domenica 14 agosto 2022

Difficili cambiamenti.


            Lo so perfettamente che questa ragazza non potrebbe mai apprezzare uno come me. Anzi, probabilmente riesce a malapena a sopportare la mia presenza tutte le volte che siamo costretti a starcene da soli in agenzia, e a mandare avanti ognuno il proprio compito. Così quando so che avrei bisogno di chiederle un parere, considerando che in ogni caso Elisabetta è anche la titolare di questa piccola impresa per cui lavoro, ci penso sempre due volte, e spesso evito di rivolgerle qualsiasi domanda diretta. Lei poi, quando sto dietro alla mia scrivania del nostro piccolo ufficio, sembra costantemente persino ignorare la mia presenza, salvo ogni tanto porre in maniera impersonale qualche domanda che sembra messa su ad arte per mettermi sempre in difficoltà. Non so, non riesco a comprendere affatto il motivo per cui le nostre personalità si presentino così fortemente agli antipodi, però so che il nostro rapporto non potrebbe mai essere in un’altra maniera, tanto che persino sforzandoci non riusciremmo in nessun caso a migliorare le cose. Certe volte, tra una telefonata e l’altra, mi trovo addirittura a commentare qualcosa tra me a bassa voce, piuttosto che parlare con lei, tanto che Elisabetta in qualche caso mi getta un’occhiata di spregio, come stessi facendo qualcosa che dovrei assolutamente evitare. Non so, mantengo una certa distanza anche professionale da lei, però rimane ai miei occhi il tipo di persona che non frequenterei in nessun caso, neppure fosse una vicina di casa, oppure un’amica di mia sorella, casomai durante la vita ne avessi avuta una.

Quando esco dall'agenzia immobiliare per andare a fare visionare qualche appartamento che abbiamo in conto vendita, mi sento immediatamente più sereno, come se la pesantezza dell'ufficio fosse per me una condizione quasi insopportabile. Premesso tutto ciò, in qualche raro caso Elisabetta è stata capace persino di meravigliarmi, specialmente negli ultimi tempi, tirando fuori d'improvviso delle espressioni quasi carine verso di me, o riferendosi alla mia persona senza usare quei suoi soliti modi scostanti. E nell'occasione del giorno del mio compleanno, un paio di mesi fa, mi ha addirittura sorpreso, facendomi trovare sul piano della scrivania un pacchetto regalo con dentro una deliziosa penna stilografica. Non lo comprendo il suo comportamento, e in ogni caso forse preferirei quasi non subisse delle vere e proprie variazioni. Mi trovo quasi a disagio quando lei mi pone qualche domanda corretta, usando un modo semplice, normale, intorno ad argomenti assolutamente plausibili. Preferisco l’Elisabetta rude, nevrotica, persa sempre e soltanto tra le sue cose, mentre conserva sulla faccia la solita espressione burbera che conosco ormai da molti anni.

Per ringraziarla, il giorno in cui avevo ricevuto in regalo la penna stilografica, sono uscito dall’agenzia per raggiungere in fretta il caffè più vicino, tornando poco dopo con un vassoio di tramezzini e dei normali succhi di frutta. Lei però aveva già assunto di nuovo il suo comportamento distaccato, e tutto si è risolto in quel caso con un suo piccolo cenno di ringraziamento con la testa, mentre ormai stava dando corso ad una delle sue telefonate. Un paio di volte, precedentemente, avevamo anche provato ad andare insieme ad una tavola calda all’ora di pranzo, ma il risultato si era mostrato pressoché disastroso: non avevamo argomenti, ci guardavamo attorno alla ricerca di un salvataggio, e alla fine ripiegavamo semplicemente su degli accenni attorno a qualcosa del nostro lavoro. Così non abbiamo più insistito, cercando di non far coincidere quasi mai i nostri orari, occupandosi ognuno dei propri clienti, e senza mescolare le proprie rispettive inquietudini. A me dispiace che accada tutto questo, ma forse è anche un bene: tenersi a distanza quando si è costretti a condividere il medesimo ufficio, comporta un impegno maggiore in ciò di cui ci stiamo occupando, senz’altro privandoci quasi del tutto da qualche distrazione.

