martedì 23 marzo 2021

Dettagli di memoria.

 

            Oggi il mio vicino di casa mi ha chiamato per nome, facendo sentire la sua voce leggera dal  giardinetto sul retro della sua abitazione, confinante con il mio. Ho atteso un momento per essere proprio sicuro di aver compreso bene, quindi mi sono appena affacciato sulla soglia socchiudendo la porta vetrata che immette là dietro. Ho detto a voce alta che purtroppo ero impegnato in quel preciso momento, in questo modo prendendomi un po’ di tempo prima di tornare ad uscire per ascoltare sicuramente un altro dei suoi tanti stupidi argomenti con cui ogni tanto mi intrattiene. Non lo sopporto, questo è il punto, specialmente quando attacca con le sue considerazioni generiche sul mondo, oppure attorno alle sue piccole attività casalinghe. Ogni volta che ha da dirmi qualcosa, sembra che intenda mettermi al corrente di chissà quale segreto di stato, abbassando la voce ed usando frasi e parole circostanziate, prendendo anche le distanze da ogni affermazione, e limitandosi a riportare ciò che ha letto o sentito. Sono rientrato nel mio appartamento, ho fatto qualcosa per impegnare almeno un po' di tempo, poi dopo circa dieci minuti sono uscito in giardino. Lui naturalmente era lì che mi aspettava. "Mi dica pure", ho fatto a voce alta come per mostrare una certa determinazione nel mio comportamento. Ma a quel punto il mio vicino, invece di parlare, mi ha mostrato, allungando il braccio per conservare la giusta distanza imposta dalle autorità sanitarie, una piccola fotografia stampata su cartoncino, un’immagine in cui era ripreso lui stesso, molto più giovane di adesso, intento nell’osservazione di qualcosa fuori dal campo visivo dell’obiettivo.

            L’istantanea mi è parsa subito particolare, insolita, come qualcosa che non si riesce ad afferrare del tutto, e difatti non saprei per nulla spiegare il motivo di quella singolarità, in ogni caso ho subito accennato ad un sorriso di compiacimento, quasi che comprendessi perfettamente che cosa lui intendesse sottolineare nel mostrarmela; ed anche se nell’immediato non ho detto niente, il mio vicino, ritirando verso di sé il braccio con la fotografia, ne è sembrato subito molto soddisfatto. Forse, non avendola più sotto gli occhi, ho immaginato che forse avrei dovuto notare qualcosa sullo sfondo, ma lui ha detto che era stata scattata esattamente l’anno in cui aveva preso in affitto la propria abitazione, ed allora tutto mi è parso più chiaro. All’epoca io abitavo già lì, e così ho immaginato intendesse dirmi che noi due siamo vicini di casa oramai da molto tempo, perciò ho socchiuso gli occhi con espressione ulteriormente compiaciuta, cercando di dare alla faccenda la stessa importanza che sembrava darle lui. Poi però ha detto: “avevo ancora il mio gatto quell’anno”, e così mi sono sentito del tutto fuori luogo, visto che non avevo mai notato che lui avesse avuto un gatto in passato. Mi ha guardato un attimo con gli occhi tristi, ed io ho detto soltanto: "già", sottintendendo che così è la vita, oggi ci siamo e domani non più, riferito però al gatto.

Stavo quasi per rientrare, quando lui ha detto che quel gatto adesso gli manca, e che se fino ad oggi non ne ha preso un altro esemplare, è stato soltanto per evitare di soffrire di nuovo come quella volta. Ho detto che comprendevo i suoi sentimenti, ma subito mi sono sentito ridicolo, e poi avevo voglia di terminare in qualsiasi maniera quella conversazione secondo me assurda, così gli ho spiegato che avevo lasciato a metà delle cose di cui mi stavo occupando, e allontanandomi dalla recinzione divisoria dei nostri giardinetti, sono rientrato nella mia abitazione. Ho visto con la coda dell’occhio che lui è rimasto fermo ancora per un po’, nella stessa esatta posizione di prima, come se io fossi ancora lì di fronte a lui, ma infine si è deciso a girarsi e probabilmente ad occuparsi di altro. Ognuno ha i propri problemi, ho pensato. E nel corso degli anni certe volte si resta colpiti da qualche ricordo che appare incancellabile. Ma questo tipo di memoria non è condivisibile, tutti lo sanno, tanto che non capita mai di dovere far fronte a situazioni del genere. E comunque, anche se ci ripenso, rimango convinto di non averlo proprio mai visto, quel gatto.

