mercoledì 4 marzo 2020

Caramelle scelte.


           

            "Come state?", mi chiede dopo i saluti di rito questa vecchia zia a cui sono venuto a fare visita dopo lungo tempo, nel timore, rimandando ancora, di non poterla più vedere in vita, oppure di doverle portare un saluto su un anonimo letto d'ospedale, mentre magari stenta addirittura a riconoscermi. "Sto bene di salute", le rispondo io dopo averla abbracciata con delicatezza, e siccome conosco bene la sua proverbiale capacità di leggere, direttamente in faccia alle persone che ha di fronte, tutti i loro piccoli tormenti, aggiungo subito: "però mi sento vuoto in questo periodo, come non avessi più grandi desideri, o non riuscissi come sempre a mostrarmi dritto agli altri". È da dire che questa donna certe volte ti guarda con un occhio acuto, e sa afferrare al volo il rimedio che ci vuole. Però adesso mi osserva, mi guarda anche le mani, ma non sa dire niente, non riesce forse neanche lei a decifrare il mio malessere.
            “Voi da molto tempo siete in cerca di qualcosa”, dice magari soltanto per dare un senso ed una soluzione alle sue capacità. Annuisco, non credo però sia questo il mio problema, so che ho sempre meno voglia di mandare avanti le mie cose, di affannarmi come facevo fino a qualche tempo addietro, anche per dare un significato il più possibile compiuto ad ogni mia giornata, e di mettere in campo continuamente quella curiosità sottile che sempre meno ritrovo adesso tra i miei comportamenti. Non dico niente a questa zia che vive in altra epoca, a chiunque dà del voi, e vive di pochissimo, come se cercasse continuamente il minimo che serve per poter andare avanti. Però mi piace sapere che lei trattiene sempre dentro di sé un’opinione precisa di chiunque abbia davanti, e vorrei tanto riuscire a coglierla, almeno in una parte piccola.
            Con lei non esistono argomenti, se non la propria personalità, il raccontarle qualcosa di se stessi, farle comprendere quali siano le attività ed anche i pensieri a cui dedicarsi nella maggior parte del proprio tempo, come se di quelli si potesse ricavarne un tema, un ragionamento più complesso, un’occasione per riflettere meglio su alcune cose date per scontate. “Certe volte vado ancora al circolo, per ritrovarmi coi miei vecchi amici, e trascorrere un’ora insieme a loro. Ma non mi piace quasi più come una volta”, le fo tanto per dire. Lei mi offre una caramella da un cestino che tiene aperto sopra al tavolo, come si fosse tutti ancora dei bambini, invece di persone diventate anziane, e poi mi dice: “ci sono degli amici che contano molto più di altri, e vanno scelti”. Rifletto, forse qualcosa di giusto c’è in queste parole. E’ vero che non ho una persona a cui riferirmi più delle altre, per esempio; ed è vero che magari quando siamo in quattro o cinque, anche gli argomenti diventano per forza più semplici e più superficiali.
            “La vostra è soltanto solitudine”, dice lei alla fine, mentre si alza lentamente dalla sua sedia; “paura di riferirvi a qualcuno pari vostro, con le parole stesse del cuore, abbandonando i passatempo e le cose più scherzose, tirando fuori poco per volta ciò che celate, e poi ascoltando; già, perché solo ascoltando qualcuno che veramente vi rimane più vicino, potrete essere sicuro di ciò che siete veramente, e non sentirvi ancora vuoto”. Resto colpito da queste sue parole, mentre rimango ancora seduto al tavolino rigirando lentamente in bocca quella sua caramella, e la mia zia però sembra abbia terminato, e con un gesto pare adesso accompagnarmi già verso la porta, forse affinché io possa rimanere solo adesso, a ripensare bene tutto quello che mi ha detto.

            Bruno Magnolfi   

sabato 29 febbraio 2020

Genio e furbizia.

