lunedì 15 gennaio 2024

Essere diversi.


Sto a letto, ma non riesco a dormire. Il buio della notte circonda tutto quanto, ed io continuo ad avere gli occhi aperti, spalancati, quasi nella ricerca di qualcosa su cui concentrare la mia attenzione. Accanto a me, mia moglie Celeste è una forma indefinita che respira sotto le coperte in modo ritmico e regolare, immersa nel suo sonno incosciente e probabilmente privo di sfumature. A volte non so che cosa io abbia desiderato davvero in tutti questi anni, ma accantono facilmente questo pensiero riflettendo che in ogni caso ho cercato di fare tutto quello che probabilmente ci si attendeva dalla mia persona. La mia famiglia è forse l’unica cosa che sono riuscito davvero a costruire, anche se spesso ho lasciato semplicemente che ogni giorno mi indicasse il passo successivo da compiere durante il giorno seguente, senza mettere mai a fuoco uno scopo vero da perseguire con costanza e con determinazione. Mi rendo conto che forse molte volte sono risultato assente, che mi sono disinteressato di parecchie cose, che ho latitato come marito e come padre, ma la mia personalità in fondo è proprio questa, incapace com’è di concentrarsi su uno scopo, e perciò inefficace nel tentativo di mostrarmi diverso da come effettivamente sono davvero. Osservo delle ombre vaghe sul soffitto della camera, accarezzato com’è dalla debole luce di un lampione della strada che filtra attraverso le tendine della finestra, ed immagino che probabilmente qualcuno, sopra al marciapiede, stia tirando tardi nel raccontare a qualcun altro le proprie esperienze, insomma i tratti salienti del proprio percorso. Io non saprei proprio che dire al posto suo; non ho neppure dei veri amici con cui confidarmi, e non ho neanche delle cose fondamentali da confidare. Il risultato dei miei giorni è soltanto la ricerca del silenzio, il mio mutismo con chiunque, la mancanza di opinioni da scambiare, considerata anche la mia incapacità nello spiegarmi in modo adeguato, e nel dire ad altri qualcosa anche di semplice, soprattutto argomentando su me stesso.

Mi rigiro, nelle ore dedicate al sonno se non riesci a dormire sei spacciato, così cerco in tutti i modi di addormentarmi, ma qualcosa all’interno di me stesso si ribella al riposo, come se la mia coscienza non fosse proprio del tutto a posto e rilassata. Presto i miei figli se ne andranno per la loro strada, rifletto, ed io e Celeste passeremo le serate in casa da soli, senza neppure scambiarci una semplice parola, e in lei sarà ancora più assente quel sorriso che fino a qualche tempo fa è stato in grado almeno di caratterizzare la sua presenza; io osserverò con distacco il suo prossimo e progressivo ripiegarsi su di sé, e forse anche lei mi guarderà con un maggiore distacco, ed io comunque sopporterò la situazione, come sempre. Mancherà qualsiasi entusiasmo in noi e tra di noi, e purtroppo ci dovremo adattare a mandare avanti delle giornate vuote di tutto, probabilmente sempre le medesime, indistinguibili. Non ho soluzioni diverse da questa consapevolezza, e purtroppo tra poco diverrà evidente che non c'è stato alcun impegno, né da parte mia, e neppure da parte di mia moglie, nel dare un senso diverso a queste giornate che scorrono già una simile all’altra, senza soluzione di continuità. L’assenza diverrà sempre di più la caratteristica del nostro tempo, nell’inutilità del suo sgocciolare infinito, imboccato come un’unica possibile strada da percorrere.

Infine, inevitabilmente invecchieremo, senza il desiderio di rendersene neppure troppo conto, e ci accontenteremo se la nostra salute si manterrà accettabile, in modo da farci andare avanti senza troppe lamentele da parte di ciascuno. I nostri figli verranno a farci visita ogni tanto, raccontandoci probabilmente sempre le solite cose, ponendo a noi delle domande semplici, a cui sono sicuro sapremo rispondere senza troppo imbarazzo, ma giusto per farci parlare un po’, e poi basta. I nostri vicini diranno di noi che siamo proprio una bella famiglia, senza che questo spieghi niente, e noi ci limiteremo ad annuire quando dovremo renderci conto, di fronte a qualche conoscente, che i nostri figli effettivamente sono cresciuti molto, forse anche troppo in fretta, senza sapere bene che cosa questo stia a significare. E forse è proprio questo che Celeste sta sognando nel suo sonno profondo, ed io invece, per lo stesso esatto motivo, sono qui immobile senza riuscire ad abbandonarmi al mio riposo. Qualcosa poi si muove sul soffitto della camera da letto: forse un barlume di chiarore che si perde con rapidità, ed io penso che tra poco sarà l’alba, e il nuovo giorno non porterà con sé niente di nuovo, se non il fatto che la mia stanchezza sarà giustificata, e mi farà soffrire tutto il tempo, rendendomi ancora più sfuggente e stralunato di quello che già sono. Ma non importa, penso: ognuno è fatto alla propria maniera, inutile per tutti tentare con impegno o meno di essere diversi.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 4 gennaio 2024

Necessità di unione.


