giovedì 29 agosto 2024

Variazioni di comportamento.


In certi casi, almeno da qualche tempo a questa parte, nei momenti frequenti in cui mi ritrovo da solo e normalmente immerso nei miei tanti pensieri, noto una specie di ombra davanti ai miei occhi, come una sagoma scura che, pur non mostrandosi mai con troppa evidenza, ed in più soltanto di sfuggita, riconosco perfettamente nella persona che ho immaginato potesse essere fin dall’inizio. Sono convinto, in tutto questo, che è il mio passato che viene ogni tanto a farmi una visita, ma mentre questo ragazzetto, che poi rappresenta me stesso nell’età adolescenziale, fino a poco fa si è sempre manifestato ogni volta nelle sue fattezze complete, adesso è come se non riuscisse più a farsi vedere in modo integrale, e per qualche motivo scegliesse - o fosse appena in grado - di evidenziare ai miei occhi soltanto l’ombra di se stesso, giusto il profilo della propria sagoma, una fisionomia netta e leggermente scura, senza maggiori caratteristiche riconoscibili. Cerco di restare indifferente a questa sua presenza silenziosa che a momenti appare e scompare, anche per non mettere lui ulteriormente in difficoltà per la sua presunta inefficienza. Fingo insomma di ignorarlo, anche se alla fine mi giro di colpo verso questa strana ombra, dicendogli all’improvviso: <<Stai forse cercando di spiare i miei comportamenti, immaginando magari che in questa nuova forma io non riesca a notare troppo la tua presenza?>>. La sua sagoma allora schiarisce leggermente, poi si muove, ed io rifletto che con ogni probabilità nell’arco di pochi secondi lui finirà di nuovo per scomparire del tutto, senza neppure prendersi la briga di rispondermi; ma poco dopo noto il suo profilo appoggiarsi ad un mobile, mentre stiamo nel mio appartamento, e poi tornare a farsi vedere da me in modo più completo, ma solamente per qualche secondo, quasi per porgermi una specie di saluto.

Riconosco che il nostro rapporto è sempre stato difficile, finendo spesso per incolparci a vicenda di quanto siamo stati incapaci di dare inizio a dei comportamenti positivi verso gli altri nei nostri diversi periodi di esistenza. In ogni caso, io mi sono quasi affezionato a questa sua presenza, e spesso ripercorro volentieri, anche tramite i suoi suggerimenti – in genere soltanto delle indicazioni silenziose - le vicende che volta per volta riconosco perfettamente nella mia memoria come essersi modificate in qualche caso anche in senso positivo, ma la maggior parte delle volte in modo assolutamente negativo, anche se a seconda dei casi. Lui poi sparisce del tutto, ed io prendo la giacca ed esco da casa. Fuori, lungo la strada, mi avvolge la tranquillità del pomeriggio, e quando un’auto delle forze dell’ordine mi supera, sorrido per quel loro pattugliamento quasi inutile. C’è stato un lungo periodo, dopo il termine della mia lunga condanna alla detenzione carceraria, in cui venivo controllato regolarmente dalle divise, e i gendarmi in quei casi avevano sempre verso di me quell' insopportabile atteggiamento di chi sa con certezza che prima o dopo sarei ricascato in qualche faccenda delittuosa, nonostante il mio impegno continuo nel rigare diritto. Poi hanno allentato la loro presenza, anche se ogni tanto proseguono a farsi vedere lungo la strada dove abito, quasi per darmi un ulteriore avvertimento e ricordarmi il brutto periodo di prigionia. Ma in un attimo io mi incarno nel ragazzetto di prima, sparisco agli occhi di tutti, e tento di riflettere tutto con la mente sgombra, quella di chi ancora non ha commesso mai alcun reato.

Sono pulito, rifletto, in grado di disporre della mia persona come più desidero, anche se i freni che sento continuamente dentro di me sono di una tale potenza quasi da costringermi all’immobilità. Nella scuola elementare di via delle matite credo nessuno mi tenga in una qualche considerazione: forse vedono in me uno sbandato, un ragazzo che se ne sta sempre da solo, che non cerca mai un rapporto con gli altri, come forse sarebbe naturale, ed alla fine appare quasi prigioniero dei suoi stessi modi di comportarsi e di pensare. Forse un compagno di classe un po' differente dagli altri lo si può soltanto ignorare, pensano tutti, e quindi tenere sempre a distanza, come se evitandolo ci si mettesse al riparo da problemi e da comportamenti poco ordinari; oppure si può sempre tentare di ridicolizzare ogni gesto che lui possa compiere, ogni parola che dice, qualsiasi posizione assuma nel banco scolastico, e tutte le espressioni che sembra mostrare durante l’orario delle lezioni, ogni volta ridendo delle sue smorfie e di qualsiasi altro atteggiamento possa assumere. Non ci sono molti argomenti di cui discorrere durante le pause ricreative, e quindi niente di meglio che darsi di gomito e parlar male di quel bambino con la faccia decisamente sempre troppo seria, che non si accosta mai a nessuno. Io non ho mai pensato che la colpa di tutto fosse in qualche maniera della mia famiglia, però ho sempre creduto che la mia personalità fosse esattamente quella che riesco a evidenziare nei confronti di chiunque, senza fare alcuno sforzo per modificare qualcosa di me. Sono fatto così, sembro affermare a tutti quasi ogni giorno, inutile tentare delle variazioni di comportamento.

