venerdì 7 aprile 2023

Soltanto uno spettacolo.


            Non sto bene, o perlomeno non mi sento a posto, non come sempre, ecco. Mi muovo nelle mie due ampie stanze e cerco di immaginare se per caso i piccoli rumori che produco, spostandomi da una parte all’altra, si riescono ad avvertire anche al piano inferiore. Magari no, probabilmente non si sente niente, forse è soltanto una mia preoccupazione, in ogni caso adesso cerco di non provocare alcun suono, o in ogni caso, il minimo che mi è possibile. In fondo, che cosa mi importa di tutto quello che può succedere nei prossimi tempi. Devo andare avanti con le mie idee, con le mie aspirazioni, non posso certo restare confinato in ciò che gli altri si attendono da me. Sempre più mi trovo in solitudine a riflettere sul mio futuro, ma questo non è affatto un problema, perché intendo essere convinto delle mie scelte, senza che qualcuno possa anche inconsapevolmente influenzarle. Certe volte mi viene da ridere pensando che i crucci che mi pongo in questo periodo probabilmente vengono risolti già da dei ragazzini che hanno la metà dei miei anni. Purtroppo, io devo fare i conti con una famiglia che non mi ha mai permesso di volare per conto proprio, e mi ha sempre avvolto in una sorta di protezione rigida che adesso mi appare ogni giorno sempre più insopportabile. E poi c'è Laura, che con i suoi modi semplici mi intriga, mi meraviglia, qualche volta mi affascina. Lei non si è mai posta i miei problemi, ed è sempre riuscita ad inserirsi nel solco del procedere di questo piccolo paese dove abita, conservando dentro di sé una personalità propria, capace di emergere ogni tanto e senza alcun preavviso, nel mostrare per un breve lasso di tempo la sua vera faccia.

Il mio sogno adesso è portarla qui, nelle mie due stanze, nella soffitta ristrutturata della casa dei miei, e tentare di spiegarle tutto, di farle capire che la mia solitudine non è un capriccio, ma è data dall'impossibilità per me di mostrarmi come sono. Sono convinto della capacità di comprensione da parte sua, se soltanto riesco a parlarle in piena intimità, ed anche se non mi interessa affatto essere compatito da lei, così come da nessun altro, ugualmente ci tengo a farle comprendere quanto sia difficile certe volte per me tirare avanti. Perché mi perderei con facilità tra le giornate vuote trascorse ancora con qualcuno dei miei vecchi amici di una volta, ma la voglia sempre più impellente di andarmene, una buona volta, e chiudere alle spalle tutto ciò che fino adesso si è dimostrato per me così deteriore, adesso è anche più forte. Oggi sono passato da una libreria di Pisa, comunque, ed ho acquistato un libro su Luigi Pirandello, e naturalmente ho scelto qualcosa che parlasse anche di questa commedia a cui assisterò tra un paio di giorni insieme a Laura: “Ciascuno a suo modo”, è il titolo, e sto cercando di comprendere al meglio questo strano intrigo che si forma nello spettacolo tra il palcoscenico ed il pubblico in platea. 

Improvvisamente mi sento affascinato da chi ha cercato di sondare in questo modo la propria sensibilità, fino a rendere in una semplice commedia qualcosa che forse chiunque di noi potrebbe anche pensare, senza però avere mai il coraggio di farne un'opera teatrale. Inizio anche a comprendere, almeno in parte, la passione che cova da tempo dentro Laura: è come se, in maniera istintiva e naturale, lei vivesse contemporaneamente dentro di sé sia il dissidio che la saldatura che si forma spesso tra il pubblico e l'attore, quasi che recitare o non recitare fossero praticamente la medesima questione. Rifletto: siamo tutti in fondo delle maschere, si tratta di comprendere le motivazioni che ci portano ad essere di un tipo oppure un altro. Anche io stesso con mia madre spesso recito, ad esempio, e con mio padre oramai non parlo neanche più, restituendogli quell'ostilità che lui è stato capace di mostrare quando ha capito che non ero del tutto uguale a lui. Ma con Laura sono sincero, anzi, mi sento del tutto in sintonia con lei, al punto che non riesco neppure a preoccuparmi di qualche lunga pausa che lasciamo in aria, quando siamo insieme.

