giovedì 23 novembre 2023

Azioni necessarie.


Alla fine, Federico è tornato a casa, mostrando un vistoso bendaggio che gli copriva interamente l’occhio sinistro, e poi la faccia smunta, l’espressione seria, di chi si sente stanco e provato da un’esperienza a dir poco negativa. La mamma si è subito prodigata con gesti e parole per cercare di alleviare le sue sofferenze, ma lui si è mostrato superiore, come se avesse già superato la prova del dolore. Nostro padre, che ultimamente per qualsiasi cosa sembra cadere spesso dalle nuvole, gli ha chiesto che cosa mai fosse accaduto, e lui con riluttanza ha spiegato a tutti noi di avere sbattuto semplicemente contro un palo segnaletico mentre correva, e nient’altro. In seguito, quando io e lui siamo rimasti soli per un momento, gli ho chiesto la spiegazione vera, e Federico ha detto che, mentre sfilava all’interno della manifestazione degli studenti, qualcuno lo ha riconosciuto come un simpatizzante del Centro Giovanile di Destra, e immaginando fosse lì solo per provocare, gli si è rivoltato contro, fino a dargli un pugno in piena faccia. <<Ero con Cristina>>, mi ha detto lui con tenerezza, <<e stavamo camminando, semplicemente, senza fare altro>>. Io non ho detto che l’avevo notato nella piazza dell’ateneo, in mezzo alla calca, e per non irritare le sue presunte nuove posizioni politiche non ho fatto alcun apprezzamento, di alcun genere. Però mi è parso che qualcosa in lui fosse cambiato parecchio, anche se non saprei dire che cosa di preciso.

Ho atteso a lungo il momento migliore, infine gli ho detto a voce bassa che mi dispiaceva che per tanto tempo io e lui non ci fossimo comportati come dei veri fratelli, mostrando sempre una distanza che forse non ha nemmeno mai avuto un vero senso. <<però è colpa mia>>, gli ho detto subito; <<perché non ho mai saputo bene come comportarmi, ed ho lasciato spesso soltanto al silenzio il compito di trasmettere i miei pensieri e le mie idee>>. Federico è rimasto immobile, con la sua buffa testa mezza fasciata. Sicuramente non si aspettava un’ammissione di colpa da parte mia, e soprattutto una richiesta di cambiamento, anche se l’ho visto tremare leggermente a quella mia offerta di vicinanza. Sicuramente ha pensato per prima cosa che ci fosse un motivo di qualche genere per decidermi a parlare in questa maniera, ma poco dopo deve aver riflettuto meglio, ed alla fine ha detto: <<non so, è un periodo strano, e tutto sembra accadere molto rapidamente. Però sono contento che mio fratello mi parli così, in modo sincero, perché in fondo non è successo niente di irreparabile tra noi, ed anche se fosse successo, sono d’accordo che sia giunto il momento di lasciar perdere e mettersi a fare le persone mature>>. Ho sorriso, anche se avevo voglia di abbracciarlo. Ma subito abbiamo scambiato una battuta di spirito, ed ognuno quindi ha ripreso ad occuparsi delle proprie cose.   

<<Anche la mamma è strana in questo periodo>>, gli ho detto, dopo che lui ha girato per casa mettendo in ordine i suoi libri scolastici. Lui non ha risposto, ma si vedeva che non stavo dicendo niente di insolito. <<Deve essere preoccupata per la depressione del babbo>>, ha però detto in modo svelto, come per togliere importanza alla faccenda. <<Non so>>, gli ho fatto io; <<forse si sta incrinando qualcosa tra di loro, o magari intorno a loro. Può darsi che sia giunto un periodo di stanchezza nel loro rapporto, e che forse non sia neppure una cosa troppo recente, ma che adesso si è catalizzata con il riposo forzato di nostro padre, che così immobile e silenzioso per casa non l’avevo neppure mai visto>>. Poi Federico si è scosso, ha voltato la testa, probabilmente ha cercato dentro di sé un argomento che soppiantasse questi discorsi che con certezza lo facevano sentire male, e allora ha detto: <<ero con quella ragazza, oggi; quella Cristina di cui ti ho già accennato; mi piace, sto bene assieme a lei, ed anche se mi sono preso un pugno in faccia che forse nemmeno meritavo, sono contento di essere andato alla manifestazione di stamani per stare con lei>>. Probabilmente, l’attimo dopo ha riflettuto meglio sulle proprie parole, ha lasciato trascorrere qualche secondo, ed alla fine ha chiesto: <<ma tu non c’eri?>>, come se fosse quasi il suo ultimo pensiero, anche se nessuno di noi due sapeva che era la domanda che voleva rivolgermi fin da quando era rientrato in casa.

