giovedì 13 febbraio 2020

Cantante improvvisa.

          

            "Mi sarebbe sempre piaciuto cantare", dico io quasi in un sussurro. Poi ruoto leggermente la testa ed il dorso, per osservare se dietro di me qualcuno per caso avesse ascoltato con curiosità le mie parole, mentre io, con la mia amica di sempre, proseguiamo a fare la fila alla biglietteria di questa sala cinematografica, per assistere tra poco ad una pellicola appena messa in programmazione. Sorrido, in fondo non c'è niente di cui intimidirsi. "Il canto è la voce dell'anima", dico a lei con voce ancora più bassa. Qualcuno improvvisamente ride forte dietro di noi, e per un attimo immagino che ciò sia dovuto alle mie confessioni, anche se poi mi rendo conto che non c’è alcuna relazione tra le due cose. Con il mio spirito vorrei mettermi a cantare proprio qui, davanti a tutti, improvvisando senza musica un’aria che ricordo di più, lasciando a tutti la possibilità di gradire o meno le mie doti, anche se poi sorrido di nuovo dei miei pensieri assurdi, considerando comunque che anche questa rimane sempre una possibilità.
            Una volta, da bambina, ricordo di aver cantato una canzone infantile davanti a tutti i parenti e gli amici accorsi al mio settimo compleanno, e di essere stata bene per quei due o tre minuti, magnificamente. Appena intonata la prima frase, allora si era come dissolta la nebbia che mi avvolgeva fino ad un attimo prima, ed il resto aveva poi seguito come per una magia quell’inizio così inaspettato. La timidezza era subito scomparsa, e le parole intonate mi erano giunte alla bocca una dietro quell’altra, con gli attacchi giusti, la timbrica definita e anche decisa. Poi avevo chiuso con destrezza sul finale della canzoncina, ricevendo subito un sacco di applausi, anche se nessuno della mia famiglia mi aveva incoraggiato in seguito a prendere lezioni di canto, neppure quando ero diventata più grande, e lo avevo chiesto espressamente. 
            “Ci vuole soprattutto personalità”, le fo adesso alla mia amica. “Tirarsi fuori, mettere il meglio che ci riesce di dare in quelle note, e poi far trasparire la passione, il trasporto, la gioia, nel fare una cosa del genere”. La biglietteria di quel cinema prosegue a dispensare biglietti con il doppio strappo, e tra un attimo è il nostro turno, ormai ci sono soltanto due persone davanti. Infine noi due paghiamo e poi scorriamo subito su un lato, presentandoci all’inserviente di turno che ci lascia immettere dentro la sala, subito di là da una spessa tenda scura. Le poltroncine in file regolari sono fiocamente illuminate, e lo schermo bianco non mostra in questo momento alcuna immagine, nell’attesa dell’orario previsto, tra dieci minuti, per iniziare la proiezione.
            Scegliamo il posto e poi ci sediamo, ma subito dopo torno ad alzarmi in piedi mentre molte persone sono già comodamente sistemate e parlano quasi tutte tra loro a bassa voce. In quel momento inchinandomi un attimo dico soltanto alla mia amica: “scusami”; e poi senza altre incertezze inizio a cantare, un’aria ben nota, e con voce alta a sufficienza, qualcosa che probabilmente conoscono tutti, spianando la mia piena vocalità in questa grande sala. Avverto un silenzio profondo nelle pause della canzone, ma non mi fermo, non tremo, vado avanti decisa, so che questi spettatori riusciranno ad apprezzare il mio sforzo, questo coraggio che mi è preso stasera, lo stesso che mi aveva accompagnato quella volta quando ero piccola, a distanza di quarant'anni. Adesso mi guardo attorno con un mezzo sorriso, mi appoggio con fermezza sulle vocali, le allungo, scandisco al meglio le parole del brano, e poi canto, continuo a cantare, lascio ascoltare a chiunque la mia canzone; perché forse è proprio questa la cosa migliore che io abbia mai fatto, mi rendo conto improvvisamente: quella di essere fino in fondo me stessa.