Lei trascorre comunque nell’agenzia immobiliare molte più ore di me, praticamente quasi tutta la giornata intera, mentre il mio compito principale resta quello di visionare e far visionare gli appartamenti e i magazzini, trascorrendo molte ore a giro per la città. Non mi passa mai per la mente di telefonarle mentre sto fuori, ed Elisabetta non mi chiama quasi mai per sapere se sto rientrando o cose del genere, anche se resta da sola per molto tempo davanti alla sua scrivania. È stato suo padre a cederle l’attività, e lei anche per un moto di orgoglio cerca sempre di dare il massimo in ciò che fa: forse vorrebbe da me che a mia volta mi impegnassi di più, però non si è mai azzardata a chiedermi qualcosa del genere, ed io non le ho mai fatto credere che avrei potuto davvero cambiare.

 

Bruno Magnolfi  

giovedì 11 agosto 2022

Tutto per il lavoro.


            Una ragazza dal nome di Mannelli Lorena, è venuta in agenzia in un momento in cui stranamente non c’era Elisabetta né nessun altro, per chiedere con timidezza se avevamo in vendita un piccolo appartamento, qualcosa di adatto ad una persona da sola. L’ho fatta subito accomodare, ho sfogliato con attenzione lo schedario, ed ho tirato fuori gli alloggi che rispondevano meglio alle sue semplici richieste. Lei ha detto che aveva appena ricevuto un piccola eredità, e che era intenzionata a risolvere al più presto il suo contratto di affitto tramite il quale abitava a condizioni parecchio sfavorevoli in una casa al terzo piano in un palazzo di quel quartiere. Insieme abbiamo controllato tutte le offerte che potevano avvicinarsi alle sue esigenze, valutando ogni dettaglio, fino a quando è rientrata Elisabetta in ufficio, facendo cambiare in un attimo il clima che fino ad allora si era instaurato. Comunque, non avendo trovato qualcosa che convincesse pienamente la ragazza, ho annotato i suoi dati con la promessa che l’avrei contattata immediatamente al momento in cui avessi trovato qualcosa di adatto per lei, di fatto stringendole la mano e accompagnandola fino alla porta. La mia collega mi stava osservando in quel preciso momento con espressione poco lusinghiera, anche se ha preferito non fare alcuna domanda e neppure tirar fuori come suo solito la propria immancabile opinione. Per un attimo ho avuto quasi l’impressione che un filo sottile di gelosia l’attraversasse, ma ho sorriso leggermente tra me ed ho subito scacciato quell’idea dalla mente. Poi ho trascritto nella mia agenda tutte le informazioni sulla Mannelli, e quando sono uscito dall’agenzia per andare a far visionare un appartamento ad un compratore, non ho lasciato in giro nessun pezzo di carta con quei dati, neppure nel cestino sotto la scrivania.

            La giornata ha proseguito in modo piuttosto simile a tutte le altre, e quando sono rientrato in ufficio Elisabetta comunque era lì, con un’espressione leggermente diversa dal solito, e la faccia di chi sta pensando qualcosa di inconfessabile, tanto da giungere a chiedermi, contrariamente a quanto fa sempre, com’erano andati i miei appuntamenti. Ho provato la voglia immediata di uscire al più presto dall’agenzia, però mi sono trattenuto ancora del tempo, giusto per dare corso a qualche telefonata di lavoro, ed il fatto che la mia collega non mi avesse più rivolto alcuna attenzione fino a quando non l’ho salutata per andarmene via, mi ha fatto sentire un po’ meglio, come se nessun argomento trattato con lei avesse potuto farmi sentire del tutto a mio agio. Il giorno seguente ho telefonato alla Mannelli Lorena, spiegandole che non avevo ancora trovato nessuna nuova soluzione per lei, ma comunque stavo lavorando attorno alla sua richiesta, ed avevo avuto notizia di un miglioramento delle condizioni di acquisto di un bilocale parzialmente da ristrutturare. Lei ha voluto fissare immediatamente un appuntamento per visionare la casa, ed io mi sono reso subito disponibile per il corso della settimana seguente. Ci siamo trovati davanti all’ingresso del dignitoso portone, ci siamo salutati con un certo trasporto, poi abbiamo salito le scale.

