lunedì 19 giugno 2017

Ragazza per me.

           

Indubbiamente mi piacciono i suoi modi, quella maniera di sorridere, di apprezzare gli altri, la capacità di fare tutto senza mai eccedere in nulla. Quando poi le parlo, al contrario di ciò che vorrei, sono però soltanto capace di mettere in fila delle sciocchezze di cui mi pento appena un attimo più tardi, e per questo cerco subito di concentrarmi meglio sulle mie parole, anche se alla fine la cosa migliore che riesco a fare è rimanermene in silenzio. Mi fa piacere comunque anche soltanto guardarla, senza dire niente, anche se lo faccio quasi sempre di nascosto, senza che lei si accorga del mio interessamento.
Gli altri scherzano ai tavolini della gelateria all’aperto dove in questo periodo ci ritroviamo spesso al pomeriggio, anche se sembrano sempre tutti pronti ad andarsene da qualche altra parte, come se quello spazio fosse soltanto una rampa di lancio per chissà quale altro luogo. A me invece basta ci sia lei, il resto mi pare del tutto ininfluente. Così qualche giorno addietro ho deciso di parlarle da solo, chiamandola da una parte e dicendole le cose come stanno. Lei mi ha sorriso, ed alla fine ha detto soltanto che le fanno sempre piacere i complimenti. Non so che cosa abbia capito o che cosa non abbia proprio voluto comprendere, ma in ogni caso non mi sento per nulla soddisfatto né del mio comportamento né della sua risposta.
Così probabilmente continuerei anche soltanto con le mie maniere timide, i miei sguardi forse poco importanti, se non fosse che lei adesso sembra abbia deciso improvvisamente di non farsi più vedere alla gelateria. Perciò l’attendo con determinazione seduto come sempre a quei tavolini per tutto il pomeriggio, ed alla fine chiedo informazioni ad uno che pare sappia sempre tutto. Si è messa con uno che va spesso al bar del maneggio, dice lui, e mentre lo ascolto resto quasi pietrificato. Il giorno dopo naturalmente sono lì a guardare i cavalli e a sincerarmi della situazione, quando effettivamente arriva lei, finge subito di non vedermi e poi sparisce oltre la staccionata, dentro al corridoio delle stalle. Dopo un minuto le vado dietro e vedo subito però che c'è anche lui, un tizio che la tiene per i fianchi, e che adesso sembra discutere con una certa vivacità. La chiamo per nome, lei si volta, però mi saluta appena, così io mi avvicino ancora, poi prendo una spranga di legno appoggiata ad un angolo e subito li affronto, tutt’e due.
Un cavallo nitrisce innervosito, lui dice con le mani bene in vista che non c’è da preoccuparsi e che tutto praticamente è a posto, si può stare tranquilli. Per questo il primo colpo lo sferro proprio sui suoi bracci, e forse potrei anche continuare, ma poi mi giro verso di lei che probabilmente sta urlando qualche cosa, anche se io non sento niente. Mi abbatto sulla sua testa con un colpo di piatto proprio all’altezza della faccia, ma lei si abbassa all’improvviso e così riesce a schivare la legnata; poi senza pensarci scappa via. Mi volto immediatamente per rincorrerla, ma l’altro non so come mi è subito addosso, e con una mossa alle mie spalle gli riesce di gettarmi a terra, quindi mi toglie la spranga dalle mani, ed alla fine mi rifila un pugno nello stomaco che mi lascia senza fiato.
Adesso non mi faccio più vedere da nessuno: resto in casa tutto il giorno e cerco di cancellare poco per volta i fatti e soprattutto le espressioni di loro due, quando è stato il momento in cui mi hanno fatto buttare fuori dal personale del maneggio. Però ci sarà per me la possibilità di una rivincita, lo so per certo, e non mi farò certo sfuggire quel momento.


Bruno Magnolfi

martedì 13 giugno 2017

Soltanto bambini.