Allora mi sono alzato dalla scrivania, ho fatto due o tre passi nella stanza come per prendere tempo, e poi ho detto: <<non sono queste le manifestazioni che cambieranno davvero le cose. Non è un momento facile, e dovremmo cercare di impegnarci a fondo se non vogliamo che tutto peggiori rapidamente>>. Lui è sembrato di nuovo pensieroso, ma non ha trovato niente da ribattere. Alla fine, ha mormorato soltanto: <<allora c’eri anche tu, e forse mi hai visto in mezzo a tutti gli altri ragazzi>>. Sono tornato a sedermi alla scrivania, con gesti lenti, quasi affaticati. <<Certo>>, gli ho detto con determinazione. <<Anche se non credo che serviranno a molto queste azioni>>.

 

Bruno Magnolfi   

giovedì 16 novembre 2023

Medicazione.


           Nella piazza dell’ateneo, proprio adiacente al polo universitario cittadino, i ragazzi stamani si sono già riuniti in almeno un migliaio, e la manifestazione indetta dalla Sinistra Studentesca che tra poco inizierà a snodarsi lungo le più larghe strade di tutto questo quartiere, alla fine è stata concessa anche dal questore della città, e nei propositi il corteo dovrebbe svolgersi in maniera vistosa e colorata ma del tutto pacifica. Naturalmente le camionette delle forze dell’ordine si sono comunque già schierate su un lato, e gli agenti, in tenuta antisommossa, presidiano la zona più delicata, quella da dove potrebbero inserirsi i provocatori di Destra. Io mi tengo su un margine, anche perché fino adesso non ho incontrato nessuno tra chi eventualmente potrei conoscere, e tutto sommato cerco di tenermi al di fuori del gruppo di testa dei più agitati. <<Marco>>, dice all’improvviso una voce femminile dietro di me, ed io non faccio quasi a tempo a voltarmi e a riconoscere Tiziana, che lei sta già chiedendo: <<anche tu sei qui per curiosità, mi immagino, proprio come me>>. Attendo un secondo, poi rispondo: <<Si, più o meno>>, cercando in questo modo di non smentire la sua impressione, e soprattutto di non mostrarmi troppo coinvolto dalle idee di questa piazza.

Poi ci scambiamo qualche convenevole, ed infine, anche sospinti dalla calca verso il marciapiede dove comunque stiamo un po' ristretti, e in considerazione proprio della confusione creata da tutti quanti che continuano a chiamarsi e a girare da una parte all’altra, decidiamo di infilarci in un piccolo caffè poco distante, dove molti ragazzi si sono affollati attorno al bancone, ma in una saletta minuscola sul retro c’è ancora un tavolino libero. Ci sediamo, ed io dopo un attimo mi faccio passare, dal tizio che cerca di tenere a bada i clienti, due succhi di frutta e due bicchieri di carta. Adesso io e Tiziana ci guardiamo con una certa calma mentre sorseggiamo le nostre bibite, e mentre sono mentalmente alla ricerca di un argomento che ci accomuni, le chiedo scontatamente che esame stia preparando in questo periodo. Lei mi guarda, sorride, poi inizia subito a parlarmi di Svevo e della sua “coscienza”, e di come il suo modo di affrontare la scrittura in quegli anni fosse già molto avanti rispetto ai Tozzi e ai Pirandello dell’epoca. Annuisco, ma lei sembra proprio aver trovato il filone giusto, e così prosegue spiegando in fretta: <<La psicoanalisi non era stata ancora sdoganata in quegli anni, ma lui per propria intuizione aveva già operato un grande lavoro su di sé, e con i suoi personaggi giungeva poi a rinnovare una volta per tutte il vecchio romanzo ottocentesco>>.

Mi viene quasi da sorridere, sembra proprio che questa ragazza che ho di fronte stia sfoderando gli argomenti preparati per l’esame, ma poi annuisco ancora, e di colpo le chiedo dove abiti. Così parliamo anche dei locali e degli spettacoli a cui lei ha assistito ultimamente, e tutta questa conversazione però viene interrotta all’improvviso da un’esplosione di cori urlati e di forti fischi provenienti dalla piazza dove intanto sono sopraggiunti altri ragazzi e in cui si sta formando il corteo vero e proprio che, da un attimo all’altro, sembra proprio pronto a partire. Così paghiamo rapidamente e usciamo per vedere che cosa realmente stia accadendo, e soprattutto verso dove si stia dirigendo la fiumana di persone che ha affollato oramai ogni spazio libero. Ed è esattamente in questo momento che intravedo, tra le innumerevoli teste che formano quasi un muro compatto davanti a me, mio fratello Federico, mentre si guarda attorno forse un po’ stralunato, ma senza notarmi. È insieme a una ragazza, riesco a vedere, e stanno parlando tra loro rimanendo molto vicini, ed immagino probabilmente sia proprio quella Cristina di cui sembra si sia invaghito negli ultimi tempi, e che velocemente lo sta portando lontano da quelle idee malsane della gioventù di Destra che sembrava lo avessero tanto affascinato. Poi lo perdo, mescolato tra i gruppi di studenti del Liceo e degli Istituti Tecnici, ma infine lo rivedo poco dopo mentre insieme alla ragazza escono subito dal corteo che intanto ha iniziato a confluire lungo via del Corso. Mi ritiro schiacciandomi contro un portone, e Tiziana mi osserva per comprendere che cosa stia facendo. <<C’è mio fratello>>, le dico allora tanto per giustificare quel mio gesto, <<e non voglio proprio che mi veda>>.

