martedì 24 giugno 2025

Umilmente Sindaco.


            Difficile trattenere dentro sé stessi delle opinioni sempre coerenti in ogni periodo della propria esistenza. Da ragazzo intrapresi lo studio della filosofia come base per comprendere e spiegare ogni pensiero sociale, e quindi anche i fondamenti delle discipline politiche. Le cose si annacquarono presto, e le ideologie dell’epoca lasciarono presto il passo ad opinioni divergenti basate maggiormente su dei pilastri economici individuali del tutto indifferenti alle opinioni di massa. I miei studi, da ordinaria persona di provincia, e portati avanti nel capoluogo più vicino dove pareva dovessero avvenire i fatti davvero importanti dell’epoca, mi spinsero presto a tornare indietro e riaccaparrarmi del mio bagaglio culturale formato nel piccolo borgo composto da poche migliaia di abitanti. L’unico sbocco per la mia laurea fu l’insegnamento di materie letterarie all’interno di una scuola media, professione che abbracciai inizialmente con entusiasmo, ma che mostrò presto i propri limiti. Soltanto tardi, all’epoca di un’età già piuttosto matura, quando mi fu offerto dal partito di maggioranza di presentarmi come candidato Sindaco del mio paese, mi resi conto che potevo tirare le fila di tutto ciò che avevo elaborato negli anni dentro la mia testa, e così mi feci forza, portai avanti una campagna elettorale piuttosto intensa anche grazie alla mia posizione lavorativa stimata e molto conosciuta tra i cittadini, ed alla fine venni eletto, tra gli applausi di quasi tutti i partecipanti al voto.

            Poi le cose si spinsero avanti tra una burocrazia insopportabile e la continua necessità di presenziare anche a qualsiasi evento minore, costringendomi a mostrare sempre a tutti grande fiducia nel prossimo futuro ed un notevole ottimismo. Adesso mi chiama il Presidente della mia Provincia e mi convoca per un incontro nel suo ufficio, senza neppure spiegarmi il motivo di questo colloquio. Così vado di nuovo in officina a far controllare la mia auto, visto il viaggio che devo affrontare, e là trovo, insieme ad Aldo che conosco da sempre, il ragazzo di colore che ho instradato al gioco del calcio nella squadra dove gioca anche mio figlio. <<Buongiorno signor Rimonti>>, dice Niocke a bassa voce, tenendo lo sguardo basso, forse per una forma di rispetto che non so neppure riconoscere, e poi attende che intervenga anche il suo capo officina a salutare il Sindaco del proprio paese. <<Vorrei controllare l’olio, e anche la pressione delle gomme>>, dico io dal finestrino aperto della macchina, e subito Niocke alza il cofano ed inizia prontamente a svolgere il proprio lavoro. <<Come vanno le cose con la squadra?>>, gli chiedo anche per farlo parlare, visto che so bene quanto sia sempre chiuso in un suo particolare silenzio. <<Bene, signore>>, fa lui, <<e la ringrazio tanto per tutto>>, spiega in maniera timida mentre tira su l’asta dell’olio. Allora lo guardo, forse vorrei tanto riuscire ad abbattere il muro che purtroppo avverto tra me ed il ragazzo, ma so che qualsiasi gesto di solidarietà verrebbe facilmente frainteso, così mi metto a parlare con Aldo di cose senza troppa importanza, nel mio quasi ridicolo completo grigio, accessoriato da una bella cravatta.

            Dieci minuti, poco di più, e tutto sembra già a posto, ma al momento di andarmene torno un momento da Niocke, e gli dico con voce bassa: <<Non farti mettere in un angolo da dei ragazzi che tra loro si conoscono da sempre, e si sentono superiori solo perché sono in tanti. Non sono migliori di te. Non essere mai arrogante e non mostrarti distante con loro, ma trattali sempre al tuo pari, perché non devono sussistere differenze tra di voi. Siete tutti soltanto ragazzi>>. Niocke fa un cenno di assenzo, lo ringrazia di nuovo, poi si pulisce le mani con uno straccio già molto sporco, mentre osserva andar via quest’uomo probabilmente così diverso da tutti. Chissà quale potrebbe essere la maniera migliore per aiutarlo, penso io, in un mondo attuale quasi sempre proteso verso una gratuita cattiveria. Mi piacerebbe parlare con lui, spiegargli come possa essere difficile mettersi di traverso quando vedi attorno a te delle cose che non sono affatto accettabili. E poi accelerare la sua integrazione, dargli il modo di tirare fuori il meglio di sé, fino ad essere finalmente accettato, anche se il suo comportarsi con gli altri non si mostrasse quello di una richiesta di sottomissione ad un ruolo.