 

Bruno Magnolfi

lunedì 22 marzo 2021

Sarà tutto perso e inutile.

 

Spesso mi fermo ad osservarlo, il mio vicino di casa, naturalmente senza che lui possa accorgersi minimamente della mia presenza, nascondendomi con attenzione dietro la persiana di casa mia, oppure immobilizzandomi all'angolo del muro tra i nostri giardinetti confinanti, divisi per il resto da qualche metro di rete metallica, sul retro delle rispettive abitazioni dove mandiamo avanti le nostre esistenze parallele da una quantità di tempo quasi immemorabile. Lo scruto, lo studio, cerco di afferrare il senso dei suoi pensieri decodificando quei gesti consueti che gli vedo compiere più per abitudine che per necessità, almeno secondo me. Adesso che abbiamo tutti molto più tempo per starsene tra le mura domestiche, anche i particolari una volta irrilevanti appaiono improvvisamente, almeno per conto mio, un sicuro oggetto di curiosità e di interesse. Io cerco di scoprire soprattutto quali siano i motivi che spingono il mio dirimpettaio a mostrarsi quasi sempre così allegro, tranquillo, soddisfatto di sé, contento forse di quelle minime cose di cui si interessa. Ci deve essere un segreto dietro al suo comportamento immagino, così lo spio, proprio per riuscire a comprendere meglio e appieno, cosa io debba pensare di lui e quale giudizio darne. Perché alla fine, nonostante lo veda e lo conosca da parecchio tempo, mi pare tutto sommato un individuo sfuggente, estraneo, forse sconosciuto. Certe volte mi accorgo che riesce a trascorrere delle ore intere gironzolando nel suo giardinetto, e tutto questo soltanto per osservare, con minuziosità ed una lentezza quasi estenuante, i germogli delle poche piante che lascia crescere in un fazzoletto di terra circondato da uno stretto cordolo di pietre piane. Naturalmente a me pare impossibile perdere del tempo dietro a certe sciocchezze, però so quasi per certo che qualcosa mi sta ancora sfuggendo.

Quando mi vede lui naturalmente mi saluta, anche per dieci volte in una stessa giornata, aggiungendo subito quelle sue piccole frasi consuete: "come va?"; oppure: "oggi c'è il sole"; o ancora: "ormai è già venerdì", come se attendesse da me chissà quali risposte o inizi di conversazione. Io invece mi limito in tutti questi casi a fare verso il suo indirizzo una smorfia sorridente, senza poi neppure tornare a guardarlo, e lui fortunatamente non insiste con le sue osservazioni che per lo più ritengo persino insulse. Quindi riprende imperterrito ad occuparsi delle sue cose. Lo sento certe volte che sbatte qualcosa per terra oppure su qualche parete, ed è forse una propria maniera per mostrare che lui c’è, è presente, sta lì tra le sue stanze a perdere del tempo e ad inventarsi qualcosa che magari ritiene persino utile. Lo tollero, questo è il punto, perché so bene che con tutte le trovate che riesce ad adottare in qualsiasi momento, non riuscirà mai a mostrarsi agli altri come una persona completa e interessante. Certe volte ascolta della musica, ma lo fa senza esserne orgoglioso, anzi, tenendo il volume del suo impianto quasi al minimo, come si vergognasse delle proprie scelte, ed il fatto che quelle che ascolta appaiono tutte registrazioni ormai datate, ne fa un cultore di materiali vecchi, privi di freschezza e di originalità.

