venerdì 5 novembre 2021

Piccole soddisfazioni.


            Giro la mano che la sorregge, osservo con occhio clinico la lucentezza e i riflessi del metallo, quindi decido di dare a tutta la superficie un’altra passata col panno imbevuto di crema, almeno nei punti più in vista. Lucidare la tromba è diventata per me un’ossessione, nonostante certe volte sia molto attratto dal lasciare lo strumento alla sua natura opaca, sporca, vissuta, come fosse costituita soltanto di suono, e non di materia. Ma in me c’è anche il desiderio di tirar fuori, sempre e comunque, la sua voce migliore possibile, quel timbro caratteristico che cerco di mettere a punto in solitudine e con grande pazienza, adattando in varie maniere il mio labbro all’imboccatura, sperimentando con calma le diverse impostazioni, come le dita sui pistoni, e mettendomi alla ricerca delle vibrazioni che magari mi sembrano ogni volta quelle più adatte. Suono la tromba quasi sempre con una sordina leggera ben innestata, gustando appieno la risonanza di tutto il suo corpo, e comunque, quello che non mi piace per niente del mio strumento, resta proprio la sua natura squillante, per cui sono cosciente di soffiare dentro al canneggio quasi cavalcando un reale controsenso, nello sviluppare cioè la sua preziosa capacità di essere anche morbida, soffusa, persino delicata. Comunque posso tentare da solo qualsiasi esperimento, ma quando mi ritrovo in sala prove a fare musica insieme agli altri ragazzi, tutto improvvisamente mi appare diverso.

            Perché la propria personalità sullo strumento da sola non basta, non riesce a mostrare la confluenza di idee e di pensieri che è necessaria per raggiungere la fusione di tutti gli intenti in uno stesso manufatto sonoro. Noi suoniamo del jazz attuale portato all'estremo, una sorta di dialogo musicale complesso, senza uso di suoni elettronici, adoperando per ogni brano qualche manciata di regole armoniche le più varie, in certi casi anche adottate da epoche diverse dalla nostra, che poi seguiamo e rispettiamo, tentando però in varie maniere di superarle, sempre in un'alternanza continua di spinta verso un possibile limite. L'introduzione del pianoforte, come strumento centrale e principe della musica occidentale, all'interno della nostra formazione, forse era già nell'aria da qualche tempo, ma nessuno di noi sapeva bene come riuscire a collocarlo adeguatamente tra le nostre sonorità. Poi è arrivata Franca, e in un attimo ha risolto ogni dubbio. Lorenzo crede ancora di essere stato lui a presentarci questa brava pianista dagli studi classici, ma non è del tutto vero. Il fatto è che inconsapevolmente ne sentivamo tutti la mancanza, perché era come se non avessimo ancora il perno esatto attorno a cui far ruotare tutto il resto.

Naturalmente non sapevamo bene come avremmo reagito individualmente noi del gruppo, così come non era scontato che una ragazza sensibile e anche attenta come lei potesse davvero inserirsi adeguatamente in questa formazione. Ma già i primi risultati sono apparsi ottimi, ed anche le registrazioni che abbiamo fatto in sala prove per analizzare in seguito l’ascolto dei materiali, lo ha dimostrato ampiamente. Lo sforzo più grande a cui siamo chiamati adesso è quello di superare la spinta individualistica di ogni componente, e di piegare i suoni e i fraseggi di ciascuno verso un risultato ancora più collettivo. Franca ha compreso al volo la nostra filosofia, e l’ha subito abbracciata appieno, rivestendo benissimo il ruolo che dagli inizi le avevamo richiesto.

Lorenzo la guarda con degli occhi particolari qualche volta. Si nota che è attratto da lei, dal suo padroneggiare quella tastiera, dalle sue conoscenze musicali, ma anche da quei modi eleganti e pacati, da persona che ama stare in disparte, tirando fuori comunque un proprio notevole temperamento appena iniziamo a suonare. A me personalmente, e devo dire anche agli altri ragazzi, non interessa poi molto se quei due intrattengono tra loro una relazione speciale oppure no, considerato che sono anche compagni di classe all’ultimo anno del liceo; a me basta che siano sempre così seri e determinati quando vengono a suonare con il nostro gruppo, anche perché, se non sbaglio, la formazione così composta come risulta adesso, potrebbe attirare un discreto interesse e una forte curiosità al momento di portare la nostra musica in qualche locale cittadino. Qualcuno ci noterà nei prossimi tempi, ne sono praticamente sicuro; e questo senza dubbio sarà per tutti noi il motivo più saliente di una grande soddisfazione.