            Lo sconto finale accordato dal proprietario sul prezzo d’acquisto di quell’immobile per lei sembrava proprio ciò che attendeva da tempo, e nonostante il bagno attuale fosse da risistemare, la casa le è subito piaciuta, sia per la luminosità, che per la disposizione e l’ampiezza delle sue stanze. Ci siamo dilungati parecchio ad immaginare quei vani con della mobilia adeguata e dei lampadari migliori di quelli presenti, e la Mannelli ha subito detto che per lei era comunque piacevole cambiare le cose poco per volta, senza affrettare le sostituzioni. Ci siamo sorrisi parecchio nell’immaginare quei vani variare poco per volta, ed io le ho spiegato, alla fine del sopralluogo, che se voleva fissare l’acquisto avrebbe dovuto versare una caparra nel breve periodo, ma io mi impegnavo a non cederla ad altri per le prossime due settimane. Quando siamo tornati sul marciapiede lei sembrava davvero contenta, ed i suoi sentimenti sembravano così contagiosi nei miei confronti che le ho offerto un caffè in un locale poco lontano, anche per apprezzare ancora per dieci minuti la sua presenza. Alla fine ci siamo dovuti salutare, naturalmente, ma lei ha promesso di farsi sentire almeno per via telefonica al più presto possibile. Quando se ne è andata sono rimasto ad osservarla qualche minuto mentre si allontanava, ed ho pensato che forse avremmo potuto persino frequentarci io e lei qualche volta. Poi però sono stato presto riassorbito dal mio lavoro.

 

            Bruno Magnolfi    

martedì 9 agosto 2022

Modi di fare.


Mi sto rendendo conto sempre di più che mentre continuo a sentirmi ancora fermo e indeciso per tutto o quasi quello che mi riguarda, il resto di ciò che mi circonda prosegue rapidamente a cambiare e a trasformarsi, tanto da non permettermi spesso di riconoscere del tutto quello che sta effettivamente succedendo. Mi è sempre parso scontato che molte cose cristallizzino velocemente nella maniera esatta in cui sono nate, e quando invece mi accorgo che non è affatto così, mi sento tradito, come se qualcuno avesse tramato contro di me soltanto per il gusto di vedermi in difficoltà. I punti fermi delle mie giornate sono tali che non sono capace di accettare delle variazioni importanti, o almeno non senza grandi malesseri molto spalmati nell’arco di un tempo che non riuscirei neppure a definire. Se penso ai miei anni scolastici ad esempio, è come se tutti i miei compagni di classe di trent’anni addietro fossero a tutt’oggi rimasti esattamente quelli che erano, pronti persino a comportarsi nella stessa maniera di allora. Dal lontano periodo in cui ho conosciuto mia moglie Laura, mi pareva che in seguito niente avrebbe più potuto cambiare, e quando ancora vado a riguardare le fotografie scattate in quella manciata di anni in cui sono stato sposato con lei, mi pare di nuovo che niente o quasi da allora abbia potuto davvero variare. La percezione diretta del tempo che passa è qualcosa che non riesco quasi mai ad afferrare, e nelle mattine in cui mi rado le guance con calma davanti allo specchio, trovo improbabile che l’immagine che vedo di fronte sia effettivamente rispondente a quella che ricordavo di me fino al giorno prima.

Avevo degli amici, tempo fa, e certe volte ci vedevamo per andarcene al cinema o per farci qualche passeggiata conversando tra noi di tutto ciò che potevamo aver voglia di dire. Difficilmente parlavo di me, piuttosto cercavo sempre argomenti correnti e impersonali, su cui ognuno poteva esprimere la propria opinione. Se i miei amici non si trovavano d’accordo con ciò che mi ero ritrovato a sostenere, non insistevo quasi mai nel portare avanti i miei usuali pensieri, lasciando subito perdere qualsiasi eventuale polemica, e chiudendomi spesso in qualche minuto di silenzio meditativo. In fondo non ho mai avuto troppo interesse ad avere l’approvazione degli altri, piuttosto sono sempre stato disposto a mostrare soltanto una vaga volontà nel sostenere qualcosa. Mia moglie Laura, in quel periodo, si mostrava accigliata per il mio comportamento a suo parere troppo remissivo, ma io le dimostravo facilmente, una volta rimasti da soli, che l'opinione più giusta non ha mai bisogno di forza per essere spinta in avanti. Adesso certe volte mi chiedo dove mai siano andate a finire quelle idee sbandierate da tutti, e se quelle mie vecchie conoscenze abbiano ancora voglia di sostenere quelle opinioni per me ancora adesso inaccettabili.