Bruno Magnolfi

martedì 13 agosto 2024

Mai spaventato.


            La morte di mia madre fu preceduta da una lunga agonia. Agli inizi lei si recava in ospedale soltanto per un giorno nell’arco di un determinato periodo. In seguito, quando le sue condizioni si aggravarono, venne ricoverata per più giorni, anche se poi la lasciavano ogni volta tornare a casa per almeno una settimana. Negli ultimi tempi, invece, venne trattenuta in corsia in maniera stabile, collegata ad alcuni impianti specifici che sicuramente le permettevano di tirare avanti, pur lasciandola praticamente inerte dentro al suo letto, quasi in uno stato di incoscienza. Tutti, in quel periodo, sperammo che se ne andasse in fretta, anche perché era evidente che non sarebbe mai più stata una persona a tutti gli effetti, ma lei invece proseguì a resistere, nei confronti anche di ogni responso medico, e per un tempo che parve giorno dopo giorno addirittura interminabile, quasi a stabilire che la propria presenza nel mondo avesse un significato talmente superiore alla nostra umana sopportazione, da sfidare ogni possibile idea del limite. Ero preparato da molto tempo perciò alla sua dipartita, tanto che, insieme a mio padre, sempre più lontano dal senso di famiglia che io e lui eravamo rimasti strenuamente a tenere in piedi nonostante tutto, ci eravamo ridotti ad andare a fare visita a quel corpo quasi esanime immerso dentro un letto e costituito solo di attenzioni infermieristiche e di sensori elettronici perennemente in funzione, soltanto una volta a settimana, e restando separati da lei da un paravento e ad una certa distanza, proprio per non creare ulteriori problemi alla sua evidente debolezza, nell’arco di un tempo non superiore ad una rapida mezz’ora e basta.

A scuola qualcuno tra i miei compagni di classe era forse a conoscenza della situazione che stavo vivendo, tanto più che alla lunga quasi sembrava, almeno in certe espressioni da tutti riservate proprio nei miei confronti, che in qualche modo me la fossi meritata, opprimendo ogni mia sensibilità con l’imposizione di un senso di colpa che difficilmente riuscivo a scrollarmi di dosso, in considerazione delle opinioni che mi pareva di avvertire costantemente attorno a me. Era rimasta soltanto Marta, ad un certo punto, a rivolgermi la parola ogni tanto, commisurando la sua perenne serietà alla mia incapacità di sorridere o di mostrare una volontà di leggerezza che non riuscivo a provare più, in nessuna situazione. Lei si avvicinava a me ogni tanto durante le pause tra una lezione e l’altra, ma senza mai neanche toccarmi, o anche solo guardarmi direttamente, e mi diceva qualcosa che appariva soltanto il tentativo, almeno così io immaginavo, di farmi pensare a qualcos’altro, anche se certe volte pareva quasi una vera crudeltà passare sopra a tutti i miei guai soltanto per scambiare qualche parola su cose del tutto futili ed insignificanti. Avvertivo in me un forte cambiamento in atto, in quei momenti, ed il senso forzato di solitudine che mi stringeva quasi in una morsa, in realtà sembrava la condizione vera a cui da sempre pareva fossi stato condannato. Con parole sicuramente sbagliate, cercai in un paio di casi di spiegare questa sensazione anche a Marta, mentre uscivamo insieme dall’edificio della scuola media di via delle matite, ma lei in quelle occasioni rimase in silenzio, quasi che nei suoi pensieri non ci fosse alcun rimedio a ciò che avevo da sempre probabilmente coltivato, almeno nella sua più profonda opinione.