Infine incontro il mio vicino qualche rara volta anche mentre esce di casa, ed allora lo inquadro subito nei suoi modi particolarmente attenti ad ogni comportamento da adottare in mezzo agli altri, ad iniziare da quel vestiario che, si vede, ci tiene molto ad indossare, come avesse un profilo pubblico ben diverso e separato da quello privato. Mi sembra quasi ridicolo, devo dirlo con sincerità, in quella sua pretesa piccola eleganza, ridotta a dei termini discreti, senza sfacciataggine, come se il suo aspetto rispondesse perfettamente ad un canone preciso, secondo il quale i colori dell’abbigliamento, ad esempio, si devono accostare sempre con gusto, ed ogni dettaglio non appaia mai legato al caso. Vorrei quasi evitare di salutarlo, quando lo incontro dal droghiere  oppure presso qualche altro negozio della zona, mentre naturalmente ci teniamo a debita distanza, ma è più forte di me l'abitudine, così rispondo come sempre con il mio solito saluto al suo cenno composto, fingendo quella cortesia che sembra del tutto naturale, proprio come se fossimo due vecchi conoscenti.

 

Bruno Magnolfi



venerdì 19 marzo 2021

Disperso chissà dove.

 

          

            La terra è dappertutto. La sento scorrere tra le dita della mano: è scura, morbida, composta di tanti minuti frammenti vegetali e minerali. Mi muovo sulla scarpata accanto al torrente, dove cresce qualche ciuffo d’erba qua e là, ed osservo tutta la zona più vicina, estesa sul piano di campagna allontanandosi da me a perdita d’occhio, fino ad una striscia dove una nebbiolina impalpabile riesce come a sfumare e a confondere i colori della valle con l’aria e il cielo terso. E poi immagino subito la battaglia ingaggiata proprio là, sopra quel piano; lo scontro tra una moltitudine di uomini robusti, sicuramente decisi ed anche energici, protetti però un poco alla meglio, con gli occhi ben sgranati, con le mani ingombre di qualsiasi cosa in uso per offendere, ed i piedi piantati con forza proprio in quella terra, come se fosse quella tutta la loro possibile salvezza, il sostegno ed anche il riparo ad ogni loro immutabile destino. Tutte sciocchezze quelle della storia: ciò che conta è ora, si dice spesso; il resto è un deposito omogeneo di resti indifferenziati, penso anch’io. Però c'è qualcosa che mi chiama in questo vasto pianoro senza gli alberi, come una voce grave che scaturisca fuori direttamente dal composto umido sotto ai miei piedi. Resto in ascolto, come aspettandomi di sentire ancora un piccolo richiamo, un qualche lamento, un grido di dolore. Disperso in guerra, recita la dicitura messa a punto dai vari governi ad indicare chi è sparito dentro un vortice violento, forse morto ammazzato, ucciso dal nemico, forse nascosto sotto falso nome, magari rifugiato chissà dove, come un eremita, a vivere alla pari di un qualsiasi animale di boscaglia, pur di non essere parte di una cosa inaccettabile.

            Mi muovo leggermente nella mia silenziosa solitudine, poi vado a sdraiarmi sul campo più vicino, ad ascoltare come fosse un suono reale quel probabile miscuglio indistinto di grida e di voci confuse tra di loro, e a saggiare meglio e di nuovo il contatto con la terra, la sua solidità fissata da sempre in infinite superfici ricoperte dal tempo con altre e nuove superfici, e mi immagino alla fine anche la polvere millenaria accumulata, adagiata dalle stagioni poco per volta sopra tutto quanto, come una coperta calda. Rifletto su quegli uomini ormai vinti, insieme anche a qualcuno tra quelli vittoriosi, feriti a morte e finiti inesorabilmente a terra, per andare ad abbracciarsi là sopra e a confondersi infine tra di loro, per ritrovarsi poi, poveri corpi martoriati, affondati nella terra poco per volta, come navi sbattute dai marosi, con le loro armi, tutte le energie disperse, e gli ultimi pensieri dell’esistenza che d'improvviso sfugge loro in quell’ultimo attimo di presenza in questa vita, senza alcuna possibilità diversa. Disperso: infruttuose le ricerche, se davvero sono state fatte, nel ritrovare un giorno i poveri resti, pur avendoli cercati in mezzo a tutto quanto come si fa generalmente per un oggetto senza un vero valore e di rapido degrado, e poi abbandonato così, forse nel luogo più adeguato a diventare semplicemente terra per l’agricoltura, penso.