            Torno ad avviare il motore, prendo la strada per il Capoluogo della Provincia, anche se riconosco che se fosse possibile confrontare l’incontro di stamani con Niocke e quello che avverrà tra non molto con il Presidente della Provincia, credo che, come primo cittadino di questa borgata, dovrei dare più importanza al primo piuttosto che al secondo. Dovrò parlare con un avversario politico oggi, che mi dirà cose sgradevoli a cui devo far fronte, e forse mi chiederà conto di qualcosa che per lui non è di troppa soddisfazione, e quindi mi imporrà delle scelte, oppure di tornare indietro su qualcosa già favorito dalla mia piccola amministrazione. Ed io, se ne avrò il tempo e la possibilità, gli parlerò invece di un ragazzo che con dispiacere non sto ancora aiutando come vorrei nel diventare un cittadino come gli altri, proprio come tutti quei cittadini di cui sono umilmente solo il Sindaco.

 

            Bruno Magnolfi        

sabato 21 giugno 2025

Gesto di fratellanza.


            Quando sono in mezzo a questo campo di calcio sto bene. In certi momenti mi sento libero, anche se come sempre mi sento ancora solo; invece, in altri momenti, so che è soltanto con questi ragazzi che stanno giocando insieme a me che posso fare qualcosa di importante per la nostra squadra, in sintonia con loro. Mi chiamano Nicco, quasi tutti, almeno quando devono attirare la mia attenzione per passarmi una palla importante, ma quando poi torniamo negli spogliatoi allora non mi chiamano affatto. Soltanto l’allenatore si rivolge a me quando ci alleniamo o stiamo seduti a riflettere sul gioco, ed io mi lascio dire tutto quello che serve, senza ribattere nulla, cercando sempre di accontentarlo. In officina è diverso: quello che faccio deriva soltanto dalle mie mani, non devo svolgere un ruolo di squadra, compio ogni operazione sempre da solo, anche se mi sento spalleggiato da Aldo Ferretti, il mio capo. Forse è per questo che il Sindaco di questo borgo ha compreso che io avevo bisogno di fare qualcosa insieme agli altri della mia stessa età: per smettere di sentirmi in solitudine, per aprirmi con i ragazzi, per svolgere qualcosa per cui bisogna sentirsi necessari, però tutti assieme, perché si vince o si perde una partita, oppure un torneo, o un girone, con tutto il gruppo, ed ognuno è chiamato a svolgere il suo ruolo sempre in funzione degli altri, quasi come le dita di una nostra mano. Sto imparando poco per volta tutto questo, e mi pare una cosa estremamente importante.

            Poi arriva questo tizio. Gli altri lo prendono in giro, dicono di lui che è tutto matto. A me non sembra, ma non sono certo nella condizione di preoccuparmi per uno così, penso. Ma lui mi viene vicino, mi guarda, non dice nulla, però si vede che ha delle opinioni che gli girano dentro la testa, così non dico niente, abbasso lo sguardo, aspetto che qualcosa succeda. Gli altri ragazzi dopo l’allenamento hanno voglia di divertirsi, così iniziano a dire a voce alta che lui è Toni Boi, e a ridere forte, come se ci fosse qualcosa da ridere in questa situazione. Lui non guarda nessuno, poi urla qualcosa di incomprensibile, resta fermo con un libro dentro una mano, e poi urla ancora, senza alcuna spiegazione, come se rifiutasse tutto ciò che ha attorno. Poi mi viene ancora più vicino, apre il libro, mi fa vedere alcune righe della scrittura del libro, ed io seguo il suo dito che indica con precisione alcune parole, però io non le capisco, non so leggere quelle frasi, nessuno mi ha mai insegnato, così gli dico che non so leggere, non so leggere nella sua lingua. Toni Boi adesso è perplesso, si capisce che stia riflettendo sulla situazione che si è trovato di fronte, e forse ne è dispiaciuto, forse gli sembra la lacuna più grande che ci possa essere per qualcuno che è giunto in questo paese.

            Alla fine, ce ne andiamo tutti, ma lui mi segue, e quando rimaniamo da soli lungo la via, con voce stentata mi chiede verso dove io stia andando. <<Vado al centro immigrazione>>, gli dico, <<devo farmi a piedi diversi chilometri, però è lì che abito, almeno per il momento>>. Allora Toni Boi si ferma, mi porge la mano, ed io la stringo, come si usa fare tra persone rispettose. Poi dice che lui potrebbe insegnarmi a leggere, se ne ho voglia, che in fondo non ci vuole neppure molto, così almeno potrebbe prestarmi dei libri e farmi comprendere l’importanza di quello che ci sta scritto. Annuisco, ma comprendo sempre meno il motivo per cui gli altri ragazzi insistono a prenderlo in giro e a dire che è un pazzo: a me sembra una persona socievole, colta, una che sa perfino cosa serva per uno come me, quasi come il Sindaco di questo centro abitato. Gli dico che lavoro nell’officina di Aldo Ferretti, e lui annuisce a sua volta, ma adesso non dice niente, si ferma, e con un semplice gesto della mano all’improvviso mi saluta, come se fosse già terminato il tempo della conoscenza.