 

Bruno Magnolfi      

mercoledì 3 novembre 2021

Nervi saldi, possibilmente.

         

            Va persino troppo bene, almeno per il momento, penso. I ragazzi hanno accolto Franca in una maniera quasi entusiastica nel nostro gruppo, e a dire la verità le sonorità e l'importanza basilare di un pianoforte in una formazione come quella di cui sono soltanto il batterista, ha quasi rivoluzionato davvero la maniera che fino a questo momento avevamo noi di fare musica. Però non mi aspetto che vadano avanti sempre così le nostre cose: prima o dopo qualcuno punterà il suo dito proprio su di me per incolparmi di aver portato un elemento destabilizzante tra di noi, e di questo poco per volta me ne sono praticamente convinto. Perché è evidente che se non troviamo la maniera migliore per darsi un energico sostegno l'un l'altro, e di mostrare la massima solidarietà tra di noi, soprattutto scegliendo più saggiamente i propri spazi sonori, qualche volta capiterà che uno o due tra di noi si sentirà praticamente giustificato a tirare fuori qualche gelosia in merito al proprio strumento, dando corda alla sensazione inevitabile di apparire un po’ in secondo piano rispetto al tempo trascorso, quando suonavamo soltanto in quattro: una reazione che potrà anche farsi seria se non riusciamo subito a tenerla sotto controllo. Questo penso.

            Credo peraltro di essermi messo in una situazione piuttosto difficile caldeggiando l’ingresso di Franca nel gruppo, e purtroppo soltanto adesso inizio a rendermene conto del tutto. Lei comunque è serena come non l’ho neppure mai vista da quando ho iniziato a conoscerla, e probabilmente si tirerà subito da parte se solo riesce ad intuire il suo possibile intralcio al percorso del gruppo, anche se sa perfettamente di non esserne causa diretta. E poi può darsi pure che superato il primo momento di entusiasmo per suonare davanti ad un pubblico di attenti ascoltatori, sia forse capace di mostrarsi meno partecipe delle nostre prove e dei nostri appuntamenti, considerato soprattutto anche gli impegni che sicuramente avrà nel futuro per seguire adeguatamente il suo percorso di studente del Conservatorio. A me piacciono sempre di più, sia il suo modo di fare, sia il carattere che mostra; e poi la grinta che tira fuori, la sua generale maniera d'essere, il suo inedito sorriso di adesso; ma anche di questo sono costretto a conservare in me una certa segretezza, per non apparire di parte in ogni scelta che adotto. Penso poi che anche a scuola le cose tra noi evidenziano la necessità di restare il più possibile riservate, soprattutto nei confronti dei nostri compagni di classe, specialmente i più impiccioni, che non cessano mai di porre delle domande spesso insidiose. Poi naturalmente c'è la nostra insegnante di letteratura, la cara signora Sarti, sensibile e attenta, che non ha mai sottaciuto, devo dire, la sua simpatia per il nostro banco scolastico, mio e di Franca, pur restando sempre imparziale nei suoi giudizi su tutti noi.