<<Non ci sei andato oggi a lavorare, Adriano?>>, mi chiede a volte Lorenzo, quando mi presento al bancone della sua birreria un po' troppo presto rispetto al mio orario abituale. Sorrido, <<ho sempre meno voglia di stare là in agenzia>> gli spiego con onestà, e lui aziona subito la spina per riempire per me un bicchiere di rossa. <<Oggi avevo soltanto un paio di appuntamenti facili, e per il resto rinchiudermi in ufficio con Elisabetta che insiste con le sue telefonate aggressive verso i clienti, mi risulta sempre più insopportabile>>. Lui conosce la mia storia, ed anche se quel darmi un po' corda fa parte ovviamente del proprio mestiere, in ogni caso lo trovo sempre disposto ad ascoltare qualche lamentela da parte mia. Forse la sua curiosità si spegne subito dopo le prime frasi che gli rivolgo, ma io so trattenermi dal mostrarmi anche minimamente logorroico, affidando spesso ad una sola battuta di spirito tutto quello che tengo dentro di me. Lui prosegue con il suo lavoro, serve la birra o un panino a qualche altro cliente, poi però, quando mi ripassa davanti, sempre senza guardarmi, dice per sfottere che Elisabetta è esattamente il tipo di donna che ci vorrebbe per me anche nella vita privata. Rido, mi piacciono a volte i suoi scherzi, anche se spesso in tre parole riescono a mettere a fuoco realmente tutta la mia situazione. <<Certo>>, ribatto; <<uno di questi giorni le chiederò sicuramente la mano, col ginocchio a terra e l’anello pronto>>. A posto, non c’è altro da dire, sono contento che Lorenzo ci sia, forse non potrei sopportare davvero le mie giornate senza i suoi modi intelligenti di accompagnarle.

 

Bruno Magnolfi

domenica 7 agosto 2022

Soluzioni possibili.


Stasera mi sono fermato al bar di Lorenzo, una volta uscito dall’agenzia. Era presto, non avevo voglia di tornare subito a casa e sentirmi di nuovo e come sempre da solo tra le mie stanze in affitto, dove peraltro ci sarebbero mille cose da riassettare, da pulire, da mettere in ordine. Ormai ho imparato a gettarmi dietro le spalle tutto ciò che non ho alcuna voglia di fare, non tanto per la mancanza di una volontà specifica, quanto per quel senso di inutile che mi provoca avere un alloggio ben curato ma frequentato solo da me. Non è che faccio questo per una totale mancanza di rispetto verso la mia persona, quanto per una necessità personale di dare alle cose di uso quotidiano quella forma il più possibile aderente a ciò che ritengo il mio modo di essere, la mia personalità insomma. Mi devo sentire bene tra le mie cose disordinate, ed averle quasi tutte a portata di mano. Così mi sono seduto al lungo bancone di legno scuro, e mi sono fatto servire una birra, in quella perenne atmosfera, dentro al locale, di vapori di luppolo e di scarsa luce, tale da non lasciare mai comprendere se fuori sia ancora giorno oppure già sera. Un tizio che non conoscevo si è seduto vicino a me, ha ordinato un bicchiere di birra alla spina, poi, sempre senza distogliere lo sguardo, mi ha chiamato per nome. <<Adriano>>, mi ha detto, come se mi conoscesse. Ho osservato per un attimo il suo profilo che continuava a non suggerirmi un bel niente, quindi, visto che non c’era nessun altro vicino a noi, ho detto soltanto: <<sono io>>, nell’attesa di un qualche chiarimento, anche se quell’uomo è rimasto in silenzio, ed anzi  ha tracannato tranquillo un sorso della sua birra.

Dopo un minuto però, sempre senza guardarmi, ha iniziato col raccontare che tutte le cose qualche volta trovano un senso, e spesso lasciarsi andare a quanto suggerisce il caso apparente, porta ad avvicinarsi agli aspetti che maggiormente sono desiderabili. <<Ho girato in lungo e in largo sperando di trovare ciò che volevo>>, ha proseguito; <<fino a quando, disinteressandomi finalmente di tutto, mi sono ritrovato vicino a ciò che mi era più caro>>. Non osavo dire niente ascoltando queste parole, perché se questi discorsi da un lato mi parevano dettati da un certo buon senso, dall’altro parlare così ad un estraneo mi pareva qualcosa probabilmente elaborato da un matto, o da qualcuno che non riesce a rendersi conto di cosa voglia dire starsene al mondo. Ho sorriso leggermente, sperando che tutto quanto finalmente portasse da qualche parte, soprattutto nell’attesa di una spiegazione per essersi riferito a me usando il mio nome, ma quello è rimasto di nuovo in silenzio, forse aspettandosi da me una qualsiasi reazione. Infine, dopo altro tempo, ha ripreso col dire, sempre con tutta la calma possibile, che lui era semplicemente il fratello di quella che era stata un tempo mia moglie, anche se non lo avevo mai conosciuto fino ad oggi, considerato che si era trasferito fin da ragazzo in Nuova Zelanda, facendo perdere persino le proprie tracce.