          

            Osservo questi quattro tizi che ancora stanno attorno a me, e so per certo che da loro non mi arriverà mai niente di buono. “Siete delle nullità”, dico a tutti con voce non particolarmente alta, giusto per vedere se alla mia provocazione qualcuno abbia voglia davvero di reagire. Invece si mantengono tutti zitti, anche se proseguono a guardarmi, e a tenere le mani sprofondate nelle tasche, mentre sotto a questi lampioni sembrano persino in numero maggiore di quelli che realmente mi rimangono di fronte, come se le ombre che si sono formate dietro di loro riuscissero a moltiplicarne in qualche modo la presenza. Non hanno timore di nulla, mi guardano, sanno benissimo che è sufficiente allontanare lo sguardo che tengono sopra di me per farmi ripiombare immediatamente nel buio, lasciarmi isolato, completamente inascoltato, senza alcuna sponda. Non sono certo loro a farmi andare avanti, penso con determinazione; "non mi importa niente di voi", dico poi per sfida. Uno si muove, forse vuol dire qualcosa, ma cambia solamente posizione, senza fare altro, né dire alcunché. La situazione è estenuante, ma nello stesso momento in cui non avviene nulla, sono quasi contento che tutto in fondo resti così, ed io possa proseguire a mettere assieme le mie cose, senza alcuna influenza esterna.
            Poi fo il gesto di andarmene, anche perché sono un po’ stufo di tutta questa faccenda, ma loro adesso si mettono lentamente in movimento, come per seguirmi, quasi gli importasse veramente della mia condizione e dei miei prossimi indirizzi. “Ho avuto già molta pazienza con voi”, dico senza convinzione. Ed in fondo è vero, la cosa bella di tutto quanto è che io posso procedere così finché avrò fiato, senza nessuno che mi dia anche soltanto una minima relazione. "Sono parole", dico adesso per spiegare; "solo parole, che non hanno peso, non durano nulla, non hanno neanche un prezzo e forse neppure un vero valore". Uno dice sottovoce che a lui non interessa, gli va bene anche in questo modo, crede che ci sia comunque qualcosa di buono sotto, e prima o dopo verrà fuori. Gli sorrido: "sono proprio convinto di no", gli dico secco.
Quindi volto le spalle a tutti in modo definitivo; "me ne vado", gli fo a tutt'e quattro. "Comunque non vi dovete preoccupare, su quello che mi avete visto fare fino ad ora potete sempre contarci, anche nel prossimo futuro". In due fanno il tentativo di battere le mani, ma non per ironia, solo perché hanno compreso la mia indole, il mio modo di pormi, le mie parole, anche se ho cercato in tutte le maniere di riuscire a scoraggiarli. Esco dalla stanza, nessuno mi segue, adesso in fondo è molto più facile dire che non c'era alcun valore in tutto ciò che è stato fatto o detto: soltanto sciocchezze, si può affermare con facilità, e in questo modo seppellire in una sola volta qualsiasi sforzo. Già, perché qualsiasi artigiano se si impegna a fondo lascia una traccia di sé, di ciò che ha davvero desiderato fare, di quello che ha pensato, di tutto quanto avrebbe voluto spiegare alla fine con l'opera semplice delle sue mani.
Che cosa mi interessa, penso mentre sono ormai da solo lungo la strada che mi porta via; non sono loro che mi spiegheranno l'importanza di ciò a cui mi sono dedicato. Nessuno potrà dire che il mio è stato un approfittarsi di qualche situazione facile, un lavorare intorno a qualcosa che piacesse a tutti, a quello che oggigiorno va per la maggiore, e di cui forse adesso si potrebbe già dire che proprio l'individuo prodigatosi in tutto quel lavoro, sapesse bene adoperare al meglio il genio della furbizia, perché sono questi i termini che adesso vanno di più, e non la schiettezza.


Bruno Magnolfi
        

          

martedì 25 febbraio 2020

Dentro l'edificio.