            Insomma, credo che la situazione si sia fatta piuttosto complessa, penso. Ma forse è proprio questo esattamente il momento di tenere il più duro possibile sulle nostre decisioni. Certo, personalmente vorrei essere più libero di manifestare i miei apprezzamenti, e forse mi dispiaccio parecchio di non poter esporre i sentimenti che provo, però poteva essere immaginabile fin dall’inizio che si evolvesse tutto in una situazione del genere, anche se per me non c’era altra strada per esaltare la vicinanza con Franca, almeno penso. Oggi la osservo mentre siamo in classe, al liceo, nascosto dietro ai miei occhiali da lettura, e mi sembra d’improvviso la persona che più desidero, quella per cui sono disposto a mettere in gioco quasi tutto, persino la mia batteria. Poi ci ritroviamo di nuovo con i ragazzi in sala prove, e allora devo ascoltare la musica che suoniamo con il distacco che serve, fino a sbottare e a prendermela proprio con lei, anche più del dovuto, quando mi sembra che il suo accordo arrivi in ritardo sulla battuta, oppure che il suo pianoforte imposti quasi una gara con le mie percussioni. Devo tenere i nervi saldi, penso allora. Mostrare tutta la capacità di stare dalla parte migliore, quella che non si lascia mai prendere dalle emozioni gratuite. Ma non è facile, lo ammetto, e non so proprio per quanto tempo potrà durare in questa maniera.

 

            Bruno Magnolfi   

         

lunedì 1 novembre 2021

Incolmabile distanza.


Mio padre fino a questo momento si è mostrato completamente indifferente alle mie attività musicali. Persino il fatto che io sia riuscita a superare l'esame di ammissione al Conservatorio, almeno per ciò che ha fatto vedere, non gli ha provocato alcuna reazione; che poi mi sia addirittura inserita in un gruppo di jazz, e con quello tenti prossimamente di suonare in qualche locale cittadino, forse gli ha suscitato addirittura un senso di silenziosa ripulsa, mescolando insieme in questo sentimento tutte quante le mie attività di pianista. Non ha importanza, già mi aspettavo qualcosa del genere, in ogni caso non voglio farmi influenzare dai suoi sottaciuti giudizi, né in un senso e neppure nell'altro. Porto avanti le cose che mi interessano, perseguo ciò che credo importante, senza tralasciare naturalmente tutto il resto. Ieri ho incontrato di nuovo Simone, il figlio della nostra cuoca, e mi è sembrato abbattuto, come se le cose non gli andassero bene. Non gli ho fatto nessuna domanda diretta, comunque, e lui non ha cercato di spiegare niente di sé. L'ho invitato al jazz club però, spiegandogli che finalmente avrei suonato là dentro col mio gruppo, giusto il prossimo venerdì. Mi è parso interessato, ha detto persino che forse ci sarà.

Anche a mia madre ho accennato che le prove col gruppo erano andate molto bene ultimamente, e che avendo ormai una buona decina di pezzi già pronti, eravamo stati invitati a suonare in un locale specializzato in musica dal vivo del nostro genere. Lei mi ha guardato senza riuscire sull'immediato a formulare un giudizio preciso; poi ha detto però che si sentiva orgogliosa delle mie scelte, e che sperava fossero proprio queste le cose in cui credevo davvero. Sono tornata nella mia stanza a provare qualcosa sul mio piano elettrico indossando le cuffie, ad improvvisare su qualche scala più difficoltosa, poi però ho smesso ed ho ripreso in mano i libri di testo del liceo. Con Lorenzo abbiamo deciso di cambiarci di banco, in maniera da non essere continuamente distratti dalla nostra voglia di parlare sempre di musica. Comunque non mi dispiace per niente sapere che lui sta adesso un paio di file dietro di me, che può vedermi quando gli pare, e magari immaginarmi ogni tanto mentre inseguo con degli accordi sulla tastiera quei difficoltosi tempi dispari della sua batteria mentale. Ci sentiamo molto più vicini adesso, devo dire, naturalmente grazie al fatto di suonare nello stesso gruppo di jazz, questo è il punto; e quindi per evitare che qualche insegnante più attento a certi dettagli iniziasse a prenderci di mira, abbiamo deciso di allontanarci, anche se solo su un piano squisitamente formale.