<<Va bene, ma io adesso torno a casa>>, dice Tiziana; <<devo ancora studiare molte pagine, ed ho l’appello solo tra due settimane>>. <<Ti accompagno>>, mi offro, anche per trovare una scusa per non infilarmi tra le maglie della manifestazione, ma lei dice in fretta che non ce n’è bisogno, e così in un attimo la perdo, confusa in mezzo a molti altri che adesso sembrano disperdersi nelle piccole strade del quartiere. Quando torno a casa mia madre mi spiega con agitazione che le ha telefonato Federico, e sembra abbia avuto un piccolo incidente, niente di grave per fortuna, ma sembra si sia dovuto fermare ad un Pronto Soccorso del Centro per farsi medicare.

 

Bruno Magnolfi

mercoledì 8 novembre 2023

Finalmente disinteressato.


<<Non fare il cretino>>, mi ha detto in malo modo uno dei ragazzi del Circolo Giovanile di Destra. <<Stasera tu vieni con noi; attacchiamo insieme qualche manifesto di propaganda sui muri, poi facciamo un giro davanti al Sindacato, e così una grande e bella scritta di vernice nera sulla loro facciata campeggerà là sopra per qualche tempo, a ricordare a tutti chi siamo noi e quanto contiamo>>. Sono perplesso, mi sento combattuto tra il proseguire a dare retta a questi invasati e conseguentemente dare contro al Sindacato che sta curando le sorti di chi lavora alla consegna delle pizze a domicilio come me, oppure rinunciare, anche se essermi schierato dalla parte di chi sta contro a ciò che piace tanto a mio fratello mi sembra una maniera per essere più vero. Lui ha sempre fatto il comunista, quello che ha capito tutto ancora prima di molti altri, e spesso si comporta come guardasse il mondo da un gradino più in alto di qualsiasi altro, ed io forse non lo so, ma non voglio darla vinta facilmente a quelli come lui. Così dico che va bene, e ci diamo appuntamento ad un angolo di strada, <<senza dare troppo nell’occhio>>, mi raccomandano subito gli altri tre che sembrano già navigati in questo tipo di operazioni. Ma io mi sento ancora combattuto, e non so decidermi se questo comportamento sia quello giusto oppure no, proprio adesso che potrei riprendere a rivedermi con Cristina che osteggia tanto le persone di Destra.

Alla fine, ci vediamo come pattuito, ed io mi sento nervoso, sono deciso a non fare altro che accompagnare queste persone che conosco, e al massimo reggere la colla o i manifesti da attaccare, ma quando mi rendo conto che questi ragazzi sono animati da un rancore sanguigno verso tutti coloro che non vedono le cose nella loro stessa maniera, e che hanno sempre bisogno, almeno nei discorsi che mettono in campo, di individuare un nemico contro cui scagliarsi, allora mi sembra che qualcosa in tutto quanto non sia più nella stessa maniera di come l'avevo immaginato. Non può essere un nemico per me il mio stesso fratello, rifletto; non può essere un’avversaria quella ragazza che mi piace e alla quale vorrei dedicare tutto il mio tempo, se solo potessi. Poi gli altri ad un tratto prendono via di corsa nel buio delle strade, sfuggendo il più possibile alla vista, soltanto perché hanno notato i lampeggianti della Polizia, ed io ne approfitto per fermarmi un momento sotto un lampione, a riprendere fiato, e poi tornare indietro, senza preoccuparmi d’altro. Infine, rimasto solo, torno verso casa, anche perché ormai è piuttosto tardi: tra un paio di giorni dovrò riprendere con la consegna delle pizze, devo riposarmi, recuperare le forze per andare avanti con il mio lavoro del fine settimana, e smetterla con queste scorribande senza alcun significato. Potranno ricattarmi, questi ragazzi del Centro Giovanile, andare in giro a dire che sono un pappamolle, uno di cui non ci si può fidare, e più temibile di tutto, che sono un picchiatore impaurito, incapace persino di mostrare i muscoli.

