domenica 19 dicembre 2021

Vaghe certezze.


            Sopra gli scaffali della mia libreria, ma anche sul piano dello scrittoio, ultimamente si sono accumulati in modo disordinato decine di spartiti; e poi manuali di armonia e di teoria musicale, fino ad ammonticchiarsi là sopra anche numerose dispense attorno alle possibili interpretazioni delle note, insieme ai tanti altri libri, di qualsiasi tipo, riguardanti naturalmente il pianoforte e le guide pratiche per suonare del jazz. Ogni tanto cerco di consultare qualcosa tra tutte quelle pagine che ho acquistato con la mia bramosia di saperne di più, ma adesso ho la certezza che non avrò mai la possibilità materiale di studiare la maggior parte di quelle nozioni che sono riportate su tutta quella carta stampata. Non avrò mai il tempo che servirebbe per comprendere i tanti punti di vista, questo ormai mi è chiaro, perché le cose intorno a me purtroppo hanno preso a viaggiare ad una velocità superiore alle mie umane possibilità, ed io, specialmente in certi giorni, mi sento presa e risucchiata nella corrente di tutto ciò che di brutto e di bello mi sta succedendo negli ultimi tempi, senza riuscire a trovare dentro me stessa la possibilità di dirigere in autonomia la proiezione di questo ciclone di eventi. Sono preda di qualcosa che a tratti mi sfugge, ed allora mi agito, mi ribello, cerco di reagire, mi volto all'indietro nella speranza di decifrare meglio i miei passi.

Viene da me la Teresa, la nostra infaticabile cuoca, e con un’espressione severa, quasi senza dire neppure una parola, mi consegna una piccola busta ben chiusa, come se all'interno fosse contenuto un segreto o il risultato di chissà quale profonda riflessione. Prendo la lettera, la ringrazio, anche se non saprei neppure di cosa, poi, rimasta da sola, la apro con accuratezza ed anche con un minimo di titubanza. È un messaggio di Simone, suo figlio, che si scusa di quanto accaduto, e in due parole sostiene di non sapere neppure lui come sia potuto succedere tutto quanto. Dice che adesso ha un lavoro fisso, ed infine mi ringrazia per non aver spifferato a nessuno il suo nome. Infilo subito quel foglio di carta in mezzo ai miei libri, in un luogo sicuro, e poi rifletto che in fondo non avevo neppure ripensato negli ultimi giorni a quella faccenda, forse solo perché oramai è diventata a mio parere soltanto una storia spiacevole da archiviare, senza nessuna spiegazione da cercare. Piuttosto, adesso che suonare con il gruppo jazz di Lorenzo mi ha preso tutto l’entusiasmo possibile, non vedo l’ora di ritrovarmi con gli altri ragazzi per provare ancora quei brani, e registrare più volte tutti quei pezzi che abbiamo composto, fino a quando non si mostri evidente l’aver tirato fuori il meglio possibile del nostro quintetto.  

L'insegnante di Lettere oggi mi ha fermato nel corridoio della scuola, durante una pausa della mattinata, ma soltanto per dirmi, quasi sottovoce, che lei si sentiva orgogliosa dei miei piccoli successi musicali, pur provando una certa inquietudine per le tante strade a cui stavo dando prosecuzione. L’ho rassicurata come potevo, e lei mi ha detto comunque che i miei risultati negli studi non avevano mostrato comunque alcuna battuta di arresto; poi ha aggiunto che l’ultimo compito scritto mostrava, in mezzo alle mie parole, una maturità di pensiero che in precedenza forse non avevo mai manifestato. Quindi ci siamo salutate, ed ho lasciato di nuovo che Lorenzo, all’orario di uscita da scuola, mi accompagnasse fino alla fermata del mio mezzo pubblico. Lui lungo la strada ha parlato delle solite cose, ed io l’ho ascoltato con una certa attenzione, pensando distrattamente se fosse proprio lui il ragazzo con cui dare inizio ad una storia sentimentale. Ma subito dopo ho capito che questa idea non mi sembra proprio la migliore, anche se tutto in questo momento sembra spingerci l’uno verso l’altra. Probabilmente ha ragione la nostra insegnante: troppe cose si sovrapporrebbero confondendo in ambedue tutte le idee e gli entusiasmi; e forse era proprio questo che lei fra le righe mi stava suggerendo parlandomi nel corridoio. <<Ha ragione, signora Sarti>>, ho detto allora tra me stessa mentre dondolavo seduta sul mio mezzo pubblico. <<Il mescolarsi indistinto di tutte le idee non è un buon segnale. Bisogna far forza sulla nostra mente per cercare le cose migliori, piuttosto che lasciarsi andare alle tante forti emozioni>>. Poi sono rientrata a casa dei miei, ed ho salutato come sempre la mamma, prima di entrare nella mia stanza: <<sono ancora piccola>>, ho riflettuto dopo un momento; <<ci sarà tutto il tempo, da ora in avanti, per trovare delle certezze maggiori>>.