Mio padre, per parecchi giorni a settimana, era sempre via con il suo autocarro, ed io, per tutto quel lungo periodo, restavo praticamente da solo a preoccuparmi della casa e di ogni altro aspetto delle mie giornate. Qualche volta avevo pensato di invitare Marta nell’appartamento che abitavo, anche soltanto per un sostegno morale, ma attesi per un sacco di tempo che fosse lei, conoscendo bene la mia situazione, che per generosità proponesse di seguirmi, magari alla fine dell’orario scolastico, anche soltanto per mangiare qualche cosa con me nella mia cucina, ma questo non accadde mai, ed io smisi persino di pensarci. Venne il custode della scuola, mentre eravamo nei nostri banchi a seguire una lezione, e disse a bassa voce che dovevo prendere tutte le mie cose, perché nel corridoio c’era mio padre che era venuto a prendermi. Compresi immediatamente di cosa si trattava, ma non dissi niente, così presi i quaderni e i libri a testa bassa ed uscii dall’aula silenziosa, quasi contento di potermene andare via, fuori dagli orari previsti. Mio padre, in una delle pochissime volte in vita sua, mi appoggiò il suo braccio forte e pesante sulle spalle mentre uscivamo dall’edificio, e poi mi disse che alla fine dell’anno scolastico saremmo andati ad abitare in città, abbandonando quel paesello, e che adesso però ci sarebbe stato il funerale della mamma, che finalmente aveva terminato di patire. Pensai subito che quello fosse il momento giusto per piangere mentre scendevo la scalinata, ma poi non feci niente del genere, limitandomi soltanto ad annuire. Però pensai immediatamente che la mia vita stesse cambiando con estrema rapidità, e che io, anche se d’ora in avanti non mi fossi sentito del tutto pronto a quelle variazioni, fossi comunque chiamato ad affrontare qualcosa che adesso assolutamente non potevo neppure immaginare, ma del quale non avrei mai dovuto sentirmi in nessun modo spaventato.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 1 agosto 2024

Mondo sconosciuto.


            Ho sognato che camminavo lentamente lungo una strada deserta, e che accanto a me si trovava Marta. Non parlavamo tra di noi, forse in quel momento avevamo già detto tutto quello che c’era da dirsi, ma io avevo voglia all’improvviso di tenerla per mano, di avvertire con forza la sua presenza, forse per farle sentire il mio affetto, o la mia vicinanza, oppure per evitare di perdere ancora una volta lungo la via una persona preziosa come lei. Mi svegliavo, poi, che era già pomeriggio; d’altronde, dopo aver lavorato durante tutta la notte precedente, era il minimo di riposo che potessi concedermi, anche se odiavo quel tempo quasi gettato via, come se avessi potuto impegnare quelle ore in chissà quali altre imprese. Uscivo da casa, allora, e mi pareva che ogni dettaglio che vedevo fosse esattamente come sempre, senza alcuna differenza rispetto a tutti gli altri giorni; di colpo provavo però il desiderio di avvertire come un dolore, una piccola sofferenza, uno stimolo che mi scuotesse, ma non un vero dolore fisico, intendiamoci, soltanto una piccola fitta, un’amarezza, forse una semplice delusione data da qualcosa di specifico che però non trovavo né d’intorno, né dentro di me. Forse anche nei miei anni della scuola elementare dovevo aver già provato qualcosa del genere, anche se adesso non mi ricordavo con esattezza di nessun momento specifico del genere. Mi fermavo ad un angolo, poi, ed ecco subito che il mio fedele anticipatore di tutto appariva dal niente come ogni volta. <<Certo>>, mi fa; <<alcune volte desideravo profondamente provare del dolore che dimostrasse la mia scarsa sensibilità, ma era proprio la sua assenza ad evidenziare il mio carattere>>. Lo guardo, capisco che non deve essere stato facile tirare avanti in quegli anni, anche se adesso io non mi ricordo molto di quei dettagli di cui lui è testimone. <<Restava sempre la solitudine a giocare un ruolo importante>>, fa lui, <<che però agiva anche come cauterizzatore per le mie ferite>>.

Ma certo, penso io: la solitudine come colpa di tutto, e anche come fuga dalla realtà. In fondo è ancora questo che cerco adesso intorno a me, magari apprezzando quelle radici lontane capaci di dimostrare la coerenza di ogni mio comportamento. Seguo il ragazzo, e lui senza voltarsi si inoltra dentro un caseggiato che non conosco, inerpicandosi rapidamente lungo le strette e buie scale condominiali che giungono fino ad un pianerottolo dove è presente la porta chiusa di un appartamento. Osservo il nome sopra al campanello, e mi rendo subito conto che è proprio lì che abita Marta, mentre resto solo, senza più la compagnia del piccolo Paolo. Forse dovrei suonare, presentarmi mestamente a lei con qualche spiegazione che giustifichi in qualche maniera la mia presenza in quel luogo, ma decido che in nessun caso potrei essere ben accolto, per cui decido di andarmene senza fare nulla, anche se memorizzo velocemente ogni dettaglio che riesco a vedere. Chissà per quale motivo il caso mi ha portato fino a questo appartamento, rifletto, forse soltanto perché si ritiene possa esserci un futuro nella conoscenza tra me e questa donna, anche se a me non pare proprio possibile. Il presente è dato da tanti dettagli casuali, penso, ma soltanto la memoria a distanza riesce a dare un senso a tutti i piccoli fatti che si susseguono durante le giornate.