            Bruno Magnolfi     
            

         

lunedì 10 febbraio 2020

Risposte indefinibili.


                     

            "Ho bisogno di aiuto. Forse anche soltanto per comprendere la mia situazione, visto che non so neppure spiegarmi come sono capitato qui in mezzo a voi", dico a questo amico che ho appena conosciuto; "però mi sono reso conto che se qualcuno non mi dà una mano, presto per me finirà sicuramente poco bene". Lui mi guarda con sospetto, cerca di alleggerire le mie parole con un sorrisetto che gli si forma con naturalezza sopra la faccia, poi, guardando altrove, mi fa: "non capisco da cosa o da chi dovresti essere protetto, in questa fase". Ed io: "non lo so neppure io di preciso, però ho come una sensazione, quasi il sospetto di un pericolo che mi sta sovrastando, ecco, proprio una vera minaccia, ed è probabilmente quella che mi spinge a parlare anche adesso". Poi mi siedo ad un tavolino, vicino ai giochi elettronici del bar, dove in diversi stanno buttando i loro soldi. Nessuno si accorge di me, e probabilmente anche questo amico, mi rendo conto, vorrebbe sganciarsi in fretta dai miei discorsi, per andarsene al più presto per i fatti propri.
            In fondo tutti hanno ragione ad assumere un comportamento normale tra di loro, ed essere più sospettosi soltanto con chi non conoscono, in modo da inserire una certa distanza nei comportamenti. Però non può essere neppure una colpa quella di non conoscere nessuno e non poter confidare in una qualche persona per comprendere appieno le cose giuste da compiere. Restare nell’ambiguità è come galleggiare a malapena in un mare burrascoso: prima o dopo qualche sorso d’acqua finirà nella bocca, e forse anche dentro ai polmoni. Mi guardo attorno soltanto per rendermi conto che se non sostengo da solo la mia situazione, nessuno verrà mai a preoccuparsi di me. Passa l’amico di prima: “potresti magari indicarmi a chi posso rivolgermi”, gli fo; “forse indicarmi un nome, un indirizzo, un numero di telefono”. Lui mi guarda; percepisco nei suoi occhi una distanza che difficilmente comprendo, ma che mi fa capire quanto a volte ci sia di non definito tra le persone, tanto da portare chiunque verso l’isolamento.
            Lascio perdere: non c’è niente di cui spiegarsi; la realtà è in questo modo, non posso certo io arrivare qui e pretendere di cambiarla. Poi vado per strada, giro a lungo nella tarda serata di questo paese dove sono capitato per caso, e dopo aver percorso le vie principali, torno dentro al locale di prima. Sono tutti ancora lì, dietro alle macchinette che mangiano soldi, e nessuno di loro si è preoccupato minimamente di qualcosa d’altro. “Siete persone senza spina dorsale”, dico a voce alta; “individui che si adagiano facilmente in una situazione attualmente favorevole, dimenticando del tutto i problemi che da qualche tempo hanno già superato, lasciandosi alle spalle qualcuno che si trova ad affrontare adesso le loro stesse condizioni di pochissimi mesi addietro”. Qualcuno si volta, mi guarda, sulla faccia l’espressione cattiva di chi vuole conservare quel poco che è riuscito ad ottenere, senza affrontare nessun nuovo sacrificio, specialmente per aiutare qualcun altro.
            Torno a sedermi ad un tavolino, ed adesso si siede con me anche l’amico di prima, con il solito sorrisetto stampato sopra la faccia. “Non siamo tutti uguali”, mi fa, “questo è bene che tu lo capisca. Però devi anche comprendere che ci sono delle regole da rispettare: si tratta di priorità che persistono, comportamenti che devono essere adottati da tutti, rispetto per coloro che hanno dovuto affrontare prima di te i tuoi stessi problemi. Si capisce che tu non possa arrivare qui come ultimo e pretendere la comprensione immediata del tuo caso; o addirittura che gli altri prestino piena attenzione ai tuoi problemi, Ci vorrà tempo, dedizione, pazienza, poi qualche cosa inizierà poco per volta a sbloccarsi. Ed anche tu a quel punto imparerai, con molta calma, come si possono affrontare certi argomenti, ed avere infine tutte le risposte che cerchi”.