 

Bruno Magnolfi    

            

giovedì 9 dicembre 2021

Invenzioni legittime.


            Sto qui, accanto al mio pianoforte, ad osservare di nuovo la luce del giorno, che poco per volta si fa calda ed obliqua, nel trascorrere lento e costante del pomeriggio. Ieri è venuta da me la signorina Neri, a prendere una prima lezione riguardo a Chopin ed alle sue cosiddette “ballate strumentali”, nel tentativo legittimo e scoperto di comprendere maggiormente l’intenso approccio individualistico del grande pianista alla sua musica, ora che per lei, penso io, la tastiera si è fatta quasi soltanto fraseggio e dialogo rispetto alle timbriche e alle sonorità degli altri suonatori di differenti strumenti con cui adesso si intrattiene. Mi ha portato un ritaglio di giornale, dove si parla in termini favorevoli della recente serata di musica tenuta dalla formazione jazz - di cui la Neri fa parte - in un piccolo locale della città. Ho letto con curiosità quelle parole giornalistiche, ed anche se alcuni termini devo dire mi sfuggono, per il resto sono molto contento che questa ragazza, pur non lasciando lo studio classico del pianoforte, abbia trovato la forma che meglio si adatta alle proprie esigenze espressive. Naturalmente non ho mostrato con lei quasi nessun apprezzamento per questo percorso intrapreso, limitandomi soltanto ragionevolmente a prenderne atto.

            Adesso però sorseggio una tisana calda che mi ha servito la mia fedele Clara, e rifletto meglio sul percorso musicale di questa ragazza, così legato alla sua personalità decisa, combattiva, forte, come se le sue scelte fossero sempre delle vere e proprie sfide. La sua presenza mostra spesso però anche una certa timidezza, ed il suo essere particolarmente schiva, in qualche caso, la fa sembrare quasi poco sociale. Comunque, la signorina Neri ha imparato rapidamente molte cose intorno al pianoforte, ed oltre a possedere nelle mani oramai una tecnica eccellente, ha messo bene a frutto le idee nella sua testa, per capire in fretta quale fosse la propria strada da intraprendere. Non voglio essere un vecchio parruccone legato ai soliti, medesimi percorsi, ed anche se per me la musica rimane quella che ho suonato ed insegnato per decenni, però comprendo bene come i tempi che viviamo adesso abbiano proposto, nel corso specialmente degli ultimi periodi, alcuni modelli che neanche io posso spingermi del tutto ad ignorare.

            L’allargamento, durante tutto il periodo romantico, dell’area tonale della musica, fino all’estremo utilizzo, oltre alla selva in pentagramma di diesis e di bemolle, delle stridenti dissonanze, ed anche poi di quegli accordi che rendono il percorso armonico del tutto imprevedibile, ha fatto in modo che la forma si identificasse sempre di più con l’individualismo più sfrenato, con il sentimento, con la personalità stessa dell’autore. Questa ragazza adesso, con il suo piccolo bagaglio di libertà, è esattamente questo che cerca di minare nelle fondamenta, togliendo qualsiasi importanza agli elementi psicologici trasformati in dei fantasmi artistici dai grandi autori del passato, figure proprio come lo stesso Chopin. La musica, secondo lei, ha senso solo nel dialogo strumentale che si riesce a sviluppare, sembra affermare quando pur affronta certe partiture. Meglio ancora quando, partendo magari da una base, si improvvisano dei temi estemporanei colmando reciprocamente con gli altri musicisti i vuoti delle frasi, e stimolando in tutti continue invenzioni sonore. Ecco, questo è l’elemento originale portato avanti da qualcuno, e tutto ciò viene sviluppato anche da questa ragazzina, senza affatto disconoscere però i principi fondanti della musica seria.

