mercoledì 15 febbraio 2023

Meriti riconosciuti.


            Eravamo in tre o quattro, quasi sempre, a girare in largo e in largo per tutto il paese. Era come ci sentissimo quasi in dovere di elevarci, in quei pomeriggi pressoché insensati, a veri custodi delle strade, e per questo motivo, anche nelle giornate assolate e caldissime delle estati di quell’epoca, vuote di tutto, nell’aria ferma tra le case basse, noi provavamo ogni giorno la necessità di pattugliare, un passo dopo l’altro, tutto il piccolo centro abitato perlopiù deserto, polveroso e pieno di luce, come se, dovendo casomai accadere, almeno nella nostra fantasia, qualcosa di strano, di insolito, di inaspettato, proprio da quelle parti, noi ci si trovasse pronti, esattamente lì, quasi sul posto, preparati e capaci di vedere e registrare con i nostri occhi di ragazzi qualsiasi novità si presentasse. Si parlava, camminando lentamente, conservando un tono basso, di chi sta confidando delle grandi verità, spiegandoci l’un l’altro delle opinioni di fantasia che in seguito dimenticavamo in fretta, ridendone ogni tanto, però pacatamente, come di chi è assolutamente sicuro di sé, e non si permette mai di lasciarsi troppo andare. Ci sentivamo dei veri vagabondi, quelle volte, come se, non avendo trovato proprio altro di cui occuparci, si sentisse l’obbligo, dentro noi stessi, di comportarci proprio così, come padroni e custodi di qualcosa che sentivamo prossimo, accanto a noi.

            <<Gino>>, diceva a volte il mio amico Fabrizio; <<giriamo da dietro la Chiesa per vedere se è ancora tutto a posto>>. Così si facevano delle varianti al solito percorso, ed ogni tanto ci si fermava all’ombra di qualche grande muro fresco, o sotto ad una pianta dalle foglie larghe, a riprendere fiato, far riposare un attimo le gambe nude, anche se poco dopo si riprendeva subito il giro, i sandali ai piedi, la fionda in una tasca, sicuri dei nostri compiti a cui ci sentivamo chiamati dal dovere di essere assolutamente dei difensori di qualcosa di importante. <<Tutto a posto, ragazzi?>>, ci chiedeva incontrandoci qualcuno che ci conosceva, e noi ci limitavamo a rispondere con un semplice mugugno, oppure con un cenno della mano, come se tutto procedesse per il suo corso, sotto alla nostra attenzione, perfetto per come noi lo tenevamo costantemente sotto uno stretto controllo. Certe volte ci spingevamo addirittura fuori dal paese, giungendo fino alla frazione di Castelmaggiore, o lungo la strada dell’Arnaccio, o arrivando alla Chiesetta di San Rocco, ad annusare gli ulivi chiari, quasi d’argento, e la terra piana attorno; poi però si tornava presto nel paese, quando le persone cominciavano ormai ad uscire dalle case, respirando il fresco che giungeva già più tardi, insieme alla brezza blanda, spinta dal maestrale ancora carico della salsedine di Marina di Pisa.

            Ci pareva la cosa più importante di tutta la giornata, quasi come se, non avendo compiuto il nostro giro d’ispezione in tutta Calci, era probabile che qualcosa di brutto si sarebbe potuto verificare quasi senz’altro. Il nostro vagabondare a piedi per quelle poche strade, era naturalmente prezioso per tutto il paese, ne avevamo piena coscienza, e quindi mai nessuna fatica ci prendeva, considerata l’importanza del nostro coraggioso comportamento. In piazza poi ci si fermava a bere l’acqua della fonte, a sciacquarsi la faccia, certe volte a bagnarsi anche il collo e i capelli, come fossimo uomini fatti che si prendono una pausa rinfrescante dopo il duro lavoro. <<Te, che vorresti fare, Gino>>, chiedeva a volte Fabrizio, quando in quelle soste iniziava a voler parlare del futuro. E allora io ci pensavo a lungo, in silenzio, poi rispondevo ambiguo: <<non vorrei mai andarmene da qui; mi basterebbe mettere su un negozietto di frutta e di verdura, oppure iniziare a fare il benzinaio, in aiuto al Marretti, che mi sembra abbia già i suoi anni per mettersi a riposo>>. Allora ognuno si sentiva in dovere di dire la sua sull’argomento, ma la cosa più importante restava comunque il presente, quel senso forte di avere nelle mani in quel momento direttamente noi stessi, senza bisogno d’altro.