Torno a casa con la forte sensazione di non essere riuscito neppure oggi a mettere assieme qualcosa di positivo, ed anche se penso che il significato dei miei comportamenti si mostrerà probabilmente con una grande evidenza soltanto alla fine di tutto il percorso, nonostante per ora tutto quanto resti a me quasi ignoto, ugualmente l’impressione immediata di inutilità di tutto ciò che compio, o anche di ciò che forse desidererei soltanto compiere, è forte, quasi quanto il sapore di disfattismo che da sempre accompagna ogni mio comportamento. Si presenta ancora e all’improvviso, proprio davanti ai miei occhi, il piccolo Paolo, esattamente qui, dentro casa mia, quasi a mostrarmi che era tutto esattamente nella stessa maniera anche quando andavo a scuola, negli anni lontani delle elementari. <<Non avevo alcun sogno per il mio futuro>>, mi dice lui con timidezza. <<Nessuno mi chiedeva mai che cosa avrei desiderato fare una volta diventato grande, forse proprio perché si capiva immediatamente che non coltivavo dentro di me alcuna speranza, nessun desiderio particolare, e quasi non esisteva un vero futuro tra i miei pensieri, lasciando tutto lo spazio possibile dentro al mio cervello solamente all’immediato e semplice presente>>.

Mi lasciavo andare ad un gesto di fastidio allora, e lui forse per questo spariva, quasi fosse cosciente dell’ingombro dato dalla sua presenza. Avrei voluto addormentarmi di nuovo, all’improvviso, e poi riprendere il mio sogno nel punto esatto in cui si era interrotto, per comprendere con precisione verso dove riuscisse a portarmi quel mio esile filo di pensiero, anche se oramai pareva impossibile, e nonostante l’amarezza evocata appena poco fa sembrava mostrarsi proprio adesso, con tutta la sua forza. Fuori dalle finestre, lungo la strada, qualcuno parlava a voce alta, ma sembrava soltanto l’eco di un mondo a me completamente sconosciuto.

 

Bruno Magnolfi

lunedì 22 luglio 2024

Soltanto un attimo prima.


Da un po' di tempo non ho più portato le figurine dei calciatori a scuola, nonostante mi senta molto orgoglioso di aver quasi terminato la raccolta ed aver ormai inserito praticamente quasi tutti i giocatori nelle loro corrette postazioni all’interno delle pagine dell’album. Gli altri compagni della mia classe invece sono molto indietro con le loro singole raccolte, e durante la pausa di mezza mattinata in classe li osservo spesso di nascosto mentre cercano di accaparrarsi i nominativi mancanti tramite i soliti scambi tra ragazzi. Poi arriva questo mio compagno che mi pare non mi abbia mai neppure rivolto la parola, e senza perifrasi mi chiede se possiedo la figurina del portiere dell'Atalanta. Lo guardo, prendo tempo, gli dico che devo controllare, mi pare di avere il doppione di quella figurina, ma non ne sono sicuro, lo avverto, e nel caso potrei forse portarla a scuola per il giorno seguente. Lui fa un cenno con la testa, conservando un’espressione seria e priva di sfumature, senza dirmi neppure che cosa lui potrà concedermi nel cambio. Non avrebbe importanza, rifletto da solo, sarei disposto persino a regalargliela se lui si comportasse con me con gentilezza e gratitudine, però c’è una questione di orgoglio verso cui non posso certo restare indifferente, così mi preparo mentalmente per chiedergli in cambio almeno cinque figurine tra quelle più rare di tutta la raccolta. Poi, ognuno degli scolari consuma una piccola merenda costituita quasi sempre da certe schiacciatine ripiene di formaggio o di qualche salume affettato, oppure da certe merendine già confezionate, come nel mio caso. Mi alzo dal mio banco, girello per l’aula, ed infine esco in corridoio, dove, restando alle spalle del ragazzo di poco prima, avverto la sua voce farsi grande coi compagni mentre spiega che <<quello scemo domani mi porterà il portiere dell’Atalanta>>.