            Non so, resto perplesso, non so cosa pensare: la musica deve mostrarsi specchio della realtà, in qualche maniera, questo è certo. Però devo anche rendermi conto che non è questo un processo semplice, tanto che il materiale sonoro che deriva da certi principi, non è affatto popolare, e se non fosse apprezzato da una cerchia seppur ristretta di affezionati a questo genere, sarebbe destinato rapidamente all’oblio, e ad una totale indifferenza generale del pubblico. Forse tutto ciò è soltanto frutto di questi anni, in cui si vive spesso solo per opposizioni, e ad ogni certezza se ne pone subito un'altra, magari neutralizzando in questo modo qualsiasi possibile risultato. Anche la musica jazz ha un’origine confusa, e dei trascorsi a dir poco complessi, tanto che non sembra si sappia neanche più in quale modo identificarla. Così guardo ancora il sole che tramonta, sopra le case: ci saranno nuovi sviluppi, penso, mentre sento il correre rapido del tempo; devo ormai accogliere l’idea che la musica che ho amato e suonato fino alla vecchiaia, sarà d’ora in avanti soltanto quella del passato, cristallizzata così all’interno della sua epoca; il resto però, voglio pensare forse per comodità, deve essere ancora tutto da inventare.

 

            Bruno Magnolfi

 

martedì 7 dicembre 2021

Sonni tranquilli.


            Oggi sono tornato nella casa di mia madre, dopo aver trascorso diversi giorni da un amico che fortunatamente mi ha potuto ospitare, inventando con lui delle scuse per tenermi lontano dalle domande e da qualche possibile problema. Lei per telefono mi è sembrata la medesima di sempre, mi ha chiesto soltanto quando mi sarei rifatto vivo, ed io le ho detto semplicemente che stasera, al suo ritorno dal lavoro, forse mi avrebbe trovato nella mia stanzetta. Credo che tutto oramai si sia risolto, e che Franca, come le avevo chiesto, non abbia fatto il mio nome con nessuno. La mia uscita da cretino, probabilmente, deve essere passata solo come uno scherzo di cattivo gusto e basta, su cui nessuno d’ora in avanti vorrà tornare sopra. Posso starmene tranquillo, penso, e riprendere con le mie cose di sempre. Anzi, devo dimenticare alla svelta questa brutta pagina di cui dovrei ancora vergognarmi, e riprendere subito con le mia vita normale. Prendo così la mia utilitaria e vado a parcheggiare poco lontano. Poi tiro fuori le chiavi ed entro dal portone condominiale, salendo subito, ma senza fretta, le svariate rampe di scale. In casa mi appare tutto identico, così accendo la televisione e mi sistemo sulla solita vecchia poltrona. Prendo una birra dal frigo e resto in attesa.

            Quando torna mia madre sembra la solita, appoggia le sue cose, toglie la giacca, si infila scarpe comode. Poi viene verso di me, e con tutta calma, e a bassa voce, dice soltanto: <<come hai potuto solo pensarla una cosa di quel genere>>. Per me è uno schiaffo sul viso: non so cosa rispondere, balbetto qualcosa, non mi aspettavo, certo, che lei fosse riuscita a sapere ogni cosa; così mi chiedo come sia stato possibile, mi tiro su in piedi, ma sono molto confuso, cerco di reagire anche se non ci riesco. Poi mi stringo le braccia, non so dove guardare, scoppio a piangere; lei prosegue ad osservarmi, ed io, in questo momento, quel suo giudizio severo quasi non riesco a sopportarlo: <<ho sbagliato>>, dico in fretta; poi però vorrei sparire, non essere mai tornato a casa. <<Sono stato uno stupido>>, le dico ancora, non so neppure adesso per quale motivo; <<soltanto dopo però, me ne sono davvero reso conto>>. Lei va in bagno, e a me per un momento resta il dubbio su come sia riuscita a sapere tutto quanto, ma in considerazione della calma dimostrata, e anche di tutto il resto, forse ci è arrivata da sola, senza che nessuno le abbia suggerito il mio nome.