            Adesso, quando pedalo sopra la bicicletta a consegnare le lettere per l’ufficio Postale, certe volte mi tornano alla mente quei discorsi, insieme al sapore strano e lontano di quei pomeriggi carichi di buffe intenzioni, e mi pare quasi che se io e quei miei amici di allora non ci fossimo sacrificati per tenere tutto quanto sotto controllo, qualcosa sarebbe potuto anche accadere, qualcosa che nessuno di noi e tutto il paese avrebbe mai voluto. Gli anni poi sono scorsi via di seguito, come un treno che fischia veloce in mezzo alla campagna, e nessuno di noi probabilmente ha fatto qualcosa di quello che avrebbe desiderato davvero da ragazzo. O forse si, ed io certe volte mentre saluto qualcuno che incontro adesso in mezzo al mio paese, avrei voglia ancora di fermarmi un attimo, e spiegargli che siamo stati noi a difendere tutto quello che ancora si può vedere attorno, e non abbiamo avuto mai nessun merito riconosciuto, se non la nostra stessa memoria, e poi nient’altro.

 

            Bruno Magnolfi       

lunedì 13 febbraio 2023

Implacabile e crudele.


            Dapprima cammino in fretta, come se non avessi il tempo per fare neppure la metà di quello che vorrei, poi però rifletto meglio che invece ho tutta la mattina soltanto per giungere fino all’ufficio Postale, mettermi in fila davanti allo sportello, fare le mie cose, e quindi tornare tranquillamente verso casa, ed allora rallento, fino addirittura a fermarmi ogni poco per osservare qualche vetrina e guardarmi attorno. La giornata è soleggiata, anche se c’è poca gente in giro, ma a me non interessa, mi basta che tutto fili via liscio, e che non ci siano complicazioni di alcun genere. Devo soltanto pagare due bollette all’impiegata, roba da dieci minuti, ma sono sicura che troverò qualche conoscente che mi saluterà, che mi farà delle domande anche insidiose, e allungherà facilmente ogni discorso tanto per curiosare un po’ tra le mie argomentazioni. Da quando mi sono separata vivo da sola, lo sanno tutti nel paese, e molti di loro forse si chiedono come riesca a trascorrere tutto il tempo libero che mi ritrovo adesso, senza mai farmi vedere in giro. Per una come me, che non ha mai lavorato, dedicando le sue giornate esclusivamente alla propria abitazione e a suo marito, ritrovarsi in solitudine da ormai più di un anno a questa parte, non è certo una variazione di poco conto, ed anche se lui adesso mi fa giungere regolarmente l’assegno mensile pattuito davanti al giudice, la mia giornata resta vuota, quasi completamente priva di impegni. Vorrei trovarmi un’occupazione, anche di poche ore al giorno, ma quando hai cinquant’anni e nessuna esperienza di lavoro, diventa complicatissimo introdursi nel mondo dei mestieri. Potrei forse rivolgermi almeno ad un'associazione per fare del volontariato, ma non riesco a decidermi, e sono molto titubante nel prendere degli impegni.

Infine, giungo davanti agli uffici Postali, ma, già prima di essere lì, vedo che si è formata una piccola folla di persone che staziona ad una certa distanza, così chiedo ad una signora che cosa stia succedendo. <<C'è una bomba>>, dice quella, <<tra poco arriveranno i carabinieri per disinnescarla, in ogni caso le Poste almeno per oggi sembra proprio che resteranno chiuse>>. Non voglio avere delle opinioni, mi pare quasi un’ironia ciò che a volte capita, in ogni caso mi soffermo assieme agli altri tanto per vedere come possono andare avanti le operazioni. Qualcuno scuote la testa, altri alzano la voce, la Direttrice delle Poste sembra quasi assediata da gente che le chiede delucidazioni, che le pone delle domande a cui peraltro non sa proprio cosa rispondere, e tutti poi vogliono sapere quando riapriranno gli uffici, e che cosa ci si deve attendere da ora in avanti. Io ascolto un conoscente che mi spiega sottovoce il suo parere: <<è tutta una messinscena; la bomba non c’è, fanno così soltanto per attirare l’attenzione sui problemi che ci sono; domani tutto sarà a posto e ben funzionante, vedrà>>. Mi scappa quasi da ridere: pare impossibile che all’improvviso si parli di cose come queste in un piccolo paese dove non succede mai niente di nuovo, e dove l’ultima faccenda su cui sprecare dei commenti è stata forse l’improvvisa fuga di mio marito dalla nostra abitazione.