Resto immobile per un attimo, mentre qualcuno forse si aspetta di vedere in me qualche reazione, infine decido che porterò ugualmente quella figurina al mio compagno, soprattutto perché, dopo queste parole, non sopporterei di possedere ancora quel doppione, e forse anche per dimostrare a tutti che sono uno di parola, anche se gli altri probabilmente non meritano minimamente le mie attenzioni. In nessun caso potrei comunque fargli un semplice regalo, rifletto, considerato che tutti gli altri in questo caso verrebbero da me a chiedermi qualche altra figurina che manca nella collezione di ciascuno di loro, ed io mi troverei a disagio, incapace di accontentare tutti, e poi solo per essere alla fine giudicato un povero scemo che non conosce neppure il valore delle cose che possiede. La maestra, dopo che ho detto a tutti e a lei delle mie capacità di conoscere alcune cose del mio futuro, non è più tornata su quell’argomento, ed anche i miei compagni, dopo le loro risate a coronamento delle mie parole, non mi hanno più chiesto alcuna spiegazione. Però io so per certo che tutti mi prendono per uno mezzo svitato, uno diverso da loro, forse incapace di comportarsi in maniera simile ai ragazzi della mia stessa età. Non trovo tutto questo qualcosa di assolutamente inammissibile: credo che ognuno sia in condizioni di avere una propria personalità, e al contrario di ciò che forse pensano i miei compagni, mi sembra proprio che cercare di essere simile a tutti gli altri sia parecchio inaccettabile. Probabilmente anche la maestra pensa qualcosa del genere, anche se in considerazione del suo ruolo non farà mai un’ammissione del genere.

Infine, suona la campanella al termine delle lezioni e tutti ce ne andiamo, chi correndo lungo il corridoio, chi con più calma, ma questi ultimi soltanto per la paura di mettersi in cattiva luce. Anche io me ne vado lentamente, dopo aver messo insieme quaderni e astuccio per le matite, ed il giorno seguente porto con me, nascosta proprio dentro quell’astuccio, la figurina del portiere dell’Atalanta. Il mio compagno non mi chiede niente, forse ha compreso di aver fatto qualcosa di sbagliato, ma io attendo il momento più opportuno, ed alla fine gli faccio trovare quella figurina sotto un libro sul suo banco. Lo so che il mio è un gesto quasi assurdo, però mi va di comportarmi in questa maniera, e forse lui comprende che la cosa migliore per lui e anche per me è quella di non farne parola con nessuno di quel dono, tanto che durante la pausa di mezza mattinata evita accuratamente di venirmi vicino e di incrociare il suo sguardo con il mio. Sono contento, rifletto con pazienza; in fondo era esattamente quello che desideravo: nessuna gratitudine, nessuno scambio puerile ed ordinario, e poi la conferma forte e decisa che anche gli scemi da qualche parte hanno un proprio valore, indipendentemente da ciò che si è pensato di loro fino ad un solo attimo prima.

 

Bruno Magnolfi

lunedì 15 luglio 2024

Oltre la serenità.


Non sto bene, lo vedo anche solo osservando la mia faccia nel grande specchio incorniciato appeso su una parete di questa vasta sala del ricevimento alberghiero. Sono pallido, corrucciato, privo di entusiasmo, come se non mi attendessi niente di buono dalle giornate che devono sopraggiungere. Mi sento isolato, circondato com’è questo mio luogo di lavoro dalla notte profonda e dal silenzio, quasi che il mio fosse un viaggio lentissimo in uno spazio interstellare pressoché infinito e senza alcuna speranza. Mi muovo lentamente cercando tra i miei pensieri uno spiraglio di positività. Poi torno dietro al bancone, come per cercare qualcosa su cui appuntare la mia curiosità. Scorro il registro degli arrivi, ma non ci trovo niente di particolare o di diverso da tutti gli altri giorni; quindi, finalmente, quasi rispondendo ad un richiamo, apro il cassetto riservato al portiere di notte. C’è un biglietto ripiegato, sul fondo, qualcosa che non c’era in precedenza, o che comunque non avevo mai notato prima. “Per Paolo”, c’è scritto sopra, come ad evitare che qualcuno tra i diversi addetti al ricevimento che si avvicendano durante la giornata da queste parti potessero andare ad intrufolarsi in qualcosa che non li riguarda affatto. Avverto il movimento di tutto l’edificio mentre apro il biglietto, e alla fine vedo che ci sono soltanto poche parole scritte in stampatello minuscolo, come per voler dare alla frase un senso di verità. Ed improvvisamente avverto anche l’inizio della navigazione.