Mi sento bene, questa è il dato che ritengo più importante. Quando conosco adeguatamente le cose di cui si parla sono subito più sicura di me, e riesco così ad essere anche tranquilla. Le lezioni in Conservatorio sono già iniziate al pomeriggio, e almeno per il momento non mi sembra niente di difficile, anche se ho chiesto, nel caso manifestassi qualche problema, un aiuto da parte del maestro Bottai, che si è mostrato subito disponibile come sempre. Forse in tutto questo quadro, manca qualcosa di importante, ma per il momento non voglio pensarci, e lascio che le cose procedano come per conto proprio, dopo tutte le scelte che ho fatto. Quando sono vicina a Lorenzo mi sento quasi tremare: lo avverto, ogni volta che gli parlo, sempre più simile a me, come avessimo un canale speciale di comunicazione, e poi adoro la sua batteria, tramite lui mi pare addirittura che tutti i ragazzi che incontro siano improvvisamente migliori di come mi sembravano soltanto ieri. Lo ascolto chiacchierare ogni tanto, al cambio degli insegnanti, ma per me sembra quasi inutile con lui usare le parole ordinarie. Abbiamo un nostro linguaggio noi due, quella musica in cui fino ad oggi abbiamo mostrato di credere più che in tante altre cose.

Non so cosa potrà succedere nei prossimi tempi, ma oramai ho abbandonato l'idea di pensare al futuro, cercando di vivere il più possibile questo intenso presente. Resta mio padre, che attualmente sembra parlarmi, quando siamo a tavola, soltanto con dei monosillabi; ma non ha molta importanza: ho sempre sentito di essere molto diversa da lui, prima o dopo lo strappo più forte si sarebbe pur dovuto  manifestare. Non ritengo di fare niente di male: coltivo le mie scelte, cerco di dare corso alle cose in cui credo, penso che questo sia il massimo per le mie possibilità. Poi qualche volta osservo mia madre di nascosto: non posso certo essere come lei, rifletto; c'è una distanza formidabile tra noi, qualcosa che a me pare giusto si manifesti proprio in questo momento, quasi come un divario incolmabile.

 

Bruno Magnolfi


giovedì 28 ottobre 2021

Giornata ordinaria.


            Mi sento depressa, ultimamente. Però se anche ci rifletto con grande attenzione, non trovo dei motivi troppo evidenti per sentirmi esattamente così; piuttosto mi appaiono agli occhi tante piccole cose che un poco per volta sono riuscite a togliere molti dei miei sostegni umorali, contribuendo a questa mia vaga sofferenza. Perciò anche stamani esco da casa già malinconica, guidando da sola la macchina, anche se non ho proprio niente da fare a giro in città, se non svagare la mente. La signora Teresa mi chiede se sarò rientrata per l’ora di pranzo, ed io le dico di non preoccuparsi, che al limite quando torno mi arrangio da me con un piatto freddo. Forse è proprio questa stessa abitazione a farmi sentire a disagio: troppe stanze, la servitù che pare continuamente voler controllare tutto quanto, certe volte persino i pensieri. Carlo anche oggi non tornerà prima dell'ora di cena; e Franca, al rientro da scuola, consumerà qualcosa per pranzo in soli cinque minuti, senza neppure guardarsi attorno, per poi sparire come al solito nella sua stanza. Nessuno sembra aver bisogno di me, della mia presenza. Fintanto che mia figlia era piccola, sostanzialmente avevo un ruolo abbastanza preciso; adesso invece il mio compito è come svanito nell’aria, e Franca pare ormai una ragazza che sa prendere autonomamente le sue decisioni.

            Finita la giostra perciò, e posso andarmene a guardare le vetrine dei negozi del centro, dall’estetista, o ad incontrare qualche amica pettegola, tanto per riempire la mia giornata. Con mio marito le cose procedono come sempre, considerato che lui passa ogni minuto completamente immerso dentro ai suoi affari, e da molto tempo, di queste faccende, io e lui non se ne parla neanche, tanto sua moglie ne sta completamente al di fuori. Così perdo spesso le ore magari ad osservare il nostro giardino attorno alla villa, oppure a parlare di sciocchezze con la cuoca o la cameriera. Però spesso esco, proprio come in questo momento. Vorrei trovarmi qualcosa di coinvolgente di cui occuparmi, ma non è facile scegliere dal nulla un interesse che risponda in modo adeguato a delle aspettative del genere. Quando avevo vent’anni facevo la segretaria, ed il lavoro che portavo avanti mi piaceva davvero; se ci ripenso mi pare di aver perso qualcosa quando ho deciso di occuparmi soltanto della mia famiglia, però Carlo ha voluto così, ed io non ho saputo mai oppormi alla sua volontà. Adesso non ho neppure una persona vicina a cui parlare di queste cose, per cui mi restano soltanto questi pensieri, che proseguono a tamburellarmi dentro la testa.