Quindi mi sposto, ma rimango su questo marciapiede assieme agli altri, ad osservare chissà cosa: mi piace stare qui con metà del paese a curiosare e a immaginare quello che al limite potrebbe accadere. Qualcuno naturalmente se la prende con la sinistra, altri con la destra, e tutti hanno da dire qualcosa contro il sindaco, che ancora non si è neppure fatto vedere, e che probabilmente ha pestato i piedi a qualche pezzo grosso che adesso gli vuole mettere paura. Alcuni ridono, per quanto appare persino ridicola questa situazione, e tutti, con le mani sprofondate nelle tasche, affinano il proprio parere su qualsiasi cosa collegata a questi fatti, magari solo rimasticando ciò che sentono dire al momento, e dando subito per certe alcune idee fantasiose da cui rimangono colpiti. A me pare non ci sia poi molto di cui discutere: si tratta di ispezionare gli uffici per vedere se ci sono davvero degli ordigni, e poi smetterla con tutto questo chiacchiericcio, e far tornare il prima possibile al lavoro gli impiegati. Decido di allontanarmi, avanti che a qualcuno venga in mente di chiedermi qualcosa di mio marito, però mi dispiace non assistere agli eventi che si verificheranno magari tra pochi minuti: si dice che stia per arrivare da Pisa un piccolo marchingegno su ruote munito di una telecamera, capace di ispezionare, tramite un telecomando, tutti gli ambienti dell’Ufficio Postale, senza che nessuno rischi la vita per entrare dentro l’edificio, e molte persone restano in zona per assistere alle operazioni. I Carabinieri proseguono a dire a tutti di allontanarsi, di disperdersi, di lasciare libera la zona, ma naturalmente nessuno al momento presta loro la minima attenzione.

Infine, vado via, con le mie bollette da pagare ancora dentro alla borsa: nessuno mi ha chiesto niente di me e di mio marito, ed improvvisamente, non so, sono contenta: mi pare quasi di aver guadagnato qualche punto, forse, senza il parere implacabile e crudele della gente di questo paese.

 

Bruno Magnolfi        

mercoledì 8 febbraio 2023

Piuttosto riservato.


            A volte, la sera tardi, esco di casa da solo per farmi un giro a piedi nel paese, come avessi al guinzaglio insieme a me un cane mansueto da portar fuori, a cui far annusare qualche nuovo odore, far sciogliere i muscoli delle zampe, o anche solo condurre in giro a caso, senza neppure una vera meta. In quell’orario nell’abitato non si incontra mai nessuno, restano soltanto i soliti affezionati alla Casa del Popolo che tirano tardi là davanti a discutere su qualcosa di poco senso, magari ridere di qualche comune conoscenza, oppure mostrarsi pronti a scambiare le opinioni più inverosimili su tutto ciò che passa per la loro mente. Evito di passare da quella parte, piuttosto costeggio il marciapiede opposto lungo la strada, e mi perdo spesso in quelle ombre che si formano tra un lampione e il successivo, soffermandomi ogni tanto ad osservare qualche dettaglio di un muro, o di un portone, o di un manifesto affisso che precedentemente non avevo notato. Il mio cane mi osserva inquieto, nell’attesa che io riprenda a muovere i piedi, verso un itinerario del quale forse non nutre proprio alcun interesse. Mi piacerebbe in certi casi saper suonare uno strumento a fiato, che se ci penso non ho neppure mai ascoltato, forse una tromba dal suono molto fioco, l’imboccatura semplice, dei tasti diatonici, capace di esprimere quasi un canto melodioso e dolce, ben riconoscibile. Giro dalle parti di un giardino alberato, osservo davanti a me, nella scarsa luce intorno alle siepi e alle panchine vuote, qualcosa che potrei aver dimenticato ieri o qualche tempo addietro: un libro sgualcito, una penna a sfera di cui adesso non saprei che farmene, oppure un grande fazzoletto grigio che qualche volta porto legato attorno al collo, ad evitare che il fresco della sera possa regalarmi un forte mal di gola. Il mio cane mi osserva, senza comprendere, disinteressato ai miei giochi.

            In quella zona in qualche caso incontro qualcuno con la mia stessa inquietudine, ed allora ci fermiamo e ci mettiamo a parlare del nostro piccolo paese, delle scarse novità su cui girano insistentemente delle strane voci, di qualcuno che purtroppo recentemente ci ha lasciato, oppure anche di ciò su cui dobbiamo indubbiamente tornare ad occuparci, presto, tra poco, appena giunte le prime luci del nuovo giorno. Tutti, ad esempio, hanno saputo qualcosa del nostro Ufficio Postale, ed ognuno ha tirato fuori da sé una propria opinione, come se fosse inevitabile dire la propria intorno ad un argomento così importante eppure poco chiaro. Forse chiuderanno quella sede, si dice sempre con più insistenza tra la gente, e forse i cittadini di Calci dovranno arrivare fino a Pisa o a San Giuliano per spedire una semplice raccomandata, o per pagare una bolletta ormai in scadenza. Sembra incredibile che qualsiasi novità che arriva ogni poco tempo ad investirci sia sempre negativa. Il mio cane mi osserva con sguardo comprensivo, come capisse quanto possa essere antipatica la coscienza per qualcosa che peggiora sempre, poco per volta, fino a mostrarsi quasi inumana questa sensazione, o incomprensibile, come un effetto diretto dello scetticismo che con troppa facilità manifestiamo spesso. Il conoscente che mi ascolta resta in silenzio, forse ha delle opinioni che non desidera farmi conoscere, e delle quali peraltro io probabilmente non mi curerei.

