola, con le mani sprofondate dentro al cappotto, e con la testa piena di tutti i pensieri che voglio. Forse non dovrei neanche dirlo, ma certe volte credo proprio di sentirmi al di sopra delle persone che frequentano quel centro anziani: è tutta brava gente, questo è certo, però a loro manca oramai la capacità di sapere davvero guardarsi all’interno; sentire le cose, provare ancora emozioni, mettere in dubbio i propri stessi pensieri, ed alla fine, proprio come al contrario riesco a fare io, essere autonomi, tanto da riuscire a bastare a se stessi.   

            Bruno Magnolfi

domenica 15 dicembre 2019

Voci di corridoio.

      

            "Le sento, le ho sentite anche stamani, mentre stavo a casa da solo", dico con una certa irruenza al medico che prosegue a guardarmi con espressione dubbiosa, come se io fossi capace di esprimere soltanto delle sciocchezze. "Sono qui, dentro di me, queste voci, e sembrano di persone che ogni volta continuano a parlare tra loro, tanto che io non riesco neppure a comprendere quello che dicono. Bisbigliano, gemono, sfottono, fanno delle pause, poi una di loro a volte sembra persino iniziare a cantare, come le tornasse naturale allungare le vocali ed intonare qualcosa. Sembra ogni volta un gruppo di svariate persone riunite insieme chissà per quale motivo, ma non si riferiscono mai a me direttamente, perché è come se si intrattenessero l’un l’altro in una stanza diversa, una stanza lontana, in fondo ad un corridoio. Poi ridono, scherzano, prendono in giro, e di nuovo mi fanno innervosire, come sapessero che io le ascolto. Alla fine però smettono, si acquietano tutte, e non si fanno più sentire per chissà quanti giorni".
            Mi alzo dalla sedia dove il dottore ha detto di sedermi per spiegare con calma i miei sintomi; in fondo non volevo neppure venire fin qui a parlare di quello che spesso mi accade, perché già lo sapevo che ciò che sto tentando di spiegargli non sarebbe mai stato creduto. E poi so benissimo che non c’è alcuna cura messa a punto magari da qualche illuminato studioso per una malattia di questo genere, semplicemente perché non si tratta di una malattia, è soltanto la verità di ciò che mi accade ogni tanto, senza che io possa impedirlo. Il medico prosegue a guardarmi in una strana maniera, mi chiede di tornare a sedermi, poi prende appunti, sembra pensieroso, e ad un tratto fa intervenire una sua silenziosa assistente. Le dice di preparare un certo medicinale, e poco dopo la donna, certamente un'infermiera, torna dal retro dello studio con una siringa già pronta. Lui viene verso di me, mi guarda, poi mi preme l'ago in un braccio, senza darmi alcuna spiegazione, ed alla fine mi fa sdraiare sopra al lettino accanto ad una parete.
            Avverto stanchezza, un ronzio nelle orecchie, un brusio piuttosto confuso che non è affatto quello a cui sono ormai abituato, ed improvvisamente ho quasi voglia di prendere sonno, di chiudere gli occhi e di lasciarmi andare ad un assopimento leggero. Invece il medico bruscamente torna a chiedermi le stesse cose di cui abbiamo precedentemente parlato, mi dice di ripeterle, di spiegarle ancora una volta, perché adesso, afferma lui, saranno più vere. Allora riprendo a parlare di quelle voci e di quella stanza lontana, del canto e delle risate, ma mentre dico tutto questo, mi sembrano sempre più oscure queste vicende, quasi una storia inventata, tanto che mi prende il dubbio sensato che tutto quello che dico non sia mai accaduto davvero.
            Chiudo gli occhi mentre continuo a parlare, e la stanza del medico improvvisamente mi pare come allontanarsi, e la mia voce confondersi, mescolarsi con quelle di altri, tanto che alla fine mi trovo a bisbigliare, lasciare andare dei gemiti, fare una pausa, e forse vorrei anche sfottere come si merita questo dottore, per poi alla fine allungare qualche vocale mettendomi a cantare a bassa voce, tra me, quasi ridendo. Al mio interno però avverto una pausa, un momento di silenzio in cui tutto sembra sospendersi come per prendere tempo. Quando infine torno ad aprire gli occhi e ad alzarmi, non c'è più nessuno dentro lo studio, la porta della stanza è stata spalancata, ed il corridoio appare deserto. Così, lentamente, prendo e me ne vado; che tanto non avrei neppure dovuto venirci qua dentro.


            Bruno Magnolfi