Mi sento ossessionato da chi forse è capace, nel piano dell'abitazione subito sotto le mie due stanze, di decifrare dai rumori che produco addirittura ciò che sto facendo, e per semplice e immediata deduzione, ciò che in questo momento forse mi preoccupa di più, o magari ciò a cui addirittura sto pensando. Devo scrollarmi di dosso questa preoccupazione che da qualche tempo mi perseguita, e devo riuscire a sentirmi indifferente a certi crucci. Ma non è facile cambiare di colpo certi elementi della propria indole. E la complicazione finale sta nel fatto che tutto avviene contemporaneamente, imbrogliando ogni aspetto in una mescolanza di emozioni, e rendendo ogni scelta più difficile, complessa, quasi imprescindibile l'una dall'altra. Non so che cosa avrebbe detto Pirandello di un caso come il mio: però so che in qualche modo lo sento vicino, ed è questo alla fine il motivo principale per cui andrò con Laura più che volentieri, ad assistere allo spettacolo teatrale.

 

Bruno Magnolfi

           

martedì 28 marzo 2023

Andarsene lontano.


            Sto da solo, nella mia piccola bottega che era di mio padre. Anche quando arriva qualche cliente, mi fa vedere le sue scarpe, gli spiego il lavoro, quanto costa, quando saranno pronte, sono comunque solo. Vengono da me perché non c’è nessun altro nel nostro paese che voglia fare questo mestiere. Ed io intanto penso. Anche se è stato proprio il pensiero che mi ha fatto ammalare di solitudine. Metto il mastice, stringo la morsa, metto due chiodini, e intanto penso. Penso di odiare tutti quelli che non sono di qui, del mio paese, intendo. Loro le scarpe se le comprano nuove, quando un tacco è consumato. Sono tutti signori, hanno soldi da spendere, gettano via una cosa quando è consumata, o anche soltanto perché è sporca. Anche a me butterebbero via, solo potessero. Ed io li odio tutti quei paesi lì, che non sono il mio paese. Li vorrei vedere tutti ridotti in miseria, a chiedermi in ginocchio di risuolare le scarpe e a ringraziarmi, quelli di quei paesi. Perché non meritano niente, neppure un chiodino a reggere la punta di una suola. Bisognerebbe buttare giù tutte le loro case, e mandarli in giro senza scarpe, con qualche straccio legato ai piedi con lo spago.

            Viene un cliente, si è scollata la suola, va bene, dico, o forse faccio solo un cenno con il capo, domani, gli spiego con la mano, domani è pronta questa scarpa. Nel mio paese c’è tutta brava gente: vengono da me, riparano le scarpe, mi danno i soldi che io chiedo. Negli altri paesi, tutti qua attorno, ci sono soltanto farabutti. Uno è venuto, non lo conoscevo, ha detto che era di Calci, e che se non si fosse potuto riparare avrebbe buttato tutto via. Ho tenuto lo sguardo basso, come fossi da solo, l’ho lasciato dire; domani, gli ho detto, forse. Poi l’ho richiamato. Non si può fare questo lavoro, ho detto con le mani, neanche domani. E lui ha buttato tutto. Molto meglio. Non voglio fare niente per uno di Calci. Anche se questo è il mio lavoro. Non mi hanno mai aiutato, quelli di Calci, anche con mio padre si sono comportati sempre così. Hanno lasciato che morisse di fame, pur di non farsi rifare i tacchi delle scarpe. Hanno buttato tutto, e se ne sono comperate di nuove, questi gran signori che abitano a Calci, o a San Giuliano. Tutti uguali, farabutti.

            Ed io adesso, da solo, penso alla vendetta. La devono pagare, i farabutti, ed imparare come ci si comporta. La sera faccio un giro con l’ape, mi fermo dentro una bottega, compro un pezzo di pane ed un cartone o due di vino. Perché non ho televisione dentro la mia stanza. Solo i miei pensieri, e la mia solitudine, che sta sempre con me. Ed allora penso che debba vendicarmi, e faccio fuori il cartone prima di addormentarmi ancora vestito come sono, con le mani secche di mastice e la puzza ancora addosso di pelle conciata a Santa Croce. Perché sono loro, i farabutti, che mi hanno ridotto in questo stato. Forse ridono, quando mi immaginano con l’ape, e non mi portano le scarpe, le ricomprano, i signori farabutti. Ma io me ne sto da solo, e mi addormento mentre penso che farò saltare tutti in aria, quelli che se ne stanno in quei paesi, che piuttosto di far mettere un chiodino o il mastice ad una suola, vanno al negozio e si comprano delle scarpe nuove. Non dirò niente, non ho bisogno di spiegare niente a nessuno. Comprenderanno tutto d’improvviso. I farabutti, che mi tengono da solo in questa bottega, e mi ci farebbero morire, fosse per loro.