            Devo capire in fretta quali siano le cose che mi servono per essere accolto dagli altri ragazzi della squadra di calcio. E naturalmente devo anche comprendere quali siano quelle che devo rifiutare per non essere additato per sempre come uno diverso da tutti. Saper leggere è importante, rifletto; adesso che ci penso non ho più letto nulla dal tempo in cui stavo in Senegal, ed anche se ogni tanto Aldo Ferretti mi fa vedere qualche libretto istruzioni di una macchina, io mi limito ad annuire, seguendo le piccole immagini che fortunatamente non mancano mai. Forse questa opportunità che sembra volermi concedere di sua iniziativa Toni Boi, cioè quella di imparare a leggere e a comprendere la scrittura europea, e forse anche a scrivere, è una delle cose più importanti che mi possono accadere, penso. Non so, credo che se mi capiterà di incontrarlo ancora gli chiederò di portare avanti il suo progetto: ne sarei contento, potrei dirgli, sarebbe quasi per me un gesto di fratellanza.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 19 giugno 2025

Semplificazione.


            In fondo anche oggi sembra proprio una giornata identica a tutte le altre. Antonio esce da casa per andare nella sua amata biblioteca del paese, un paio di libri da restituire sotto al braccio, la consapevolezza che l’evolversi delle cose descritta in tutte quelle pagine che lui continua a divorare, non stia avvenendo affatto, e intorno alla sua persona, lungo la strada che percorre a piedi e senza alcuna fretta, niente appare differente da ciò che è stato ieri, o magari il giorno addietro. Eppure, sembra avvertire, anche se solo dentro di sé, una consapevolezza nuova, come se qualcosa avesse iniziato finalmente a muoversi, a cambiare, pur in modo nascosto, senza mostrarne una prova evidente. Antonio non saprebbe spiegare il motivo per cui ha iniziato da tanti anni a questa parte a rinchiudersi dentro sé stesso, a non parlare più con nessuno, a mostrarsi diverso da tutti, un matto, come dicono alcuni. Forse gesticola mentre cammina per strada, forse alla sua maniera si esprime con qualcuno, forse porta ancora accanto a sé proprio una figura immaginaria alla quale certe volte sembra riferirsi, e magari gli è sufficiente sapere che c’è questa persona di fiducia al suo fianco, per ritenere superfluo, oppure addirittura inutile, o addirittura dannoso, qualsiasi riferimento ad altri.

            L’incomprensione di tutti nei suoi confronti, denota la sua certezza di avere delle opinioni molto più avanti per i tempi che corrono, ed il fatto che sia del tutto inutile per lui parlarne agli altri, è semplice dimostrazione che tanto il suo punto di vista non verrebbe mai del tutto capito. Sui libri che consulta diverse volte ha trovato descritte le esperienze di individui che per un motivo o per l’altro si sono chiusi al mondo, e Antonio desidera essere uno di loro, una persona che medita e riflette su tutto, come preparandosi a delle rivelazioni improvvise, rivelazioni che sembrano però sempre destinate ad essere procrastinate ad altri periodi futuri. In biblioteca l’impiegata come sempre lo saluta, accoglie i libri in prestito che lui restituisce, si lascia citare i volumi che vorrebbe consultare in questo momento, come se non li avesse già spulciati in altri momenti e in altri periodi, come se quelle fossero ai suoi occhi delle pagine del tutto nuove. E forse è così: in mezzo alle righe della scrittura è sempre possibile trovare nuovi spunti, frasi sibilline colte in maniera un po’ superficiale, oppure non comprese affatto, quasi che gli occhi e la mente bramassero di continuo il risultato finale di una frase, di una pagina, di un intero libro, senza soffermarsi per il tempo opportuno su ogni piccolo elemento magari un po’ sfuggente ad una interpretazione ben corretta.

            Antonio, con una vecchia matita, prende costantemente degli appunti su dei fogli singoli che ripiega su sé stessi e ripone in una tasca. Prima o dopo riordinerà tutto il materiale che sta mettendo insieme, darà un senso a tutto il suo leggere e consultare, e poi lo mostrerà a qualcuno, farà vedere il risultato dei suoi studi, e la teoria finale che sarà in grado di dimostrare sarà la prova che il suo tempo non è mai stato sprecato, anzi, ha avuto tutta l’importanza che meritava, fin dagli inizi. Si guarda attorno e si sente bene, a posto, sa che il suo compito non può essere che quello, ed anche se chi lo incontra lungo la strada spesso pensa di lui che è soltanto un povero svitato, prima o dopo dovrà ricredersi sulle sue capacità, davanti alla dimostrazione chiara del suo preciso percorso mentale. Tra tutti i cittadini di questa frazione di provincia, probabilmente Antonio si sente quello che più di ogni altro lavora per ottenere una definizione vera e accettabile di futuro, qualcosa che sia la soluzione chiara a quanto proprio non sta andando per il verso giusto.