La signora Celeste mi fa pena. Non so cos’altro pensare. Lei vive per la sua famiglia, e la sua famiglia si sta sgretolando. Viene da me e mi fa: <<signora Marcella, sono alcolizzata>>. <<Ma che dice>>, fo io; <<si sieda un momento, si spieghi meglio>>. Così inizia a piangere, e in dieci minuti mi dice tutto. Che ha iniziato a bere per sopportare la situazione. E che adesso la situazione è persino peggiorata, e lei non riesce più a smettere. <<Deve andare da qualcuno che sappia aiutarla>>, fo io. <<Forse, gli alcolisti anonimi>>. Poi penso che la sua vera cura non sia esattamente quella. <<Ne parli con suo marito>>, le dico subito dopo. Lei mi guarda, poi dice: <<lui ha già capito ogni cosa, ma non muove un dito. È questa la cosa peggiore>>. Preparo un caffè, la signora Celeste si schernisce, non vuol dare disturbo. <<Mio marito e miei figli sono degli estranei>>, mi fa. <<In casa non riusciamo più a comunicare tra noi>>. Non so che dirle, la guardo e credo che forse sia soltanto troppo fragile. Troppo sensibile. Che se la prenda troppo per qualsiasi piccolezza. Quando torna nel suo appartamento mi pare sia più sollevata. Almeno per aver confessato a qualcuno che beve. Dovrebbe trovare un interesse a cui dedicarsi, rifletto. Magari un’associazione di volontariato dove sentirsi impegnata. Non lo so, suo marito senz’altro è una persona inerte. E anche i suoi figli non sembrano troppo sereni. Per questo lei dovrebbe trovarsi un interesse fuori da casa. Ma poi non lo so, perché tutte noi siamo soggette a delle pressioni. E non sappiamo mai come regolarci.

Più tardi busso alla porta, <<signora Celeste>>, dico senza alzare la voce, <<le ho riportato il tegame>>. Lei apre. <<Sono da sola>>, mi fa. <<Entri pure, signora Marcella>>. Così ci mettiamo sedute in cucina, e ci guardiamo, ma senza insistenza. <<Non ho ancora deciso nulla>>, mi spiega lei. <<Non c’è fretta>>, faccio io. <<Anzi, certe cose devono decantare per essere più chiare>>. Ci prepariamo un caffè, io vorrei chiederle del suo bere, però mi sembra perfettamente sobria, e questo è già un successo. <<Non tengo più niente in casa>>, fa la signora Celeste intuitiva. <<Così non mi prende la voglia di buttare giù una sorsata ogni tanto>>. Sorrido, mi pare quasi impossibile dover parlare di questo con una vicina di casa talmente a posto come lei. <<Però qualche volta mi fermo in un localino lungo la strada, e mi faccio servire qualcosa>>. Adesso la guardo, con un’espressione che vorrebbe essere quasi di rimprovero. <<Signora Celeste, il problema è dentro di sé, deve mettere un impegno maggiore se vuole uscire dai guai>>. Lei butta giù il suo caffè, appoggia la tazzina sul tavolo, poi fa: <<Oramai mi basta un solo bicchierino, anche meno, per sentirmi subito un’altra>>. Poi si alza, sistema le tazze dentro al lavello. <<Quando ho bevuto sto meglio, è questo il guaio>>. Stiamo ancora qualche minuto sedute, senza parlare, poi io mi alzo, e dico che vado.

Quando poi sono da sola sul pianerottolo, sento dei passi lungo le scale, al piano inferiore. Così mi affaccio leggermente alla ringhiera. È il marito della signora Celeste che sta rientrando. Mi prende la voglia di fermarlo e di dirgli tutto quello che so, ma mi freno, non vorrei peggiorare le cose. Mi trattengo quasi immobile, lisciando le foglie di una pianta che teniamo dentro un vaso. Lui arriva, sembra sorpreso di vedermi, forse si immagina che io sappia già tutto. <<Buonasera>>, mi fa, e nient’altro. <<Come si sente sua moglie>>, chiedo io sfoderando un grande sorriso di circostanza. Lui alza le spalle, pare quasi non sappia che dire, o che non voglia parlare. <<Al solito>>, dice alla fine, tentando di non fermarsi neanche. <<Era preoccupata per il vostro ragazzo minore>>, dico tanto per allungare il discorso. Lui mi guarda come sapendo di recitare una parte, poi fa: <<Però adesso Federico ha deciso di tornarsene a casa>>. Annuisco, mostrando con evidenza che questo lo sapevo di già. <<E lei è rientrato in ufficio>>, dico tanto per fargli capire con chi sta parlando. Lui intanto ha tirato fuori le chiavi, è chiaro, vuole sbarazzarsi di me, ed io lo lascio fare. Per il momento non ho delle vere domande da sottoporgli, ma un giorno o l’altro gli chiederò qualcosa di più.