            Al mattino, mi dico, è già domani, anche oggi, e devo risuolare un paio di scarpe, verrà il cliente, rimarrà sicuramente soddisfatto del mio lavoro, che era di mio padre, che hanno fatto morire di stenti, quando avrebbe potuto lavorare in grande, e riparare scarpe a tutti questi paesi di questa provincia maledetta. Ma loro no, non si sono mai piegati, e allora basta: consegno il paio di scarpe, prendo i soldi, vado alla bottega per il vino, poi faccio un giro a Calci, a vedere i farabutti, che smetteranno di ridere, presto, e di comprarsi scarpe nuove, belle lucide e pulite. Devono impaurirsi, sapere che c’è qualcuno che non li ha mai digeriti, quelli di Calci e di San Giuliano, con tutti i soldi che hanno, pronti per comprarsi scarpe nuove e tutto il resto. Devono vederla la vendetta, nel momento della sua realizzazione, e provare una gran paura, senza neppure immaginare da chi arriva. Perché io sto da solo, in questa piccola bottega, che era di mio padre. Ed ho avuto tutto il tempo di pensarle queste cose, e di capire quale sia sempre stato il mio nemico. Perché un nemico ci dev’essere, qualcuno che mi ha costretto in questa condizione, che mi ha voluto proprio così, e intanto si è comprato delle scarpe nuove, che però non gli serviranno di certo per andarsene lontano.

            Bruno Magnolfi

martedì 21 marzo 2023

Niente di buono.


            <<Sto bene>>, dice subito la mia amica Elena. Forse vorrebbe aggiungere qualcosa, ma poi resta in silenzio. È da diverso tempo che non ci vediamo, magari ci sarebbero da fare degli aggiornamenti sulle nostre diverse situazioni, ma lei si è accorta subito di come io abbia modificato qualcosa nel mio comportamento, ed adesso si è messa già sulla difensiva, o almeno pronta ad attendere che io mi spieghi per prima. Facciamo due passi lungo le strade del nostro paese tanto per andare a caccia di argomenti, così si parla della famiglia di un ragazzo che conosciamo e che timidamente ci saluta incontrandoci, poi di un uomo dal passato poco chiaro che vediamo fermo da una parte, ed infine rimaniamo zitte, elaborando autonomamente dei pensieri. <<Mi sono iscritta ad una scuola di recitazione di Pisa>>, dico io in modo diretto e all'improvviso dopo questa pausa, senza prima introdurre in qualche maniera l'argomento. Lei sorride, mi guarda, infine si ferma. <<E da dove viene questa vocazione?>>, mi fa sorridendo ma cercando un tono poco ironico. <<Non lo so; ho pensato di colpo che un'attività del genere fosse adatta per me, così senza chiedere opinioni mi sono iscritta al corso. Ad essere sincera devo ancora iniziare, però mi sono presa già dei manuali e sto studiando>>. Elena è una ragazza intelligente, per nessun motivo si metterebbe a criticare le mie scelte, però adesso sembra rimasta colpita, tanto da non riuscire a replicare niente.

            Non mi chiede se io abbia qualche prospettiva, se intenda partecipare a qualche spettacolo minore che normalmente viene tirato su, durante le serate vuote, da un gruppo formato da qualche dilettante pieno d’entusiasmo, perché ha compreso benissimo che non è quello il mio scopo, che per me sono altre le attività che attirano maggiormente il mio interesse, anche se non riesce a formulare la domanda che adesso sembra quasi essenziale. <<Voglio comprendere quale sia la vera sensibilità che sovrasta l’immedesimarsi in altri; quella capacità che spinge ad abbandonare per qualche attimo se stessi, per abbracciare una diversa personalità, e diventare in questo modo personaggi>>, le dico di corsa, senza guardarla, come se questo fosse quasi un qualsiasi capriccio. Elena ci pensa, riflette a lungo, elabora qualcosa, ed infine dice soltanto: <<mi piace>>, come se il suo fosse l’apprezzamento maggiore che su due piedi si riesca ad esternare. Sorrido, lei comprende perfettamente che io mi sono già fortificata in queste scelte, e che sono riuscita a mettere a punto, da sola, nel corso di parecchio tempo, quello che sto cercando adesso di mettere in opera. Mi osserva come se avesse di fronte una persona nuova, che neanche conosce, poi si ferma, e con un’espressione carica di sentimenti mi abbraccia, quasi fosse quella l’unica maniera che conosce per apprezzare tutte le mie convinzioni.