            Sono stato persino prevedibile, penso mentre tengo ancora la faccia tra le mani. Un clamoroso errore, una pensata idiota, un gesto ignobile che adesso dovrò pagare, in qualche modo. Lei esce dal bagno e va a sistemare qualcosa dentro la cucina, poi gira per casa in silenzio, come se io non fossi presente; perché è certo, non ha bisogno di altre parole, quello che doveva sapere ora le è apparso perfettamente chiaro, confessato da me appena in un attimo, ed io adesso posso soltanto mettermi in un angolo e cercare di non dare più alcun disturbo. Domani mi darò una bella ripulita, penso; mi metterò i vestiti migliori, troverò un’espressione seria e affidabile, ed andrò con pazienza a cercarmi subito un lavoro, qualcosa che possa durare almeno qualche mese. In fondo ho un po’ d’esperienza, e di camerieri nei ristoranti hanno sempre un gran bisogno. Si tratta di abbassare il più possibile la testa, ed accettare tutte le condizioni che mi verranno poste, nient’altro. <<Stai tranquilla mamma>>, dico tra me, <<non ti darò più preoccupazioni>>.

            Non so proprio cos’altro fare: vorrei dirle che adesso è tutto alle spalle, che farò tutto quello che serve per essere migliore; poi lei sibila qualcosa passando: <<buonanotte>>, dice, e si rinchiude in camera sua, anche se è ancora presto. Resto a guardare qualcosa alla televisione, infine spengo tutto e vado a coricarmi nella mia cameretta. Devo tirare fuori il meglio possibile da dentro di me, penso. Devo dimostrare che sono un uomo, una persona che riesce a distinguere adeguatamente il bene dal male. Per tanti anni fino ad oggi mia mamma ha dimostrato la sua tempra, le sue capacità; devo seguire le sue orme adesso, tocca a me trovare la strada migliore, quella che in tutti questi anni lei mi ha indicato, quella che forse fin’ora ho soltanto finto di voler intraprendere. <<Si fa sul serio adesso, mamma>>, dico ancora tra me; <<puoi dormire tranquilla>>.

 

            Bruno Magnolfi

sabato 27 novembre 2021

Istinto da evitare.


            Sto già nella mia cameretta, a sistemare le ultime cose per domani, avanti di coricarmi, e riguardo distrattamente un piccolo disegno a matita che ho fatto ieri, tra un servizio e l’altro, in questa villa dove svolgo praticamente l’attività di tuttofare. I coniugi Neri probabilmente si trovano nella loro camera da letto, vista l’ora, proprio dalla parte opposta della villa, e qui da me non giungono rumori. Invece è proprio la signora che arriva di corsa trafelata a chiamarmi, a un certo punto: <<Caterina, per favore, vieni subito>>, mi fa. Infilo le scarpe alla svelta e le vado dietro lungo il corridoio. Il signor Carlo è lì, nell’ingresso, con il telefono in mano, che sembra quasi pazzo mentre cerca di assumere un contegno, o trovare una soluzione a qualcosa, non saprei.  <<Ma che succede>>, chiedo sottovoce alla signora, senza comprendere niente dalla scena. <<Stai con noi>>, fa la signora sul punto di piangere, <<magari ci sarà bisogno di te fra non molto>>. Suonano da fuori, vedo dei lampeggianti, aziono il cancello automatico in fondo al vialetto, dopo che il signor Carlo mi ha chiesto di far entrare subito all’interno di casa le forze della Polizia. Giungono dentro la villa in tre, e rivolgono ai Neri una fila di domande, ma non sembrano affannati, anzi: cercano di riflettere, di comprendere qualcosa che non appare neanche a loro del tutto chiaro. Sembra sia giunta una telefonata di qualcuno che sta tenendo in ostaggio la signorina Franca, ma a me sembra quasi uno scherzo, stento perfino a crederci. Loro prendono degli appunti, installano subito delle apparecchiature elettroniche sul tavolo del salone, e intanto si tengono in contatto con la centrale o con qualcuno che è rimasto fuori sul loro mezzo, con certe altre attrezzature tecniche.