Prendo lungo una strada ben illuminata, e intanto cerco di pensare alla soluzione migliore per uscirne bene da tutta questa faccenda, ma quando ormai sono vicino casa mia, scappano fuori non so da dove i ragazzi di prima, mi bloccano con fare aggressivo, dicono subito che di me non ci si può fidare, e che è meglio se da loro io non mi faccia più vedere, e per metterci la firma mi assestano un pugno per ciascuno in piena faccia, scaraventandomi a terra con il naso insanguinato e la bocca dolorante. Poi proseguono, tirando dei calci al mio corpo ormai senza difesa, ed anche se non urlo, forse per questi qui è come se lo stessi facendo, tanto ci mettono impegno. Poi se ne vanno, ed io resto lì qualche minuto, ma infine mi rialzo, e zoppicando raggiungo casa mia, la mia famiglia, la sicurezza della mia camera e del mio letto. Dovrò inventarmi qualcosa che giustifichi i miei segni sulla faccia, qualcosa da raccontare alla mamma e a mio fratello già domani mattina, e poi evitare da ora in avanti quell’ambiente che mi ha appena punito soltanto per un atto di insicurezza. Meglio, rifletto, adesso so per certo che non potevo continuare a lungo a stare insieme a loro, anche se mi ero lasciato trascinare per qualche tempo da quei modi decisi, dall’immediatezza di quelle vedute.

Mentre cerco di prendere sonno, dopo che mi sono trattenuto a lungo nel bagno per controllare tutte queste piccole ferite, penso a Cristina come ad un angelo che mi appare all’improvviso, forse la persona in questo momento che sento più vicina, e come finalmente io possa presentarmi di fronte a lei con la testa alta. <<Sono stato un cretino>>, potrei dirle senza limitarmi, <<solo perché ero rimasto affascinato da qualcosa che alla riprova dei fatti non era assolutamente degno della mia stima. Ora voglio disinteressarmi di tutto questo, allontanarmi il più possibile da un mondo che non è assolutamente il mio, e che di sicuro non riuscirà mai più per adularmi, come purtroppo invece è capitato>>.  

 

Bruno Magnolfi

giovedì 2 novembre 2023

Niente di male.


Sempre più spesso provo la voglia di uscire da qua dentro. Farmi un giro, prendere aria, magari incontrare qualcuno, proprio come penso faccia ogni giorno mio fratello, che è sempre stato indifferente allo starsene nel chiuso a riflettere le proprie cose, o a cercare la propria intimità. <<Stai uscendo, Marco?>>, chiede la mamma osservandomi sorpresa, poco abituata com'è nel vedermi sortire di casa durante le ore serali. Mi fermo, annuisco, penso di non avere bisogno di convincere la sua intelligenza di qualcosa, devo soltanto fare quello che per me reputo giusto in questo momento, senza dare alcuna spiegazione. Indosso una giacca, prendo le chiavi, osservo la porta alla fine del corridoio, e poi vado, senza pensarci più. Scendo le scale condominiali, i muscoli delle gambe si riscaldano leggermente, le mie mani accarezzano l'aria come sensori, pronte a captare qualsiasi variazione intorno a me. C'è un locale alla buona, poco lontano, dove si può bere una birra ed ascoltare musica, senza alcuna necessità di parlare con qualcuno. La strada mi sembra scostante, in giro c'è qualcuno con un cane, altri appaiono immobili alla fermata del mezzo pubblico. Credo che la sensibilità sia per tutti un elemento fondante. Ci si impegna al massimo per comprendere i segnali che ci possono raggiungere e che richiedono da noi una mutazione rapida di comportamento.

Infine, passo sotto un'insegna che riporta una pubblicità banale, ed entro nella birreria. C'è gente, ma non troppa, così mi siedo su una panca di legno quasi libera, e dopo poco, sul tavolo su cui ho appoggiato un braccio, mi faccio servire una rossa che pago subito, così come viene richiesto. Un ragazzo di fianco a me fa il simpatico urlando qualcosa a una ragazza che ha di fronte, mentre due tizi, dall'altro lato del locale, suonano qualcosa con le loro chitarre e le voci amplificate. La ragazza mi guarda, studia il mio profilo. Poi dice con voce alta che mi ha visto all'università, così le sorrido mentre annuisco, ed infine le chiedo che facoltà frequenti. <<Lettere moderne>>, mi dice, ma poi evita di chiedere la stessa cosa a me, ed io le sono riconoscente anche per questo. Però, quando il ragazzo si alza per salutare degli amici, lei torna a guardarmi, e poi avvicinandosi mi spiega che purtroppo non si sta trovando bene nel seguire le lezioni. <<Sono tutti scostanti i miei compagni>>, dice; <<nessuno ha voglia di formare dei gruppi di studio, o prestarmi i loro appunti, o anche scambiare qualche informazione sui seminari, sugli assistenti, oppure sul docente. Ognuno sta per conto proprio, e a me almeno un po' dispiace questo atteggiamento>>. Lascio cadere l'argomento senza recriminare nulla, però poco dopo le chiedo se non sia tutto il polo umanistico, di cui fanno parte le nostre facoltà, a deludere le proprie aspettative. Lei mi guarda con maggiore attenzione adesso. Alla fine, dice semplicemente che comunque non sa se parteciperà alla manifestazione di ateneo. <<Però ci sono dei problemi, per chiunque>>, insisto io. <<Va bene>>, fa lei, <<però occupare l’università mi pare eccessivo; ed io su questo non sono d'accordo>>. Sorrido, lo immaginavo; torna il suo amico, ed io guardo qualcosa sul palco dove continuano a suonare.