            <<Suo fratello non è pazzo>>, aveva detto la dottoressa Lari della clinica psichiatrica a sua sorella Teresa, mentre Antonio riusciva ad origliare la loro conversazione grazie ad una porta rimasta socchiusa. <<Indubbiamente è stato preda di una forte e lunga depressione, e così per sopravvivere si è inventato una scatola quasi chiusa agli altri, dove impasta continuamente delle idee e tanti pensieri>>. A lui era quasi piaciuta quella definizione detta in parole povere, anche se Teresa aveva compreso che sarebbe stato difficile farlo tornare ad una accettabile normalità. Normalità, una parola del tutto insensata al giorno d’oggi, ma che significava nella testa di sua sorella che non avrebbe avuto bisogno degli altri per tirare avanti. <<Non si può fare molto affidamento su di lui: appare sfuggente, lunatico, certe volte irresponsabile, però con il tempo ci sono delle possibilità di miglioramento>>. Così Teresa aveva preso gli incartamenti che la dottoressa Lari le aveva preparato, ed era uscita da quell’ambulatorio, trovando suo fratello ancora seduto, con gli occhi bassi, nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato. Eccolo l’errore principale, avrebbe voluto gridarle lui in quel momento: credere che niente sia destinato a cambiare, e che tutto sia definitivamente in questa maniera. Ma era rimasto in silenzio, forse per una scelta che semplificasse le cose per tutti, magari anche per lei.

 

            Bruno Magnolfi

martedì 17 giugno 2025

Cammina.


            Cammina; cammina, continuava a ripetersi lui nella testa. Non sai cosa ci sarà alla fine di tutto, però tu devi camminare, e trovare un piccolo lampo di luce in mezzo alle tenebre. A Niocke piacerebbe descrivere il suo lungo viaggio, parlare di tutte le sofferenze subite, scrivere o far scrivere a qualcuno il proprio diario, giorno dopo giorno, attimo per attimo, ma è ancora presto, deve togliersi ancora da dosso questa vergogna, questo senso di umiliazione che ha riservato la vita a persone come lui, nate forse nel luogo più sbagliato di tutti per poter aspirare ad un’esistenza normale. Solo questa parola gli batte ancora dentro la testa, adesso, continuamente: cammina; cammina, senza voltarti, che la tua debolezza sarebbe la fine per te. Solo un puntino insignificante nel mondo, che si muove attraverso paesi di cui non conosce un bel niente, che la maggior parte delle volte rifiutano gli individui che cercano un modo qualsiasi per sopravvivere, a meno che quegli ultimi della terra non abbiano qualcosa da scambiare direttamente con la propria vita: dei soldi, dei maledetti soldi che tutto riescono a comprare, persino il futuro. Non avrebbe mai immaginato, Niocke, di ritrovarsi a smontare dei pezzi d’automobile in un piccolo centro abitato d’Europa, questa terra osservata certe volte da piccolo su qualche cartina geografica, adesso sotto di sé, su cui può camminare, o fermarsi, o percorrere in qualsiasi direzione desideri, e poi proseguire a ritenersi già fortunato per avere avuto un’opportunità così per andare avanti, per mostrarsi finalmente persona, e non più un semplice numero senza alcun riferimento preciso.

            Con Aldo non parla molto: lascia che lui gli spieghi con qualche gesto e poche parole ciò che deve fare stamani, domani, o in questo momento, e Niocke lo fa, non può essere altrimenti, non c’è da chiedere altro, solo eseguire in silenzio, e intanto incamerare dentro di sé le informazioni su tutto ciò da cui è circondato: come si comportano le persone che giungono nell’officina, come sono costruite le macchine che lui e Aldo prendono in carico per essere riparate, e quella piccola soddisfazione che giunge quando un motore scarburato riprende alla fine a girare come un vero orologio. Nessun sorriso, nessun orgoglio, nessun bisogno di essere definito bravo, quando sa bene di non essere ancora capace a far bene moltissime cose: cammina; cammina avanti, la strada è ancora lunga e difficile, e ancora non si vede un vero punto d’arrivo, solo qualche piccola tappa intermedia, che non sarà mai essenziale nei confronti di tutto il resto. Poco per volta qualcuno sta accettando la sua presenza nel piccolo centro abitato: ancora ridono in molti, dicono qualcosa che Niocke non riesce del tutto a comprendere, ma che a lui in fondo neppure interessa, perché gli basta conservare la propria espressione sempre seria, quella di chi ha tutto ancora da perdere, anche soltanto per esprimere un debole sorriso, per mostrare il compiacimento per qualcosa che sembra sempre sfuggirgli.