          

            Vado avanti lungo questo corridoio poco illuminato senza neanche sapere dove porta, anche perché arrivato a questo punto non posso proprio fare nient’altro. Non ricordo neppure in quale maniera io sia entrato dentro questo edificio, e soprattutto non conosco affatto il motivo che mi ha portato in questi ambienti, però tutte le porte che ho incontrato fino adesso durante il percorso sono risultate tutte chiuse ermeticamente. Arriva intanto di fronte a me un tizio strampalato con una sigaretta spenta in bocca: "forse me la può accendere", mi fa prima che possa dirgli qualcosa d’altro, ed io per riflesso condizionato rovisto subito nelle mie tasche fino a quando trovo dei fiammiferi. Mentre lui si serve della fiammella, gli chiedo se per caso ci sia un'uscita da quella parte, e lui mi fa subito cenno di si: "certamente", dice in un attimo, anzi, se vuole posso anche accompagnarla, che tanto non ho niente di importante da fare".
            Accetto, naturalmente, e così ci mettiamo a camminare in maniera molto calma, visto che lui sembra proprio non avere alcuna fretta, e dopo circa una ventina di metri o forse di più, viene spalancata di colpo una porta metallica di tipo tagliafuoco, ed ambedue ci ritroviamo in un attimo all’interno di un parcheggio all'aperto non proprio enorme, però abbastanza pieno di macchine ferme, in questa specie di terrazza scoperta che resta ad un'altezza di diversi metri dal piano della strada sottostante, all’apparenza del tutto deserta. Lui continua a fumare, e comunque si ferma, forse per farmi ammirare il grigio e piatto panorama che si vede da lì, mentre io intravedo la rampa di accesso a quel piazzale e quindi mi sento parzialmente tranquillizzato.
            "Potremmo farci un bicchierino", mi fa lui sempre con i suoi modi strani di gesticolare e di guardarsi attorno. Annuisco, in fondo non ho da recarmi in nessun luogo particolare, e così rientriamo nel labirinto dei corridoi, fino a ritrovarsi subito dopo in un minuscolo locale praticamente costituito soltanto dal bancone, dove a dire la verità c'è soltanto il barista, ed in questo momento nessun altro cliente, se non giusto noi due. Ci facciamo servire subito qualcosa, ed il tizio insieme a me dice al barista, come fosse una cosa di cui ridere, che "questo signore non riusciva neppure a trovare l'uscita". “Ha bisogno di un sostegno”, dice l’altro, quasi a sottintendere che io non sia del tutto in condizioni di girare da solo in questo edificio. Non replico, mi basta sapere che tra poco potrò andarmene, e lasciare alle spalle questa strana situazione. Il tizio mi lascia pagare, poi torniamo nel dedalo dei corridoi, ma lui mi chiede di aspettarlo un momento, sparendo dietro una porta lucida dove c’è scritto soltanto ‘direzione’.
            Attendo, mi accosto alla porta ma non avverto all’interno alcun rumore, quindi dopo qualche minuto busso con leggerezza, poi aspetto ancora, quindi mi decido a socchiudere l’uscio e a dare un’occhiata all’interno. Ci sono diverse persone sedute attorno ad un tavolo, tutte sotto a delle lampade che proiettano una luce bianca quasi sfolgorante, così richiudo la porta temendo di aver interrotto qualcosa di fondamentale. Credo nessuno mi abbia notato, così dopo qualche altro momento torno ad aprire e a chiedere notizie di una persona entrata là dentro da poco. Tutti adesso mi guardano con un certo sospetto, il tizio di prima non è tra di loro, nessuno si decide a rispondermi o a darmi qualche indicazione. Alla fine uno dice soltanto: "adesso non è proprio il momento”, così torno a chiudere la porta e a ritrovarmi semplicemente da solo.


            Bruno Magnolfi
          
           

lunedì 24 febbraio 2020

Sostituzione di componenti.