Ecco, questo è quello che adesso vedo proprio qui davanti a me, quello che sento con le dita in mezzo ai fini frammenti di tutto il materiale che compone questo terreno della campagna abbracciata dal mio sguardo. Poi riprendo il sentiero che senza fretta si inoltra fino alle prime case del paese, dove i vivi mandano avanti le loro attività con la consapevolezza dell’importanza del presente, spesso superiore ad ogni tipo di memoria. Per strada incontro una donna sorridente che volentieri mi saluta, ed io naturalmente rispondo subito al suo cenno, chiedendole se fosse a conoscenza, in mezzo a tutte quelle dolci colline, di quale vallata avesse visto trucidati quei poveri partigiani che in tempo di guerra si dice tentarono una sortita contro un gruppo di tedeschi acquartierati in quelle case poco lontano. “Non saprei”, dice questa donna soffermandosi un momento; “però ha ben poca importanza, tanto la terra li ha inghiottiti tutti, come non fossero neppure mai esistiti”. Scuoto la testa come per annuire alle sue parole, anche se non credo molto a quella conclusione. Quindi la saluto e poi proseguo. Questo è il caduto vero, penso adesso; colui che è stato dato per disperso, che è morto proprio anche per gli altri, e che noi tutti non siamo stati neppure capaci di immaginare veramente, neppure nel suo attimo finale.

 

Bruno Magnolfi  

venerdì 12 marzo 2021

Nessun disturbo.

 

            Mi sono ficcato in un angolo. Mi tengo le ginocchia e sto rannicchiato. Cosa m’importa di tutto il resto, sto qui da solo con le mie ossa, tanto non c’è nessuno che mi cerchi, che mi voglia, che abbia bisogno di uno come me. Non sono ubriaco, il fatto è che in questo momento non riesco neanche più a fare un ragionamento che abbia un minimo di logica, tanto vale che mi lasci andare, già sono dimagrito parecchio per i pasti saltati, e poi questa febbre che sento rialzare ogni volta che soltanto ci penso, sono certo sarà di sicuro proprio quella che mi porterà via. Nel mio rifugio di animale braccato oramai non c’è niente, soltanto delle scatole di cartone e qualche coperta, come servissero delle cose del genere a tenere lontano questo malessere che non accenna ad allentare la morsa. Però, anche se stessi bene, in fondo sarebbe la medesima cosa. Se vai in giro le persone per strada neppure ti vedono. Perché tu sei soltanto il niente, un elemento di qualche sondaggio, un fastidio per tutti, diciamolo chiaro, anche per coloro che lo negherebbero con forza se soltanto ne avessero voglia. Non mi va di andare in un ospedale, lì sarei di nuovo soltanto un numero, un corpo sdraiato su un letto in cui infilare degli aghi e su cui tentare cure che in seguito potrebbero soltanto servire a qualcun altro. Voglio starmene qui, con la mia febbre sudata, ad aspettare la fine che mi farà sfuggire a tutti i pronostici, a ciò che qualcuno sicuramente ha già deciso per me.

            Ho una bottiglia di riserva da qualche parte, ma ne ho preso soltanto un paio di piccoli sorsi, il resto lo tengo per i momenti difficili, perché tanto lo so che le cose non potranno altro che peggiorare per me. Potrei mettermi qui a ripensare al passato, convincermi persino che non ho alcun rimpianto, e se è andata così è perché non c’era nessun’altra possibilità per uno come me, e questo che sono diventato rappresenta semplicemente il meglio di tutto quello che avrei mai potuto fare. Però evito certi ragionamenti, non portano mai a niente di buono, perché tutto quello che conta davvero è soltanto il presente, il resto è soltanto un mescolo di nostalgie e sentimentalismi senza uno scopo. La mia febbre sale, la sento, ho la fronte sudata, ho voglia di chiudere gli occhi senza pensare più a nulla, anche se un minimo di me avrebbe ancora voglia di reagire, di scuotersi di dosso la malattia, di lottare, perché tutte le cose per me sono sempre state una terra di conquista, qualcosa da guadagnarsi a morsi di fame, come fossi un bastardo disperato giunto dalle steppe di chissà dove per accaparrarsi almeno qualcosa, un pezzo di pane, un cucchiaio di minestra, a giustificazione di tutto lo sforzo compiuto, della strada percorsa, di questa fatica infernale impiegata ogni giorno senza mai riposarsi, fino all’estremo, fino a ritrovarmi spossato, senza più forze, sfinito.