            Non si sa bene cosa si stia aspettando, trascorrono dei minuti tesissimi, ma uno di loro dice ad un tratto che il cellulare pur spento della ragazza è localizzato molto vicino, e addirittura in avvicinamento. Non passa molto che giunge in fretta dal cancello della villa uno dei poliziotti rimasti fuori, proprio insieme a Franca, seria e pallida, ma assolutamente in piena salute. La signora Carla perde ogni controllo e si lancia immediatamente ad abbracciarla mentre piange e trema senza alcun ritegno, ma anche il signor Carlo non riesce ad essere particolarmente razionale. Franca viene fatta sedere, dichiara di stare benissimo e che è stato soltanto uno stupido scherzo di un ragazzo mezzo ubriaco di cui adesso non ricorda neppure il nome. Le vengono rivolte ancora alcune domande da parte dei poliziotti, ma poco dopo, vista la loro inutilità nel trattenersi ancora, riprendono rapidamente tutte le strumentazioni e se ne vanno, riservandosi di interrogarla meglio domani mattina nella sede del Comando. Preparo subito una tisana rilassante per tutti quanti, e i signori Neri adesso sembrano ad ogni attimo come sul punto di ridere per niente, o di parlare sguaiatamente a voce alta, quasi gridando, nel tentativo forse di placare la paura che si sono presi.

            La signorina Franca invece sembra non avere neppure troppa voglia di star qui: dice soltanto che l’esibizione del suo gruppo di jazz, in quel locale dove suonavano stasera, è andata molto bene, anche se purtroppo le è stata rovinata la soddisfazione da questo scherzo idiota. Suo padre le tiene una mano e la guarda senza riuscire più a staccare gli occhi dal suo viso, e sembra come poco fa una persona del tutto diversa da quella che conosco. Poi dice che per lui quelle telefonate sono state terribili, e che in un attimo ha sentito di perdere tutte le certezze su cui ha sempre fatto forza. <<Devi essere più accorta>>, dice alla figlia, <<e imparare a diffidare delle persone che non conosci bene>>. Franca annuisce, ha lo sguardo a terra, ma non sembra troppo abbattuta, piuttosto è come se stesse facendosi più adulta al’improvviso, direttamente sotto gli occhi di questi suoi spauriti genitori. Quindi tutti a letto, è persino troppo tardi, un buon sonno farà soltanto bene.

            Metto a posto le cose, porto le tazze sporche in cucina, riordino le sedie smosse, poi mi ritiro anche io nella mia cameretta. Negli occhi però conservo quelle espressioni spaventate che ho visto questa sera: potrebbero essere i soggetti giusti per un bel disegno, penso, o anche più di uno; qualcosa da iniziare subito, immediatamente. O magari no, rifletto meglio: perché prima deve forse trascorrere almeno un po’ di tempo, in modo da far acquisire, a questi miei pensieri di adesso, una posatezza che adesso non ho, e in maniera che siano capaci di perdere la carica di un segno troppo affrettato. Sarebbero soltanto dei frutti acerbi, altrimenti; persino troppo istintivi.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 22 novembre 2021

Senza una briciola di saggezza.


            E’ fatta la frittata. Proprio adesso, ora che mi sono giocato tutto e ho perso. Non posso neppure tornare a casa, almeno fino a quando non capirò quali siano i risultati, lì pronti ad aspettarmi. Devo dormire nella mia macchina, evitare luoghi conosciuti, sparire agli occhi di chiunque, e poi attendere. Attendere un segno, un gesto, un risultato. Sono nelle mani e nelle parole di una ragazzetta, che può fregarmi tutto, oppure può salvarmi, senza che io sappia minimamente cosa farà. Era spaventata, lo so, comprendo il suo stato, e appena rientrata in casa forse ha sibilato subito il mio nome; oppure no. Suo padre avrà voluto sapere ogni dettaglio, le avrà estorto sicuramente tutti i particolari, abituato com’è a conoscere tutto quello che succede; oppure no. Resisti Franca, penso; non dirgli niente delle mie stupidaggini, non fare il mio nome, inventa qualcosa: un amico ubriaco, uno scherzo scemo, una sciocchezza senza conseguenze; oppure no.

            Non lo so; il mio è un delirio. Volevo stare vicino a questa ragazzetta, capire tutto di lei, come se fosse chissà chi, come se tra le note del suo pianoforte ci fosse stato fin dall’inizio il mio destino, come se lei fosse lì per aver compreso tutto anche di me e di ogni altra cosa, come se potesse lei spiegarmi, farmi capire, dirmi, proprio lei, quali scelte compiere. E poi non ho più resistito, e allora: <<Franca>>, le ho detto; <<passa attraverso di te il mio futuro; e il mio riscatto di persona destinata al niente; di uno stupido, proiettato in mezzo a tutti come un numero. Tu che hai la testa e anche tante altre possibilità, fai uno sforzo adesso, porgimi una mano>>. Sembrava facile, e invece era soltanto un trabocchetto, l’avvisaglia di una scorciatoia falsa, impossibile, soltanto assurda. Mi sono fermato, <<questo adesso lo devi almeno riconoscere>>, perché mi sono reso conto d’improvviso che la mia scorciatoia avrebbe soltanto fatto male a tutti.