La notte scorre attorno all’albergo, nessuno oltre me si preoccupa di quello che sta succedendo, eppure è un avvenimento fondamentale, qualcosa che prima o dopo mostrerà a tutti un senso preciso del cambiamento. “Mi dispiace”, dice il biglietto di Clara. “Riconosco qualcosa di importante dentro di te, ma io non riesco a dare fiato ad una cosa come quella che forse mi chiedi, anche se oramai sono rimasta da sola, separata da mio marito”. Immagino che questo messaggio non sia destinato a me, ma soltanto ad un’idea di me che la mia collega addetta al ricevimento dell’albergo si è forse fatta della mia solitudine. Apprezzo la sua capacità di empatia nei miei confronti, ma alla fine non credo che serva a nessuno il suo presunto immedesimarsi nei problemi degli altri. L’albergo, come una nave che solca un mare scuro e impenetrabile, prosegue con la sua rotta disseminata di insidie costituite da scogli e da promontori rocciosi, inseguendo forse percorsi già tracciati, mappe ormai definite, porti sicuri che prima o dopo dovranno pur dare traccia di sé. Lo specchio rimanda l’immagine di un uomo senza futuro, anche se quell’uomo cerca in ogni modo ancora di battersi per la comprensione attenta dei propri errori.

Clara ha dato una spiegazione dei propri comportamenti di cui forse non c’era alcuna necessità, e la distanza che si è formata così tra noi due appare all’improvviso incolmabile. L’albergo ruota su un fianco, forse sta scegliendo la maniera più favorevole per la propria navigazione, mentre la notte, fuori dai vetri delle porte scorrevoli dell’entrata, appare del tutto immobile, priva di punti certi di riferimento. Impongo alla mia mente di non meditare di nuovo sui miei ricordi d’infanzia, sulla memoria che si presenta spesso falsa, soprattutto per evitare, come sempre accade in queste occasioni, che appaia lui di fronte ai miei occhi, il ragazzetto della scuola elementare pieno di problemi comportamentali, gli stessi che in seguito già sappiamo bene non riuscirà mai a risolvere. Difatti sono solo, e apprezzo questa specie di passo in avanti, anche se la fiducia nelle mie capacità di trovare la strada più giusta per me appare sempre più compromessa. L’edificio intero si solleva, e l’unico suono che si avverte durante questa operazione è dato dal brusio dei potenti motori elettrici sotto sforzo, mentre già intuisco l'approssimarsi di un nuovo mondo ospitante, un interregno, una stazione di posta dove la mia mente forse potrà trovare pace e riposo.

Mi concentro sul da farsi, ma non trovo niente di utile ai miei scopi, ammesso che io abbia davvero degli scopi. Proseguo con il mio malessere, in questo momento mi sembra di provare anche un leggero capogiro, ed osservo la piazzetta fuori dai vetri del piano terra mentre sta lentamente allontanandosi, e subito avverto il desiderio profondo di lasciarmi andare al destino oscuro che mi attende, senza minimamente ribellarmi. Ricordo vagamente un periodo della mia vita durante il quale la tendenza che ogni giorno mi animava era quella di riuscire a fare a meno dei soldi, nel tentativo di campare semplicemente aiutandomi con dei piccoli espedienti, rinunciando una volta per tutte a quel verbo globale ed inquietante che suona così: comprare; comprare tutto, comprare qualsiasi cosa serva ed anche ciò che è inutile, comprare il tempo, gli altri, la felicità, il raggiungimento di qualsiasi sogno possa attraversare prima o dopo la nostra mente. Spendere, assaporare la necessità di possedere qualcosa con un gesto semplice, quasi naturale, verso cui tutto quanto in questa civiltà sembra spingerci con forza. Senza riconoscere che in fondo non abbiamo bisogno di niente, oltre la serenità.

 

Bruno Magnolfi

mercoledì 10 luglio 2024

Indicazioni stradali.


<<Sono stata la donna di tutti, anche senza scambiare il mio corpo per soldi, ma soltanto per non essere così la donna di nessuno in particolare, anche se adesso però sono stanca, e la solitudine che ho coltivato quasi senza rendermene conto, a un certo punto ha iniziato a pesarmi>>. Io annuisco, mentre preparo con calma il caffè, quando sono ormai passate le tre di notte e tutti gli ospiti dell’albergo sono rientrati nelle loro stanze. Questa donna è una persona piena di saggezza, rifletto, ed il fatto di venire a farmi visita mentre svolgo il ruolo di portiere durante queste notti infinite, non è assolutamente qualcosa di marginale o di poco importante, e devo ritenere davvero una cosa del genere un gesto di grande generosità nei miei confronti. D’improvviso, mentre finisco di ascoltare le sue parole, mi rendo conto che di questa donna però non conosco neppure il proprio nome, ed ora sorrido, perché quasi mi vergogno di chiederlo. <<Marta>>, dice lei senza alcuna espressione, ed io resto colpito da questo nome che un tempo era stato così importante per me. <<Io mi chiamo Paolo>>, le dico sottovoce, e lei ha un piccolo scatto, come se il mio nome le ricordasse qualcuno, proprio come è accaduto a me un attimo prima. Ci vuole poco a capire e a rendersi conto che eravamo amici e compagni di scuola al tempo delle medie, proprio noi due che forse solo per un soffio a quell’epoca non trovammo neppure il coraggio di fare i fidanzatini. <<Il mondo è strano>>, le dico, non sapendo come commentare il nostro ulteriore incontro, a distanza di tanti anni, ma subito dopo mi sorge il dubbio che Marta sapesse già chi io sia, ancora prima di entrare per la prima volta nell’albergo dove lavoro. Non fa differenza, penso mentre resto in silenzio a guardarla; la cosa fondamentale è ritrovare certe sensazioni che forse ambedue avevamo lasciato per decine di anni nell’oblio dei ricordi.