            Poi torno verso casa, ancora da solo, però mi fermo accanto al muro di una vecchia casa del paese per intonare col mio strumento un’aria della quale sono sicuro all’improvviso di ricordare almeno qualche nota. Mi piace immettere in quella melodia qualcosa di me, dei miei pensieri, delle mie scarse distrazioni, anche se la magia sonora appena avvertibile che lascio spandere dura troppo poco, appena il tempo di rivelare che ero qui, che sono transitato lungo questa via, che ho infuso nell’aria il mio segnale. In piazza Cairoli, nell’abitato di Calci, c’è la torre campanaria della Pieve che a quest’ora sembra emergere dal buio, e con la sua possenza riesce a dare un aspetto difensivo a tutte le costruzioni attorno. L’ufficio postale naturalmente è vicino, pare impossibile che sia destinato ad una prossima fine così repentina e ingloriosa. Il cane adesso sbadiglia, indica con semplicità che è stufo di girare lungo delle strade nude, senza vita, da dove qualsiasi abitante del paese appare fuggito, rifugiato a doppia mandata nella propria abitazione, consigliando a noi di fare altrettanto. Riprendo la mia strada, allungo il passo, sgancio il guinzaglio e lascio che il mio cane si perda chissà dove, visto che tanto lo ritroverò piuttosto facilmente nella prossima serata, quando tornerò a percorrere i medesimi marciapiedi. Poi rientro nella mia abitazione, girando le chiavi con calma, aprendo il portone con lentezza, e salendo le due rampe di scale quasi in punta di piedi per non fare rumore, anche se al primo piano di questa palazzina abito da solo; non mi piace comunque che qualcuno avverta i miei spostamenti, preferisco passare inosservato agli occhi di chi mi conosce come un proprio vicino, ed essere giudicato soltanto un cittadino come tutti, forse soltanto piuttosto riservato.

 

            Bruno Magnolfi  

martedì 31 gennaio 2023

Comprensione dei motivi.


            Giungono ogni tanto anche certi giorni un po’ particolari, dei momenti almeno in parte differenti da tutti gli altri, durante i quali il mio ordinario starmene come sempre per mio conto a svolgere le solite risapute operazioni, mi porta verso dei pensieri insoliti, quasi fuori dall’ordinario. Mi chiedo in questi casi se fosse stato veramente proprio questo alla fine il compito finale assegnato a me per invariabile decisione, o se invece sarebbe stata sufficiente, da parte mia, una piccola presa di posizione diversa, magari data da una stupida passione, o da qualcosa maturato addirittura negli anni della gioventù, per farmi scoprire cose del tutto differenti, addirittura delle vocazioni nascoste che avevo dentro me stesso e a cui forse non sono mai riuscito a dare peso. Era probabile stagnassero dentro il mio spirito certe abilità che non ho mai saputo neanche di avere, come un talento innato che non sono stato capace di praticare, restando, al contrario, sempre fedele alla mia principale attività, sostanzialmente legata a quello che mi è stato suggerito all'epoca da qualcuno pratico a cui forse non interessava proprio niente dei miei sogni e delle mie idee. Ci si vanta spesso di non avere dei rimpianti, ma nel mio caso non so e non capisco se fosse stato il caso di coltivare maggiormente certe affinità, oppure se è sempre stato un bene cercare di evitarle. Adesso non saprei dire che cosa avrei potuto sperimentare, in ogni caso non ho avuto vicino mai nessuno pronto a stimolare la mia curiosità, e questo è stato più che sufficiente a lasciarmi intraprendere la strada più retta e semplice a cui mi sono presto adattato. Entrai da ragazzo in questa azienda delle Poste per fare il portalettere, ed in tanti anni di esperienza non mi pare sia cambiato mai niente nella mia attività. Nel paese tutti mi conoscono come il postino, ed io sorrido quando mi salutano, orgoglioso di quello che rappresento.