Dopo poco la ragazza ed il suo amico si alzano dalle panche per andarsene, e lei mi fa: <<Ciao, io comunque mi chiamo Tiziana>>, così torno a sorridere mentre le stringo di fretta la mano e le rivelo di chiamarmi Marco. Ho quasi finito la mia birra, e non ho nessuna intenzione di ordinarne un'altra, perciò poco dopo mi alzo anch'io, compio il giro del locale come per vedere se ci fosse qualcuno che conosco, ed infine mi soffermo davanti ai tizi che proseguono a suonare con impegno. Poi esco. Penso che questo, per il bisogno di socialità che riesco a dimostrare, non sia un locale adatto a me. Parlare in maniera superficiale non è un'attività che si adatta molto ai miei modi di fare, e poi farlo nel mezzo a suoni e rumori di ogni tipo non appaga praticamente niente della mia curiosità. Compio un ampio giro senza una meta precisa, comportandomi quasi come se avessi un cane in fondo ad un guinzaglio, e lo dovessi portare un po' a passeggio come fanno tanti altri. Poco distante dal locale incontro di nuovo la ragazza, che adesso sta insieme a quattro o cinque persone a ridere sguaiatamente, ferma insieme a loro sopra un marciapiede, e quando le passo più vicino mi fa: <<Marco, il mondo è piccolo, ti va di fare due passi insieme a noi?>>. Non trovo alcuna scusa che giustifichi un rifiuto, così mi accosto a Tiziana mentre penso che forse una conoscenza come lei nell'ambito universitario possa sempre essere utile. Mi fermo, lei mi prende per un braccio, poi mi dice: <<sei un tipo ombroso, mi pare. Però devi saper riflettere le cose in modo molto compiuto, e questo mi piace>>. Sorrido, non capisco di preciso cosa abbia voluto dire, o se alludeva a qualcosa di preciso, in ogni caso va tutto bene, e se scambio due parole con qualcuno, adesso che è possibile, non mi sembra proprio un male.

 

Bruno Magnolfi  

lunedì 30 ottobre 2023

Soltanto Freddy.


            Ognuno ha un soprannome, in questo ambiente. A me hanno affibbiato subito quello di Freddy, e siccome sono l’ultimo arrivato, tutti mi chiamano da ogni parte e non mi lasciano neppure il tempo per riuscire a respirare. Poi mi dicono di andare in via Scialoja solo per tre pizze, visto che a nessuno interessa fare una scarpinata fino lì per una sola consegna. Mi battono una mano sulla spalla ridendo, mi caricano lo zaino contenitore, e via, di corsa sui pedali. Resto collegato con gli auricolari nella speranza che mi richiamino indietro per aggiungere qualche altra consegna da effettuare nella zona, ma non succede niente del genere, e allora vado avanti, senza mai voltarmi. L’indirizzo mi ricorda qualcosa, ma è come un elemento remoto nella mia memoria, e non ci faccio neppure troppo caso. Invece, quando arrivo sul posto, mi rendo subito conto che il palazzo è proprio quello dove abita Cristina con i suoi genitori. Secondo piano, mi hanno detto in sede, ma il portone sulla strada è chiuso, così faccio suonare il campanello e subito scatta l’apertura elettrica per farmi entrare. Salgo le scale con il fiato grosso, e quando giungo sull’ampio pianerottolo, lei è lì, davanti a me, che mi guarda con sorpresa e con un inizio di sorriso sulle labbra. <<Ciao>>, dico sprecando quasi tutta l’aria che mi è rimasta nei polmoni; <<ti ho portato le pizze>>. Lei si avvicina, mi accarezza il viso, ma capisco che vorrebbe anche abbracciarmi, se solo fossi meno sudato e accaldato, come dimostro con grande evidenza. <<Sono contenta di vederti>>, dice Cristina mentre mi aiuta a liberarmi dallo zaino e a prendere i cartoni. <<Anche io>>, dico in un soffio.