            Niocke cammina, il percorso della sua esistenza ha ancora molta strada davanti, e lui è consapevole che fino a quando non sarà in grado di comprendere a fondo l’animo delle persone che si trova di fronte ogni giorno, quelli che lo guardano, lo studiano, che elaborano un parere, per formarsi immediatamente dopo un giudizio, senza neppure che lui dica niente, ecco, non sarà ancora una vera persona, soltanto un ragazzo di colore, piovuto qui chissà come, forse solo a mostrare un segno dei tempi. Aldo Ferretti, con la sua officina sporca, però sempre efficiente, è un uomo scorbutico ma senza alcun pregiudizio. Forse ha compreso benissimo ciò che corre veloce dentro la testa di Niocke, e a lui forse non interessa neppure troppo sapere quali siano i suoi propositi, i suoi desideri, oppure i suoi sogni: c’è da svolgere del lavoro qua dentro, sostituire una marmitta forata, registrare le valvole di un motore che fuma troppo, cambiare l’olio o le candele sotto al cofano di una vettura che appare quasi esausta, sfinita di chilometri e di giri di cinghia, ma si possono far camminare ancora quelle sue ruote, ed è questa la speranza di tutti e per tutto.

            Anche troppo presto è giunto quell’invito a giocare al pallone con gli altri ragazzi di quel piccolo centro abitato: ancora Niocke non sa quale comportamento sia il caso di adottare in mezzo a quelle persone che lo guardano fuori dal campo, non sa come verrà giudicato, non sa se sia il caso di mostrarsi al meglio di sé, oppure se mettersi umilmente al servizio degli altri, come un gregario senza troppe capacità individuali; però sa che molte cose dipendono da ogni suo gesto, da qualsiasi piccola azione sarà capace di mostrare o meno agli altri giocatori. Lui conserva la propria espressione seria, senza alcun compiacimento nelle cose che compie. E poi cammina, continua sempre a camminare, perché è questa l’unica vera attività che prima o dopo potrà portarlo ad acquisire quella personalità che adesso nessuno desidera regalargli: lui è soltanto un povero immigrato, un diverso, e sa che è appannaggio solamente di Niocke comprendere quali possono essere i passi migliori da compiere per diventare davvero semplicemente persona.

 

            Bruno Magnolfi

domenica 15 giugno 2025

Detto tra i denti.


Lui si reputa una persona semplice, uno che bada alle cose essenziali, senza farsi mai attrarre dai contorcimenti mentali che vanno tanto di moda per qualcuno di sua conoscenza. Lavora da sempre in un’azienda agricola poco lontano dal paese, e nel poco tempo libero che si ritrova disponibile si siede in un locale senza pretese e butta giù un bicchiere di vino insieme ad altri operai come lui, all’ora serale in cui le attività in campagna normalmente vengono sospese. Poi torna a casa, perché tra tutti i suoi pensieri è la famiglia quello che ha sempre avuto una posizione centrale. Non parla molto, gli piace scambiare con sua moglie soltanto alcune parole essenziali, quelle che sono in grado di dimostrare da sole già molto dell’umore che regna nella propria mente, e che sono capaci, con delle semplici domande poste a sua moglie, di evidenziare ciò che magari sta girando anche in quella di lei. <<Ho incontrato Leo>>, dice parlando di un conoscente da cui poco tempo fa loro due hanno acquistato una bella automobile, ma di seconda mano. <<Ha detto che questa macchina ha sempre fatto un piccolo rumore strano ogni tanto, e che non ci sia niente di cui preoccuparsi>>. Teresa annuisce, lei ha conseguito da ragazza la patente di guida, che poi ha anche rinnovato, però ha sempre preferito lasciare a suo marito il compito di occuparsi della vettura di famiglia e anche della sua conduzione, specialmente quando capita di fare qualche giro assieme durante la domenica, oppure quando devono andare ad acquistare qualcosa nella città più vicina. <<In ogni caso sarà bene parlarne con Aldo dell’officina, e sentire che cosa ne pensa>>.