            Avrei potuto dipingere, o fare il musicista, non so; magari studiare, se i miei genitori avessero avuto i mezzi per permettermi di farlo. Ed in quel caso probabilmente avrei scelto di inoltrarmi in una carriera pratica, come quella del geometra, o dell’architetto, oppure diventare un ingegnere edile. Se ci penso, qualcosa sembra mancarmi, anche se probabilmente niente sarebbe mai cambiato nella mia indole, ed alla fine devo riconoscere che se sono rimasto pe tutto questo tempo a consegnare la posta alle persone, è stato soltanto perché non mi sono mai seriamente preoccupato di far altro. Forse, al momento giusto, sarebbe stata una semplice questione di volontà, di entusiasmo, di voglia smisurata di intraprendere qualcosa, fino a risvegliare tutte le energie possibili per ottenere ciò verso cui avrei potuto mirare, anche parlandone in giro con qualcuno, lasciandomi aiutare volentieri da chi mi conosceva, ma anche da chi trovava d’improvviso nelle mie parole qualcosa di importante, di fondamentale, come l’apertura di una nuova strada, pur difficile, per un ragazzo pieno di passione, che probabilmente sarebbe riuscito facilmente e con ottimi risultati nel suo intento.

            Non ha alcun senso riflettere tutto questo, mi dico. Eppure, non riesco proprio ad immaginare in qualche caso di poterne farne a meno, e la mia fantasia mi porta subito a proiettarmi verso scene surreali di cui effettivamente non ho mai neanche tentato di far parte. Mi capita certe volte di dover consegnare dei libri richiesti per mezzo postale ad esempio, ed allora, mentre pedalo sopra la mia bicicletta nell’aria frizzante della mattinata, mi trovo dentro di me a fantasticare su quale prezioso scrigno potrebbe addirittura dimostrarsi anche un solo volume di racconti, di poesie, di pensieri, anche di semplici ricordi, e mi viene da sorridere nel desiderio di conoscere cosa possa essere nascosto in mezzo a quelle pagine. Che cosa importa, mi dico ancora: la mia vita è segnata, il mio mestiere mi permette di mandarla avanti nella piena tranquillità, non ho alcun bisogno d’altro, i miei pensieri stravaganti sono soltanto una maniera per riempire questo vuoto che a volte mi prende mentre pedalo, tra il saluto di una persona conosciuta che mi capita d’incontrare e l’altro, come un lento nastro che si svolge ogni giorno a velocità costante, in maniera quasi identica ogni volta.

            Forse il vero terrore che prende certe volte chi come me sta mandando avanti una vita lineare, senza mai alcuno scossone, è quello di dover affrontare prima o dopo, non per propria volontà, dei cambiamenti. La monotonia dei giorni, in persone come me, diventa presto una culla dentro cui distendersi nella piena tranquillità, evitando di trovarsi davanti scelte e variazioni che appaiono colme di grande sofferenza per chi le deve compiere. Perciò, so che se anche ci saranno dei cambiamenti nel prossimo futuro all’interno della sede postale del mio piccolo paese, eviterò persino di cercare di comprendere quali potranno essere, ed in che modo potranno mai riguardarmi. Svolgo da sempre il mestiere del portalettere, ed il mio più profondo desiderio, oltre i sogni ad occhi aperti che cerco sempre di tenere confinati in una zona ben circoscritta della mente, è quello di poter proseguire a farlo, come sempre, magari senza neppure tentare di comprenderne il vero motivo.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 26 gennaio 2023

Comportamento apprezzabile.


            Certe volte, specialmente qualche anno fa, mi sono sentito isolato. Non perché non avessi le giuste conoscenze o non potessi contare sull’appoggio di molti per le mie pur limitate cariche politiche, quanto perché difficilmente sentivo una grande sincerità nelle espressioni anche di chi mi sosteneva. Mio padre, prima della guerra, era un convinto fascista, uno che per tutta la vita, perfino poco prima di morire, non si era mai pentito delle proprie idee, neppure quando era diventato davvero difficile ostentarle, ed io con coerenza ho sempre seguito i suoi insegnamenti, iscrivendomi ai partiti di destra fin da ragazzo. Eravamo due fratelli ed una sorella più piccola in famiglia, e se lei non ha mai contato niente, limitandosi a servirci tra le mura di casa, noi due invece cercavamo sempre di sgomitare per farci strada, tanto da prendere interminabili discussioni con tutti in paese, anche per strada o davanti al caffè della piazza principale, fino a sorridere quando qualcuno giungeva persino a minacciare la nostra incolumità. Ci sentivamo forti da ragazzi, il mondo per noi era fatto per chi aveva il coraggio di prenderlo, e gli altri, secondo il nostro parere, potevano soltanto abbassare la testa e starci a guardare. Le nostre idee erano quelle di chi affronta la vita a testa alta, e non prova minimamente paura di fronte a nulla. Mio fratello poi conobbe una ragazza, e poco dopo la sposò, come si faceva a quell’epoca. Fui contento per lui, anche se mi sentii vagamente tradito.