            Non mi manca niente, proseguo a dirmi, però qualche volta mi sembra di vivere semplicemente in una gabbia dorata, dove pare ci sia tutto ciò che mi serve, meno qualcosa però di assolutamente essenziale, anche se non riesco a comprendere con esattezza cosa sia. Poi comunque mi svago, entro in qualche negozio per degli acquisti, e mi perdo nel misurare i miei gusti personali nei confronti di quanto mi viene proposto. Oppure certe volte mi vedo con un’amica dei tempi giovanili, ed andiamo in una sala da tè a parlare dei vecchi tempi o di qualche novità tra le persone che frequentavamo da ragazzine. Certe sere ci facciamo anche servire qualcosa di forte, ma non vorrei mai cadere nel vizio del bere: mi sembra del tutto inadeguato per una persona come io sono: una madre di famiglia, una signora, una donna perbene, a tutti gli effetti. Però tengo sempre una bottiglia nascosta in casa da qualche parte, e in certe serate un po’ grigie qualche bicchierino mi aiuta, mi rende quella leggera allegria che a volte mi pare di avere smarrito.

            Poi lavo i denti, naturalmente, e mi sciacquo la faccia, così quando rientra il mio Carlo, sono fresca e anche pronta per ascoltare tutto quanto possa aver voglia di dirmi, sempre che sia suo desiderio parlarmi, piuttosto che andare avanti con quelle sue inevitabili telefonate di lavoro. Mi è impossibile dirgli qualcosa di me, in queste condizioni: i miei problemi non possono stare sul medesimo piano delle sue attività; ed allora mi sento triste, malinconica, desiderosa soltanto di augurare la buonanotte alla mia Franca, e poi addormentarmi rapidamente nel grande e confortevole letto coniugale, azzerando così qualsiasi pensiero.

 

            Bruno Magnolfi 

          

mercoledì 20 ottobre 2021

Spingersi oltre.


            Dopo che ho finito di lavorare, già piuttosto tardi anche stasera, sono salito da solo sul mio macinino, tanto per farmi un giro in macchina e scolarmi un paio di birre che mi sono portato dietro, recuperate dal ristorante dove in questo periodo sostituisco un cameriere ammalato. Non ho assolutamente una meta, vago con calma guardando la notte sulle finestre chiuse delle case attorno alla strada che percorro, e in questo momento sembra quasi tutto immobile, come se proprio a nessuno, escluso me, venisse mai in mente di farsi un giro a quest'ora tra le strade illuminate dai miei fari e dai lampioni del quartiere. Infine vado a fermarmi davanti alla casa dove abita una tizia che conosco, tanto per vedere se fosse ancora sveglia e avesse voglia di raggiungermi. Le invio un messaggio e lei mi risponde; attendo un buon quarto d'ora, e infine eccola, silenziosa e sorridente. Si parte, e dopo poco andiamo a fermarci in un parcheggio in alto, da dove si vede un pezzo di città e di cielo stellato. Ci accendiamo le sigarette e si parla sottovoce, come per non disturbare.

            <<Lavoro saltuariamente, e mia madre cucina dentro una villa di signori>>, le dico. <<A me certe volte sembra impossibile che ci sia stata assegnata quest'esistenza minore, queste giornate quasi senza un vero scopo>>. La ragazza mi guarda, sorride; lei fa la cassiera in un supermercato, domani le tocca il turno del pomeriggio, e sembra che si accontenti di quello che ha, almeno così dice. Cambio argomento, sparo qualche stupidaggine tanto per ridere, poi, mentre scoliamo in fretta le nostre birre, ci prende il freddo pungente delle notti di tramontana. Rimetto in moto col riscaldamento subito avviato, dico che in serate come questa vorrei fare il pieno ed andarmene avanti fino a dove arrivo, magari in un posto di mare, a gustarmi la linea dell'orizzonte quando spunta l'alba. Lei non è il tipo di persona che pensi minimamente a cose come queste, non dice niente ma nella sua mente si è formato ormai un giudizio negativo, così ingrano la marcia e la riporto davanti all'abitazione dove vive con i suoi. Ci salutiamo, e a me provoca dolore restare di nuovo in solitudine, senza comunque decidere di tornare a casa e di andare a letto.