    

            "Sono stanca", dico quasi con indifferenza alla mia amica di sempre. Lei ride, è una persona solare, piena d'entusiasmo, positiva, difficile farle immaginare degli stati d’animo diversi dai suoi. “Non capisco di cosa”, dice lei alla fine. Entriamo nel centro commerciale senza avere niente di particolare da acquistare, e difatti, dopo un breve giretto nel lungo corridoio coperto dove si aprono svariati negozi, individuiamo i tavolini di una sala da tè e ci mettiamo sedute. “Non so”, fo io, “mi pare che tutto si stia risolvendo in una monotonia sconcertante: lavorare, tornare a casa, occuparsi delle solite cose, i medesimi gesti da compiere, identici praticamente ogni giorno. Un continuo ripetersi di ogni azione, insomma”. Lei mi ascolta, adesso sembra seria, naturalmente comprende che c’è qualcosa di importante in quello che dico. “Va bene”, mi fa; “però se non si può trovare una soluzione a cose del genere, tanto vale accettarle”.
            Dopo poco si accosta al nostro tavolo una coppia di persone che conoscono la mia amica, quindi la salutano, le dicono qualcosa di carino, mi stringono la mano quando vengo presentata. Ci spiegano che venire in posti come questo serve soltanto a perdere momentaneamente la propria personalità, e a sentirsi come tutti, quasi senza differenze. "In parte è vero", dico con tono tranquillo, "ma per certi versi stare in mezzo a tanta gente ti fa forse sentire più sola che mai". Si annuisce cercando una battuta qualsiasi per chiudere l'argomento, e così loro due un attimo dopo ci salutano e quindi se ne vanno, affermando di essere pronti per fare una nuova immersione tra facce sconosciute. La mia amica adesso sostiene che loro sono simpatici, li conosce da diversi anni anche se non li ha mai frequentati come dei veri e propri amici. "Sono conoscenze", aggiunge, "persone con cui scambi qualche parola e poi basta".
            Finisco il mio caffè, pago la nostra consumazione, poi ci alziamo e si riprende la passeggiata tra i tanti negozi. Infine usciamo senza essere state attirate da nulla di particolare, così risaliamo in macchina e ci avviamo verso le nostre abitazioni. "Posso anche dirti la verità", fa la mia amica ad un tratto. “Per un periodo di tempo piuttosto breve sono stata l'amante del tizio che ti ho prima presentato, senza che sua moglie abbia mai sospettato un bel niente". Io osservo la strada, accosto al marciapiede nei pressi di casa sua, e senza fingere meraviglia dico semplicemente che lui è un bell'uomo, per cui alla fine non ci trovo neppure niente di strano. "Forse è anche questa la maniera per non annoiarsi troppo in certe giornate", fa lei. La guardo, cerco le parole per esprimere il mio pensiero più vero, ma non trovandole, dico soltanto: "può darsi". Ma subito dopo avverto un'insufficienza grave in quello che ho detto, per cui proprio mentre la mia amica apre il suo sportello per scendere, le dico di fretta: "però se deve essere questa la maniera per ridare fiducia nella vita, ed anche un po’ gioia di vivere, magari è meglio cercare qualcosa di meno superficiale”. Lei mi guarda, riflette, poi fa: “tutto avviene in superficie, se ci pensi bene; il resto è composto soltanto da preoccupazioni profonde e spesso pesanti, che normalmente prendiamo in esame soltanto per sostituire quello che manca”.


            Bruno Magnolfi
       

         

sabato 22 febbraio 2020

Illustre sconosciuto.

           