Marta sorseggia il suo caffè in un completo silenzio, capisco che non le interessa spiegarmi che cosa le sia capitato dopo gli anni in cui andavamo a scuola in via delle matite, ma forse neppure io adesso desidero davvero saperlo, e così come, non chiarendo proprio niente lei del proprio passato, ben volentieri non le dico niente di me. Potrei forse cercare di spiegarle qualcosa della mia ossessione attuale per i ricordi dell’epoca della scuola elementare, ma molto probabilmente Marta non lo capirebbe, e magari potrebbe farsi un’idea sbagliata di me, prendendomi addirittura per uno svitato che ogni tanto finge di incontrare sé stesso bambino. Ma mentre sto riflettendo con impegno da dove sia possibile cominciare con i nostri difficili argomenti, lei si alza: <<Devo andare>>, mi dice, non concedendo a me neppure la possibilità di dirle qualcosa pescando da tutto il bagaglio di notizie che porto con me. La saluto, mentre l’accompagno alla porta vetrata, e resto solo rapidamente, forse anche troppo dopo un incontro così inaspettato, e perciò proseguo a riflettere, mentre vago nell’ampio spazio tra il banco del ricevimento e la caffetteria dell’albergo. Poi arriva lui, come fosse il mio stesso pensiero a farlo materializzare. Mi guarda senza dire niente, e a me viene voglia di dirgli subito quanto è appena accaduto, ma lui non esprime alcuna meraviglia alle mie parole, e non commenta la mia sorpresa, spiega soltanto che ha già conosciuto Marta, qualche tempo fa, in un paio di occasioni in cui lei era venuta da me.

<<Sono perplesso>>, gli dico senza trovare altro da dire. <<Mi pare persino impossibile che possa verificarsi un incontro del genere, senza che io abbia mai fatto niente per favorirlo. Se ci penso con attenzione, per tanti anni dopo le scuole mi sono chiesto dove fosse finita quella ragazza silenziosa, che mi assomigliava in qualche maniera, e con la quale mi trovavo davvero a mio agio>>. Paolo è ancora un bambino, adesso non mi risponde, e poi non ha conosciuto mai quella ragazza, perché lui è rimasto all’epoca della scuola elementare, prima che io incontrassi Marta. All’improvviso mi sento come se tutto fosse completamente disallineato, e che i miei pensieri e anche i ricordi continuassero a fondersi tra loro, senza darmi alcuna possibilità di venirne veramente a capo. <<E che cosa ti ha detto?>>, chiedo adesso a questo bambino che forse appare più sveglio di quanto ricordavo di essere io stesso alla sua età. Lui mi guarda per un attimo e poi si allontana, quasi per andarsene, anche se poi si ferma e mi dice soltanto: <<Che tu hai bisogno di aiuto>>, senza aggiungere altro. Osservo la sua sagoma che sfuma nella nottata ferma e silenziosa, e forse vorrei trattenerlo, sapere ancora qualcosa, rivolgere delle domande che in questo momento paiono rincorrersi nella mia mente, ma poi mi accontento di ciò che ho saputo stasera, perché mi sembra già molto, un piccolo universo di voci che dal passato sembrano in qualche modo indicarmi una strada.

 

Bruno Magnolfi

venerdì 5 luglio 2024

Minore interesse.