Faccio, come sempre in questi giorni, dei conteggi ordinari dentro la baracca di cantiere, quando mi accorgo che fuori ci sono due operai che continuano a litigarsi, anche se dalle parole non riesco a comprenderne il motivo. Naturalmente non mi muovo dal mio tavolo: in fondo tutti sanno perfettamente che io sono qui e che posso sentirli, quindi immagino non sia niente di importante. Quando esco invece, vedo subito che uno è a terra e sta sanguinando da un braccio, mentre altri due con dei fazzoletti di carta bagnati stanno cercando di pulire e tamponargli la ferita. Rientro in baracca, prendo immediatamente la borsa del pronto soccorso e mi dirigo dall’operaio, visto che sono anche responsabile della sicurezza. Non è niente di serio, anche se ha perso del sangue, e comunque va capito subito se uno dei due abbia tirato fuori un coltello o qualcosa di quel genere.
Nessuno parla, così io alzo la voce per dare tutta l’importanza che meritano questi fatti, però mi viene in mente un’immagine di bambini ad occhi bassi davanti al loro maestro, e forse in questo modo non riesco a dare l’enfasi che vorrei alla mia voce ed anche ai miei gesti. Rissa in cantiere dico: licenziamento su due piedi previsto dal contratto nazionale di lavoro. Tutti tacciono. L’operaio ferito si rialza, dice che è caduto sopra ad un martello, e che comunque adesso sta quasi bene, non è niente, gli basta una garza, magari anche soltanto un cerotto. So perfettamente che nulla è vero di quanto mi viene raccontato, così guardo tutti in faccia con grande serietà, come se da un momento all’altro venisse fuori dalla mia espressione qualcosa di irreparabile per loro.
Rifletto, non conviene a nessuno che affondi troppo le cose, neppure al cantiere che deve procedere il più velocemente possibile e senza alcun intoppo. L’operaio ferito però è pallido, forse qualcosa non va dentro di lui, magari potrebbe svenire da un momento all’altro. Lo porto con me nella baracca, lo faccio sedere, mentre gli altri riprendono il lavoro ognuno con le sue mansioni. Non posso lasciar correre, quanto è accaduto è troppo grave, non posso comportarmi come non fosse successo quasi niente, qualcosa devo fare, altrimenti perdo l’autorità che devo mantenere, e devo anche scongiurare il pericolo che i fatti si ripetano, magari in maniera anche più grave.
Prendo tempo, riabbasso la testa con serietà in questi miei conteggi, come fossero d’importanza superiore a qualsiasi altra cosa, e spero proprio che l’operaio ferito, seduto stancamente in fondo, stia come lentamente riprendendosi. Attendo ancora qualche minuto, poi mi giro per chiedergli come vadano le cose, però in questo momento sembra svenuto, forse il caldo, la tensione, la debolezza per aver perso troppo sangue. Telefono immediatamente ad un pronto soccorso, descrivo il ferito e poi aspetto. Lui riapre gli occhi, dice che non c’era bisogno di chiamare dei soccorsi, è pronto a riprendere il suo lavoro adesso, e altre cose di quel genere.
Esco fuori: gli altri sono tutti a testa bassa, nessuno parla adesso, così vado dal primo e gli dico in modo secco che adesso voglio sapere esattamente quello che è successo, ma lui biascica qualcosa ad occhi bassi che sta a significare che lui non ne sa proprio un bel niente. Rientro in baracca, minaccio il ferito di farlo tenere in ospedale per una settimana o anche di più se non mi racconta cosa sia successo. Lui dice semplicemente che parlava con gli altri a voce alta, si è indispettito per una sciocchezza e girandosi maldestramente è caduto inciampando su un utensile. Lascio perdere, alzo il telefono e annullo la chiamata al pronto soccorso, poi dico all’operaio di riprendere il lavoro. Non importa, rifletto, posso ignorarli; saranno loro che più tardi uno per volta mi verranno a dire cosa sia successo, perché non riescono a tenere a lungo qualcosa solo per se stessi. Li terrò in pugno, basta solo attendere, e allora a voce alta potrò spiegare a tutti con disprezzo, ed anche con un po’ di tenerezza malcelata, che siamo tutti soltanto dei bambini.


Bruno Magnolfi

mercoledì 7 giugno 2017

Discorsi correnti.