            Forse è colpa mia, penso, che non ho coltivato in questi anni neppure un sogno che fosse almeno alla mia portata. Probabilmente adesso potrei lottare per qualcosa, e così avrei magari una  speranza, uno scopo da raggiungere, e non soltanto questo scorrere ordinario di giornate identiche. Poi penso alla Franca, la figlia dei padroni di mia madre, ed al suo pianoforte, che sembra quasi un prolungamento di sé quando lo suona. Se ci rifletto lei è il mio mito, una che potrebbe tirare a divertirsi e basta, con tutto che è soltanto una ragazza, e invece si sottopone a studi, continui esercizi, prove su prove, cercando sempre la strada propria, tra tutte quelle note. L’ho ascoltata qualche volta, e mi ha lasciato una incredibile impressione, come se sotto alle sue dita ad un tratto si rompesse la membrana che divide le persone, e i suoi suoni andassero diritti a parlare di sé, dei suoi pensieri, delle sue emozioni. So che suo padre tenta di ostacolare il suo amore per il pianoforte, come se fosse qualcosa di sbagliato, una perdita di tempo e di energie. Ma so anche che lei andrà avanti imperterrita dietro alle proprie idee, perché è questo ciò che sente, e quanto lei desidera.

            Tra me e Franca non ci potrebbe mai essere una distanza maggiore di così, se proprio ci penso; eppure certe volte la sento quasi vicina, proprio come se stesse facendo qualcosa che in qualche modo riscatta l’esistenza anche delle persone sbandate come me. Io non so far niente, solo sentirmi amareggiato, e poi dare la colpa ad una cosa oppure all’altra, senza decidermi a cambiare. Adesso comunque faccio il pieno di carburante ad un distributore automatico in periferia, e poi spingo la mia macchina lungo la superstrada fino al mare, tanto per dimostrare che qualche volta so fare anche io una cosa che desidero. In fondo sono soltanto un mucchio di sciocchezze quelle che mi attraversano la mente, e la cosa migliore che posso fare qualche volta è smetterla di riflettere su questo, utile solo per infliggermi torture. Devo essere me stesso, penso, ed aprire il più possibile la mia personalità verso qualcosa che valga la pena in seguito di spingermi in avanti, e proseguendo sempre, se possibile, senza mai provare alcun rimpianto.

 

            Bruno Magnolfi 

sabato 16 ottobre 2021

Differenze di senso.


            Spesso mi trattengo in facoltà anche se sono da solo, una volta terminate le lezioni. Magari vago un po’ in silenzio nella biblioteca di istituto per rileggere con calma qualche dispensa, ma di fatto accarezzo già tra quelle mura le idee ingarbugliate che mi girano come sempre dentro la testa, e che mi portano ad immaginare il momento in cui sarò a casa dei miei, nella mia stanza, nel riprendere in braccio questo basso acustico. Qualcuno non mi prende sul serio quando spiego che suono questo strumento in un gruppo di jazz, perché tutti sono abituati al contrabbasso per questa musica, oppure al basso elettrico, ma a me non interessa niente, con l’uso di un paio di guanti leggeri riesco subito ad ottenere un suono caldo e corposo dalle mie cinque corde rivestite di bronzo. Certe volte nella mia stanza mi raggiunge Lorenzo, questo batterista ancora ragazzetto, magari anche per sostenermi mentre cerco di migliorare qualche passaggio dei nostri pezzi. Non ci conosciamo da molto tempo io e lui, però abbiamo una stessa sensibilità musicale, così quando gli faccio sentire qualcosa, lui sa dirmi subito in maniera fruttuosa che cosa realmente ne pensa.