            C’è l’infermiera adesso che dice forte il mio nome nell’aria tiepida di questa camera, che cerca in qualche modo di scuotermi, di liberarmi almeno in parte da questa nebbia che è rimasta attaccata ai miei occhi, mentre a me verrebbe soltanto da ridere: non ci sarà alcuna salvezza sotto alle bianche lenzuola  di questo letto, non c’è futuro per me, perché non ho più voglia neppure di pensare a me stesso, di convincermi che sono persona, uno come tutti, e che posso ancora dire: sono qua, un individuo che possiede una personalità, una volontà, un proprio ragionare, perché non è vero. Sono soltanto quello che volete che sia, ma non è colpa vostra, sono le cose che stanno in questa maniera, e tutto è capitato senza un disegno preciso, come se il caso avesse voluto giocare con noi. “E’ ancora alta la febbre”, dice il dottore, “dobbiamo far questo, e poi anche quest’altro, e ancora provare”. Lasciate perdere, penso ancora io rannicchiato come sto dentro al mio corpo; non serve a niente darsi tutto questo disturbo, le cose si sono messe in questa maniera, non avverrà alcun miracolo, sarà molto meglio per tutti che io mi tolga dai piedi e lasci a coloro che restano un ricordo almeno positivo; oppure niente, perché tanto quello che è stato fino adesso è soltanto qualcosa da dimenticare, e il mio presente non riscatta nemmeno una parte del mio essere stato. Perciò arrivederci, penso con ironia, la mia febbre è la più forte di tutti, e sicuramente avrebbe vinto lo stesso, anche se non le avessi dato il mio aiuto per trovare la strada migliore e più facile.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 6 marzo 2021

Verrà da solo.

  

"Sto bene", dico al telefono. "Davvero; ho qui tutto quello che mi serve, in questo mio appartamento; c'è il frigo pieno ed anche qualsiasi altra cosa mi possa permettere di tirare ancora avanti molto tempo, soprattutto per dedicarmi interamente alle cose che mi piacciono di più: leggere, studiare, lavorare, prendermi cura di me stesso, seguire in piena calma i miei interessi; e in questo modo posso anche lasciare queste giornate, in apparenza piuttosto vuote, trascorrere tranquillamente come sempre, senza provare dentro di me alcuna nevrosi, muovendomi avanti e indietro in queste tre semplici stanze in cui comunque non manca proprio nulla, e dove riesco persino a sentirmi soddisfatto, almeno certe volte". Poi passo ai saluti e chiudo la telefonata, quindi riprendo il mio lavoro di progettista sul grande elaboratore grafico a due schermi, senza alcuna angoscia, anzi con leggerezza. In fondo cosa m’importa di stare in uno studio pieno di persone che vanno e che vengono, quando ognuna di loro poi è pronta a gettare più di uno sguardo indagatore su ciò che stai facendo, magari senza dire neppure una parola, né in bene né in male, forse anche per evitare malintesi qualche volta. Non serve a nulla comunque avere a disposizione l'opinione degli altri se questa resta muta, e non è utile che tutti abbiano gli occhi per scrutare ciò su cui stai lavorando se poi non ti è possibile assolutamente fidarti del loro parere, almeno quando viene manifestato. Meglio da soli, e magari sbagliare inconsapevolmente.