Lui chiude la porta di casa alle sue spalle, mentre io sono ancora sopra al pianerottolo. Penso che qualsiasi donna di famiglia come me possa trovarsi nelle condizioni della signora Celeste. Però mi fa rabbia la sua incapacità di reagire. Vorrei sentire urlare qualche volta in casa sua, che lei si ribellasse. Invece è solo succube del proprio bisogno di famiglia, dell’amore per tutti in casa sua, della solidarietà che esprime anche per gli sbagli che vi vengono commessi. Non so davvero cosa augurarle. Forse che i suoi familiari ritrovino semplicemente la volontà di stare assieme.

 

Bruno Magnolfi

martedì 2 gennaio 2024

Incomprensioni evidenti.


Non dover dividere con mio fratello, almeno per un periodo, la nostra stanza di sempre, è senz’altro un grande sollievo per me. La sua è sempre stata qua dentro una presenza parecchio invadente, con quella indubbia capacità che mostra ogni volta di stare automaticamente quasi al centro di tutto, in certi casi pur lasciandosi apparentemente confinare in un angolo, magari per studiare o eseguire dei compiti scolastici, ma, ciò nonostante, restando in grado di non apparire mai poco ingombrante, neppure nei momenti in cui si è trovato a trascorrere almeno qualche ora fuori da casa, lasciando i suoi oggetti disseminati da qualsiasi parte. Poter usufruire adesso anche degli spazi normalmente traboccanti delle sue cose, è sicuramente un grande sollievo per me, addirittura quasi una scoperta. Però, adesso che mia madre sta inerte sdraiata dentro al suo letto, ammalata non si sa bene neppure di cosa, e che mio padre sembra un’anima assente che vaga persa tra i propri pensieri, questa casa assume di colpo la capacità di apparire vuota di tutto. Certo è che la scelta di Federico di andarsene da casa, almeno per qualche tempo, come ha sostenuto lui, è sicuramente una mossa piuttosto avventata, data da una personalità che morde il freno per qualsiasi comportamento, e che comunque non è destinata a lasciare molti strascichi nel futuro, pur lasciandogli la possibilità di mostrare una indubbia capacità decisionale, attuabile per ogni cosa ed in qualsiasi momento, magari anche senza ottenere dei buoni risultati perlomeno in considerazione di certe scelte particolari. Che i nostri caratteri siano estremamente diversi, e spesso anche del tutto opposti tra loro, è apparso evidente ormai da diversi anni, forse da sempre, andando indietro con la memoria, e che lui non sappia sopportare a lungo la mia presenza è ugualmente apparso spesso davanti agli occhi di tutti. Ma che in un momento come quello che la nostra famiglia sta attraversando, con tutti i problemi che questa inspiegabile crisi sembra spingere avanti, la sua assenza adesso pare mostrarsi come qualcosa di inaccettabile, quasi una ritirata in battaglia proprio quando c'è maggiore bisogno di lui.

<<Federico sta tornando a casa>>, ho detto a mio padre, tanto per farlo stare tranquillo almeno sotto questo aspetto, e lui mi ha guardato, ma forse senza un grande interesse, come se non desse alla cosa l’importanza che credevo probabile. Poi la mamma si è alzata dal letto, è entrata in cucina e si è messa ad armeggiare attorno a qualcosa, come fa sempre. La chiave infine ha girato dentro la serratura, ed è apparso dal corridoio Federico, l’espressione quasi spaventata, il passo di chi si attende di trovarsi di fronte a delle rovine fumanti. Naturalmente ha abbracciato la mamma senza dirle niente di particolare, mentre lei, come già ci si aspettava, ha ripreso a piangere, non si sa bene neppure per cosa. Nostro padre ha bofonchiato qualcosa, ed io mi sono seduto nell’attesa che qualcuno parlasse con una qualche chiarezza, ma nessuno di noi si è sentito in condizioni di avanzare qualche spiegazione. <<Sto bene>>, ha detto ad un certo punto la mamma, <<adesso che sei qui, è tutto a posto>>, ha spiegato in due parole a Federico e anche a noi. Alla fine, abbiamo fatto il caffè e ci siamo seduti al tavolo della cucina, come per scambiarci almeno qualche opinione, ma non c’era poi molto di cui parlare, ed anzi pareva che ognuno al momento fosse attraversato da pensieri del tutto diversi da quelli degli altri. Federico ha detto che dall’indomani sarebbe tornato a casa, giusto il tempo per recuperare le sue poche cose, e nessuno ha avuto nulla da ridire in proposito, anche se io mi sentivo più di tutti nelle condizioni di essere quantomeno interpellato. Così mi sono alzato e poi sono sparito in un’altra stanza, lasciando che a qualcuno venisse in mente di chiedere il mio personale parere. Invece dopo un po' ho sentito che il portoncino si apriva e poi richiudeva, lasciando che Federico tornasse nella casa degli studenti ad ammucchiare e a prelevare le proprie sciocchezze.