          

Spesso parlo con qualcuna tra le tante persone che incontro, a volte anche con coloro che magari non conosco neppure molto bene, e così scambio con chiunque mi trovi davanti le mie esperienze e anche i miei pensieri, specialmente quando mi trovo nei locali o di fronte al caffè che in genere frequento, e dico a queste persone molte delle cose che mi passano dentro la mente, assicurandole tutte di avere sempre avuto una conoscenza diretta di ciò che spiego loro, e narrando in molti casi storie e vicende vissute addirittura in prima persona, anche se qualche volta mi rendo ben conto di non essere del tutto sincero. Però mi viene naturale inventarmi in certi casi dei particolari, arrotolare le cose attorno ad un qualche elemento che mi sembra particolarmente zeppo di fascino, ed anche se qualcuno certe volte mi chiede magari qualche dettaglio per comprendere se sia proprio veritiera la mia narrativa, o magari se lo stesso individuo si limita ad annuire con poca convinzione, oppure semplicemente sorride, immaginandomi forse soltanto molto fornito di fantasia, in fondo a me non importa.
Ma è tutto vero, dico ogni volta con espressione seria e convincente però, anche se alla fine non mi interessa molto rendermi conto se vengo creduto oppure no. Mi piace guardare la faccia di certe persone che stanno ad ascoltarmi, questo è certo, mi diverte leggere sulle loro espressioni quel senso di meraviglia e di interesse che riesco a risvegliare, considerato poi che in qualunque momento posso smettere di raccontare, anche proprio all’improvviso, e spesso lo faccio, lasciando magari chi stava seguendo fino a quel momento le mie cose punto per punto senza neanche il gusto del finale per la vicenda in questione.
Poi trovo un tizio, mi dice come altri hanno già fatto in passato che non crede neanche una parola di quello che dico, e butta lì questa cosa con un tono risentito, come se ci rimettesse qualcosa nel credere alle mie argomentazioni. Sorrido, gli dico che so dove abita, che conosco anche molte delle sue abitudini, e so per certo che anche lui non dice mai niente senza infarcirlo con qualche discorso che si inventa ogni volta di sana pianta. Lui si guarda attorno, poi mi dice fermo che non potrei mai provare una cosa di quel genere, ed io gli rispondo che proprio cercando di difendersi mette maggiormente in luce quello che ho appena sostenuto.
Allora mi prende sottobraccio, dice che spesso lui è costretto ad inventarsi delle fandonie per riuscire a campare, perché ha qualche debito ed alcuni lo cercano per sapere quando restituirà loro i soldi. Gli dico che secondo me non c’è niente di male nel vivacchiare in qualche maniera, si tratta di esigenze di comportamento quasi normali, e che un po’ fa parte anche del proprio modo di essere al mondo. Lui mi porta in un angolo, dice sottovoce che da qualche tempo si sente disperato, non ce la fa proprio più a tirare avanti in questa maniera, ed ha urgente bisogno di una mano da qualcuno, anche se non sa proprio a chi riferirsi.
Lo guardo con calma, provo pena per lui, gli dico che forse potrei presentarlo a certe persone disposte forse ad aiutarlo, e che deve comunque stare tranquillo, mi basta un paio di giorni di tempo e posso sistemare per un po’ la sua faccenda. Lui si rincuora, mi guarda subito con occhi diversi, dice che sarebbe per lui una cosa preziosa, perché la sua vita è diventata un inferno. Gli batto sorridendo una pacca sopra le spalle, lo saluto, gli assicuro che il giorno seguente mi farò vedere al caffè, sicuramente con delle buone notizie. Poi me ne vado: a volte ci vuole anche poco per dare un filo di speranza a qualcuno.


Bruno Magnolfi

lunedì 5 giugno 2017

Ritardato anticipo.

            