            Bruno Magnolfi    

        

giovedì 6 febbraio 2020

Ovazione commossa.


      

            “Basta insomma, dobbiamo finirla”, dico io con voce alta e rabbiosa, senza avere neanche un vero motivo per fare così l’irritato. Il fatto è che stasera voglio mettermi in mostra con quelli che mi conoscono, far vedere che ho anche una forte personalità, delle caratteristiche spiccate, capaci di farmi tenere testa a chiunque mi si para davanti, figuriamoci poi a questa combriccola di scellerati che frequentano da sempre il circolo sociale. Difatti fanno subito tutti un completo silenzio, aspettando che io continui con quel mio discorso, perché intendono proprio lasciarmi esprimere appieno il mio pensiero, anche se purtroppo non mi pare di avere qualcosa di importante da dire. Perciò li guardo mentre tutti mi guardano, e decido di improvvisare qualche frase, qualcosa che invento così su due piedi, senza starci neppure troppo a pensare, e quindi riprendo il filo del mio discorso, con voce alta e roboante ma facendo delle ampie pause, e dico sostanzialmente che è l’ora di affrontare le novità che stanno bussando alle porte, e di smetterla con questa flemma insensata.
            “Ci sono cose importanti che ci chiamano all’opera”, fo quasi senza riflettere su quello che dico. “Raccogliere il nostro amor proprio e tirarci fuori da qui, magari andare per strada, fermarci a parlare con tutti, far sentire ai nostri concittadini che siamo stufi di trascorrere la giornata dietro un bicchiere chiacchierando delle solite cose”. Prosegue nell’ampio locale il silenzio, tanto che ne ho quasi paura. Forse qualcuno tra questi che mi sono davanti stanno abboccando davvero a quello che dico e sostengo, perché credono veramente che sia giunto un momento del genere, e forse riflettono questo per la prima volta, giusto perché qualcuno si è preso la briga di dirglielo. Uno timidamente alza persino la mano per chiedere a me la parola, ma la faccenda mi pare così ridicola che volto le spalle a tutti quanti e vado fuori da lì, a fumarmi una sigaretta all'aperto. Nessuno mi viene dietro, rimangono tutti a parlare sottovoce tra loro, come complottando qualcosa.
            Quando rientro stanno ancora parlando tra loro, ed in molti adesso mi guardano con espressione quasi incredula, ed uno mi si avvicina soltanto per dirmi che ho pienamente ragione, è giunta anche per lui l'ora di darci un taglio definitivo. Mi chiedo che cosa abbia portato questi tizi a credere in questo modo alle mie vuote parole, perciò vorrei quasi fare, sul muso di tutti quanti, una bella e fragorosa risata, e cancellare con un colpo di spugna tutti i discorsi precedenti, ma poi mi trattengo. "Sono deluso", fo ritrovando d’un tratto il piglio di prima. "Ci sono individui che trascinano i piedi per noia, e vengono qui soltanto perché non saprebbero dove altro andare. È una vera scelta invece, quella che si compie ogni giorno", dico con foga; "inutile fingere di non dare importanza ad una cosa del genere". Adesso qualcuno mi applaude, ed il cameriere arriva con un bicchiere di birra sopra un vassoio; "offre la casa", mi fa, ed io resto sempre più stupito di tutto.
            Mi invitano con grandi gesti a sedermi ad un tavolo, poi tolgono di mezzo le carte da gioco e i bicchieri vuoti dal piano, e dicono che devo mettere per iscritto quello che ho appena detto, e poi farne un manifesto solenne che volentieri firmeranno tutti quelli presenti per mostrare a chiunque il loro consenso. Sento puzza di imbroglio dietro questo comportamento, e per questo motivo mi rifiuto di scrivere qualsiasi cosa, ma uno là in mezzo, con mano ferma ed un foglio di carta provvidenziale, si mette a tradurre in bella calligrafia quello che ho spiegato poc’anzi, mostrando anche una buona memoria. Ci vuole niente a tirarsi dietro un branco di sciocchi rifletto; basta alzare la voce, dire quello che tutti si aspettano di sentire, ed il gioco è già fatto. “Voi siete il futuro di questo circolo per annoiati”, dico con voce robusta; e parte immediatamente un applauso scrosciante, una dimostrazione di affetto e di gratitudine, quasi un’ovazione, addirittura.