            Mi sento completamente  demoralizzato. Così mi infilo in questo caffè-libreria dove ho saputo che oggi presentano una raccolta poetica, ed un tizio senza microfono dice a cinque persone che ha di fronte, che lui ha capito tutto, e che qualcosa dovrà pur succedere. Mi siedo ed ascolto distratto degli elogi e molti complimenti da parte di ognuno per tutti gli altri, poi mi sposto al bancone del bar dove mi faccio versare un bicchierino tanto per rimettermi in po'. “Una vera bomba innescata”, sento dire alle mie spalle da qualcuno che sicuramente se ne intende di certi argomenti, mentre intanto esco da lì senza avere nessuna idea di cos'altro fare. Sulla porta però incontro una donna che conosco di vista, e così la saluto, mentre fingo di essere arrivato anche io in quel momento. "Ho fatto tardi", fa lei, ed entra dentro con un grande sorriso, mentre le tengo la porta vetrata. "Ci sono ancora dei posti liberi", dico io quasi per ironia, e visto che non ho niente da fare l'accompagno nella saletta dove parlano adesso di grande letteratura.
            Ci sediamo vicini, e lei dice che in seguito vuole acquistare dei libri di narrativa, per cui avrà bisogno da me di qualche mio personale parere. Mi metto buono ad ascoltare qualcosa, e fortunatamente tutto si sbriga abbastanza velocemente, risolvendosi al momento in cui questo poeta che ha parlato fino adesso, firma le copie del volume che ha presentato, ed infine tutto il gruppo si scioglie. "Anche io scrivo qualche poesia", fa lei sottovoce mentre scorriamo qualche scaffale, ed io naturalmente mostro stupore. "Ci vuole sensibilità", le dico subito, "e poi molta attenzione ad ogni dettaglio". Lei sorride, prende in mano un volume qualsiasi da un ripiano e mi chiede una mia opinione. Improvviso una critica velata su un autore che naturalmente non ho mai letto, e lei mi ascolta e forse finge di credermi. Alla fine sceglie due libri e ci avviamo alla cassa.
            Quando usciamo da lì, lei dice subito che deve andarsene non so dove, così mi pianta sul marciapiede da solo, ed il mio sconforto naturalmente si fa ancora più pesante di prima. Così rientro nella libreria, vado dall’autore della raccolta poetica, impegnato adesso a rimettere a posto le sue molte cose, e gli faccio qualche domanda abbastanza generica, mentre prendo alcuni appunti su uno dei miei taccuini, spiegando che forse farò un articolo su di lui. Perciò parliamo abbondantemente, e poi mi lascio pagare da lui un bicchierino al bancone del bar. In sostanza il poeta dice le solite cose che conoscono tutti, sull’editoria marcia, sull’inutilità di scrivere, sull’angoscia che prende quando nessuno si accorge di te, nonostante tu abbia inviato in giro tutti i segnali possibili. Butto giù un sorso di grappa scadente, ed annuisco con grande naturalezza. Infine mi regala il suo libro autografato, ed io lo ringrazio di tutto, poi alla fine lo saluto.
            Quando esco ritrovo la tizia di prima, e subito lei dice con entusiasmo che mi stava appunto cercando. Mi fa gli elogi per aver acquistato quella raccolta poetica che ho ancora in mano, e poi spiega che possiamo tranquillamente andarcene a casa sua a parlare, che tanto non rimane molto distante da dove ci troviamo. Accetto, in fondo ho la giornata praticamente libera, e così mi metto a raccontarle della finta intervista che ho fatto all’autore, delle risposte che lui ha dato, ed anche di altre sciocchezze del genere. “Benissimo”, fa lei; “così adesso potrai spiegarmi qualcosa di quelle frasi così difficili, da cui non so mai tirarci fuori un bel niente". Naturalmente il fatto che io abbia già pubblicato diversi libri di racconti lo continuo a tenere assolutamente nascosto, sia a lei che a tutti gli altri; perché poi, tutto sommato, è parecchio meglio così.


Bruno Magnolfi
        

mercoledì 19 febbraio 2020

Complotto inesistente.

           