Forse non sarebbe stato il caso di rispondere subito che per noi andava benissimo, dice lei mentre suo marito prosegue a guidare con attenzione e a velocità moderata. Però non si poteva neppure fare troppo gli scortesi, obietta lui. Lo so, insiste lei, in ogni caso potevamo inventarci qualcosa per rimandare almeno di una settimana o due questo benedetto invito a cena a casa loro. Tanto più che probabilmente era proprio ciò che si aspettavano da noi, ritrovandosi in questo modo anche a disagio da questo nostro comportamento così inaspettatamente deciso e anche troppo pieno di entusiasmo, che tu chissà perché hai voluto subito mostrare.
Credo invece che in casi del genere, continua lei, di fronte ad un invito in apparenza così delicato e gentile, si debba sempre riflettere bene se sia proprio il caso di essere così definiti nella risposta, soprattutto perché ci può essere qualcosa sotto che non è stato considerato adeguatamente e soprattutto a fondo. Vuoi dire quindi, fa lui, che è probabile a loro non faccia del tutto piacere averci come ospiti stasera, e che questo loro invito sia stato solo una cortesia nei nostri confronti. Ma certo, fa lei, sono più che sicura che in questo esatto momento loro due stiano addirittura sbuffando per il nostro scarso tatto nell’approfittare di una semplice generosità mostrata giusto da alcune parole colloquiali messe lì tanto per dire qualcosa.
Ma a me non sembrano i tipi di persone che dicono una cosa pensandone una differente, spiega con grande serietà il marito. Già, fa lei, e da quando in qua non si è vista, dietro ad un invito del genere, una maniera facile e cortese per aprire semplicemente un dialogo, un modo per mostrarsi semplicemente generosi, e vedere in questo modo fino a che punto gli altri riescono appunto ad essere perspicaci sulle vere intenzioni di chi compie il primo gesto? Il marito rallenta la corsa dell’auto per osservare un’insegna col nome della strada, poi si ferma per guardare con più calma il navigatore silenzioso che non sembra proprio voler indicare una direzione precisa.
Siamo in zona, dice alla fine, ma forse sono stati istituiti dei sensi deviati negli ultimi tempi, così non trovo la via, spiega mentre spegne e riaccende l’apparecchio. Va bene, fa lei, tanto siamo persino troppo in anticipo grazie a te, ed anche questa è una maniera poco educata per presentarsi a casa di qualcuno. Ma se l’orario previsto è passato già da una mezz’ora, fa lui togliendo e poi rinfilandosi gli occhiali. Vorrei solo sapere quando dici: concediamo del tempo, cosa intendi per davvero. Non so, fa subito lei guardandosi attorno, ma a me pare che questa serata non stia funzionando, e che tutto quanto abbia il cattivo gusto di mettersi di traverso.
D’accordo, fa lui, allora vuoi che torniamo indietro dicendo loro con uno stringato messaggio sul cellulare che non abbiamo trovato la strada e che sarà per un’altra volta? No, certo, dice la moglie: però una scusa maggiormente plausibile la si può trovare facilmente, anche a quest’ora; loro capiranno benissimo e si sentiranno sollevati, e in fondo pure se hanno cucinato qualcosa, potranno certamente piazzare tutto quanto nel congelatore e mangiare ogni pietanza con calma nei giorni a venire. Dici sul serio?, fa lui. Ma certo, dice la moglie: in questo modo potremo anche vedere se ci inviteranno nuovamente, o se, come immagino possibile, saranno proprio loro ad aspettarsi un invito da noi, magari con un largo anticipo vorranno sperare, e pure senza troppo entusiasmo stavolta da parte proprio di nessuno, giusto per non essere fraintesi.


Bruno Magnolfi  

mercoledì 31 maggio 2017

Intuito autocritico.

         