Così ho dato una riordinata alla mia camera, naturalmente lasciando la zona di Federico quasi del tutto sgombra, ad evitare una nuova sfuriata da parte sua, e poi ho deciso comunque di uscire da casa e farmi una piccola passeggiata per schiarirmi le idee. Prima di uscire ho telefonato a Tiziana, e lei ha subito accettato di vedermi in un caffè parecchio frequentato, poco lontano dalla zona universitaria. Ci siamo seduti ad un tavolino, abbiamo scambiato qualche parola di circostanza, poi io ho cercato di spiegarle quello che sta capitando nell’appartamento della mia famiglia. Tiziana mi ha ascoltato con interesse, ma ad un certo momento mi sono reso conto che era difficile farle capire i veri stati d’animo miei, dei miei genitori e di mio fratello, e difatti lei si è limitata a confrontare qualcosa della propria situazione familiare, dimostrando di non avere compreso quasi nulla. Poi abbiamo parlato d’altro, ed io mi sono sentito a questo punto piuttosto alleggerito.

 

Bruno Magnolfi

lunedì 25 dicembre 2023

Cancellazione delle apprensioni.


            Oggi si sono fatti grandi i miei figli, e oramai non ho più alcun bisogno di cercare di istradarli, semmai ho tentato di farlo, perché sono convinto che adesso sappiano già decidere perfettamente e in autonomia del proprio presente e anche del futuro che forse desiderano. Non ho neppure mai immaginato la loro esistenza fuori da questa casa, ma credo che in un modo o nell’altro, da ora in avanti, come alla loro età più o meno si è sempre fatto tutti, cercheranno giorno per giorno di scegliere per sé stessi le cose migliori e più a portata di mano, forse scendendo ogni volta purtroppo a compiere quegli inevitabili compromessi dai quali sembra che nessuno di noi possa sfuggire. Forse più avanti riusciranno ad essere più felici di quanto siano stati in questi anni di adolescenza, in famiglia con noi, trascorsi tra le preoccupazioni immancabili dei loro genitori e le incomprensioni quotidiane delle quali ci siamo costantemente trovati ad occupare. Non so bene in tutto questo quale fosse e quale sia stato il mio vero compito, ma ad essere sincero non mi sono mai troppo crucciato intorno ad un pensiero del genere, cercando piuttosto una calma e neutra indifferenza che fosse capace così di dare spazio e respiro anche alle loro idee. Mia moglie potrebbe persino sostenere adesso che mi sono disinteressato di loro per dei lunghi periodi, ma forse questo non sarebbe poi del tutto vero. Li ho osservati, certe volte, ed il loro comportamento quasi sempre mi è parso equilibrato, attento ai particolari, indubbiamente in grado di tenere testa ad ogni più piccolo problema quotidiano.

             Così spesso mi sono sentito tranquillo, ed ho lasciato che tutto prendesse un proprio corso, senza cercare di influenzare troppo le cose. Sono i miei figli, ho pensato certe volte, e proprio per questo non c’è alcuna necessità di provare a cambiare il loro carattere, perché sono convinto che dentro sé stessi abbiano sempre saputo già fin dall’inizio le scelte migliori da fare. Celeste purtroppo certe cose non le comprende; secondo lei tutto è sempre da modificare, da suggerire, da insinuare, così che tutto quanto a suo parere necessita continuamente di sottili interventi esterni, come una strada da percorrere individuata grossolanamente sopra una cartina con scarsi dettagli, e che deve essere via via aggiornata nella realtà. Secondo me la verità è che ci si deve fidare degli altri, e lasciare che tutto assuma un percorso proprio, anche se questo non è troppo affine alle nostre aspettative. L’educazione dei figli per lei è come una regola da tenere, e per me al contrario è qualcosa che i figli imparano dal comportamento dei loro genitori, senza alcuno sforzo particolare, da nessuna parte. Poi ci sono gli sbagli, nei quali indubbiamente tutti possiamo incappare, ed è nella loro correzione, attuata in completa autonomia che, secondo me, sta la vera crescita di qualunque ragazzo.