Accendo la radio, e qualcuno da là dentro dice subito che il futuro in questo momento resta molto incerto, le cose non sembrano andare troppo bene, e molte persone ogni giorno stanno rimanendo indietro, sempre più indietro, inevitabilmente. Lo capisco ciò che viene spiegato così bene, non è un momento facile, e quando si verificano accadimenti di questo genere sono sempre i più deboli a rimetterci, e poi anche chi non è capace di cambiare, di modificare il proprio pensiero, di stare al passo con gli avvenimenti insomma. Lo studio di progettazione di cui faccio parte mi invia regolarmente i lavori di cui occuparmi, e salvo qualche telefonata di chiarimento, il resto scorre bene e senza grandi intoppi. Certo, rifletto, le cose potrebbero ingarbugliarsi da un momento all'altro, gli affidamenti e le gare farsi più rarefatte, il flusso di richieste venire meno poco per volta. Potrei restare senza commesse anche da un attimo a quello seguente, ed allora sarei costretto a mendicare il lavoro, spedire richieste, raccomandarmi a chi conosco, umiliarmi nell’accettare impegni inferiori, proprio come già stanno facendo in molti anche nel mio settore.

Non posso pensare però a tutti gli inconvenienti possibili, potrei perdere la serenità che mi serve per portare avanti ciò a cui sto lavorando, e quindi mi sento subito spinto a spegnere la radio, anche se poi mi limito a sintonizzarla su un diverso canale che in questo momento trasmette della musica. Devo stare tranquillo, mi ripeto ogni volta che qualcosa mi innervosisce; cercare la maniera migliore per sentirmi a mio agio, anche se non posso certo uscire dal mio appartamento. Cosa importa, continuo a ripetermi, ho delle vetrate luminose che mi permettono una vista stupenda su tutta questa città, mi ritrovo continuamente immerso in mezzo alla gente, alle case, alla fretta del traffico, alle attività che ciascun individuo si trova ad intraprendere in ogni momento, anche se non posso realmente vederle. Immagino però tutti quanti di corsa, come è sempre stato peraltro, alla ricerca continua di soluzioni possibili per i propri bisogni, come è giusto che sia.  

Poi vado a sedermi sulla mia poltrona preferita, e resto lì a lungo ad immaginare i prossimi mesi e gli anni: silenzio, rarefazione, la città che sempre più diviene semplicemente un contenitore di individualità, senza quasi permettere più alcuno scambio, mentre le persone deboli vagano per strada cercando di ritrovare le abitudini di un tempo, i luoghi ora deserti deputati una volta ad incontrarsi. Suona il telefono, mi alzo di colpo, corro a rispondere: non c’è nessuno dall’altra parte, forse è stato un errore, rifletto, probabilmente avvengono ogni tanto dei falsi contatti nella rete che gestisce le comunicazioni. Devo progettare penso, è il mio mestiere. Devo avere fiducia, spingermi in avanti, immaginare la mia città ancora viva, capace di raccogliere ogni stimolo per provare a migliorarsi. Il resto verrà da solo, poco per volta, ne sono certo.

 

Bruno Magnolfi

 


domenica 28 febbraio 2021

Fuori di me.

 

Da un po’ di tempo non sono più me stesso, penso. Ho attraversato questi anni senza preoccuparmi quasi di nulla, ed adesso mi ritrovo a dover fare i conti con tutto ciò che spesso ho tralasciato. Non ero così, è chiaro, però quando mi sono reso conto che non interessavano nessuno le mie presunte doti, ho deciso di comportarmi in altro modo. Sono sempre stato da solo, forse perché cercare gli altri vuol dire anche accettare di mettersi spesso in discussione, e in ogni caso nessuno tra chi mi stava attorno ha mai chiesto di me, come se fosse già difficile ricordarsi la mia faccia ed il mio nome, o che comunque c’ero, oppure che in un modo o nell’altro, prima o dopo, c’ero stato. Insomma il trattamento nei miei confronti è sempre stato, direi, come di una sopraffina qualità della più leggera indifferenza, o se si vuole, di un grossolano fregarsene di me e di che cosa rappresentassi, in qualsiasi caso, comunque sia, in un modo assolutamente serio e ponderato. Ho riflettuto qualche volta intorno ai motivi scatenanti che possono aver generato una volta o l’altra tutto questo, però è stato molto più facile da un certo punto in poi voltare le spalle in fretta a tutti quelli che incontravo, in maniera tale da non soffrire neanche un briciolo di quel loro atteggiamento, almeno fino a quando non ho deciso del tutto di cambiare.