            Lei tira fuori i soldi, ma io ormai mi sento immobile, incapace di fare o dire qualsiasi altra cosa. Forse vorrei restare così, davanti a lei, per almeno una mezz’ora, magari anche di più. Mi angoscia pensare che questa sia davvero la mia occasione buona per ricucire i rapporti con questa ragazza che ho di fronte, e per nessun motivo al mondo vorrei sprecarla per stupida timidezza, o per chissà cos’altro. Cristina mi mette nella mano alcuni soldi, forse dovrei anche fare il resto, ma sono completamente imbambolato, e non so più neanche riflettere su quello che sto facendo o che invece dovrei fare. <<Ho tanta voglia di baciarti>>, le dico senza misurare affatto le parole; ma lei sorride ancora di più: <<tieni pure il resto>>, mi dice svelta; poi si avvicina e mi sfiora la bocca con le labbra. Soltanto un attimo più tardi arriva alle sue spalle il padre di Cristina, ed io rientro immediatamente nel mio ruolo; impacciato, stordito, incapace come sono, mi carico di nuovo il contenitore sulle spalle. <<Grazie, buonasera, arrivederci>>, dico senza dare importanza alle parole, e torno svogliatamente a scendere le scale, mentre lei, passati i cartoni a suo padre che sparisce nell’appartamento, resta sulla soglia a guardarmi andare via, silenziosa, immobile, forse felice di questo nostro inaspettato incontro. Mi volto: <<adesso il mio nome è Freddy>>, dico tanto per ridere, anche se mi rendo subito conto di aver fatto bene a calcare la variazione. Poi sparisco.

L’amore è solo egoismo, dicono in molti, però la vertigine che riesce a provocare ti fa dimenticare persino chi sei e che cosa stai facendo. Prendo un giro largo e lento con la mia bicicletta, mentre negli auricolari hanno già cominciato di nuovo a chiedere di me: <<Freddy, Freddy>>, urlano per chiamarmi, come sapessero già che me la sto prendendo comoda, cercando di farmi passare questa sbronza che sembra qualcosa che mi attanaglia persino i muscoli. Infine, rientro in sede, e i tre o quattro ragazzi che sono presenti mi guardano come se vedessero un fantasma. Poi prendo i dati della prossima richiesta, sperando quasi per assurdità che Cristina voglia ordinare ancora delle pizze, e mi permetta di trovarla di nuovo in cima a quelle scale, dolce, bellissima, meravigliata del mio arrivo nei panni di un ragazzo pieno di buona volontà. <<Siamo tutti degli sciocchi>>, penso all’improvviso a voce alta, e chi mi è accanto adesso mi guarda con ancora maggiore incredulità. Carico il contenitore, lo metto sulle spalle, guardo l’indirizzo; quando mi avvio con la bicicletta tutto d’improvviso è più leggero, e sparisco nella notte cittadina rincorso da qualche macchina e da un mezzo pubblico vuoto per metà. <<Ci sono delle speranze>>, rifletto; <<non credevo che mi importasse così tanto di Cristina, ma ora che qualcosa si è sbloccato so con certezza che dovrò fare di tutto per evitare di farla allontanare ancora da tutti i miei pensieri>>.

La serata è ancora lunga: bici, pizze, soldi, facce ignote, indirizzi da cercare, campanelli da suonare, mance, saluti, portoni chiusi alle mie spalle. Un filo sottilissimo lega i miei gesti a quelli di una ragazza come lei, forse come tante, ma che si dimostra essere tutto il mio sostegno adesso, l’impulso vivo a migliorare, a cercare in me anche la sua preziosa approvazione, l’unica che spesso sembra mancare nelle mie giornate, mentre nella testa sento la sua voce ridente che mi chiama: <<Freddy, Freddy>>, e subito col pensiero so di volare verso lei.

 

Bruno Magnolfi       

giovedì 19 ottobre 2023

Quasi sempre insieme.


            Due passi o tre, proprio davanti a dove cammino io, è lì che c’è sempre quel profilo scuro, quel contorno di persona ombrosa e scarsamente visibile di cui non riesco mai a notare nient’altro se non quella sua sagoma inespressiva, composta da un unico colore, che a tratti scompare e poi riappare, in modo rapidissimo, come una debole luce elettrica a cui in maniera intermittente venga a mancare il contatto. Un fantasma, un replicante, non saprei dire, in certi momenti sembra addirittura del tutto trasparente, ma ciò che mi turba di più osservando questa figura, è che precede sempre ogni mio passo, e in qualche maniera mi anticipa, lasciandomi evidentemente una sola possibilità di scelta, cioè quella di seguirla. Lo so, lo so perfettamente che gli altri non la vedono, che forse per loro non esiste, che è solo qualcosa che riguarda me stesso e i miei pensieri, ed è per questo che non ne parlo mai, in alcun caso, con nessuno. Però so altrettanto bene che a me in qualche modo indica la strada, che mi sostiene nel momento in cui mi trovo da solo, e che bene o male funziona quasi come un cane guida, guardando per me qualcosa che probabilmente io non sarei capace di vedere. Quando sono in ufficio a lavorare non si fa vivo quasi mai, se non rapidamente lungo il corridoio mentre vado verso le macchinette del caffè. Non ho bisogno di parlare mai con lui, perché so che è in grado di leggere tutti i miei pensieri, e di sapere già praticamente tutto di me.