            Adesso puoi inventarti un pezzo nuovo sul tuo pianoforte, magari con dei suoni lenti, dolci, armoniosi, che mostrano la vertigine di una mente disgraziata come la mia, che normalmente porta tutto fuori strada, senza volersi abbassare al suo destino innato. Lentamente, si perde ogni razionalità, si vaga per un cammino di cui non si comprende neppure il senso, e ci si perde, perché non si può far altro. Forse era già prevista un’interruzione brusca tra il nostro tentare di conoscersi, perché il corto circuito tra ragazzi così diversi come siamo noi, arriva rapido, senza che neppure lo vogliamo. Adesso puoi semplicemente rovinarmi, e far mettere alla porta anche mia madre, che lavora a casa tua da tanti anni. Non so neppure con chi io stia parlando, forse con me stesso, per mettere in fila tutti i miei guai. Perché con Franca non potrò più parlare, questo almeno appare chiaro. Non potrò più neppure avvicinarla, qualsiasi cosa accada. 

            Per un attimo, giusto poco fa, mi sono sentito quasi un guerriero, insieme a lei al mio fianco, come se la vittima potesse stare dalla parte del carnefice. Mesi e anni trascorsi a costruire qualcosa che serva nel futuro, e poi azzerare di colpo ogni futuro, questo ciò che si è verificato. Ho creduto per un attimo nel riscatto di tutto questo tempo dentro un gesto solo, e nel massimo del gesto sono caduto, forse per il mio stesso orgoglio. Chissà come doveva andare tutta la faccenda dentro la mia testa, adesso non riesco più neppure a stabilirlo. Ma so soltanto che da forte come mi sentivo, ho raggiunto in quell’attimo il massimo possibile della debolezza, consegnando me stesso nelle mani di questa ragazza, che forse ha semplicemente scambiato con me qualche parola qualche volta, e magari anche soltanto per pena o cortesia, considerata la diversità profonda che ci ha sempre separato. Sono nelle sue mani, comunque, e mi ci sono messo da solo.

            Chiudere gli occhi, e far trascorrere in un attimo tutto il tempo che mi serve per diventare un altro, per modificare la struttura di tutti i miei pensieri, e togliere da dentro di me quel dolore che a volte provo per non riuscire ad essere pacato, serio, senza quei colpi di testa che mi caratterizzano. Vorrei essere un anziano, adesso, uno di quelli che girano osservando con attenzione tutto il mondo, e poi portare con me, proprio come loro, quella piccola saggezza che mi manca, quel senso delle cose giuste, fatte bene, che non mi faccia mai restare nella bocca l’amarezza che ho provato già in certe situazioni; la stessa che, in questo momento, sembra quasi il sapore vero della mia esistenza.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 18 novembre 2021

Rapita e liberata.

 

            Adesso che lei è qui, accanto a me, proprio dentro la mia macchina, continuano a venirmi in mente una gran quantità di pensieri assurdi, insieme a certe idee addirittura malsane, insensate, e poi perfino a dei guizzi rapidissimi di pura pazzia. Naturalmente cerco di scacciare velocemente dalla mia testa tutte queste scariche di adrenalina, ma loro sembrano prenderla d’assalto, e poi la circondano, la riempiono, la paralizzano quasi, e a me non permettono neanche di riflettere nient’altro. Guido nervosamente l'utilitaria attraverso la città, lei ha già chiesto qualcosa sulla musica che tutti abbiamo ascoltato nel locale, forse soltanto per parlare un po’, ed io le ho risposto con parole isolate, frammentarie, come fossi fortemente concentrato su altri argomenti. Invece mi è piaciuto molto tutto il concerto di stasera, soprattutto l’incredibile capacità che ha mostrato Franca nello stare concentrata su quel suo pianoforte, ed infilare un suono dietro l'altro come se non avesse mai fatto altro che jazz in tutta la sua esistenza. L'ho amata mentre suonava, ho sentito di riuscire a respirare la medesima aria sua, come per una immedesimazione diretta in lei, nel suo talento, nel suo plasmare i suoi suoni, con quella incredibile sensibilità così reattiva nei confronti degli altri ragazzi del suo gruppo. Ma non posso dirle tutto questo, non troverei neppure le parole adatte, e poi devo essere freddo adesso, come se lei fosse per me una persona quasi del tutto estranea.