            Io invece sono sempre rimasto da solo, forse per poter dimostrare che si poteva vivere tranquillamente anche così, ma quando infine nacque mio nipote Alberto mi commossi profondamente, e forse vacillai nelle mie convinzioni. Fui eletto poco più tardi come vicesindaco e assessore al bilancio ed alle attività produttive del mio piccolo paese dove ho sempre vissuto, naturalmente in una coalizione di destra, e lì cercai di dare seguito alle mie idee, soprattutto nella convinzione di incarnare il pensiero dei molti cittadini che mi avevano votato alle elezioni. In molti immediatamente si fecero avanti a chiedermi un aiuto, o a strapparmi una promessa, oppure spavaldamente a domandarmi di far loro dei favori in un campo o nell’altro, ed io con quasi tutti cercai di essere prodigo nelle mie possibilità, spesso dando la spinta che mancava a coloro che avevano il coraggio di venirmela a chiedere. Il sindaco, di un partito più moderato del mio, qualche volta mi consigliò schiettamente di mantenere una maggiore integrità, e di non cedere alle lusinghe di chi accarezzava il potere solo per servirsene. Ed in quel periodo, parlando con mio nipote Alberto, in cui avevo confidato molto per la prosecuzione del buon nome della nostra famiglia, e osservando certe volte come si fosse dimostrato privo di interessi e di spina dorsale - prima nei falliti studi scolastici, poi nella ricerca di un posto di lavoro - mi convinsi che a malincuore avrei dovuto aiutarlo, anche per dimostrare che ancora riuscivo ad avere molto credito, almeno in certi ambienti.

            Mio fratello si mostrò felice del mio interessamento, mentre lo stesso Alberto, che fino a quell’attimo aveva trascorso il suo tempo insieme a certi amici ugualmente smidollati, e senza combinare mai niente di buono, accettò senza alcun entusiasmo il posto di impiegato degli Uffici Postali nella sede più vicina possibile alla sua abitazione. Da quel momento, com’è naturale per uno come me, presi a disinteressarmi quasi completamente della sua condotta, spiegando a mio fratello che restavo comunque deluso da quel comportamento ingrato di suo figlio, e che non avrei fatto nient’altro per lui, lasciando che se la sbrigasse da solo con quel mestiere che avevo messo a sua disposizione. Ricordo che uscendo dalla loro casa quel giorno, dopo aver spiegato bene le mie ragioni, provai per la prima volta un forte senso di distanza dalla mia famiglia, come se quegli accadimenti avessero iniziato a separare perfino le idee che io e mio fratello avevamo sempre avuto in comune. Mia sorella invece, segnata nel fisico da una malattia purtroppo seria, aveva dovuto accettare di venire ad abitare nel mio appartamento, considerato che come me non si era sposata, ed aveva alloggiato con i nostri genitori fino a quando loro erano venuti a mancare. Con lei, per tutto questo tempo, praticamente non ho mai parlato, neppure adesso, limitandomi semplicemente a chiederle di stirarmi una certa camicia, o di preparare qualcosa di preciso per pranzo. Però ho scoperto da poco che ha tenuto nascostamente dei diari molto ben dettagliati di tutti i suoi pensieri e delle piccole attività casalinghe che ha svolto, ed io adesso mi sento curioso di leggerli, anche se non trovo il coraggio di chiederle una cosa del genere. Forse lei mi odia, ho pensato qualche volta, ma in un modo talmente soffuso da essere sempre stata capace di non far trapelare mai nulla dei propri sentimenti. E questo, comunque sia, lo trovo apprezzabile.

 

            Bruno Magnolfi

venerdì 20 gennaio 2023

Grande scenografia.


            Negli ultimi tempi, mi capita di sentirmi strano certe volte, magari proprio quando sto qui, tranquillo, nelle mie due stanze ricavate nell’ampia soffitta dell’abitazione di Bientina dei miei genitori. In alcuni casi giungono fin qui gli echi incomprensibili delle loro discussioni dal piano inferiore, ma questo ormai non fa più notizia, e poi in quei casi sono subito pronto a mettere su della musica ad alto volume per coprire ogni disturbo. Spesso parlano di me, ne sono sicuro, e prendono immediatamente differenti posizioni. Mia madre mi difende, nel momento in cui mio padre invece urla ancora qualcosa contro di me, con i suoi modi sempre aggressivi e pesanti che ha sempre usato nei miei confronti. Le cose per qualche mese parevano essersi attenuate da quando ho iniziato a lavorare alle Poste di Calci, ma rapidamente poi hanno invece ripreso il loro normale andamento, tanto da farmi desiderare spesso di prendere la porta e uscire di casa, anche se spesso non ne sentirei neppure troppa voglia. In quei casi, comunque, arrivo a piedi fino alla birreria di Luca, dove generalmente staziona qualcuno dei miei amici, e lì tiro tardi per tutta la serata, lasciandomi alle spalle qualsiasi preoccupazione. Adesso che mi sono fatto procurare la tessera sindacale però, mi sento diverso. Non ne ho parlato ancora con nessuno, e sinceramente spero che a nessuno venga mai in mente di spifferarlo ai miei genitori: sarebbe sicuramente guerra aperta tra me e la mia famiglia, che è sempre stata compatta nelle proprie idee politiche di destra.      