            Spesso avrei voglia di sbuffare o anche di lamentarmi quando sento certe discussioni o anche delle polemiche che si accendono con niente nella nostra casa. Ci vuole tolleranza, rifletto in silenzio, piuttosto che andare avanti a testa bassa come un qualsiasi animale inferocito. Non che mia moglie sia una persona capace di tenere il pugno duro, tutt’altro. Secondo lei è l’amore ed il senso di unione tra i componenti di una famiglia che porta ai migliori risultati, e la trasparenza su ogni cosa che viene decisa da ciascun individuo ne è la migliore caratteristica. <<Come stanno Marco e Federico in questo periodo?>>, le chiedo a volte per comprendere qualcosa di più sulle nostre dinamiche familiari. E Celeste ecco che comincia a spiegare che il maggiore potrebbe fare una certa cosa, ed il minore quell’altra, che sarebbe meglio se noi ci facessimo vedere in un certo modo, piuttosto che in un altro, e così via. Mi annoio immediatamente di questa maniera di riflettere le cose, e credo che ragionamenti siffatti non portino mai a dei risultati tangibili, anche se non oppongo alcun disaccordo, lasciando che lei prosegua a credere che in questa maniera si possa davvero migliorare la situazione.

            In certi casi mi sono messo ad ascoltare gli argomenti che tutti davanti al tavolo sono stati capaci di tirare fuori, in alcune sere durante la nostra cena familiare, e devo dire che alla fine ho sempre trovato naturale e accettabile il comportamento ed il discorrere di ognuno, anche se potrei essere stato in disaccordo su una cosa oppure sull’altra. Ma rimango della stessa opinione di sempre: lasciar fare ai figli ciò che credono meglio per loro stessi, senza né spingerli e nemmeno ostacolarli. Piuttosto che pensare troppo a loro, o preoccuparsi del loro avvenire, credo che in questo momento, all’interno di questa casa, io e mia moglie si debba il più possibile pensare a noi stessi, alla nostra salute, al nostro spirito, che può compromettere anche troppo facilmente tutta la serenità. Siamo giunti all’età in cui dobbiamo trovare tra noi un confronto migliore, mi pare, e poi stare tranquilli, senza problemi, cancellando il più possibile ogni eventuale preoccupazione.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 21 dicembre 2023

Dentro alcune preoccupazioni.


Non mi sembra una brutta cosa, penso io, tirare fuori almeno in certi casi la propria personalità e mostrare a tutti a cosa si aspira, ed anche ciò che magari ci disturba, proprio così come sta facendo Federico. Lui in questo momento la sta aspettando in un caffè di una strada piuttosto frequentata, dopo che si sono dati quell’appuntamento già stamani all’uscita dal liceo; perciò, si è seduto ad un tavolino, ed ora sta semplicemente giocando con il posacenere, quando Cristina improvvisamente arriva, bella e radiosa, accesa nello sguardo e sorridente come sempre. <<Ti ho preceduta>>, fa lui, <<perché volevo vedere esattamente la tua espressione mentre varcavi la soglia del locale>>. Lei sorride, dice ciao, poi si siede. Tra poco andremo insieme a vedere questa casa di studenti, quella dove lui si è trasferito, penso io, e forse ne trarrò con facilità una brutta opinione, o magari no, visto che mi sembra improvvisamente tutto così diverso da quando Federico mi ha confidato molte cose su di sé e sulla sua famiglia. <<Sono curiosa>>, dice lei adesso sorridendo; <<vorrei però che tutto fosse esattamente come me lo immagino, e quindi è certo che proverò quasi senz’altro qualche piccola delusione>>. Lui ordina al cameriere due bibite, poi dice: <<non ne vedo il motivo, considerato che in questa nuova casa non intendo stare molto, mi tratterrò soltanto per il tempo che mi serve>>. Ma certo, penso io, è proprio questa la parte che mi piace di più della faccenda: mostrare alla sua famiglia il proprio carattere, la sua personalità, e l’essere capace anche di prendere decisioni controcorrente. <<Pensi proprio che in questo modo tuo fratello capisca la lezione?>>, dice lei in fretta, ma Federico la guarda, e qualche dubbio probabilmente ce l'ha dentro la testa, e in ogni caso lascia comprendere che per lui è lecito tentare. <<Penso di sì>>, dice alla fine. <<In fondo gli mostro un coraggio che lui non ha mai avuto, neppure con le parole>>. Poi si alzano ed escono svelti da là dentro.