            Bruno Magnolfi

martedì 4 febbraio 2020

Animale da preda.


           

            Mi chiedo il motivo per cui dovrei uscire dalla mia tana. Sto qui senza dar fastidio a nessuno, e quando proprio mi va, guardo la gente che passa fuori da questo piccolo vetro che mi protegge da tutto. Non ho scelto io di starmene qui, mi ci hanno costretto quando qualcuno ha iniziato a dire che era meglio se sparivo per un po' dalla circolazione, come se fossi stato un impresentabile, ed io ho accettato la mia parte. Adesso poi si desidera tutto il contrario, soltanto perché è venuto fuori da qualche ficcanaso di turno, che non è giusto tenere relegata una persona dentro ad una cuccia per cani, nonostante io stia bene qua dentro, e che dal mio punto di vista non mi manchi praticamente proprio nulla. Ma a loro non interessa niente della mia opinione, e vanno avanti mettendomi in bocca quello che vogliono, interpretando persino i miei pensieri e la mia volontà, come a loro torna più comodo. Uno di questi giorni poi, diranno magari che sono impazzito per la troppa solitudine, e che purtroppo non possono fare più niente per me, così mi infileranno in una clinica odiosa, e questa diventerà per tutti la mia adeguata prossima tomba.
            A me non fanno né caldo né freddo tutte le congetture che vengono ritagliate attorno a me ed alla mia persona, vorrei soltanto che non venisse usata la mia vicenda semplice e umana per far giungere dei vantaggi a qualcuno. Perché di questo evidentemente si tratta: fare bella figura alle mie spalle, con le autorità locali, i giornalisti di paese, la gente che affolla i circoli ricreativi, coloro che credono a tutto, ed io questo ormai l'ho capito benissimo. Perciò non voglio più prestarmi a queste faccende, perché so che qualcuno pur di avere consenso potrebbe inventarsi qualsiasi cosa alla faccia di uno come sono io. Mi piacerebbe al contrario assumere un basso profilo e che nessuno parlasse di me, mi si ignorasse addirittura, ed essere in questo modo dimenticato da tutti nel giro del minor tempo possibile, proprio come non fossi neppure esistito.
            Va da sé che ci si può benissimo chiedere che cosa abbia mai fatto inizialmente per essere stato infilato in questo tugurio a trascinare le mie giornate una dietro quell’altra. Ecco, proprio questo è il punto, perché qui dentro ci sono venuto a vivere di mia spontanea volontà, senza attendere che qualcuno prendesse l’iniziativa, ai loro occhi sicuramente caritatevole, di dare un tetto ed un riparo ad un fuoriuscito come posso essere io. Ma subito dopo, una volta scoperto il mio rifugio, ecco che hanno subito iniziato a parlarne nei termini che definivano un disgraziato che nessuno vuole più avere tra i piedi: un reietto, un rifiuto, uno che non conosce le regole della collettività, e quindi che non può essere lasciato circolare come tutti, perciò deve essere per forza rinchiuso. E così mi sono ritrovato ad essere un caso sulla bocca di tutti, fin quando qualcuno ha cominciato a sbandierare la pietà per coloro che si ritrovano nelle mie condizioni.
            Qualcuno ultimamente ha cominciato a portarmi delle riviste e dei libri da leggere, roba interessante, pagine su pagine che trattano di situazioni proprio come la mia. Ed io in questo periodo mi sto preparando. Già, perché visto che nel bene o nel male mi hanno fatto diventare un personaggio famoso, preparo un bel discorso da fare a tutti quanti, una volta che mi verranno ad intervistare. Ed a quel punto, considerato che a differenza di tutti gli altri, per qualcuno sono una mente libera, mi presenterò alle prossime elezioni, così vedremo da quale parte si potranno schierare tutti coloro che hanno trattato di me come di un indegno, quasi uno stupido animale.