            Svolto rapidamente verso la periferia mentre guido, e Franca si accorge immediatamente che non siamo sulla direzione giusta, però non dice niente, lascia che sia io casomai a spiegarle tutto, perché è evidente che dovrò darle a un certo punto almeno una giustificazione di quello che sto facendo. Accelero, sono nervoso, lei si accorge benissimo del mio stato alterato, così mi chiede sottovoce, ma quasi con indifferenza, verso dove ci stiamo dirigendo, anche se io non le rispondo subito, e attendo ancora un po’, come per guadagnare tempo. Infine ci lasciamo alle spalle le ultime case di città con i lampioni stradali fiochi e radi, e dopo qualche altro metro, vado a fermare la mia macchina vicino ad un distributore automatico di benzina, dove c’è abbastanza luce, ma non si vede in giro anima viva. <<Devo rapirti>>, sbotto senza guardarla mentre spengo il motore. Lei ride nervosamente. <<Stai scherzando>>, mi dice. Le getto un’occhiata: <<purtroppo non ho scelta>>, le faccio; <<tu rappresenti tutto ciò che io non sono; quindi devo osservarti, studiarti, capire molte cose di te; e poi farmi dare un bel po' di quattrini dalla tua famiglia>>.

            <<Sono stanchissima>>, fa lei; <<dai, per favore, portami a casa>>. Io intanto scendo dalla macchina, rapidamente prendo il suo zaino dal sedile e ne tiro fuori il cellulare. Compongo il numero, e camuffando la mia voce dico in fretta a chi risponde che Franca sta bene, ma non può tornare a casa. Poi riaggancio. <<Ti stai rovinando>>, dice Franca conservando una calma che adesso mi colpisce. <<Ti prenderanno subito, non potrai mai riuscire in una cosa di questo genere>>. <<Zitta>>, dico a voce alta mentre cerco di riflettere su quale sia il prossimo passo. Ci vorrà mezzo milione, penso, si potrebbe fare tutto in fretta, e già per domani ogni cosa tornerà al proprio posto. Lascio partire una seconda telefonata verso lo stesso numero, e adesso mi risponde il padre di Franca, lo riconosco subito, così dico alla svelta che deve mettere insieme la cifra che ho pensato, il prima possibile, avanti che a Franca succeda qualcosa di spiacevole. <<E nessuno provi a chiamare la polizia>>, sottolineo svelto; <<altrimenti succederà l’irreversibile>>. Poi riattacco.

            Franca adesso è spaventata, ha capito benissimo che faccio sul serio, che il meccanismo ormai è scattato, e che non posso più tornare indietro. Piagnucola tenendosi la faccia con le mani, e a me dispiace molto vederla così, mi piacerebbe quasi dirle che era uno scherzo, che è tutto a posto, che adesso può smetterla di piangere. Sono spaventato, non so neppure io cosa sia meglio fare, mi sento in una posizione in cui ogni scelta si fa più complicata. Per un attimo avevo pensato che le cose si sarebbero dipanate con facilità, come per una serie di suggerimenti concatenati l’uno all’altro, ma non è vero. Rientro in macchina, avvio il motore, e a tutta velocità arrivo fino alla villa dove abitano i genitori di Franca. Mi fermo a quasi cento metri, le dico di scendere, e che sia lei ad inventare qualcosa di plausibile, che non faccia troppo male a nessuno di noi. Franca prende lo zaino, il cellulare, la custodia con la sua tastiera; poi scappa verso casa sua.

 

            Bruno Magnolfi         

martedì 16 novembre 2021

Pronta a difendere tutto.