Io e Federico non stiamo propriamente insieme, penso io, anche se ormai ci confidiamo tutto come fidanzati, l’uno all’altra. Sono sicura che questa decisione di andarsene da casa lui l'avrebbe compiuta anche senza il mio sostegno, così come è stato capace di trovarsi un lavoro almeno per le serate dei fine settimana; in ogni caso non mi dispiace dirgli di continuo quello che effettivamente penso, senza mai tirarmi indietro: è la mia maniera per stargli vicino in un momento sicuramente non troppo facile, e Federico sono sicura che lo sa apprezzare. Non ci vuole molto, e dopo una breve passeggiata sono lì, davanti ad uno scalcinato e brutto portone condominiale, pronti a salire fino su, a quell’ultimo piano. <<L’ingresso e le rampe della scala non danno proprio una buona impressione>>, fa Federico intimidito, ed io penso intanto come in effetti abbia proprio ragione. Poi entriamo nell’appartamento, e in questo momento c’è soltanto un ragazzo tra coloro che abitano qui. Poi Federico mi fa vedere la sua stanza, che comunque divide con un altro, ed è un po' da riordinare, penso subito io, però è anche accogliente, piena di oggetti quasi in ogni angolo. Così dico ad alta voce esattamente ciò che ho pensato d’impatto, e Federico sorride, sicuramente è d’accordo, penso io; perciò, facciamo brevemente il giro dell’appartamento e poi si decide subito di andarcene, considerato che questo non è certo il luogo giusto dove stare adesso.

Usciamo, in silenzio, e fuori è quasi buio, così cerco qualche parola da dire a Federico sotto ai lampioni della strada, ma non ne trovo, così penso, anche se la casa non mi è piaciuta troppo, che resta però l’importanza del passo che ha fatto lui rompendo le abitudini della sua famiglia. Credo comunque che Federico abbia compreso perfettamente quello che penso, e credo anche che in qualche maniera sia rimasto perfino lusingato dai miei comportamenti. Se Federico mi chiedesse di metter su con lui un rapporto un po’ più stretto, credo gli direi di no, penso adesso io, ma sono convinta che neanche a lui andrebbe bene qualcosa di diverso dalla maniera come ci stiamo comportando. Loro due fanno un giro in centro senza meta, e tanto per alleggerire la giornata si scambiano delle battute spiritose, senza impegno; eppure, penso io, non ci sarebbe neanche bisogno di parlare in certi momenti, visto che le nostre riflessioni silenziose sembrano quasi comunicanti per conto proprio. Incontrano qualche ragazzo della scuola, si fermano, dicono anche a loro qualche sciocchezza, si salutano, riprendono semplicemente ognuno per la propria strada, e Cristina si sente bene, tranquilla, perfettamente a posto. Non so, forse vorrei conoscere Marco, il fratello di Federico, soltanto per comprendere un po' meglio i comportamenti tra di loro, io che sono figlia unica. Però non devo assolutamente chiedere niente, penso ancora io: non voglio in nessun modo essere entrante, curiosa, ficcanaso; devo rimanere sempre ad una certa distanza dai problemi di Federico, penso alla fine; anche se qualche volta le provo persino dentro di me le sue preoccupazioni.

 

Bruno Magnolfi

martedì 12 dicembre 2023

Bomba innescata.


Ogni mia buona intenzione oramai appare inutile. I miei figli tra loro non si rivolgono quasi più la parola, e mio marito non parla né con i suoi figli né con me. Per tanto tempo io ho cercato di vedere con ottimismo quel poco che era possibile salvare di questa famiglia, e mi sono sempre spesa al massimo nel sostenere questa mia idea, ma adesso mi sento stanca, provata, quasi impossibilitata a mettere in atto altri argomenti o ulteriori tentativi per cercare di costituire il possibile collante che ci mantenga ancora uniti, solidali, compatti, proprio come dovrebbe essere un nucleo come il nostro, racchiuso ogni giorno tra le mura di questa casa. Proseguo a fare le solite cose di sempre, ma appaiono quasi insignificanti i miei sforzi, come se tutto avesse preso infine una direzione definita e immodificabile. Esco ed incontro la signora Marcella, la nostra vicina di casa, e lei mi guarda come se avesse compreso già tutto quello che sta avvenendo poco per volta nel chiuso del nostro appartamento. Si limita a farmi un sorriso compassionevole, e a me vengono le lacrime agli occhi specchiandomi in quel suo sguardo che non pone più neppure delle domande. Mi prende una mano, mi dice forse qualcosa che vuol essere rassicurante, ma io mi sento a terra, e non riesco neanche a reagire. Non capisco dove abbia sbagliato, se mai ho sbagliato qualcosa, e in ogni caso mi è proprio impossibile adesso far finta di niente.