            “Lasciami perdere”, gli fo subito quando apro l’uscio. Poi mi giro lasciando socchiusa la porta, ed il mio vicino di casa con l’espressione più seria che riesce ad assumere, mi segue nel mio piccolo appartamento in affitto. Così prendo due birre dal frigo, una l’appoggio sul tavolo, e subito dopo apro la mia; lui si serve senza dire niente. “Ho avuto una giornata pesante oggi, ti concedo soltanto dieci minuti e poi basta”, gli dico mentre mi siedo. Lui non fiata, mi guarda per un attimo, butta giù dopo un secondo un bel sorso della sua birra, poi si alza e fa un giro, come fosse nervoso. E’ chiaro che deve dirmi qualcosa, però forse non sa da che parte iniziare, e poi non riesce a rendersi conto se parlarne può tornargli utile oppure no. Infine affronta l’argomento che gli sta a cuore, e fa: "le ho dato un appuntamento preciso, e lei mi ha detto che andava bene; ma poi non si è neanche fatta vedere”. Lascio andare una bella risata, ma dopo un momento mi freno, perché può sembrare un comportamento offensivo. “Prova di nuovo”, gli fo con indifferenza.
            Lui attacca come sempre che non sa più che pesci pigliare, che non vuole piegarsi ai capricci di una ragazzina di quarant’anni, che forse sta sbagliando persona a cui dare corda, e così via. Lo fermo, gli dico che fino a quando non avrà le idee chiare nessuno potrà essergli davvero di aiuto. Lui abbassa la testa e torna a sedersi: si mostra sconfitto, dice che gli pareva stavolta di essere davvero sulla strada più giusta, di sentirsi in grado di affrontare una vera relazione, non una cosa tanto per fare. “Va bene”, gli fo; “fai trascorrere qualche giorno, almeno un paio di settimane, senza fare un bel niente, e vedrai che qualcosa succede”. Lui annuisce, butta giù un altro sorso della sua birra, poi appoggia la bottiglia vuota sul tavolo e dice che va via, ed io immagino che probabilmente farà proprio quello che gli ho suggerito. Lo guardo andarsene senza girarsi e poi chiudere la porta alle sue spalle, mentre io rimango fermo dove mi trovo, stanco ed anche affamato. 
            Mi alzo, apprezzo il silenzio, trovo nell’armadietto sopra ai fornelli un pezzo di pane ancora non del tutto indurito, così lo apro in due fette e mi faccio un panino con del salame che tiro fuori dal frigo. Mi accosto alla finestra per dare un’occhiata al cortile di sotto. Lo vedo uscire dalla porta sul retro e attraversare lo spiazzo. Poi alzo il telefono, mi risponde lei con una voce svagata. Le chiedo se le pare il caso di tenere sulla corda la gente, ma lei ride, dice che si sta solamente divertendo un pochino. Mi chiede se per caso non abbia voglia di farla salire da me, ma io le dico che sono stanco, ho voglia solamente di starmene da solo e riposarmi. Riattacco, finisco la birra, chiudo un attimo gli occhi. Poi sento bussare alla porta, apro svogliatamente: è di nuovo lui.
            "C'è qualcun altro dietro a questa faccenda", mi fa. Sbuffo, gli dico semplicemente che non può pretendere di trovare una ragazza immacolata per farci coppia fissa, ma lui è agitato, dice che non le sembrava una così, si sente soltanto preso in giro. “Ma lei è soltanto una che ha avuto le sue belle esperienze, è già stata sposata, non puoi comportarti come se fosse una di sedici anni”. Lui si siede, dice che adesso ha deciso. Ora vuole soltanto togliersela dalla testa al più presto, “tanto non potrà masi essere una relazione tranquilla, e finirà solo per rendermi matto”. Mi sdraio sul mio divano con le molle sfondate, e poi chiudo gli occhi. “Se hai deciso così è ancora più facile”, dico. Lui mi guarda mentre io mi metto seduto ed allargo le braccia, come per dimostrargli che non ho più energie neppure per starlo a sentire. “Tu sai qualcosa”, mi fa. Lo guardo, respiro, mi rimetto in piedi. “Sei un amico”, gli dico; “non potrei mai tirare una fregatura ad uno come te. Devi stare soltanto tranquillo, e smetterla di immaginarti dei complotti da tutte le parti”.


            Bruno Magnolfi 
            
         

lunedì 17 febbraio 2020

Finta libertà.