Non ci vuole molto a mettersi in mostra, ho iniziato a pensare ad un certo momento, così prendendo spunto, durante un giorno qualsiasi, da quello che notavo in tutti gli altri, ho semplicemente spalancato la finestra del mio appartamento al terzo piano, ed ho iniziato a gettare nella strada tutto quello di cui non avevo più necessità o che mi sembrava superfluo nelle mie stanze. Naturalmente prima mi ero barricato in casa chiudendo a chiave qualsiasi serratura, e a tutti quelli che dal marciapiede hanno iniziato a guardarmi e poi a gridarmi delle cose, non ho risposto affatto, proseguendo imperterrito a finestra spalancata con la mia semplice attività, nell’attesa certa che venissero chiamate, da un attimo all'altro mi immaginavo, le forze dell’ordine. Poi quando ho visto i lampeggianti ho fatto subito la faccia contrita e l’espressione di chi si pente realmente di essersi comportato in modo così poco cortese verso tutti. Ho aperto subito la porta di casa alle divise, e mi sono consegnato come fossi seriamente pentito di ciò che avevo fatto. Niente di particolare, nessuna delle guardie ha ravvisato nei miei comportamenti un vero attentato alle persone oppure ai loro beni, così tutto si è dissolto in fretta come una grande bolla di sapone. Anzi, qualcuno nella strada ha raccolto le mie cose e se l'è persino portate via.

Il vicinato così ha iniziato a parlare di me come di un tipo strano, un mezzo matto, da tenere sicuramente a distanza, e questo atteggiamento chiaro e scoperto ha subito provocato tra i miei pensieri delle reazioni assolutamente positive. Parlare da solo, ridere per strada senza motivo, gesticolare in maniera inconsueta, tutti atteggiamenti che mentre li adottavo mi hanno fatto immediatamente sentire libero di fare tutto quello che desideravo. Ho subito una trasformazione, penso adesso, ma se ci rifletto bene, molto di quello che sono oggi probabilmente era già dentro di me persino ieri. Un anziano vicino di casa mi ha chiesto poi con un debole sorriso sulla faccia, quale fosse lo scopo finale del mio gesto, cioè quello di scaraventare tutta quella roba dalla finestra del mio appartamento, ed io ho iniziato a ridere, senza rispondere, solo ridendo come per una storiella simpatica che avessi appena ascoltato. Alla fine sono salito per le scale e mi sono chiuso in casa. Che m'importa degli altri, ho pensato; cosa mi interessa delle opinioni di questo vicinato senza alcuna qualità. Voglio andare avanti con le mie cose senza più usare alcun riguardo per il prossimo, sia per chi in un modo o nell’altro mi conosce, magari anche soltanto di vista; sia per chi non si è mai interessato di un individuo anonimo come posso essere io. Basta, azzero tutto, non si troverà più traccia di me tra poco tempo.

 

Bruno Magnolfi

 


lunedì 22 febbraio 2021

Parente stretta.

 

           

            “Giungono poi giornate in cui mi prende l’angoscia”, dico a questa mia cugina che non vedo quasi mai, e che oggi invece è venuta da me per farmi una visita di cortesia. “Anche se non trovo un vero motivo scatenante per questa sensazione, comunque è così che mi vanno le cose, e non riesco a farci un bel niente. In questo quadrato di palazzi poi ognuno sembra vivere per conto proprio, e non c’è verso di riferirsi a qualcuno per farsi dare una mano, un consiglio, o almeno parlarne. Così ogni volta che accade prendo la mia utilitaria scassata e dopo un giro in periferia da sola arrivo fino alla bassa collina più vicina, dove non ci sono intorno delle abitazioni, e così posso fermarmi da qualche parte tra gli alberi e la radura. Scendo dall’auto ed inizio ad urlare, con quanta voce mi trovo nella gola, anche stendendo il busto e muovendo le braccia, sfogandomi al massimo. L’ultima volta, saranno dieci giorni fa, dopo un po’ arriva un signore, forse un raccoglitore di funghi o che so io, e da una certa distanza mi chiede qualcosa che le mie orecchie non comprendono affatto. Tutto bene, gli fo con un vago sorriso, sto soltanto provando la voce, dico anche per darmi un contegno. Lui grattandosi la testa si allontana, ma rimane a guardarmi da dietro i tronchi degli alberi”. Mia cugina adesso mi guarda quasi con la stessa aria di sospetto manifestata da quell'uomo, cioè come fossi una donna completamente matta e senza rimedio. "Poi sto meglio", le fo.