            Poi dice in fretta di sé, alzando le spalle come per togliere importanza ai suoi argomenti, che invece a lei ultimamente non è successo niente di particolare: prosegue a lavorare presso l'asilo nido come sempre, e se si toglie il rapido momento in cui giungono i genitori dei bambini a portare o a riprendere i loro figli, il resto si snoda in modo piuttosto monotono. <<Ci scambiamo qualche opinione sui progressi che i piccini compiono ogni giorno, parlandone coi parenti che con le maestre, ma non si approfondisce quasi mai alcun argomento, sempre che tutto vada bene, e che le cose procedano secondo ogni previsione pediatrica>>. Si capisce che Elena deve sentirsi fortemente annoiata di una giornata tipo dove non giungono dei veri e propri stimoli, però anche la sua incapacità di darsi delle prospettive diverse dal solito, sicuramente funziona come un’ancora per una barca che così non può mai prendere il largo. <<Vorrei ancora iscrivermi ad un corso accelerato di pedagogia infantile, ma come ne parlo in giro tutti sembrano pronti a dissuadermi, a spiegarmi con affanno che quella è una strada che non mi darà mai alcuna prospettiva, e che il tempo degli studi ormai è finito per una come me. Invidio te, invece, che autonomamente hai preso una decisione che se non altro può allargare la tua mente, oltre a farti incontrare moltissime nuove conoscenze, nei più svariati campi>>.

            Poi io e lei ci fermiamo nel solito locale dove in genere ci facciamo servire una birretta e si trascorre una mezz’ora sedute al tavolino, anche se probabilmente agli occhi di Elena io sembro mostrare oggi un comportamento più sicuro di me, come se avessi ormai superato un grande ostacolo, ed ora fossi tranquilla, a posto, senza più dei grandi dubbi, o almeno quelli che avevo fino a qualche tempo fa. Mi guarda, non dice niente, sorseggia la sua birra in silenzio e forse mi invidia, così le dico soltanto che mi sento alleggerita ultimamente, come se tutti i miei crucci fossero in via di soluzione. <<Dobbiamo muoverci>>, le dico alla fine; <<altrimenti ci ritroviamo ad essere soltanto delle vecchie zie, che nella vita non sono riuscite a combinare niente di buono, neppure per sé stesse>>.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 14 marzo 2023

Assecondare.


            I miei pensieri più intensi mi lasciano molto spesso una sensazione di solitudine, ed allora ne ho quasi paura. È vero che non voglio mai parlare con nessuno di alcuni desideri che tengo rigorosamente nascosti dentro di me, come dei segreti; però mi rendo anche conto che adesso non posso più tacere, non posso più essere come sono sempre stata, perché in questi pochi ultimi giorni qualcosa sta cambiando in modo estremamente rapido. Mi guardo in uno specchio appeso dentro la mia camera, arrotondo le labbra per dare carattere ad una parola, poi sollevo lo sguardo per mostrare un’espressione più spiccata; devo avere decisione con me stessa, indifferenza invece verso chi potrà ridere di me, oppure criticarmi. Ognuno ha il diritto di provare le sensazioni che desidera, ed io in questo momento so che sto dando una spallata a tutto ciò che sono stata fino ad ora, e sento già dentro di me le variazioni che per questo sono sicura arriveranno. Non tanto per ciò che sono o ciò che faccio, quanto per la mia personalità, che è rimasta ormai sopita per un tempo troppo lungo, ed adesso capisco che è praticamente pronta per lanciarsi verso qualcosa di cui non conosco quasi niente, però so che sta qui, di fronte a me, mi osserva, e quasi mi attende. <<Laura>>, dice mia madre oltre la porta chiusa, <<non hai voglia di uscire un po’ da questa stanza?>>. Osservo l’uscio, fingo di vedere la mia mamma attraverso il legno, ed anche lei così è qui, proprio davanti a me, con il suo profilo noto da donna semplice di casa, tanto che cerco di risponderle in una maniera per lei insolita, come se la mia persona all’improvviso fosse un’altra, ed io stessi incarnando un personaggio che adesso mi sento quasi capace di inventare. <<Adesso, arrivo>>, le dico alla fine, allungando sillabe e parole più del solito, quasi per dare a questa mia semplice risposta un carattere diverso. 

Infine, esco furtiva dalla mia solita stanza, ma lo faccio lentamente, e poi mi vado ad appoggiare allo schienale di una sedia di cucina per fissare dritta mia madre, come se fosse improvvisamente una persona estranea. <<Che c'è>>, fa lei, subodorando subito che nella mia mente gira qualcosa che devo rivelarle. <<Mi vedi diversa>>, dico io. <<Lo so. Perché anche se devo molto esercitarmi, ed anche immaginare di stare continuamente sopra ad una specie di continuo palcoscenico, quindi recitare, ed assumere espressioni differenti, indossando delle maschere, abbandonando le mie fattezze, resto comunque quella che sono sempre stata. Insomma, mi sono iscritta ad un corso di recitazione, ed assolutamente non posso sfigurare, ma soprattutto sento dentro di me di essere già una persona differente, la stessa di sempre cioè, solo con una maggiore consapevolezza>>. La mamma allarga la bocca come per esprimere una vocale di sorpresa, ma senza darle fiato, restando così, immobile a guardarmi per almeno qualche istante, forse incapace di esternare anche una semplice opinione. <<Ma da quando meditavi questa cosa?>>, mi chiede alla fine, ovviamente per cercare di comprendere qualcosa di più, oltre la sorpresa che le ho fatto.