Poi ognuno rientra nel proprio silenzio, almeno fino a quando torna a casa anche Antonio. Lui normalmente non parla con nessuno, meno che mai con qualcuno in famiglia, e gli unici scambi di occhiate con sua sorella sono soltanto per dire di sì, oppure di no, quando lei gli chiede per esempio se stasera desidera mettersi a tavola con loro, oppure portare il suo piatto nella propria stanzetta, e restarsene lì, da solo, come ultimamente sembra preferire. Carlo non si riferisce mai a lui, e prosegue perennemente a fingere di abitare in quella casa soltanto in due, lui e sua moglie. Di fatto non riesce a concepire la mancanza completa di attività utili per Antonio, se non quel girellare assurdo per tutto il giorno tra le strade del paese, con le uniche soste, certe volte anche piuttosto prolungate, nei locali della biblioteca. Secondo Carlo lui è furbo ed intelligente, e con facilità prende in giro chiunque, al punto da giocare al personaggio del matto pur di non occuparsi di nulla, se non di quei libri che prende in prestito e che sembra proprio leggere tutti dall’inizio alla fine, blaterando tra sé che dobbiamo impegnarsi tutti quanti per migliorare il futuro. Teresa su questo non si esprime, cercando continuamente la mediazione migliore tra loro due, senza mai lamentarsi di niente, quasi con indifferenza a tutto, lei si occupa della casa e che porta avanti un lavoretto di sarta che svolge tra le mura domestiche, autonomamente, e in genere soltanto la mattina.

Quei pochi soldi che hanno avuto in eredità dalla loro mamma, Teresa e suo fratello, naturalmente li gestisce tutti lei, ed anche se tiene fede a ciò che aveva promesso a sua madre sul letto di morte, cioè di occuparsi in prima persona del suo fratello più sfortunato, di fatto si è fatta un conticino in banca soltanto a proprio nome, e da lì comunque cerca di non ritirare mai nessuna cifra, come fosse quasi una dote, oppure una riserva, o anche una garanzia per il futuro, qualsiasi esso sia, di cui usufruire solamente nel caso in cui Antonio ne dimostri l’effettiva necessità. È evidente che anche su questo aspetto Carlo non sia affatto d’accordo, anche se si vede costretto ad accettare almeno per adesso questa soluzione, nonostante ogni tanto torni a dire che se potesse spendere almeno qualcosa di quei contanti, le faccende di casa sarebbero migliori. <<Per esempio, avremmo potuto acquistare una macchina nuova, invece di accontentarci di questa già usata>>, dice in modo che il suo punto di vista appaia chiaro sia a Teresa che ad Antonio. I motivi per sollevare delle questioni in famiglia perciò sono molteplici, ed è evidente così che sia il marito che la moglie, quando sono assieme, si trovino ad esprimere il minimo delle parole possibili tra di loro, proprio perché si rendono conto ambedue di muoversi su un piccolo campo minato, pronto ad esplodere in qualsiasi momento.

Nell’osteria che frequenta solitamente Carlo, tutti sanno quali siano i pensieri che affliggono questo brav’uomo, anche se c’è sempre qualcuno di loro che tra una bevuta e l’altra inserisce qualche piccola uscita di sarcasmo, che lui generalmente fa scivolare via con la propria bonarietà e tolleranza. Però è nel momento in cui giunge qualcuno a ricordargli che poco distante c’è il solito Toni Boi ad urlare contro i suoi compaesani, che Carlo Verdini si sente montare di nuovo il sangue al cervello: <<Qualche volta lo strangolo, quello lì>>, dice tra i denti, anche se nessuno dà retta a queste parole.

 

Bruno Magnolfi  

giovedì 12 giugno 2025

Allontanarsi.


Sto fermo in un angolo, tra le case, e guardo davanti a me lo spiazzo del campo sportivo, dove i ragazzi corrono avanti e indietro per fare allenamento. Le persone come sono io generalmente se ne fregano degli altri, ma per me è diverso: io vado sempre a caccia di variazioni, di spiragli, di indicazioni, piccoli rivelatori di quel cambiamento a mio parere necessario al giorno d’oggi. Uno tra loro ha la pelle molto scura, non lo avevo mai notato in paese, forse è un ragazzo arrivato tra noi da poco, un immigrato capitato qui chissà in quale maniera. Mi avvicino alla rete perimetrale, e noto che qualcuno si volta a guardarmi, ma per ora tutti quanti non dicono niente, non mi prendono in giro come sempre, forse perché c’è il loro allenatore là in mezzo che controlla il comportamento di ciascuno. Giocano una partita di calcio adesso, e il ragazzo di colore sembra correre più forte di tutti sopra al campo di terra, come se fosse nato soltanto per fare quello. Si avvicina a me dalle spalle un uomo che conosco di vista, sorride senza guardarmi, e infine dice: <<Ciao, Toni Boi, non sapevo che ti interessassi anche del calcio. Sembra che abbiamo un nuovo acquisto tra le fila della squadra, uno che corre forte, e che magari sarà capace di variare le sorti del torneo tra squadre>>.