Mi facevo vedere solo una volta ogni tanto da quei soliti militanti che si riunivano presso la loro sede, che poi era un semplice appartamento al piano terra con il giardinetto sul retro, tanto che l’ultima volta diverse persone che continuavo a salutare con espressioni compiaciute purtroppo non ricordavano neppure il mio nome. Sorridevo, come sempre in casi del genere, poi magari prendevo qualcosa da bere con una certa indifferenza, e continuavo ad oscillare tra i pochi capannelli che si formavano prima della solita relazione introduttiva all’assemblea.
Non c’è niente di male in tutto questo pensavo, però le mie più forti preoccupazioni non sono mai neppure contemplate nei discorsi che si tengono in queste riunioni. Così durante quell’ultima volta alzai la mano, ricordai a tutti il mio nome mentre mi sollevavo dalla sedia, poi sorridendo, ma non per timidezza, dissi che il mio disagio era dato dal fatto di non riconoscere i miei pensieri in nessuno dei loro argomenti.
Ci sono cose che mi svegliano durante la notte; intuizioni che mi portano estremamente vicino a quanto potrebbe essere auspicato da tutti. C’è una sensibilità nell’aria che pure a me certe volte purtroppo mi sfugge, e allora la cerco addosso a chi trovo attorno, perché so per certo che dentro tutto ciò sta quanto di meglio si possa auspicare per noi. Mi piacerebbe regalarvi un gesto che esprimesse appieno quanto vi dico, nell’attesa coerente che sappiate decifrare alla perfezione ciò che vi è definito. L’analisi delle cose è difficile, ma sono convinto che pur approfondendola per quanto si possa, non ci porterà mai molto in avanti.  
Oggi parlare è una grande responsabilità. Tutte le parole hanno un peso, immaginarsi di usarle soltanto per incensare la propria causa è qualcosa che crea inganno e porta le opinioni fuori da un tragitto minimamente logico. Forse è il silenzio il miglior luogo d’arrivo, l’accettazione incondizionata di un punto di vista talmente autocritico da rendersi neutro, lasciando così le opinioni un semplice retaggio di un’epoca oramai già al tramonto.
Naturalmente nessuno era d’accordo, però tutto questo spostava di molto il pensiero generale, tanto che nessun intervento tra quelli che seguirono il mio, riuscì a non fare i conti con quanto ero riuscito fin qui a sostenere. Terminata la riunione come già mi ero aspettato fui fermato da tutti, in quanto si voleva conoscere fin nel dettaglio quanto ero riuscito a mettere a fuoco, ma io promisi a chiunque che nei giorni seguenti avrei promulgato una circolare in modo da produrre ulteriore chiarezza, e così me ne andai.
Non c'è niente di male rifletto adesso, se invece che spingere sempre in avanti delle opinioni che tentano di aderire a dei presunti fatti concreti, si cerca di misurarsi con le proprie incapacità ad essere sempre propositivi, evitando una buona volta argomenti incoerenti e lungaggini pretestuose. Anche se alla fine, quando ci sarà da schierarsi, prenderò come tutti una posizione precisa.


Bruno Magnolfi

lunedì 29 maggio 2017

Scuse del caso.

            

Sono quasi indifferente a quanto mi circonda. Cammino con gli altri, in mezzo a tutti gli altri, e non mi sento mai completamente da solo, proprio perché sono orgoglioso di me stesso e del mio sentirmi in questa maniera. Incontro un mio conoscente che mi saluta, ed io gli lancio un semplice cenno senza importanza: scusi, mi dice invece quello, ma lei, visto che si è lasciato recentemente intervistare anche da un operatore della televisione locale, non potrebbe pubblicamente evitare di parlare dei soliti problemi che affliggono questo quartiere? Credo proprio che una persona della sua stoffa e del suo carisma riesca ad attrarre anche troppe attenzioni su certe cose del tutto negative. Lo guardo, tengo un’espressione severa, neanche troppo sorpresa, ed infine dico solo che forse si sta semplicemente sbagliando, non sono io la persona che crede, e poi, in quella semplice intervista a cui accennava, parlavo soltanto di me stesso, e di nient’altro. Quello invece mi guarda con maggiore attenzione, dice che non ha alcun dubbio, sono proprio io quello che diceva che va tutto male e che ogni cosa fa schifo, è apparso anche il mio nome in sovrimpressione sul video, e mentre parlavo sembrava volessi scagliarmi un po’ contro tutti. Adesso non ho tempo per ribattere, gli dico con un gesto di disappunto; ma quello insiste, vuole proprio che mi faccia sentire con le persone che contano, e che se è proprio vero quello che dico in questo momento, spieghi loro con esattezza e precisione che non volevo intendere affatto quello che è stato trasmesso.
Ma è proprio così, gli dico con enfasi, non ho mai parlato male di niente e di nessuno, ci deve essere un errore di persona, oppure sono stato fregato da un falso montaggio di uno stupido servizio giornalistico. Quello mi guarda, probabilmente non crede una parola di ciò che sostengo, in ogni caso non trova qualcosa dentro di sé per ribattere con forza ciò che gli dico. Non ho neanche visto il servizio, gli spiego, mi sono soltanto fidato di chi mi ha fatto appena un paio di domande, questo è sicuro, perciò non posso ancora dire niente; e con queste parole me ne vado, passo oltre, senza salutarlo neppure, tanto mi sento irritato.
Adesso mi sembra che tutti quanti coloro che incontro mi guardino con espressioni accigliate, al punto che vorrei quasi fermare tutti questi per strada, dire a voce alta e decisa che non ho affatto detto le cose di cui mi si accusa, ma alla fine l’unica maniera di comportamento che riesco ad avere è quella di allungare il più possibile il passo e rientrare il più velocemente possibile nella mia casa. Appena arrivato prendo immediatamente il telefono e chiamo la redazione televisiva, però mi risponde una ragazza che mi tiene in attesa nonostante le faccia perfettamente comprendere l’importanza che ha quello di cui devo parlare. Cade la linea, richiamo, dico le medesime cose, attendo, alla fine mi passano qualcuno che neppure conosco, così dico con voce alterata che il servizio messo in onda è stato truccato e che io non ho detto niente di ciò che mi è stato affibbiato, ma quello sta calmo, mi dice che deve verificare, poi resta in silenzio. Non c’è niente di male, dice alla fine, ci può anche essere stato un errore, dobbiamo solo sincerarci di tutto; e se è proprio così, vedrà, le invieremo per scritto le scuse del caso.