Sorrido, non ho alcuna certezza, ne sono consapevole, ma se voglio evitare che chiunque altro metta in dubbio il percorso che d’ora in avanti ho intenzione di intraprendere, forzatamente fin da adesso devo mostrare decisione, sicurezza di me, delle mie doti, se ci sono, anche se sono la prima a dubitarne. Mia madre però starà sempre dalla parte di sua figlia, e mi sosterrà, anche se non dovesse essere proprio convinta di ogni scelta che farò. <<E da quando coltivi certe aspirazioni?>>, mi chiede, occupandosi subito di qualcosa d’altro. <<Non lo so>>, faccio io; <<soltanto, è maturata dentro di me, poco per volta, la voglia di provare qualcosa di cui non ho alcuna esperienza; e poi terminerà, naturalmente, al momento in cui dovrò rendermi conto che è soltanto tempo perso>>. Lei oggi deve stirare i panni che ha ritirato dopo averli lasciati ad asciugare, e per la sua mentalità niente è più importante di qualcosa così pratico, così concreto, così giusto, come quello a cui deve dedicarsi. Non desidero cambiare niente di lei e delle sue idee, penso mentre cerco di aiutarla, ma io adesso devo essere me stessa, e correre dietro a tutto ciò che sta passando dentro alla mia testa.

Torna anche mio padre, e lei non sa neanche di che cosa parlare, tanta è la confusione di cui si sente preda. Non importa, penso; non è niente di grave quello che sto facendo: si abitueranno, tra non molto, li obbligherò ad ascoltarmi, forse, mentre interpreterò davanti a loro qualche lettura di teatro. E poi saranno contenti, prima o dopo, penso. Perché non ci può essere quasi altro di importante, per dei genitori come loro, che assecondare in qualche modo le passioni forti e decise della propria figlia, che in fondo fino ad oggi non ha reclamato per sé quasi nient’altro.

 

Bruno Magnolfi

sabato 4 marzo 2023

Direzione contraria.


            Oggi, giro per strada quasi senza preoccuparmi di alcun altro impegno, se non camminare lentamente salutando qualcuno che incontro ogni tanto sul marciapiede di via XX Settembre, il quotidiano immancabile dentro la tasca, una sottile cartella di documenti stretta in una mano. Vorrei essermi formato un’opinione precisa su quanto sta accadendo in questo piccolo paese, ma non ci riesco, mi pare tutto così insolito che sono capace soltanto di sospendere ogni giudizio, nell’attesa che il tempo chiarisca almeno qualcosa. Mia moglie svolge la propria attività alle Poste oramai da tanto tempo, e quello che mi è sempre apparso esattamente il luogo di lavoro più immobile e monotono di tutta Calci e dintorni, al punto che in qualità di sindacalista non ho mai preso neppure in considerazione il fatto che potessero esserci là dentro degli estremi contrattuali per una qualsiasi rivendicazione da parte del personale, adesso appare completamente diverso. All’improvviso difatti tutto sembra rapidamente cambiato, e la minaccia anonima di far scoppiare un ordigno all’interno di quell’edificio, dimostra che probabilmente ci sono anche degli elementi che mi sono del tutto sfuggiti, almeno fino ad ora. Ho chiesto alla Direttrice dell’Agenzia di indire, insieme al resto del personale, un giorno di sciopero, e relativa chiusura degli uffici, come atto dimostrativo di protesta per quanto accaduto, e lei, pur non troppo convinta di questa azione, ha detto comunque che andava bene, solo doveva naturalmente comunicarlo alla Direzione di Pisa ed attendere anche il loro parere.