Sull’immediato non ho trovato niente da ribattere, ed in considerazione del fatto che da molto tempo non avevo neppure più alcuna notizia di Laura, mi sono sentito estremamente sorpreso da tutto quanto, attendendo da lui qualche ulteriore spiegazione. <<Sono Fernando>>, ha detto invece lui come conclusione di tutta la sua chiacchierata, <<ti ho riconosciuto da qualche vecchia fotografia che mi aveva inviato mia sorella>>. Ho inghiottito un sorso di birra a mia volta, non trovando neppure adesso qualcosa da dire, ma lui ha detto soltanto che se volevo potevo aiutarlo a trovare un alloggio in città, visto che era a conoscenza del mio lavoro nel settore immobiliare, e che al momento aveva deciso di trasferirsi proprio qui, almeno per qualche tempo. Così ho risposto che non trattavo case in affitto, ma Fernando ha subito spiegato, stavolta voltandosi leggermente verso di me, che intendeva acquistare direttamente un modesto appartamento, considerato che era rimasto solo, e che oltre a del capitale, poteva contare su una piccola rendita frutto del suo lavoro trentennale in Nuova Zelanda. Gli ho detto che avrei controllato se c’era qualcosa di disponibile in agenzia, e gli avrei fatto sapere senz’altro eventuali soluzioni, e poi ho chiesto, con parole non troppo dirette, se sua sorella stesse ancora bene, in salute, e proseguisse a fare la maestra d’asilo. <<No, non sta più dove prima: nostra madre è morta ormai da qualche anno, e lei si è trasferita da una prozia che abitava in Maremma, dove adesso sta occupandosi della produzione di vino>>. Sono rimasto di stucco, naturalmente, e dopo avergli lasciato sul banco il mio biglietto con il numero a cui chiamarmi insieme ai soldi della bevuta, ho detto che avevo un impegno, e così sono uscito.

 

Bruno Magnolfi     

venerdì 5 agosto 2022

Ad un passo da noi.


Certe volte sogno di andarmene. Alzarmi al mattino come sempre, ma invece di recarmi al lavoro in agenzia, passare a prendere Luciana alla rosticceria “da Mauro” e spiegarle, dopo averla chiamata fuori un momento, come non sia più assolutamente il caso di proseguire così, con delle giornate che si assomigliano tutte, e che a ben guardare non hanno proprio alcun senso. Lo so, non sarebbe facile per lei accettare una risoluzione del genere buttata lì così all’improvviso, ma sono sicuro che dopo qualche lecito dubbio Luciana toglierebbe con calma il grembiule con cui normalmente lavora, e poi verrebbe con me. Mauro resterebbe di stucco di fronte ad una decisione del genere, ma nei giorni seguenti con ogni probabilità potrebbe trovare sicuramente del personale da assumere per sostituire sua figlia, e le cose nella sua rosticceria sicuramente non subirebbero neppure troppi sconquassi. Poi, una volta che Luciana avesse preso posto sulla mia utilitaria, le spiegherei guidando senza fretta tutte quante le idee del mio piano. <<Non possiamo restare ancora in questa città>>, direi con convinzione. <<Dobbiamo andarcene lontano, all’estero, dove non ci conosce nessuno, per costruire qualcosa di nuovo>>. Certo, non in Inghilterra che resta la centrale dell’impero e quindi del male, e neppure in Olanda, in Francia o in Portogallo, che sono stati da sempre spietati paesi colonialisti. Forse però su un’isola grande, magari in Grecia, dove tutto è stato pensato e messo in pratica ancora prima che in ogni altro luogo.