            Bruno Magnolfi      

venerdì 31 gennaio 2020

Pensiero fulmine.

          

            Sempre le medesime cose. Inutile insistere. Si può cercare di sfuggire almeno per un po’ alle abitudini, fingere di sentirsi magari su un altro piano, immaginarsi persino superiori, o di essere assolutamente capaci di un’analisi maggiormente accurata, o anche più veritiera, e che mostri i limiti di ciò che ci sta attorno. Ma alla fine è la monotonia delle giornate che riesce a piegarci, un succedersi continuo di elementi costanti e già ampiamente previsti, senza alcuna possibilità di sottrarsi per davvero a questa logica. Un ritmo costante delle ore di ogni giorno, un continuo ripetere di gesti, espressioni, pensieri, fino alla nausea, semmai entrasse anch’essa nel gioco. E poi però anche la sicurezza delle solite cose, la tranquillità dei pensieri ben noti, la capacità della coerenza: tutto regolato da un unico grande ragionamento: il filo continuo che lega le cose, i fatti, la realtà, ciò che nel bene e nel male ci riguarda più o meno tutti.    
            Sbatto la porta mentre esco di casa, non perché mi senta nervoso, quanto per essere sicuro che sia chiusa per bene una volta uscito da lì. C’è un pezzo di strada di fronte a me da affrontare, quindi devo semplicemente sostare alla fermata del bus, osservare due o tre volte l’orologio, guardarmi un po’ in giro ed attendere, che sia un solo minuto oppure dieci. All’arrivo del mezzo pubblico posizionarmi in modo da usare la mano di destra per aiutarmi a salire, cosicché la mano sinistra sia libera il prima possibile per obliterare il biglietto, e cercare immediatamente con il corpo uno spazio abbastanza libero in mezzo alla calca, per guadagnare una nicchia in cui sentirmi protetto, con le spalle alla vettura già in movimento, osservando dal vetro vicino un panorama cittadino privo di dettagli resi peraltro illeggibili dalle pubblicità.
            Potrei scendere dal mezzo pubblico ad una fermata qualsiasi, perdermi a piedi lungo un groviglio di strade che conosco anche poco, allontanarmi da tutto ed attendere che qualcuno venga forse a cercarmi, come se avessi perso completamente la mia memoria, non riconoscessi più la mia città e non sapessi come fare per tornarmene indietro. Potrei trovare forse un rifugio, una tana qualsiasi dove nascondermi da questo tempo martellante, da queste cose da fare, gli impegni da affrontare, le abitudini alle quali dar seguito. Potrei rannicchiarmi in un angolo ed osservare gli altri che passano davanti ad una semplice feritoia praticata in una spessa parete, difendermi dagli attacchi di coloro che forse odiano tutto, quelli indifferenti alle sofferenze di tutti. Potrei muovere a mia volta degli attacchi mirati, compiere delle incursioni precise per cercare di fiaccare le fila di ogni avversario, e poi rendere inoffensivi i nemici tramite degli astuti tranelli, iniziando subito dopo col prepararmi per una valida controffensiva, fingendo di avere diverse unità ai miei comandi, in modo da incutere paura già solo mostrando le mie potenzialità.
            Però le fermate scorrono una dietro quell’altra, e ad un tratto riconosco la mia, così scendo, devo scendere, proprio come ogni giorno. Il mio posto di lavoro rimane come ogni volta davanti a me, identico, e nella stessa maniera di sempre tra un attimo striscerò il mio cartellino dentro la macchina, poi entrerò nell’edificio, saluterò i miei colleghi, e sarò pronto per intraprendere un’altra giornata lavorativa. Però mi fermo, rifletto, mi passa un fulmine improvviso dentro la testa, poi mi giro su un fianco e con passo svelto mi allontano, senza neppure guardare chi possa aver dietro. Faranno a meno di me, almeno per oggi.