Poi, in un attimo, questo mio doppio se ne va, e non si fa più vedere magari fino al giorno successivo, ma io annuso l'aria, sento il suo odore, percepisco che c'è da qualche parte, anche se non riesco ad avvistarlo. Quando ne sento il bisogno, quando vorrei averlo davanti, lo penso intensamente, ma non è detto che giunga davanti a me solo per questo, anche se sto camminando da solo per la strada. Vorrei parlarne con qualcuno, un giorno o l'altro, chiedere magari ad un tizio che si intende un po' di queste faccende, che cosa ci sia da dedurre da tutto questa cosa. Con mia moglie in generale non ho parlato mai di niente fin da quando stiamo insieme, figuriamoci se inizio adesso col rivelarle una cosa di questo tipo. I nostri figli poi sono grandi, ed hanno già le loro preoccupazioni, inutile mettergli in testa qualche altro pensiero. Così tiro avanti, più per abitudine che altro, e quando mi soffermo ad osservare attentamente questa figura che mi appare davanti con la mia stessa sagoma, comprendo che c'è qualcosa che non va dentro di me, ma fingo con tutti di essere soltanto stanco, di non aver mai voglia di parlare, di provare la necessità di starmene da solo.

Sempre più spesso compio dei lunghi giri sopra ai marciapiedi del quartiere dove abito. Mi rilasso, aspetto che la solita figura che conosco si faccia vedere, poi la seguo senza più pensare a niente, neppure per scegliere la strada da percorrere. Sto bene quando sono così, è inutile che lo neghi, e forse potrei perdermi completamente, anche se questa è l'unica preoccupazione che conservo. Già, perché il pericolo più forte, secondo il mio modo di vedere, è quello che tutta la faccenda mi prenda un po' troppo la mano, e giunga fino ad un punto estremo dal quale io non sia più capace di tornare indietro. Così conservo dentro di me questa piccola tensione, come quando si chiudono gli occhi da soli per il forte sonno, ma non si vuole del tutto abbandonarsi e dormire, o forse non si può, e per questo motivo ci si mantiene su una linea di demarcazione flebile tra sonno e veglia, quasi una sofferenza e basta. Infine, trovo sempre la maniera di rientrare a casa, però di malavoglia, come fosse una forzatura, un dovere, un obbligo al quale non riesco proprio a sottrarmi.

Non credo che qualcuno si sia mai accorto di niente. Non ritengo neppure di essere una persona troppo strana agli occhi di chi mi conosce, almeno non più di tanti altri che vedo parlare con sé stessi muovendo le mani e le braccia, come riferendosi a chissà chi. Forse anche io bisbiglio qualcosa qualche volta, ma lo faccio quasi in silenzio, tenendo le mani sprofondate nelle tasche, senza guardare nessuno intorno a me, senza riferirmi a qualche persona in particolare, tantomeno il mio compagno, quando continua imperterrito a camminare davanti ai miei piedi. Non sono un pazzo, anche se sono convinto che ci sia una profonda relazione tra me e lui, come se fosse una mia invenzione vera e propria, un personaggio della mia fantasia che riesco a modellare a mia immagine di fronte a me, quasi a sottolineare qualcosa che però mi sfugge, che non riesco a comprendere del tutto. Non so a che cosa serva il mio compagno, non so perché mi stia sempre così intorno, però sento di soffrire quando non lo vedo; ed è per questo che aspetto sempre con una certa impazienza il momento in cui finalmente deciderà di tornare insieme a me.

 

Bruno Magnolfi 

mercoledì 18 ottobre 2023

Assemblea decisiva.