            Costeggio così lo slargo davanti alla Casa del Popolo, e com’era prevedibile vengo subito fermato da qualcuno che mi saluta con entusiasmo e mi chiede qualcosa. Sono molto conosciuto in certi ambienti, e nel passato il Partito mi aveva anche chiesto di presentarmi come candidato a Sindaco nelle Elezioni Amministrative locali, ma io ho sempre rifiutato, soprattutto per una mia incapacità nel mettermi troppo in vista in certe battaglie politiche. Ho preferito cioè continuare ad occuparmi come sempre degli aspetti contrattuali di alcune categorie di lavoratori, piuttosto che pormi a simbolo di una intera popolazione. Forse a qualcuno è persino dispiaciuto, ma a me è andato bene così, tanto più che già nei sondaggi non era per niente chiaro quale potesse essere la coalizione vincente. Poi, da non molto tempo, è arrivato alle Poste il nipote del vicesindaco di destra, vincitore naturalmente di un regolare concorso, ma probabilmente aiutato dalla famiglia nella sua assunzione ad impiegato, e qualcosa è iniziato già a muoversi. Alberto, così come si chiama questo giovanotto, all’improvviso mi chiede di fargli avere la tessera sindacale della mia organizzazione, ed io lo accontento, non posso fare nient’altro, però qualcosa inizia a non tornarmi per niente. Ad un certo punto poi, si comincia da molte parti a vociferare che la sede di Calci di Poste e Telegrafi verrà chiusa, senza che ci sia una spiegazione esauriente per una scelta del genere, se non quella di potenziare la sede di un paese vicino. Infine, la bomba, o meglio la sua minaccia, che in fondo è quasi la stessa cosa.

            Non so più che dire a queste persone che desiderano conoscere la mia opinione in merito a questi fatti: sorrido, dico che è presto per trarre delle conclusioni che rischiano di apparire assolutamente affrettate, assicuro tutti che non sono a conoscenza di qualcosa che invece loro sembrano ignorare, e con questo mi stacco da questo gruppetto che si è formato, e muovo verso la sede postale. Desidero parlare con Alberto, conoscere qualcosa di più delle sue idee, capire se questa tessera sindacale, almeno nelle sue intenzioni, avesse degli scopi precisi, oppure fosse soltanto una controversia all’interno della propria famiglia. Così giungo davanti all’edificio nel momento esatto del termine dell’orario di lavoro, e dopo poco difatti si apre la porta e i pochi impiegati escono e si salutano tra loro. Mia moglie mi vede e mi viene incontro, ma io le faccio cenno di attendere un attimo, e così fermo Alberto e gli chiedo se vada ancora tutto bene, adesso che è un nostro tesserato. Mi risponde di sì, senza aggiungere molto su questo argomento, però timidamente mi chiede se fosse possibile incontrarsi magari in un altro giorno, naturalmente fuori dall’orario di lavoro, in considerazione di alcune cose che vorrebbe conoscere. <<Non ci sono problemi>>, gli dico; <<per me va bene anche domani, nel tardo pomeriggio, nell’ufficio del sindacato>>. Lui mi stringe la mano, mi saluta, e poi se ne va, lasciandomi immerso in dubbi ancora maggiori di quelli che avevo.

            Mia moglie Lorenza dopo un attimo mi viene vicino, e forse deducendo qualcosa dalla mia strana espressione, mi chiede se ci siano dei nuovi problemi, ma io scuoto la testa, la prendo sottobraccio e mi avvio insieme a lei verso la nostra abitazione. <<Non ho la più pallida idea su che cosa abbia desiderio di parlarmi, questo tuo collega>>, dico sottovoce a Lorenza; <<però ho l’impressione che qualcosa dentro di lui stia correndo più veloce del necessario, e forse proprio nella direzione contraria a quella dei suoi familiari e dei suoi parenti>>.

 

            Bruno Magnolfi  

           

domenica 26 febbraio 2023

Provvedimenti non condivisibili.


Altre volte, ho avuto paura. Non per qualcosa di definito, come lo scoppio di una gomma d'auto, un'improvvisa burrasca di pioggia e di vento, oppure nel ritrovarmi da sola in un vicolo buio, no; ho provato in certi casi una paura più generica, quasi insensata, del tutto irrazionale. È la gente, che non capisco. Si mettono insieme con facilità alcune persone che inizialmente si conoscono anche poco tra loro, scambiano qualche frase scontata in cui si identificano, trovano persino delle vere e proprie parole d’ordine, fino a formare esattamente un bel gruppo, e subito dopo cominciano ad alzare la voce, ad inveire contro qualcosa o qualcuno, giungendo alla fine a scegliersi un vero e proprio nemico verso cui potersi scagliare, forse perché è proprio così che gli impongono di fare le loro frustrazioni emergenti. In qualche caso poi perdono del tutto la ragione, ed è in questi momenti che diventano improvvisamente violenti, nonostante siano incapaci persino di indicare il vero motivo da cui sono trascinati a comportarsi in questa maniera. Proprio in questi casi, ecco che è la paura di qualcuno come me, che sorte fuori. Si dice che è doveroso avere pazienza, che bisogna sforzarsi di comprendere tutti, di analizzare bene anche le ragioni che muovono delle figure del genere, perché è soltanto con la comprensione che si può sperare di migliorare qualcosa. Ma io in questi casi ho sempre provato una paura folle. Neanche per me stessa, per la mia incolumità, per i miei familiari o le persone che sento più vicine; quanto per il genere umano, tutto assieme, così denigrato ed offeso dall’incapacità di qualcuno nel mantenersi nell’alveo di un animale sociale qual è.