<<Signora Celeste>>, mi dice alla fine Marcella rompendo ogni indugio; <<ma che cosa c’è che non va più bene, che cosa succede in questa sua famiglia, che fino a poco fa era impossibile persino da immaginare, tanto sembrava perfetta e soprattutto equilibrata?>>. La guardo ancora senza trovare dentro di me le parole più adatte per spiegarle il mio affanno, il mio sentirmi purtroppo vinta, poi le dico soltanto: <<Non lo so, però si è rotto qualcosa, ed io adesso sento di aver fallito, di non essere riuscita in tutti questi anni a mettere insieme le nostre differenti personalità>>. Poi ci guardiamo attorno, come a voler evitare di dare un piccolo spettacolo con le nostre confidenze, ma io mi appendo alla comprensione di questa donna come se fosse l’unica strada che ho per riuscire ad essere ancora sincera. <<Non demorda, signora Celeste, non lasci che l’apatia prenda il sopravvento, e che tutto divenga solo un gioco crudele senza alcuno scopo>>.

Mi guardo attorno, adesso sorrido, <<va bene>>, le dico, <<devo reagire, non si preoccupi per me, è solo un momento di scoraggiamento quello che sto attraversando, ma passerà, vedrà, tra poco tutto andrà a posto, e le cose saranno di nuovo accettabili. Devo andare, adesso, mi scusi, però la ringrazio>>, dico confusa allontanandomi. Marcella mi guarda ancora mentre mi volto, ed io riprendo a camminare, ricomincio ad andare incontro alle mie faccende, come sempre, mentre ingoio un singhiozzo e faccio subito finta di niente, perché niente è accaduto, soltanto sciocchezze, cose del tutto insignificanti, che non hanno valore. Devo concentrarmi sulle attività più terrene, cosa preparare per cena, le bollette ancora da pagare, passare di farmacia per le piccole di Achille che stanno quasi per terminare. E poi devo ricordarmi di chiedere a Marco che cosa sia successo tra lui e suo fratello, e per quale motivo, visto che lui è il maggiore di età, non riesca ad essere più indulgente verso Federico, che forse ancora deve comprendere alcune cose. Poi mi fermo al solito supermercato di quartiere, ma le persone che sono all’interno sembra che mi guardino con un certo sospetto, come sapessero perfettamente delle preoccupazioni che mi stanno attraversando la testa. Fingo una certa indifferenza, anche se mi sento addosso gli sguardi da parte di tutti, e coloro che non mi stanno osservando probabilmente hanno soltanto un moto di pena per me.

Pago rapidamente i miei pochi acquisti, e poi fuggo a passo svelto verso il rifugio di casa, salgo le scale quasi di corsa, chiudo la porta alle mie spalle, e quindi tiro un sospiro per il sollievo che provo. Appoggio le buste con i pochi acquisti sul tavolo della cucina, faccio un cenno ed un saluto ad Achille che non mi sta neppure guardando, e poi entro in camera mia, giusto per togliermi di dosso il soprabito, anche se dentro l’armadio so perfettamente che c’è la solita bottiglia che aspetta soltanto di essere aperta per darmi almeno un po’ di quello sciocco coraggio che adesso mi serve. Dovrò andare da qualcuno, rifletto, e confessare tutto quello che mi sta succedendo, senza omettere niente, neanche il fatto che oramai mi sento quasi una mezza alcolizzata, e che avrò bisogno di un vero supporto psicologico per sentirmi in grado di uscire da questa specie di incubo. Poi metto a posto le cose, con calma, sistemo una pentola sopra al tavolo ed inizio a preoccuparmi del pranzo. Presto smetterò di essere così solerte, e probabilmente mi lascerò andare senza interessarmi ancora di tutti i miei compiti, e sarà allora che scoppierà davvero la bomba.

 

Bruno Magnolfi

mercoledì 6 dicembre 2023

Automatismi.

   