            Il mezzo pubblico mi lascia a poche centinaia di metri dall'ingresso della facoltà di psicologia, un vecchio ed enorme convento completamente ristrutturato, e lungo quel breve tratto di strada che percorro a piedi generalmente incontro già qualche studente che conosco per averlo visto alle lezioni e con il quale per abitudine non scambio mai alcun saluto, ma con cui sono pronto a fraternizzare nel caso in cui questo atteggiamento fosse utile al nostro corso di studi oppure ad altro. Durante l’ultima lezione tutti coloro che seguono gli insegnamenti di base hanno deciso di incontrarsi oggi all’interno dell’aula numero otto, la più grande dell’istituto, in maniera da discutere a fondo ed infine decidere quale posizione tenere nei confronti delle prossime votazioni dei nostri rappresentanti, e soprattutto a quali conclusioni giungere per quanto riguarda la situazione universitaria attuale. Personalmente non mi sono espresso in alcun modo, pochi giorni fa, quando alla fine di una lezione è stata proposta questa riunione che ritengo piuttosto impegnativa, se non votare timidamente a favore della sua realizzazione, anche se per semplice alzata di mano, perché dentro di me ho provato subito un certo interesse a partecipare, attratto dall’idea di socializzare con coloro che hanno maturato delle idee politiche abbastanza simili alle mie, e sperando di trovare, all’interno degli iscritti, un collettivo già costituito di studenti di Sinistra. Se il Magnifico Rettore e tutti i suoi aiutanti da ora in avanti prosegue, proprio come sembra fare, a mostrarsi indifferente alle nostre modeste rivendicazioni studentesche, sono quasi sicuro che presto si andrebbe in piazza per manifestare, e forse si arriverebbe facilmente addirittura all'occupazione della facoltà. Sono assolutamente propenso a schierarmi dalla parte di chi porta avanti le svariate richieste degli studenti, e non provo alcuna remora nell’andare fino in fondo a ciò che sia necessario fare per ottenere dei concreti risultati.

            Così varco l’ingresso, dopo aver accolto dalle mani di una ragazza sorridente un volantino che parla di altre cose e che non mi interessa; ci sono già, sulle porte dell’aula adibita alla riunione, diversi studenti che dibattono qualcosa tra di loro, ma io chiedo, con una cortesia ignorata da tutti, il permesso per entrare all’interno, e poi vado subito a sedermi presso una panca rimasta ancora vuota, non troppo tra le prime file che sono peraltro già occupate, almeno parzialmente. Circola velocemente una piccola lista di nomi di studenti iscritti a parlare e a spiegare il proprio parere, e vicino a me qualcuno dice che purtroppo per le votazioni si dovrà attendere almeno un paio d’ore. Sono assolutamente propenso a prendere degli appunti, perché vorrei chiarirmi bene le idee sui vari gruppi di movimenti studenteschi, ed anche se intendo partecipare già da oggi alle votazioni, vorrei riflettere bene anche in seguito sulle eventuali affermazioni che avrò sentito fare questa mattina. Dopo qualche decina di minuti, quasi in sincronia, tutti quanti entrano e si siedono, anche se il forte parlare di ognuno crea un brusio molto accentuato, che sembra per adesso quasi impossibile attenuare. Invece basta che il primo studente porti alla bocca un microfono tra quelli che sono stati accesi sopra la lunga cattedra che tutti abbiamo di fronte, perché si formi rapidamente un insperato silenzio.   

Ognuno parla della propria esperienza, e la mette in condivisione con tutti gli altri in modo rapido, così da dare a chi desidera parlare la possibilità di esprimere i propri pensieri. I temi sono i soliti, le stesse rivendicazioni che appaiono scritte sui fogli attaccati ai muri dell'ingresso nella facoltà, e le medesime parole d'ordine che ultimamente si sentono addirittura scandite anche nell'aria, però adesso si comincia subito a comprendere la profonda differenza che si insinua sempre più tra alcuni moderati e gli estremisti di sinistra, e questi ultimi naturalmente sono coloro che accendono rapidamente tutti gli animi. Dicono che dobbiamo svegliarci, che nessuno ci regala niente, che la nostra laurea non conterà mai nulla se non riusciamo noi stessi a riempirla di concreti contenuti. Molti annuiscono, altri affermano il proprio consenso a voce alta, applaudendo ad ogni passaggio e mostrando tutto il loro sostegno. Poi arriva davanti al microfono un tizio qualsiasi, uno come potrei essere io, e con una voce scura, sottotono, senza minimamente urlare, dice che la situazione appare seria, e se non cerchiamo di comprenderla fino in fondo daremo la possibilità alla Destra di relegare noi tra gli ultimi, come se il nostro impegno e i nostri studi si mostrassero alla fine del tutto inutili.

Dice di chiamarsi Gianni, e finito di parlare si allontana subito dalla cattedra dei docenti, perché adesso qualcun altro ha preso il microfono, e lui viene a sedersi ad un paio di file dal mio posto, senza che nessuno si complimenti per il suo intervento. Allora mi alzo, prendo le mie cose, vado vicino a Gianni, gli dico in due parole che lui ha detto esattamente le stesse cose che avrei voluto dire io. Mi guarda, sa che è importante in certi casi trovare un collante tra di noi, così dice tra i denti che la lotta non sarà né facile né breve. <<Non importa>>, dico io, <<l'essenziale credo sia trovare la maniera per batterci, il resto lo vedremo nel prossimo periodo>>.

 

Bruno Magnolfi