Certo, prendere una decisione del genere non sarebbe una cosa facile, però credo potrebbe essere l’unica maniera per dare una svolta concreta a tutto quanto, e per spezzare definitivamente e alla svelta questa monotonia di cui non ci accorgiamo neppure più. Luciana sarebbe felice, ne sono sicuro, e approverebbe in pieno la mia idea. Intanto però non sono ancora riuscito neppure ad uscire una volta con lei per fare due passi e mangiare insieme un gelato; però tutti questi preliminari si possono ritenere scontati, come dei passaggi obbligati di cui è persino inutile parlare. Qualcuno mi ha detto una volta che non si può vivere di sogni, ed io in quel caso ho subito annuito: certo, alla lunga un progetto del genere potrebbe addirittura diventare un peso, qualcosa che nel momento in cui non trovasse rapidamente una giusta applicazione, potrebbe mostrarsi come un bagaglio inerte del quale non si sa più in quale maniera sbarazzarsi. Ma io se ci penso immagino subito l’isola di Creta, o anche di Rodi, oppure Cipro, con le loro acque meravigliose attorno, ed una vita calma, leggera, senza finzioni o parole di troppo, con la mia Luciana sorridente e gentile con me.

Suo padre mi odierebbe, lo so, almeno in un primo tempo; ma in seguito la sua riflessione lo porterebbe ad accettare la nostra scelta, lui che ha dedicato la vita a delle teglie unte e ad un bancone col termostato da riempire ogni mattina delle solite cose, per servire ogni giorno sempre le stesse persone. <<Mauro>>, gli scriverei al fondo di una lettera di sua figlia. <<Non si può tirare avanti così senza provare qualcosa di diverso. Noi abbiamo quel briciolo di entusiasmo che serve per fare un salto del genere, e saremmo dei vigliacchi se non lo tentassimo>>. Potremmo sistemarci in una casetta in affitto sul mare, e poi cercare di aprire un piccolo chiosco, un locale di legno dove fare panini, servire le bibite, amalgamare poco per volta il nostro esercizio alla vita del luogo. Nei primi tempi potrei anche dare una mano a qualche pescatore che cala le reti nel mare Egeo, ed imparare ad alzarmi dal letto di notte per salpare con lui alle prime luci dell’alba. Porterei a casa del pesce fresco, qualcosa di meraviglioso, quasi inimmaginabile. Le cose si sistemerebbero in fretta, non ci sono mai dei veri problemi per chi non si spaventa di fronte a qualche difficoltà.

Però ho ancora da parlarne con la Luciana, e ancora devo chiederle di uscire con me, spiegarle qualcosa sulla solitudine, e su quanto possono cambiare tutte le prospettive quando siamo in due a desiderare fortemente qualcosa. Lei è il tipo di persona che può davvero capirmi, continuo a pensare, ed anche se i miei per adesso sono soltanto dei sogni, lei sarebbe capace facilmente di renderli realizzabili, ne sono sicuro. Così passo dalla rosticceria anche stasera a prendere qualcosa per la mia cena. Luciana mi guarda, forse già immagina quello che passa nella mia mente, e quando infine mi sorride mentre mette dentro una busta qualche fetta di arrosto ed una verdura, forse già sa che il nostro futuro è tra un attimo, è qui, appena ad un passo da noi.

 

Bruno Magnolfi

 

mercoledì 3 agosto 2022

Saluti frettolosi.


Ci sono dei giorni in cui sono allegro. Mi sento positivo, ho voglia di parlare con chiunque, di spiegare a tutti che le mie cose, non so neppure come, vanno comunque tutte bene, che non ci sono grandi preoccupazioni, e che se pure c’è qualcosa di storto all’orizzonte presto troverà sicuramente un’adeguata soluzione. Non dura molto, è naturale, e già dopo l’aggiornamento in agenda degli appuntamenti per l’agenzia, mi sembra che qualcosa inizi rapidamente a scricchiolare, come se la costruzione delle illusioni messa su fino ad allora mostrasse subito dopo ampie zone di cedimento. In giornate del genere vorrei non dover rispondere ad alcun obbligo, ed andarmene in giro in piena libertà. Invece devo far visionare degli appartamenti a certi individui che appaiono scontrosi, pieni di dubbi, privi di qualsiasi fiducia verso chiunque. Uno di questi mi dice che la casa in cui ci troviamo potrebbe anche andargli bene, ma il prezzo è troppo alto, e lui non intende certo sobbarcarsi un debito del genere per i prossimi quindici o vent’anni. Annuisco, gli spiego in due parole che abbiamo in vendita degli alloggi più piccoli, meno costosi, non ci sono problemi nel fargli vedere qualcos’altro. Ma quello mi guarda con espressione accigliata, come se avessi tutta la colpa dei suoi problemi, e sgarbatamente mi dice che per una casa più piccola può restare tranquillamente dove abita adesso. Sollevo le spalle, non so proprio come aiutarlo, in ogni caso non vedo l’ora che se ne vada e mi liberi lo sguardo dalla sua presenza.