            Non so neppure perché ho compiuto questo passo: in fondo, se anche dalla Direzione Provinciale, come si vocifera nelle ultime settimane, decidessero di chiudere l’ufficio di Calci e di spostarmi nella sede più vicina, a me non cambierebbe molto. Però ad un certo punto mi sono come sentito nelle condizioni di prendere una posizione più precisa, forse anche nei confronti dei miei colleghi di lavoro, e poi mi è parso finalmente di compiere un gesto tutto mio, qualcosa di personale, da non dover mescolare praticamente con nient’altro. Persino i miei amici sarebbero pronti a ridere di me, della mia scelta, ne sono più che sicuro, se soltanto sapessero quello che mi sta passando per la mente. Sono tutti degli scansafatiche loro, esattamente com’ero io fino a poco fa, anche se adesso mi sento più inserito, almeno in questo mondo dei servizi. Bargiacchi, che mi ha fatto avere la tessera del suo sindacato di sinistra, non mi ha chiesto nulla, anche se mi ha guardato in una maniera piuttosto strana. Io gli ho soltanto detto che qualsiasi comunicazione o invio postale della rivista o di altre cose del genere, deve essere spedita all’indirizzo dove lavoro, e in nessun caso a domicilio, e lui ha sorriso, essendo indubbiamente a conoscenza della mia situazione. 

            Ho chiesto a Laura, la mia collega, di vederci di nuovo, se le va, e per adesso lei non mi ha risposto, anche se sono convinto che sia curiosa di sapere quali motivi mi hanno spinto a prendere una posizione di questo genere nei confronti del lavoro. Ho sentito dire che i tesserati passano da osservati speciali da parte della Direzione delle Poste, ma a me non interessa nulla: se le cose devono andare avanti, penso, è bene per me che io le spinga ancora oltre, magari fino agli estremi. In me non avverto alcuna contraddizione, sento al contrario di diventare sempre di più una persona, un tizio che finalmente prende per sé qualche decisione. Vorrei perfino spiegarlo a Laura, se me lo permette, questo pensiero di fondo che sta prendendo campo dentro la mia testa: <<mi sento in equilibrio>>, vorrei dirle; <<e poi ero talmente vuoto di pensieri, da tendere adesso sempre di più a lasciare da parte le mie cose personali, e preoccuparmi d’altro, forse anche degli altri, e persino di cose che probabilmente non mi toccano neppure>>. Forse lei non capirà il mio punto di vista, però io vorrei provare comunque a dirglielo, a spiegarmi, perché mi pare che tutto questo, mentre sta accadendo, non so perché o in quale maniera, ma sta addirittura cambiando persino il mio modo di guardare tutto il resto. Sto male a casa dei miei, questo è chiaro; ma non sto più tanto bene neppure quando sono insieme ai miei amici, che scherzano su tutto e di tutto trovano da ridere. 

            Forse non ho neppure un vero amico; probabilmente non ne ho avvertito mai una reale necessità. Eppure, in questo momento, avverto la voglia di parlare, di spiegarmi, di dire tutto quello che ho trattenuto dentro me stesso per tutto questo tempo. Forse sarebbe addirittura salutare per me cambiare sede di lavoro, e conoscere così persone nuove, colleghi differenti, diversi punti di vista. Se anche non accadesse nulla a breve da parte delle Poste, potrei sempre fare domanda per essere trasferito in un altro ufficio, magari anche più grande, a Pisa stessa forse; e così venire a contatto con nuovi e differenti personaggi, in questa specie di grande scenografia.

 

            Bruno Magnolfi

         

lunedì 16 gennaio 2023

Chilometri da fare.