Bruno Magnolfi

mercoledì 24 maggio 2017

Logiche conseguenze.

           

Non sono affatto quello che sembro, rifletto spesso dentro di me; e di questo ne sono assolutamente cosciente, anche se c'è sempre qualcuno il quale magari lo può probabilmente sospettare, ma che alla fine è facile forse stenti a crederlo veramente. Intorno a me in certe giornate si radunano sempre due o tre conoscenti, persone che conosco da molto tempo, che si divertono già da lontano a chiamarmi ad alta voce, magari giusto poi per fare in mia presenza quattro chiacchiere soltanto tra loro. Mi trovano sempre in questo cortile dove trascorro quasi tutti i pomeriggi; loro si avvicinano, mi dicono qualcosa, mi battono la mano sopra le spalle, ed hanno quasi sempre una gran voglia di scherzare, ed anche se sanno che io non parlo mai con nessuno, mi danno corda con delle domande da furbi, forse perché sorrido sempre a chiunque, e li saluto anche con il mio solito cenno della testa, rimanendo comunque sempre voltato verso l’ingresso principale dello spiazzo, come a mostrare che sono qui soltanto perché sto aspettando qualcuno, un altro conoscente magari, o forse una ragazza, probabilmente quella stessa di cui tutti mi chiedono, ma che io non conosco e non ho ancora mai visto.
Loro credono che a me non interessi un bel niente di quello che capita certe volte da queste parti, degli urli che si sentono giungere dalle finestre dell’ultimo piano ad esempio, che mostrano con chiarezza come vadano le cose in quell’appartamento. Oppure della gamba matta del pensionato che in certi giorni lo fa diventare pazzo dall’uggia e dal dolore nel trascinarla fino qui. Mi dispiace, questo è il punto, anche se in genere non lo lascio vedere a nessuno, e al contrario cerco di mostrare a tutti la mia indifferenza, perché la mia è quasi una personale difesa, un modo come un altro per non rispondere mai ad alcuna domanda mi venga rivolta.
Certo mi piacerebbe avere davvero una ragazza da mostrare a questa gente del vicinato sempre pronta a prendere in giro, e far vedere a tutti che non sono ritardato come molti pensano sia, e che se non parlo è solo per una scelta personale, e non perché usare le parole in certi casi mi risulta piuttosto difficile. Soprattutto vorrei far vedere che anche io ho dei sentimenti, proprio come gli altri, e che se sono uno che se ne sta tutti i pomeriggi in questo cortile è soltanto perché in questo modo i miei familiari stanno tranquilli, dandomi un’occhiata ogni tanto dalla finestra e proseguendo nell’appartamento dove abitiamo ad occuparsi delle loro cose.
Mi piace comunque quando tutti mi salutano, e sono anche contento di dare alle persone che mi conoscono la possibilità di dirmi qualcosa mentre attraversano questo grande cortile condominiale, anche se non vorrei mai che qualcuno si approfittarne di me, della mia facilità nel credere a tutto quello che mi viene raccontato. Perciò a volte penso che uno di questi giorni devo smetterla una buona volta di sorridere sempre a questi miei amici, e magari non fare più ad alcuno neppure il solito cenno di saluto con la testa: mi piacerebbe tanto si accorgessero tutti improvvisamente che oramai sono un uomo, e che non ho più tanta voglia di essere preso in giro da loro, visto che se fino adesso sono sempre stato buono e cortese con coloro che in qualche modo mi hanno cercato, in seguito posso mostrare con grande evidenza che le cose qualche volta riescono persino a cambiare.


Bruno Magnolfi