Annuisco, in fondo è vero che non mi interesso di questa disciplina, però sono incuriosito da questo ragazzo nuovo, mi pare quasi che possa già portare in mezzo agli altri una buona ventata di aria nuova. Non c’è da urlare, non c’è da strepitare come faccio sempre quando sono in mezzo a tutti: qui c’è qualcosa su cui riflettere profondamente, un elemento nuovo dal quale potrebbero emergere dei miglioramenti per la nostra cittadinanza, quella spinta fondamentale a progredire, a far evolvere i sentimenti più opportuni per mettersi finalmente alle spalle un periodo triste e negativo come questo. <<Sembra che giochi piuttosto bene>>, dice ancora l’uomo; <<Con un po’ di allenamento probabilmente riuscirebbe a tirare fuori il meglio da quei piedi e quelle gambe. Certo, non è uno di noi, però se tutto ciò potesse servire allo scopo di far scalare la classifica del torneo ai nostri colori, sarebbe sicuramente una buona cosa >>. Mi scosto dalla rete, non voglio sentir parlare ancora questo tizio che riesce soltanto a esprimere delle banalità: dobbiamo impegnarci tutti per il miglioramento generale, cambiare poco per volta i fondamenti sociali, progredire dal punto di vista dello stare assieme, mica vincere qualche partita di calcio con i ragazzi del paese.

     Mi allontano: avrei voluto sapere qualcosa di più di questa persona di colore, comprendere da dove viene, come vive, cosa si aspetta da un posto come questo; ma non sarà facile per uno come me, deriso da tutti come sono, riuscire ad avere delle notizie di questo genere. Però credo che un piccolo passo verso il cambiamento sia stato già compiuto con l’assorbire nel tessuto sociale della nostra cittadina un individuo così diverso; spero che a nessuno venga a mente di provocargli dei problemi. Percorro la strada che porta verso la piazzetta principale, e poi mi fermo vicino ad una panchina, come per aspettare che qualcuno si avvicini e che parli delle novità che oggi si sono viste in giro. Passa un po’ di tempo, ed alla fine un gruppetto di quei ragazzi che fino a poco prima giocavano al calcio, mi sfiora senza guardarmi. Camminando dicono qualcosa su quel nuovo arrivo nella squadra, e sembrano tutti d’accordo nel considerarlo senz’altro un loro estraneo: <<Fossi stato l’allenatore non lo avrei proprio invitato in campo>>, dice uno di loro. <<Se al prossimo appuntamento decide di tornare, io credo che non mi farò più vedere per un po’ di tempo>>, dice un altro. <<È evidente che corra più forte di noi, ma lui è cresciuto dentro alla savana, dove non hanno altro che le gambe per muoversi da un posto all’altro, sono abituati>>. Poi tutti ridono, come se farsi grandi con certe banalità fosse un principio di condivisione di tutte le opinioni possibili.

Urlo adesso, emetto suoni senza significato, come sempre, disturbo chi mi sta vicino, faccio in maniera che tutti si allontanino, che mi tengano a distanza, mi additino come il matto del paese, soltanto perché non riesco ad essere d’accordo con quello che mi tocca di ascoltare. Infine, arrivano due uomini che già conosco, uno è il sindaco del nostro paese, l’altro è l’allenatore dei ragazzi. <<Ciao, Toni Boi>>, mi fanno. <<Tu non parli mai con nessuno, ma sicuramente hai un’opinione precisa su quel ragazzo di colore che da qualche tempo si vede in giro. Forse, se ci impegniamo tutti quanti, riusciamo anche a farlo sentire accolto, a creargli attorno quasi una nuova famiglia, visto che è da solo. Però ci vorrà del tempo, ogni cosa procederà per gradi, anche se è evidente che riusciremo prima o dopo a farlo sentire quasi a casa, proprio come uno di noi, un nostro vero concittadino>>. Poi i due ridono, come avessero detto tra loro qualcosa di spiritoso, ed io sull’immediato avrei quasi voglia di ricominciare ad urlare ancora, anche se poi mi limito soltanto ad allontanarmi.   

 

Bruno Magnolfi

martedì 10 giugno 2025

Sintonia con altri.