            <<Pronto; sì, sono io>>, dico al telefono frettolosamente, colto alla sprovvista come mi sento, da quella voce gracchiante del mio capoufficio che mai avrei pensato potesse chiamarmi a casa, mentre ancora sono coperto da un certificato medico che attesta la mia impossibilità, almeno momentanea, nel recarmi al lavoro. <<Come stai, Achille?>>, mi fa quasi ridendo, meravigliandomi per essersi ricordato addirittura il mio nome di battesimo, in un ambiente dove generalmente gli impiegati si chiamano tutti quanti tra loro solamente per cognome. <<Signor Mari>>, rispondo io, ancora impacciato. <<Ma che sorpresa>>, gli dico. <<Inizio a stare abbastanza bene, ad essere sincero. Tanto che contavo di tornare in ufficio. La prossima settimana, forse>>. Intanto avverto una certa confusione intorno a chi mi sta parlando, anche qualche risata lontana, come se il capufficio fosse interrotto da qualcuno vicino a lui che intanto gli sta parlando forse di qualcos’altro. <<Bene>>, fa subito il signor Mari. <<Qua stiamo un po’ in difficoltà con gli inserimenti dei dati nel sistema, ma avanti di assumere un nuovo impiegato, si voleva conoscere i tuoi tempi, in modo da evitare di rimpiazzare il tuo posto di lavoro>>. Resto folgorato da queste parole schiette e tremende. Non pensavo si potesse giungere così in fretta ad un gesto del genere. Quasi fossi un assenteista. Oppure uno che in passato abbia mai ecceduto nei certificati medici. <<No>>, fo io, forse già balbettando. <<Sto per rientrare al lavoro. Non si preoccupi. Questione di pochi giorni. Tutto tornerà al proprio posto. Presto, senza alcun problema, stia certo>>. Avverto una nuova pausa, come se all’apparecchio nessuno mi avesse del tutto ascoltato. <<Bene, Achille; allora ti aspettiamo: in gamba, mi raccomando, perché qui c’è anche del lavoro arretrato da sbrigare e da sistemare>>. E poi non faccio neppure in tempo a formulare un saluto, che il signor Mari ha già riagganciato.

            C’è stato un tempo, oramai molti anni fa, in cui i rapporti di lavoro tra tutti i collaboratori di quegli uffici apparivano diversi, ed ogni impiegato si sentiva tranquillo, quasi protetto in qualche modo dai propri colleghi e superiori. E poi si scambiavano favori, e tutto scorreva quasi d’incanto, senza mai alcun problema. Poi le cose sono cambiate, ed ognuno si è ritrovato da solo dietro al proprio schermo dell’elaboratore, senza più amici e colleghi a sostenerlo, ma unicamente circondato da certe vipere pronte a parlar male degli altri pur di ottenere la simpatia di qualcuno che conta. Mia moglie adesso, che mi aveva passato la telefonata pochi minuti fa, mi guarda spaurita, come se avesse perfettamente compreso il traballare della mia posizione lavorativa. <<Devi rientrare>>, mi fa tenendo una mano dentro l’altra, con un’espressione quasi attonita; <<stai meglio, indubbiamente, questo periodo di riposo ti ha senz’altro giovato. Allungare ancora i tempi sarebbe probabilmente una noia anche per te>>. La guardo per un momento, poi torno a sedermi, dopo aver parlato al telefono restando in piedi. <<Ma certo>>, le dico. <<Qua mi sto semplicemente annoiando>>. Dalla cucina giunge intanto un lieve odore di verdure bollite, e Celeste, ricordandosi di avere qualcosa sul fuoco, si affretta a tornare nell’altra stanza, per la preparazione del nostro pranzo.

Nel periodo in cui frequentavo una mia collega, e mi vedevo con lei di nascosto in genere per un paio di volte di ogni settimana, qualcuno molto curioso nei nostri uffici si era senza dubbio accorto della nostra relazione, e sembrava però quasi invidiare la mia disinvoltura, tanto che forse già sono nati proprio in quel momento i primi comportamenti avversi alla mia condotta. Me ne ero fregato, a quell’epoca, ed avevo tirato avanti così come mi pareva meglio, senza preoccuparmi, però sicuramente più di un impiegato deve aver immaginato che prima o dopo si sarebbe verificata per me una specie di resa dei conti. Non mi lamento adesso, quello che ogni giorno porto avanti non è nient’altro che il mio lavoro, e non c’è dubbio che devo proseguire a dedicarmi a questa attività senza mai guardarmi dietro. Non ho fatto mai alcuna carriera, sono rimasto una pedina qualsiasi come molti insieme a me, ma non è possibile nelle mie condizioni far altro che accettare quello che ho, ed abbassare la testa nei confronti anche di un qualsiasi capoufficio che magari si diverte alle mie spalle mettendomi paura. Tornerò al lavoro, e le cose riprenderanno il loro andamento di sempre, ho pensato mentre stavo scambiando un lungo sguardo con Celeste. Lei ha sorriso, forse sperando così di incoraggiarmi, ma avrei preferito non avesse avuto in questo momento alcuna espressione.

Poi ci siamo messi a tavola, tanto i nostri figli spesso tornano più tardi, in certi giorni restano persino fuori a pranzo, e così passiamo una mezz’ora io e Celeste uno di fronte all’altra, quasi senza dirsi una parola, con gli occhi sulle stoviglie, anche se lei immagino non parli con me soltanto per evitare di dare disturbo ai miei pensieri. Così io a volte le chiedo: <<Come va?>>, tanto per sentire di nuovo la sua voce, per scuoterla dal torpore in cui sembra caduta; ma lei risponde subito: <<Benissimo>>, anche se forse lo dice soltanto per una forma di ordinario automatismo.

 

Bruno Magnolfi