Ma tutto a quel punto sembra lavorare contro di me, ed il tizio inizia a parlare di sconti sulla cifra finale, di dilazioni di pagamento, di possibilità per avere allo stesso prezzo anche una rimessa per la macchina non certo prevista. Cerco di convincerlo che nessuna di queste richieste può andare in porto, e che il prezzo che gli ho proposto è il minimo possibile. Sembra infuriarsi, dice che non si è mai sentito dire in giro di una cifra così non trattabile, che è addirittura mio dovere preciso andargli incontro accordandogli condizioni migliori. <<Mi dispiace>>, dico alla fine proprio per chiudere quella discussione sterile, e allora lui tira fuori che mi ha già visto qualche volta a bere in un locale di quella stessa zona, e che addirittura sa bene quale sia la mia utilitaria, come se questo dettaglio fosse già una specie di minaccia. <<Va bene>>, gli faccio, <<ma questo non cambia di una virgola le cose, tanto più che io sono soltanto un impiegato dell’agenzia immobiliare, e non posso mai superare per nessun motivo i margini di trattativa che mi vengono imposti. Alla fine quello decide finalmente di smetterla e andarsene, così io richiudo alle mie spalle l’appartamento, ma mentre scendo le scale quello mi dice che in ogni caso ci sarà l’occasione per rivederci, in maniera ancora minacciosa. Vorrei reagire in modo violento, ma mi trattengo.

Quando infine siamo in strada, un attimo prima di salutarmi, l’uomo inizia a dire che la sua è una situazione difficile, che la sua figlia maggiore adesso è in stato interessante, ma non si sa chi sia il padre, e quindi ci sarà una bocca in più da sfamare nella sua famiglia. Lo guardo dritto negli occhi per un momento, poi metto via le mie cose e muovo il passo per andarmene, ma quello mi trattiene per un braccio, dice che avrebbe bisogno di un aiuto, ma io gli sposto la mano e me ne vado. Arrivo a passo rapido fino alla fermata degli autobus, e quando passa il primo mezzo salgo subito sopra, anche se non è della linea che mi serve. Fallani, si chiama quell’uomo che ho appena lasciato, ed adesso che ci penso con un po’ di calma, anche a me pare di averlo già visto da qualche parte. Cambio autobus alla fermata successiva, e dopo poco riesco a rientrare nell’agenzia, visto che quello era l’ultimo appuntamento che avevo. Elisabetta, dopo un momento, mi dice che ha telefonato da poco un signore lamentandosi delle maniere sgarbate che avrei mostrato nei suoi confronti. Naturalmente a lei dico subito la verità di come sono andati realmente i fatti, ma Elisabetta mi guarda strano, come se ci fosse qualcosa adesso che non le torna. <<Forse potevi telefonarmi mentre trattavi>>, mi dice. <<Magari avrei trovato una soluzione con questo signor Fallani. Oppure ti avrei indicato al contrario la maniera migliore per liberartene in fretta>>. Mi sento preda di un attacco di nervi; ma non mi va di darlo a vedere, così mi rinchiudo nelle mie cose da fare; poi, senza dire un’altra parola, saluto di fretta e me ne vado.

 

Bruno Magnolfi  

lunedì 1 agosto 2022

Pronto alla fuga.