            Ci sono nato, in questo paesino di provincia, e quando giungerà il mio momento sicuramente ci dovrò morire. L’ho odiato, quando ero un ragazzo, e tutte le volte che mi era possibile me ne andavo via, con i miei amici certamente, ma anche da solo, a cercare chissà cosa persino non troppo lontano, a Pisa magari, che invidiavo perché era sempre piena di studenti, oppure al mare, poco più avanti, ogni volta che la stagione era propizia. Mi andava stretta questa maniera di conoscerci tutti e di sapere qualsiasi cosa l’uno dell’altro, e quegli sguardi di qualcuno, lungo la strada principale, magari mentre stazionavo davanti alla Casa del Popolo, che mi davano già uggia anche soltanto a immaginarli. Le ragazze mi piacevano, però ero un po’ timido, anche se sapevo che con una di loro, forse quella giusta, avrei potuto andarmene ancora più lontano, e chissà per quanto tempo. Andare dove poi, questo non sono mai riuscito a stabilirlo, ma forse mi sarebbe bastato abbandonare Calci, almeno giungere in un luogo dove nessuno mi aveva conosciuto fino all'ora. Poi però iniziai a lavorare; avrei tanto voluto entrare come operaio alla Piaggio, a Pontedera, ma la mia domanda non venne mai presa in considerazione, così iniziai a dare una mano ad un amico di mio padre, nell'unica officina d'auto del paese. Il fascino della grande fabbrica era forte, ma a quell'epoca mi feci bastare i cambi d'olio dei motori, e le riparazioni elementari su macchine stravecchie, fantasticando di essere in una grande azienda, dove, cascasse il mondo, suonava la sirena, e gli operai andavano a pranzo tutti assieme.

            In un piccolo paese poi, basta avere avuto una compagna delle scuole che all’epoca ti piaceva un po’ di più di tutte le altre, e quando infine la incontri di nuovo vedi subito che adesso è già più grande, più donna, quasi attraente, così la inviti fuori, e allora bastano appena due o tre volte, affinché tutti quelli che incroci stiano pronti lì a strizzarti l’occhio, tanto che sembra tu abbia già fatto la scelta della vita. Ti ferma per strada qualcuno che neanche conosci, ti dice qualcosa di Annarita, e allora all’improvviso non hai più neppure bisogno di spiegarti, le cose sono già composte, difficilissimo tirarsi indietro, se anche minimamente lo desiderassi. Il resto, in pratica a cascata, va avanti quasi da sé, senza alcun bisogno che ti metta a pensarci troppe volte, tanto che di colpo sei un giovanotto come tutti che sta per metter su casa e famiglia con una del paese. Non c’è più alcuna possibilità di tirarsi indietro, e allora dimentichi forzatamente qualsiasi desiderio avessi avuto in precedenza, anche se comunque in qualche modo ti senti soddisfatto di quello che ti sta accadendo, e praticamente ti immagini completato da un rapporto così bello che non avresti potuto desiderare meglio nella vita.

            In fondo, chi se ne importa di lavorare a Pontedera, o di qualche sogno di ragazzo che adesso non ricordi neanche più, e che sei pronto subito a smentire con chiunque, casomai te ne chieda qualche notizia. Non c’era niente di serio, e neppure di importante, le tue giornate adesso sono segnate, non c’è più alcuna possibilità di immaginare altro. L’odio per il tuo paese di provincia è oramai alle spalle, dimenticato, fa parte forse del retroterra di qualsiasi ragazzo della zona, come qualcosa che sembra inevitabile per chi nasce in un posto come questo. Le cose vanno avanti, e alla fine ti contenti di quello che sei riuscito a costruire, anche se riesce a dimostrarsi esattamente quello che tutti quanti si aspettavano da te, fin dagli inizi. Ma cosa importa, poco dopo appaiono i ricordi, la nostalgia per qualcosa mai successo, e le piccole soddisfazioni di ogni giorno. Ricordi un elemento vago, nell’ombra appannata dei pensieri, quando stai da solo: forse un’idea, una sfumatura, un’espressione; magari un viso, di qualcuno che è sparito a un certo punto, o di quella ragazza che una volta ti ha sorriso, e tu non hai capito sul momento cosa mai volesse farti capire.

            Poi arriva uno che conosci e che ti porta i suoi saluti, e tu resti come un ebete, immaginando di riavvolgere di colpo questi vent’anni o trenta, e di tentare l'inseguimento di quello che avrebbe anche potuto essere, con lei che adesso sai che vive in una grande città molto lontana, dove sicuramente non le manca niente di quello che avresti potuto mai desiderare. Eppure, lei trattiene ancora dentro di sé un ricordo simile al tuo, e d’improvviso sa esprimerlo al meglio, come se ci fosse stato un sogno a colori fatto assieme, in chissà che notte, nella completa assenza della luna e delle stelle. Non importa, va bene così, l’immaginazione a volte porta lontano, anche se i tuoi pensieri proseguono a svilupparsi mentre di nuovo fai soltanto un cambio d’olio, o una semplice riparazione su una macchina di terza mano, che non avrà ancora molti chilometri da fare.

 

            Bruno Magnolfi