            
            Le giornate scorrono identiche. Entro senza entusiasmo in un piccolo supermercato del mio quartiere all'ora di chiusura, giusto per acquistare qualcosa da mangiare a casa più tardi, ma non so neanche decidere di che cosa avrei davvero voglia. Scorro gli scaffali ed alla fine prendo solo una confezione di birre, del pane e del formaggio, considerato che non ho alcuna intenzione di cucinare. Abitare da soli ha il grande vantaggio di non dover dare spiegazioni a nessuno, anche se è facile così perdere il senso di molte cose. “Soltanto questo” dico alla ragazza seduta alla cassa, mostrando i miei acquisti. Lei mi guarda, non c’è nessun altro dopo di me, perciò se la prende comoda, digita qualcosa svogliatamente, e così appare sul video il conto finale. “Serata fiacca”, fo io tanto per dire una stupidaggine. “Tra un attimo chiudiamo”, fa lei, “ma io sono qui da stamani”. Intanto metto le mie cose con calma in un sacco di carta, e prendo lo scontrino che lei adesso mi porge.
            “Se vuoi ti aspetto”, le dico senza neppure riflettere di che cosa sto parlando, però lei subito sorride, poi guarda in basso, ed infine mi fa: “perché no; tanto non ho altro da fare”. Penso di colpo che se le andasse potrei anche acquistare qualcosa di più appetitoso là dentro il negozio, ed improvvisare in questo modo una cenetta appetitosa a casa mia. Ma infine le dico: “possiamo mangiare qualcosa insieme in una tavola calda; non ce la faccio più a passare le serate da solo”. La ragazza annuisce, forse anche per lei le cose girano nella stessa maniera: tornarsene a casa da soli è per chiunque di una tristezza terribile. Le dico che l’aspetto subito fuori dall’entrata del supermercato, e poi esco. Mi piazzo dentro la mia utilitaria ed attendo, e dopo un quarto d’ora lei esce, mostrando che senza quella divisa così anonima sembra proprio un’altra persona.    
            Penso che adesso questa ragazza sicuramente mi racconterà la storia della sua vita, e della maniera in cui sia finita purtroppo a lavorare in un posto del genere, dopo aver preso per anni lezioni di canto o magari di recitazione, o dopo aver fatto la ballerina per qualche tempo in dei locali senza futuro. Avrà quasi una ventina d’anni meno di me, rifletto, ma questo adesso poco importa, perché probabilmente siamo accumunati da qualcosa che ci brucia all’interno, e non ci lascia alcuno scampo, nonostante sia una specie di sofferenza inspiegabile. Mi dice ciao, entrando in macchina, ed io le sorrido: “c’è un posto dove vado a volte”, le dico; “per me va benissimo”, mi fa, “basta liberarmi la testa da tutti i clienti che chiedono sempre le medesime cose”. Si chiama Clara, mi dice, ma non vuole spiegarmi altro di sé, forse soltanto perché la sua storia è talmente consueta da non portare alcun beneficio alle cose di cui vuole parlare.
            “Questo quartiere è uno schifo”, mi fa senza premesse, ed io mi mostro d’accordo, perché in fondo anche io la penso nella stessa maniera, anche se mi sono ormai abituato a viverci dentro. “Certe volte le cose è difficile sceglierle”, dico. Lei abita a sette o otto fermate di tram dal supermercato, ma non le piace neanche lì: “sono tutti impiccioni i miei vicini di casa; controllano quello che faccio ed anche i miei orari”. Annuisco, penso che sia triste accorgersi giorno per giorno che invece di un briciolo di solidarietà, spesso troviamo intorno a noi soltanto chi ti fa la morale, e magari ti guarda con un giudizio già definito su quello che sei. Arriviamo, arresto la macchina, si entra in questo posto che non avevo mai calcolato così triste come lo vedo adesso, però ci sediamo ad un tavolo, ordiniamo qualcosa, e ci guardiamo negli occhi. Siamo esseri di confine penso, creature nate per tirare avanti alla meglio, arrabattarsi, scegliere delle scorciatoie per ogni scopo, e tenersi sempre ai margini di tutto, perché alla fine non ci sentiamo parte di niente. “Prendi pure quello che vuoi, Clara”, le fo. “Qui sono conosciuto, mi fanno credito”. Lei sorride; è bello essere insieme a qualcuno certe volte, mi ritrovo a pensare; anche se in questo momento insieme a questa ragazza mi sento come sempre dentro alla solita gabbia, da cui probabilmente non riusciremo in nessun caso a tirarci fuori, né io e neppure lei; e poi finiremo soltanto per fingere di essere liberi.

            Bruno Magnolfi