            L’allenamento dei ragazzi, dopo un primo riscaldamento costituito da una semplice e lenta corsa fuori dalle linee di fondo campo, sembra adesso procedere con qualche incertezza: i giocatori parlano tra loro, qualcuno ride senza prendere troppo sul serio il loro allenatore, e gli esercizi ginnici ripetuti per sciogliere al meglio i muscoli che servono sul campo da gioco, sembrano una vera noia prima di iniziare finalmente a toccare il pallone con i piedi. Oltre la rete perimetrale del rettangolo di terra battuta, interrotta da qualche filo d’erba qua e là, Niocke osserva i suoi coetanei con le loro invidiabili magliette colorate, senza che nessuno, tra coloro che si muovono avanti e indietro su quello spiazzo alla fine delle case, lo abbia minimamente notato, almeno fino adesso. Vengono poi distribuiti i palloni, ed i ragazzi, divisi in coppie, iniziano a scambiare dei passaggi a breve distanza, cercando di mettere in mostra ognuno le proprie abilità di piede. È a quel punto che l’allenatore si avvicina alla rete, osserva per un attimo Niocke, e quindi gli dice, scandendo bene le proprie parole, che qualcuno gli ha parlato del suo desiderio di giocare al calcio, e visto che oramai si trova lì lo invita ad indossare un paio di scarpette che può trovare negli spogliatoi, e di farsi vedere sul campo.

            Lui è serio, le scarpe usate che trova gli vanno un po’ strette, ma è disposto a qualsiasi sacrificio pur di imparare qualcosa di nuovo e di conoscere qualcuno che non sia un cliente dell’officina dove lavora durante tutta la settimana. L’allenatore, che tutti chiamano Ronni, almeno quando i ragazzi si riferiscono a lui direttamente, ma che nel momento in cui si trova più lontano e non può sentire viene subito soprannominato Brontolo, gli dice di fare una bella corsa al bordo del campo, mentre tutti, pur continuando a palleggiare, ovviamente lo osservano. Niocke, appena si mette in movimento dimostra subito un’elasticità delle gambe invidiabile: agli inizi corre senza avere una gran fretta, proprio come aveva visto fare agli altri, ma poi accelera, poco per volta, mostrando facilmente le sue innate capacità di corridore. Dopo sei o sette giri di campo così, Ronni lo fa avvicinare: non sembra neppure affaticato, e non ha neppure una goccia di sudore sopra la fronte. L’allenatore allora gli passa un pallone, e lui, pur senza mostrare delle abilità particolari, dimostra subito di aver giocato al calcio già parecchie volte, magari soltanto per ridere oppure per divertirsi, evidentemente in quella parte di mondo da cui proviene.

            Scambia dei passaggi con uno dei ragazzi di fronte, si impegna a non perdere mai di vista quel benedetto pallone, e lo tiene vicino al piede, quando lo sta controllando, come se da quella capacità dipendesse poi tutto il resto. Quindi tutti i ragazzi si spostano verso una delle due porte del campo, e l’allenatore fa muovere i giocatori, uno per volta, in modo da riuscire ad effettuare un tiro a rete con il massimo di precisione e di determinazione. Lui non sembra molto efficace in questo, ma è questione di tecnica, con un certo numero di lezioni potrebbe migliorare moltissimo, visto che adesso dimostra di giocare quasi solo per istinto. Alla fine della mattinata, quando Ronni permette a tutti di disputare una breve partita dividendo i ragazzi in due squadre, a Niocke viene dato il ruolo di difensore, ma quando il pallone arriva proprio dalla sua parte, lui si slancia subito in avanti, sviluppando così la sua corsa notevole, e mentre controlla la sfera nei confronti dei suoi avversari, in un attimo si avvicina alla porta dell’altra squadra. Poi cade, dopo uno scontro un po’ duro con uno dei ragazzi, ma quello che forse voleva dimostrare in un attimo è apparso subito chiaro. Ronni allora lo sposta al ruolo di attaccante libero, e qui lui mostra di essere maggiormente a proprio agio.

            Quando poi smettono, l’allenatore, pur senza complimentarsi direttamente con lui, gli dice che se vorrà svolgere qualche allenamento ulteriore, probabilmente in seguito potrebbe farlo giocare nella squadra del paese, e Niocke lo ringrazia, senza mai sorridere comunque, e abbassando poi lo sguardo come ha imparato a fare da un bel po’ di tempo. I ragazzi gli chiedono il nome, quando sono tutti negli spogliatoi, ma poi continuano a ridere e scherzare tra di loro, come sempre. Ovvio che non sarà facile per lui, e soprattutto ci vorrà del tempo, e anche pazienza, prima di potersi sentire davvero in squadra insieme a tutti; però, almeno per adesso, nessuno lo ha deriso per essere un ragazzo con la pelle scura, anche se il figlio del sindaco stamani non si è fatto avanti, non si è fatto riconoscere, forse per non essere additato lui stesso per aver trascinato un immigrato a giocare al calcio insieme a loro. Niocke è paziente, gli pare già un gran passo avanti per lui aver potuto condividere con altri ragazzi della sua stessa età una piccola passione come quella del calcio. Più avanti conoscerà meglio tutti quanti, e magari potrà addirittura entrare in sintonia con qualcuno di loro.

 

            Bruno Magnolfi