            La musica possibile credo sia stata suonata già tutta negli ultimi decenni del secolo scorso, però concentrarsi nello sviluppare anche soltanto alcuni di quei vecchi materiali, spinge chi suona come me a vedersi aprire di fronte degli spazi musicali enormi, tanto da sentirsi portato ad andare sempre più avanti. Il mio basso risponde fedele ai miei stimoli quando lo suono, ed anche se non cerco di sfoderare chissà quale tecnica, mi sento spesso soddisfatto da quanto riesco a proporre agli altri del gruppo. In una formazione come la nostra il basso è un sostegno essenziale, e specialmente in certi pezzi tutto sembra girare attorno alle linee che riesco a disegnare con le mie timbriche. Per questo non ero del tutto d’accordo quando Lorenzo mi ha parlato con entusiasmo di questa pianista classica che avrebbe potuto venire a suonare con noi. Non ne vedevo del tutto la necessità, tanto più che con cinque componenti le cose ovviamente si complicano, ed anche da un punto di vista armonico per me suonare il mio basso si fa decisamente un po’ più difficile.

            Però nel momento in cui lui mi ha portato una registrazione di questa Franca mentre suona da sola sulla tastiera un pezzo proprio, mi sono reso conto che tutto con lei potrebbe essere davvero migliore. Il pezzo che questa ragazza ha messo insieme proprio per il nostro gruppo, appare subito estremamente complesso, però la sfida ad infilare tra i suoi accordi i miei suoni di basso, mi ha quasi elettrizzato solo ascoltando la registrazione, dando un impulso nuovo e inaspettato alle mie corde e ai miei suoni. Naturalmente dovremo attendere il momento in cui saremo tutti insieme in sala prove, quando cercheremo di amalgamare i nostri diversi strumenti, conservando comunque la matrice originale del gruppo. Attendo con impazienza quel momento, anche se so già per certo che sarà un esperimento dai risvolti piuttosto interessanti.

            Poi torno a casa con il mio zaino pieno di libri e di appunti, e subito dopo arriva Lorenzo, giusto per dirmi che oramai è tutto pronto per giovedì. Finalmente conosceremo questo fenomeno di pianista, penso io, e così si potrà vedere come organizzare la musica che verrà fuori insieme a lei. <<Non so se ho fatto bene a proporla>>, dice però adesso Lorenzo. <<Anche se non ci trovassimo troppo a nostro agio con lei, in seguito sarà sempre più difficile dirglielo, considerato che Franca ha anche un carattere chiuso e introverso>>. La musica è incontro e confronto, penso. Non è proprio possibile, al punto in cui siamo, preoccuparsi di sfumature che appaiono quasi senza alcun senso. Dobbiamo andare avanti, provare le soluzioni migliori, mettere insieme esattamente quelle idee che ci sembrano più adatte alla musica nostra, e questo è un percorso che può essere intrapreso soltanto lavorando per tentativi, scartando volta per volta ogni errore. Lorenzo mi guarda mentre accordo finemente il mio basso: è lui comunque quello che ha più entusiasmo di tutti, rifletto; e il nostro percorso può essere anche determinato da qualche intuizione naturalmente, mentre in ogni caso cerchiamo di essere sempre noi stessi nei fitti fraseggi che si riesce a produrre: alla fine è la nostra sensibilità da inserire nel gioco quella che conta, ed è la stessa che in un ambito musicale come quello che abbiamo scelto, farà sempre e comunque la vera differenza.

 

            Bruno Magnolfi   

domenica 10 ottobre 2021

Emozioni azzerate.

 