Uno sfogo terribile, che non può mai portare a niente di buono, se non una prosecuzione perpetua di gesti violenti e di odio puro non controllabile, impossibile da neutralizzare, assurdo per l’evidenza negativa che offre, capace di avvicinare nei gesti l’uomo alla bestia, come se una diga crollando improvvisamente lasciasse tracimare oramai tutta l’acqua che fino a poco prima conteneva. Ecco, di tutto questo provo paura, del dovermi confrontare con qualcosa che neppure comprendo, che non fa parte di me, o almeno di ciò che mi fa essere persona ogni giorno, anche nei momenti difficili che posso trovarmi ad attraversare. Si dice sia difficile suscitare dei cambiamenti in altra maniera, ma io non credo a qualcosa del genere, credo anzi che la buona volontà degli individui abbia una forza decisamente superiore. Per questo sono rimasta perplessa quando mi hanno detto che l’Ufficio Postale del mio paese sarebbe rimasto chiuso per almeno una giornata, dopo che qualcuno aveva avvertito che era stata collocata una bomba al suo interno. Sono sicura che la ragione profonda di un atto del genere derivi dalla ventilata necessità dei dirigenti nazionali di Poste e Telegrafi di chiudere in modo definitivo la sede di Calci, e che questa voce insistente abbia iniziato a far saltare i nervi a qualcuno, anche soltanto per delle ragioni campanilistiche.   

Non ho nessun interesse personale da proteggere, niente che riguardi il mio essere cittadina come tutti, però sono convinta che togliere d’importanza una comunità che poco per volta si è guadagnata la considerazione che merita, sia la molla che fa saltare il tappo di qualsiasi insoddisfazione repressa. Così sono andata anche io sulla piazza a cercare di comprendere che cosa stesse accadendo al paese di Calci, ed ho trovato mille contraddizioni nella testa dei miei concittadini, idee e pensieri che non sembravano portare verso una sola risoluzione e delle richieste univoche. Perciò ho detto a qualcuno che era ridicolo tenere un comportamento così poco chiaro, ed anche se dei conoscenti mi hanno subito dato ragione, di fatto tutti gli altri hanno mostrato con evidenza di non meritarsi alcuna considerazione. Non so, ma all’improvviso mi pare che una piccola comunità come la nostra, pigra e quasi incapace di prendere delle vere e proprie iniziative, si trovi d’improvviso al centro di un forte ripensamento delle proprie possibilità. Sono convinta che altri prenderanno iniziative poco sane, e che superando l’intorpidimento che ha sempre caratterizzato questo paese, alla fine verrà fuori un rovesciamento di posizioni, un improvviso prendersela con qualcuno, fino a delegare le iniziative di tutti ad un manipolo di facinorosi capaci di traghettare la nostra proverbiale pazienza in un desiderio immediato di forza, di repentino cambiamento, di intolleranza smodata verso chi non la pensa così.

Ho paura allora, ripeto; non c’è niente di buono in questo clima, e se desidero che le cose non degenerino presto, ho deciso che inizierò ad essere maggiormente incisiva, almeno quando ne parlo con chi mi circonda; e proprio per questo motivo sento sempre di più che il mio dovere è parlarne apertamente con chiunque sia aperto al dialogo, smettendo di mostrarmi ancora come una donna remissiva, sempre sottomessa alle decisioni di altri, pronta ad accettare qualsiasi risoluzione venga presa, o almeno quei provvedimenti che in qualche modo riguardano i miei stessi diritti.

Bruno Magnolfi  

mercoledì 22 febbraio 2023

Sciocchi ed ingrati.