            Preparo il caffè: mi chiedo, mentre sistemo le tazzine su di un vassoietto, per quale motivo mi sia messa a raccontare una cosa del genere proprio a lei. Ha soltanto due anni meno di me, ma è sempre stata una persona perfettina a cui non pende mai un capello, tanto è il bisogno per lei che tutto fili assolutamente per il verso giusto. Non comprenderà mai il mio disagio, rifletto pur non concedendo troppa importanza alla cosa. “Secondo me dovresti parlarne con il tuo medico”, fa mia cugina che tratta immediatamente quell’argomento come un qualsiasi raffreddore o mal di schiena che possa essere. “Sicuramente potrebbe darti una cura, oppure un farmaco da assumere al bisogno, tale che possa comunque regolare ogni tua indisposizione”. Sorrido, lo so, è colpa mia, e torno a pensare chissà mai perché ne ho parlato proprio con lei, con la persona maggiormente sbagliata con cui potessi fare una cosa del genere; in ogni caso adesso inizio subito a discorrere di un diverso argomento, e cerco così di smontare d’importanza tutto quello che le ho spifferato fino a questo momento, penso di colpo. Ma lei annusa la storia, butta giù il suo caffè, e poi inizia subito a dire che adesso deve proprio andarsene, e che era soltanto di passaggio, giusto per un salutino.

Capisco che non voglia rimanere impigliata in mezzo ai miei guai, e piuttosto sarebbe disposta a far finta di non aver neppure sentito quello che le ho detto finora. Perciò inizia a montarmi il nervoso, e d’improvviso le dico: “guarda che questa cosa non la sa proprio nessuno, l’ho detta giusto a te perché sentivo la necessità di dirla a qualcuno della mia famiglia, e forse difatti mi sento già meglio per aver condiviso con qualcuno un segreto, ma proprio per questo motivo, trattare adesso questa cosa in maniera superficiale, o peggio con indifferenza, mi getta ancora di più nello sconforto totale”. Ci misuriamo a fondo per un attimo, guardandoci in faccia per brevi momenti, ma forse a me sta tremando una palpebra, e mia cugina senz’altro si è accorta della mia agitazione. Sicuramente a lei sta esplodendo la preoccupazione: “questa può dare di matta da un attimo all’altro”, pensa di sicuro; “devo uscire al più presto da questa stamberga disordinata, e non farmi rivedere qua dentro da sola per nessuna ragione”. Resta seduta, ma con le ginocchia vicine tra loro e i muscoli tesi, pronta ad alzarsi e ad andarsene al minimo spiraglio di possibilità che le offra.

Perciò le dico che sono depressa, anche se non è proprio vero. In questo momento voglio giocare a trattenerla il più a lungo possibile, voglio mostrarle il lato più vero di un forte dolore, e voglio che lei faccia la sua parte fino alla fine; sono persino disposta a mettermi ad urlare se serve, e chiederle ad occhi spalancati di tenermi le mani, oppure obbligarmi in qualche maniera a restare seduta, magari bloccandomi da dietro. Poi però provo pena per lei, così mi alzo e con tutta la calma possibile, vado fino alla porta del mio appartamento e la apro, anche perché mi è passata del tutto la voglia di sopportarla ancora tra i piedi, con la sua faccia pulita da donna perbene.

 

Bruno Magnolfi