            Durante la mattinata decido di appoggiare il piccolo manuale che mi ha prestato Lorenzo, ormai un po’ di tempo fa, sopra al suo banco di scuola. Non dico niente, non lo guardo, i miei movimenti sono estremamente calcolati, perché quella sospensione rimasta tra di noi in questi ultimi giorni è ormai sempre più tangibile, e in ogni caso adesso non ho necessità di dirgli niente, se non confermargli, ma forse inutilmente, la mia evidente disponibilità. Lui finge disinteresse, cerca qualcosa dentro al suo zaino, si gira indietro, smuove i quaderni e anche le matite, infine riprende a tamburellare con le dita agili, come fa sempre. Poi si accorge del suo manuale di armonia jazz davanti a sé, e rapidamente ecco che lo fa sparire. <<Allora>>, mi dice, <<cosa facciamo?>>. Lascio trascorrere un minuto o due mentre ancora stiamo aspettando il prossimo insegnante in questa lunga pausa per il cambio di materia, ed alla fine mormoro soltanto, ma quasi con poca convinzione, che mi sento pronta. Lui tamburella, non mi guarda, è il mio compagno di banco, potrebbe essere il mio amico del cuore, forse però proprio noi due in questo momento mostriamo d’essere i ragazzi più distanti tra di loro, rispetto a tutti quelli che stanno qui nella nostra affollata aula scolastica. <<Per noi va bene>>, dice. <<Anche il prossimo giovedì>>, aggiunge.

            Torno a respirare, anche se riesco a non farmi accorgere della tensione che provo, e così con indifferenza rispondo subito svagata: <<perché no?>>, come se adesso avessi scelto proprio quello tra i miei tanti impegni di quel giorno indicato. Mi ha risposto al plurale, registro però con un attimo appena di ritardo, probabilmente nel gruppo ne hanno parlato a lungo e con opinioni diverse. Magari ne è nata persino una discussione, qualcuno avrà avuto probabilmente da ridire, e forse Lorenzo, anche per non apparire di parte, avrà detto che a lui non interessa affatto far le prove con questa mozartina, come probabilmente mi chiama in gergo. Vorrei piangere, non so neppure di preciso per quale motivo farlo, però desidero avere la forza di un vero omino, e in ogni caso è tutto a posto, rifletto, l’operazione intrapresa forse va avanti come previsto. In questi giorni sul mio piano elettrico ho tirato giù una traccia su cui lavorare con la formazione jazz di Lorenzo, se qualcuno vuole: una struttura complessa di accordi che sostengono una melodia quasi cromatica; ma non riesco ad inserirci un tempo credibile di batteria e neppure un giusto giro di basso.

Non so neppure se gli altri abbiano la capacità di leggere a vista una partitura, in ogni caso adesso non ha alcuna importanza, mi basta sapere che tra poco potremo tutti iniziare a nuotare nella medesima acqua, controcorrente senz'altro, ma col muso rivolto dalla stessa parte. Poi Lorenzo si gira per un attimo verso di me, ed anche se sembra incredibile, lo fa per sorridermi. Lo guardo un momento senza alcuna espressione, non so a cosa intenda fare riferimento, però adesso tutto mi piace, il freddo polare sembra accennare a stemprarsi, le cose pur complicatissime iniziano a prendere una forma più precisa. Giovedì sarà una giornata bellissima, penso, anche se non mostrerò mai ad anima viva il mio entusiasmo: arriverò fino alla sala prove con un mezzo pubblico, trascinandomi dietro la mia tastiera elettronica, poi faremo rapidamente le presentazioni, e poi tutto potrà iniziare a scorrere anche meglio di come abbiamo già previsto, sono sicura.

Le lezioni nella nostra classe di liceo vanno avanti anche stamani come sempre, fino alla campanella di fine orario, e Lorenzo come suo solito non mi dice più nient’altro, forse rispetta il mio bisogno di stare da sola in questo angolo del banco. Forse sono io che lo tengo a distanza, rifletto, ma non posso certo fingermi diversa da come sono per davvero. Qualcosa sta cambiando, penso con convinzione mentre raduno le mie cose prima di andar via, anche se non devo assolutamente dare importanza a ciò che sembra rinnovarsi, per evitare di soffrirne quando tutto andrà inevitabilmente in mille pezzi. L’ultima fase, se mai avverrà, si mostrerà terribile, ma io non ne soffrirò, essendomi sufficientemente corazzata avanti tempo. Scendiamo le scale nella confusione generale di tutti i ragazzi, e Lorenzo è avanti a me, fino al momento di uscire dal portone e ritrovare l’aria aperta; poi si ferma, mi trattiene con una mano sfiorandomi il braccio, mi guarda per un tempo infinito, poi dice: <<sono contento>>. Adesso posso proprio piangere.

 

Bruno Magnolfi