Mi sento stravolto, dico da solo a voce alta mentre stamani cammino per via xx settembre. Poi ascolto l'eco delle mie parole quasi gridate che si spande in mezzo alle case. Sembra incredibile che tutto stia assumendo in questi anni una forma così assurda, eppure non si può far altro che prendere atto della realtà, qualsiasi essa sia, perché è la fisica della materia che ce lo impone. Ho sempre avuto l'abitudine di parlare da solo ad alta voce, di dire le cose che leggo, quelle in cui credo, le verità concrete, ed è forse per questo motivo che tutti in paese mi trattano come un tipo strano, uno da cui probabilmente ci si può aspettare di tutto, anche se non è esattamente così. Chiunque trovo mi saluta, specialmente se passo dalle parti della Casa del Popolo; e allora mi chiamano, mi vogliono offrire da bere, mi battono una mano sopra le spalle, mi chiedono qualcosa di sciocco a cui generalmente non rispondo, mentre loro comunque ridono, ed io timidamente mi compiaccio della mia notorietà. Il "professore", dicono tutti, perché quando ero più giovane ho frequentato per qualche anno l'Università a Pisa, ed anche se alla fine sono riuscito a dare soltanto un paio di esami, questi studi approfonditi mi sono stati utili per comprendere a fondo quasi tutta la scienza di cui mi sono sempre interessato. Conosco ancora a mente parecchie formule matematiche per il calcolo del moto terrestre ed anche degli altri pianeti del sistema solare, ed il fatto di citarle con facilità a chi oggi incontro per le strade di Calci, ha portato quasi tutte queste persone, nel corso degli anni, a considerarmi talmente competente degli astri da arrivare a chiedermi perfino la predizione per il futuro, se non altro per come andrà la prossima stagione climatica, ad esempio, o se l'inverno sarà troppo freddo, e l'estate non molto calda, e viceversa. Quando sono in casa, alla mia scrivania, apro i miei libri, e tra quelle pagine trovo quasi sempre le risposte precise a tutto quanto, tanto da poter mostrare a tutti, al momento in cui torno a camminare per strada, i motivi e le conseguenze degli allineamenti tra tutti i pianeti, e quindi naturalmente la risposta al fatto che possa piovere oppure no.

Mi reco molto spesso all’ufficio Postale, perché è evidente che i piccoli articoli che continuo a scrivere attorno alle teorie di fisica sulle quali nutro grande convinzione, devono essere per forza spedite agli editori ed alle riviste specializzate in questo settore, lasciando ai direttori ed ai responsabili delle pubblicazioni la possibilità di inviarmi, come a volte accade, una risposta cortese e concisa, che dimostra tutto il loro interesse per ciò che tento di dimostrare, anche se ancora nessuno si è lanciato nello stampare su carta uno qualsiasi dei miei studi. Così, almeno una volta a settimana, preparo un plico zeppo di fogli ben scritti, ben imbustati e adeguatamente sigillati, e poi mi reco allo sportello, affidando agli impiegati la mia descrizione meticolosa di quanto con evidenza sta ai fondamenti della scienza applicata. E forse per questa mia frequentazione delle Poste, a qualcuno del paese di Calci d’improvviso è venuto in mente che potessi essere proprio io quel pazzo che ha inteso mettere una bomba proprio in quell’edificio, forse per una sorta di controffensiva nei confronti di quelle pubblicazioni negate, laddove, al contrario di colui che vuole distruggere, le mie intenzioni vertono soltanto sul desiderio di spiegare ciò che già esiste, senza alcun tentativo di modificarlo. Ma il paese a volte è un luogo assurdo, dove una piccola voce in un angolo si amplifica a dismisura, tanto da diventare in un attimo un coro incontrollabile, fino a lasciare una coda di dispiacere anche in uno studioso come me che non ha mai neppure sognato di fare del male a qualcuno.

Eppure, succede, non si può far altro che prenderne atto, e per strada, ormai da qualche giorno, con grande difficoltà trovo qualcuno che ancora mi saluta, e a nessuno viene più in mente di chiedermi qualcosa, oppure di battermi di nuovo con fare amichevole una mano sopra le spalle. Così mi sento isolato, respinto, segnalato a dito come quello da cui ci si può aspettare di tutto, fino a vederlo compiere degli atti violenti. Ed io mi sento perplesso e amareggiato, tanto che ho quasi smesso di uscire da casa. Però, seduto alla mia scrivania ingombra di libri come sempre, ho iniziato a riflettere su come potermi vendicare davvero di un discredito così forte da parte della cittadinanza. Urlare, sbraitare, scacciare chi mi viene vicino, ecco cosa sogno di fare: dire a chiunque con voce ben alta che questi paesani sono persino indegni di avere in mezzo a loro uno scienziato e studioso del mio pari, e che avranno presto a pentirsi del loro comportamento, perché il “professore” troverà rapidamente la formula giusta per far smettere il cielo di piovere, fino alla completa essiccazione dei fiumi, delle piante, e di tutti i terreni, attorno ed in mezzo a questo paese di sciocchi e di ingrati.

 

Bruno Magnolfi