Tempo fa, in estate, durante il periodo di chiusura dell'agenzia immobiliare per cui lavoro, decisi di approfittare di quel periodo di vacanza e fare un giro verso qualche luogo di mare. Misi alcune cose personali dentro una sacca, accesi il motore della mia utilitaria, e poi puntai diritto verso la costa. Nel pomeriggio, stufo di guidare, mi fermai dalle parti di Talamone, in Maremma, e così affittai una casetta di legno minuscola in un campeggio ben organizzato di quelle parti. Attorno a me c'erano quasi soltanto delle famiglie con dei bambini, e alcune di loro arrivavano da paesi stranieri, ma a me interessava soltanto fare qualche nuotata nell'acqua e leggere qualche pagina del libro che mi ero portato tra i pochi bagagli. Così mi piazzai sulla spiaggia con l’asciugamano a godermi il bel tempo ed il mare calmo. Alla sera, passeggiando sul piccolo porto turistico, mi accordai con un tizio per noleggiare il giorno seguente un piccolo gommone a motore accogliente e abbastanza veloce. Volevo soltanto farmi un giro lungo i promontori poco distanti, e rendermi conto dal mare come si sviluppava la parte rocciosa di quella località, anche per fare un bagno in solitaria vicino a degli scogli non accessibili da terra. Così, la mattina successiva, mentre spaziavo all’interno dello specchio d’acqua pieno di tavole a vela, mi accorsi rapidamente di una piccola imbarcazione che pareva scaricare delle casse sopra un minuscolo molo isolato, nella parte del golfo opposta alla cittadina di Talamone, in una zona dove non si vedeva alcuna costruzione. Cercai di avvicinarmi, tanto per curiosare, ma mi accorsi che c’erano diversi uomini in divisa a supervisionare le operazioni, e forse qualcuno di loro mi stava già osservando con un binocolo.

Virai verso altre zone, e trovai dei punti magnifici sia sotto la Rocca Aldobrandesca che dalle parti di Capo d’Uomo, dove c’erano diverse grosse imbarcazioni ancorate a godersi la giornata. Quando riconsegnai il gommone mi sentivo soddisfatto della mia gita, e mentre pagavo chiesi all’incaricato che cosa fosse quel luogo dove si potevano notare dei militari in azione. <<Scaricano munizioni>>, mi fu spiegato. <<Quello è un luogo deputato per l’approvvigionamento di materiale bellico per le basi qua attorno, e avvicinandosi troppo mentre sono in atto degli scarichi, si rischia di essere fermati e addirittura identificati>>. Mi parve una stranezza quella di svolgere operazioni pericolose poco lontano da un luogo così bello e turistico, ma mi ritenni immediatamente soddisfatto della spiegazione, ed in considerazione della materia, non mi parve il caso di porre nessun’altra domanda. Però nella notte, nella mia capanna di legno da cui si immaginavano piacevolmente le piccole onde di mare vicine, spinte dalla brezza di terra, sognai una situazione in cui venivo costretto a sbarcare con il mio barchino leggero, e che dei soldati minacciosi e poco gentili, mitra alla mano, mi chiudevano i polsi con dei ferri dietro la schiena, portandomi chissà dove, da solo, gettato nel cassone posteriore della loro camionetta scomodissima. Alle mie spalle intanto sentivo rombare dei colpi forse di mortaio e di fucile, e qualche grossa bomba saltava in aria distruggendo probabilmente il piccolo molo e anche le loro imbarcazioni.

Difficile sarebbe stato trovare delle giustificazioni personali che chiarissero la mia posizione, e mentre pensavo che da lì a poco avrei subito senz’altro un interrogatorio terribile, forse accompagnato da qualche forma di tortura, cercavo, con la poca razionalità che mi rimaneva, una qualche via di fuga possibile da quella situazione. La camionetta si fermava, a un certo punto, e da dove mi trovavo sentivo delle voci concitate che forse spiegavano ad altri chi fossi e quanto stava accadendo. Trovavo, sul fondo della camionetta, la leva che apriva il gancio di chiusura della ribalta da dove mi avevano fatto salire là sopra, e in un attimo, fortunatamente senza provocare rumore, saltavo giù e me la filavo rapidamente all’interno del bosco da cui eravamo circondati in quel momento. Correvo a perdifiato, con le mani però ancora serrate dietro la schiena, ma dopo poche centinaia di metri ritrovavo la mia utilitaria parcheggiata in una radura, e poco lontano l’uomo che si occupava del noleggio delle imbarcazioni, il quale, come si fosse stati d’accordo, mi toglieva immediatamente quei ferri dai polsi con delle sue appropriate ed enormi tronchese, ed io mi ritrovavo poco dopo davanti all’agenzia immobiliare dove svolgo normalmente le mie giornate di lavoro, quasi incredulo di aver potuto risolvere tutto quanto in così poco tempo.    

Il giorno seguente tornavo veramente in città, ma il viaggio di ritorno mi parve lunghissimo, quasi un tormento, soffrendo per tutta la strada come se avessi avuto veramente qualcuno alle spalle, pronto a raggiungermi con determinazione, e a farmi pagare ogni mia presunta attività.

 

Bruno Magnolfi