            Bruno Magnolfi
         

          

martedì 28 gennaio 2020

Strada divisoria.


          

            Un tizio dice qualcosa a voce alta, dall'altra parte della strada, mentre io me sto seduto al tavolino all’aperto di un bar con una birra ed un giornale da leggere. Lo guardo, quello resta fermo, sembra aver detto proprio a me, così lo studio per un attimo, poi torno subito al mio quotidiano, ignorandolo. Uno svitato, penso, un tipo che non sa proprio cos'altro fare delle sue giornate. "Ti tengo d'occhio", sento ancora urlare subito dopo; "so chi sei, e anche come ti chiami". Mi alzo, appoggio il giornale, entro dentro il locale per distoglierlo e farmi versare un'altra birra, ma quando torno fuori il tizio si è semplicemente spostato di qualche metro, ma ancora è lì, e come prima rivolto proprio verso di me. Adesso però non dice niente, mi guarda soltanto, ed il suo atteggiamento pare bastargli, almeno per il momento.
            Torno a sedermi e mi viene da sorridere per la situazione strana in cui mi trovo. Lui resta imperterrito a fissarmi. Poi prendo coraggio, appoggio le mie cose e mi tiro su in piedi per attraversare la strada ed affrontare il tizio, in modo da capire se magari mi abbia preso per qualcun altro, o semplicemente se non sia con la testa del tutto a posto. Ma appena metto un piede sull’asfalto stradale, e mi guardo attorno per evitare eventuali automobili, quello scappa d’improvviso, e arriva rapidamente fino al primo angolo, sparendo alla mia vista. Mi guardo attorno, “deve essere mezzo matto, quello lì”, dico ad una persona che sta camminando vicino a me lungo il marciapiede, senza provocare alcun commento, a parte una breve risatina.
            Mi siedo, riapro il giornale, accavallo le gambe mentre mi allungo leggermente sulla sedia. Ogni tanto abbasso le pagine per vedere se quello si fa ancora vivo, ma non sembra: “forse si è stufato”, penso. Invece poco dopo eccolo di nuovo lì, che riprende a guardarmi fisso nella stessa posizione di poc’anzi, ed adesso mi indica anche, con un braccio steso e con un dito della mano, come a mostrare che non ci sono dubbi, sono proprio io quello con cui se la sta prendendo. “Che cosa vuoi?”, chiedo a voce alta, mentre mi sto decisamente stufando di questa situazione. Poi lo indico a mia volta con un dito, esattamente come ha fatto lui fino ad un momento fa, in modo che non ci siano proprio dei dubbi: “sto parlando con te”, sembro urlargli, “tu che te ne stai a rompere l’anima a chi neppure ti conosce”.
            Cala il silenzio, ogni tanto le macchine percorrono la strada come sempre, ed io mi trovo ancora da solo presso i tavolini all’aperto di questo stupido bar, ed il tizio di fronte a me se ne sta ancora lì a guardarmi, come non avesse proprio altro da fare. Maledico la strada che sembra ci divida, perché se non fosse così, a questo punto lo avrei di già affrontato e avrei chiarito tutte le cose una volta per tutte. “Sei un codardo”, gli dico senza neppure alzare troppo la voce, e lui in risposta sembra prendere qualcosa da terra per tirarmelo, anche se poi non tira niente. Basta, entro dentro al bar quasi deserto, mi siedo al bancone e mi disinteresso del tutto di quel tizio, proprio come non fosse mai esistito. Dopo un attimo però qualcuno viene a sedersi accanto a me, e senza che io lo guardi direttamente, ma soltanto osservando i calzoni che indossa, mi rendo conto che è proprio il tizio del lato opposto della strada. Allora mi volto, lo guardo con decisione, e lui mi dice: “potresti pagarmi una birra adesso; sempre che ti vada”.