            Il mare era tranquillo quel giorno; un vento leggero di bonaccia sonnacchiosa sembrava essere stato capace, durante la notte, di calmare poco per volta qualsiasi moto ondoso, lasciando in quella mattinata di sole la superficie dell’acqua come una tavola azzurra, una distesa aperta e leggera, soltanto una dolce massa trasparente e rinfrescante per gli occhi. La fotografia che ho tra le mani risale a diversi anni più indietro, ora mi ricordo esattamente il momento: ero con Franca, in una di quelle giornate autunnali piene di luce, quando in spiaggia non ci va più quasi nessuno, e noi due a quell’epoca ci eravamo regalate due giornate per noi, un fine settimana senza pensieri, lontane da tutto, sistemate in una pensione ancora aperta lungo quel litorale. Camminavamo senza scopo sulla battigia, si rideva di sciocchezze, lei era ancora la mia bambina, forse l’ultima volta che mi è sembrata davvero così, e a me giungeva dal largo del mare l’impressione di essere davvero felice, spensierata, senza il tormento di alcuna preoccupazione. <<Mamma>>, diceva Franca correndo sopra la sabbia, <<è tutto così bello oggi; vorrei non cambiasse mai nulla>>. Le sorridevo, la prendevo per mano, poi andavamo a sederci accanto ad una barca capovolta. Osservo ancora quella foto semplice, scattata da un signore con il suo cagnolino, incontrato per caso, e provo lo struggimento di qualcosa che in seguito è quasi sfuggito ai miei desideri.

            Forse mi aveva già avvertito qualcuno, dicendo che la crescita inesorabile di Franca avrebbe scatenato in me un progressivo senso di solitudine, ma non avevo immaginato fosse davvero possibile, o almeno non con quella forza che in seguito si è dimostrata. Lo so, sono le sue scelte, anche quel prendere le distanze da ciò che la sua famiglia le rappresenta, l’imparare a camminare da sola, senza più alcun sostegno, in assenza dei troppi legami che renderebbero in seguito tutto ancora più difficile. Però è doloroso osservarla sganciarsi poco per volta dai suoi genitori senza poter fare nulla per evitare questo passaggio. Con questi pensieri riguardo ancora un momento la foto, ed infine la vado a riporre insieme alle mie cose, in mezzo alla nostalgia che sempre mi procurano i miei più intensi ricordi. Per certi versi sono stata proprio io ad incoraggiarla nel perseguire a fondo i propri interessi, come qualcosa per cui valga la pena combattere, e Franca ha fatto esattamente così, nonostante suo padre non avesse mai evitato di mostrarle le sue reticenze.

            Riconosco che lei ha avuto fin da piccola una sua forte personalità, ed anche se a me piacerebbe oggi poterla ancora guardare in una certa maniera, mi devo convincere che oramai Franca è una donna, una persona che ha compreso perfettamente i meccanismi maggiori che regolano la realtà, ed io non ho da raccontarle quasi più nulla per indirizzare di nuovo i suoi desideri, come fosse ancora bambina. Devo accettare quindi, non posso fare altro. Il problema è suo padre. Carlo mi ha già spiegato varie volte di non essere troppo contento dell'andamento che hanno preso le cose, ma con lei per adesso si è limitato a sbuffare qualche volta e niente di più; però io avverto che nell'aria si stanno addensando le nuvole classiche di un gran temporale, uno di quelli che in un attimo ti bagna interamente di pioggia e di vento, nonostante l'ombrello. Ho cercato già di mediare, naturalmente, ma tutto ciò che posso fare capisco benissimo che non sarà mai sufficiente ad evitare lo scontro. Non riesco a far fronte in una maniera adeguata alle cose che vedo, questo è il punto; perciò tendo sempre di più a darmi forza per mezzo dei sentimenti che già conosco, quelli che riguardano il passato della mia famiglia, come per farmi schermo verso quanto forse ci aspetta.

            Franca poi non mi racconta quasi più niente di quello che fa quando esce da casa. Si reca al liceo, poi al Conservatorio, e anche dal maestro Bottai qualche volta; ma poi fa le prove con questo gruppo di jazz, come fosse una pianista già navigata, una musicista piena di capacità e d’esperienza. Ci si è buttata in mezzo a questa faccenda, come fosse la sua vera strada, ed io non so più dirle niente, non riesco neanche a chiederle qualcosa a riguardo. Trascorre molto tempo fuori dalla nostra abitazione, e Carlo ha già cominciato col dire che sta tralasciando i suoi studi liceali, che ha preso una strada sbagliata, che è necessario farla riflettere. Non lo so, non mi aspetto niente di buono prossimamente; in ogni caso Franca è mia figlia, ed io sarò sempre pronta a difenderla.

 

            Bruno Magnolfi