Oggi sono venuto a scuola con una consapevolezza ferrea, con una determinazione a cui non potevo negare un preciso seguito. All’improvviso, perciò, mi alzo in piedi, mentre sto come sempre nel banco scolastico di terza fila della mia classe, proprio nell’attimo in cui l’insegnante in silenzio sembra impegnata a controllare qualcosa tra i registri aperti sopra al piano della sua cattedra. Non so perché faccio così, ma è come se qualcosa dentro di me imponesse in questo preciso momento esattamente un comportamento del genere. <<Io, signora maestra, riesco a leggere nel mio futuro>>, dico con serietà e a voce alta, mentre i miei compagni, dopo un attimo di silenzio, danno corso ad una breve risata generale. La maestra solleva lo sguardo, lascia passare qualche attimo silenzioso, poi mi chiede semplicemente:<<E che cosa leggi?>>, come se avessi detto che consulto dei libri, oppure dei fumetti. <<Mi incontro con me stesso, principalmente, l’uomo che sarò tra una quarantina d’anni, e lui qualche volta mi spiega cosa potrà accadere in questi anni che ci dividono>>. Adesso nessuno tra i miei compagni si muove dalla propria posizione, e tutti naturalmente si sono voltati per guardarmi, come se non ci fosse da perdere neppure una sillaba di quello che sto dichiarando. L’insegnante si alza dalla cattedra, credo che non se la senta di chiudere la mia rivelazione con una semplice battuta di spirito o con delle domande superficiali, così ci pensa un momento mentre si avvicina lentamente, e poi dice: <<E come sarebbe il tuo futuro tra tutti questi anni?>>. Mi sento improvvisamente felice, era esattamente la domanda che desideravo, così, senza perdere niente della serietà che cerco di dimostrare, le rispondo in fretta: <<Farò il portiere di notte in un albergo, e purtroppo non avrò alcun amico, proprio come oggi>>.

<<E dove lo incontreresti, questo tuo te stesso, forse mentre sei nel letto e magari fai qualche sogno?>>, insiste adesso la maestra, dimostrando dal tono della voce una disposizione sempre più scarsa a prendere per serio ciò che sto dicendo. <<No, non mentre dormo>>, dico subito io. <<Però è vero che devo chiudere gli occhi, ma va bene anche se rimango in piedi, oppure se mi piazzo seduto in un luogo qualsiasi, non necessariamente quando sono a letto. Mi concentro per un attimo su ciò che desidero vedere, e subito sono lì, accanto a questo Paolo che ha quasi cinquant’anni, e che appunto sono io stesso>>. La maestra adesso scoppia a sua volta in una breve risata, <<Scusa>>, mi dice, <<ma questa è la storia più assurda che nella mia carriera scolastica abbia mai sentito. Quello che affermi è impossibile>>, dichiara adesso con grande serietà. <<Non ho neanche più voglia di porti delle domande perché sono sicura che subito ti avvolgeresti attorno ad una lunga serie di bugie, ed io non ho proprio alcuna voglia di ascoltarle>>. Così io mi siedo, non credo di avere niente da aggiungere, ma in questo momento mi sento estremamente meglio, quasi liberato da un peso che proseguivo a portare celato dentro di me e che avevo una forte voglia di rivelare a qualcuno. È tale la mia emozione, anzi, che forse proprio per questo mi viene subito da piangere, e di colpo non faccio niente per limitare i miei singhiozzi. <<Vuoi forse andare nei bagni per riprenderti un po', Paolo?>>, chiede svelta la maestra, ed io mi alzo subito, seguito dallo sguardo dei miei compagni, ed esco dall’aula senza aggiungere niente.

Lungo il corridoio chiudo gli occhi per un attimo, e subito mi ritrovo insieme a lui, mentre sta chiuso in casa, da solo, a sbrigare le faccende domestiche. Forse lui è il mio vero antagonista, penso, oppure è soltanto una proiezione della mia mente, qualcosa che non riesco assolutamente a controllare. Sono lì, vicino a lui, non saprei neppure spiegare come ci sono arrivato in questo luogo, che cosa sia successo dentro di me per farmi lasciare alle spalle la mia scuola e farmi ritrovare così da tutt’altra parte. Apro gli occhi, dopo qualche minuto, e c’è Aldo, il custode, che mi sta chiamando; qualcuno si preoccupa per me, immagino, così scivolo verso di lui che mi accompagna subito verso la mia classe, e ad occhi bassi mi avvicino alla porta chiusa dell’aula. <<La maestra mi ha detto di cercarti>>, dice il custode, ed io annuisco, perché comprendo bene la sua preoccupazione. Apro la porta, muovo un passo appena, e tutti nell’aula tornano a guardarmi, l’intera classe sembra che stia osservando uno spettro, o un fantasma, oppure semplicemente un ragazzino diverso in qualche modo da tutti gli altri. Resto fermo un momento: in fondo all’ampia stanza c’è lui che resta in piedi appoggiato alla parete. Lo ignoro, non desidero affatto esagerare, adesso mi sento leggero per essermi liberato finalmente del mio segreto, e questo mi basta. Anche l’insegnante mi ignora, probabilmente vorrà parlare con la mamma uno dei prossimi giorni, ma a me non importa, ho cercato di trasmetterle la verità, e quello che mi succede realmente, il resto per me è di minore interesse.

 

Bruno Magnolfi