            Bruno Magnolfi

lunedì 27 gennaio 2020

Libertà solo apparente.


            

            "Ancora uno, per favore", dico alla ragazza che ci porta da bere, mentre assieme agli altri proseguiamo a giocare nella saletta fumosa sul retro del locale, concentrati sopra al panno verde oliva del nostro biliardo. "Non c'è niente di male, se provo un tiro a tre sponde", fo agli altri senza aspettarmi da loro alcuna risposta. Ad uno che guarda, seduto fuori dal cerchio di luce, gli scappa da ridere, come se avessi detto qualcosa di divertente, o chissà; poi mi abbasso con atteggiamento professionale, chiudo l'occhio sinistro e faccio oscillare la stecca appena un attimo prima di colpire pacatamente la bilia in una zona leggermente ad effetto. Tre punti. Nessuno trova niente da dire. Poi prendo un sorso dal mio bicchierino appoggiato sul tavolo accanto ad una parete, lascio che qualcuno segni i miei punti, e quindi mi prendo una pausa.
            Sostanzialmente sono stanco di trascorrere le serate in questo modo, ma ormai è un’abitudine a cui non riesco quasi più a rinunciare. Diverse volte ho pensato a cercarmi qualcosa di alternativo in cui impegnarmi, ma non è facile trovare un’attività che mi riempia la testa nella stessa esatta maniera. C’è il confronto con gli avversari, la ricerca continua del tiro magico, la battuta di spirito appena sussurrata, la voglia di mettere in mostra le proprie presunte capacità. Però alla fine sono sempre le stesse cose che si ripetono all’infinito. Appoggio la stecca sul bordo e dico agli altri che adesso purtroppo devo andarmene via, lascio il posto ad un altro, mi ero quasi dimenticato di un appuntamento importante.
            Pago le consumazioni, indosso la giacca e poi esco dal locale, prima che possa ripensarci, anche se non ho alcuna idea verso dove possa dirigermi. Torno a casa, decido alla fine, e siccome abito poco lontano e sono arrivato fin lì a piedi, nella stessa maniera affronto la strada a ritroso. Trovo subito un tizio che mi dice qualcosa, probabilmente mi conosce, rifletto, così gli rispondo in maniera scherzosa, ma quello mi spiega che le cose per me si stanno mettendo un po’ male, anche se non capisco per nulla di cosa lui stia parlando. Mi fermo, gli chiedo spiegazioni, e lui mi dice che a qualcuno non è affatto piaciuto il mio ritiro improvviso dalla sala di biliardo.
            “Ognuno è libero di decidere”, gli fo; “oppure c’è qualcosa che non ho compreso”. Lui mi osserva, poi tira fuori una mano dalla tasca del giubbotto, e quindi stende con calma le sue dita mentre le guarda, come fossero le ali di una farfalla appena uscita dal bozzolo. “Non è così facile”, dice; “quello che ci si aspetta da una persona come te non è questo”. Mi sembra che l’individuo di fronte a me sia stato appositamente inviato da qualcuno, però mi pare persino impossibile che ci sia un tale attaccamento a quel gioco. “E cosa dovrei fare”, gli chiedo senza muovere un solo muscolo. “Non so”, fa subito lui conservando la stessa espressione; “magari potresti tornare là dentro; o forse dare la possibilità di rivincita a qualcuno, nei prossimi giorni”.
            “Va bene”, fo io; “puoi dire tranquillamente a chi ti ha mandato che mi farò vedere domani nella stessa sala da biliardo, e così potrò giocare con chi sarà presente per un’ultima volta, visto che non intendo andare ancora avanti”. Lui fa un cenno di affermazione, mi saluta toccandosi la fronte e sorridendo, poi scompare dal marciapiede, così com’era apparso. Resto perplesso: “in questa città non è facile sentirsi del tutto liberi”, rifletto; “certe volte si deve rendere conto perfino delle cose che credevamo in assoluto meno importanti”.

            Bruno Magnolfi