domenica 6 ottobre 2019

Indifferenza motivata.


         

            Ad iniziare proprio da oggi, mio fratello gemello ha deciso di accompagnarmi fino al lavoro, almeno qualche volta. Se ne sta fermo sul sedile del passeggero dentro la mia utilitaria, e lascia che io guidi la macchina da casa mia fino agli uffici della pubblica amministrazione, senza provocarmi alcun nervosismo, anzi, spingendomi alla calma, come non ci fosse mai alcuna fretta, nonostante stamani io sia leggermente in ritardo. Non avevo mai preso in considerazione un’eventualità di questo tipo, però credo proprio che mi piaccia, perché è come avere uno sguardo maggiormente obiettivo su tutto ciò che si fa. Il modo di cambiare le marce dell’auto, le strade imboccate per muoversi all’interno della città, perfino le espressioni che si assumono guidando, magari proprio mentre qualche utente della strada mostra poco rispetto per tutti gli altri che gli si muovono attorno.
            Mi fermo al solito caffè per acquistare un giornale e consumare rapidamente la colazione. Lui sta con me, dentro la mia borsa portadocumenti, ed in qualche modo io so che mi giudica, che tende ad assumere un vago atteggiamento di critica, pur costruttiva, al minimo sospetto che stia per sbagliare qualche cosa. Mi sento forte con lui, è chiaro, è come se fossi sempre sorretto da una persona fidata. Potrei addirittura fare lo spaccone, dire al barista di prepararmi il solito macchiato, ad esempio, e cose di questo genere. Quando arrivo al parcheggio dell’amministrazione pubblica mi sento bene, talmente bene che resto in macchina col motore spento per almeno un paio di minuti, senza fare niente, solo per il gusto di assaporare la giornata prima di infilarmi dentro l’ufficio.
In ogni caso so che il tempo mi scorrerà meglio portando il mio gemello accanto a me, perché la sua presenza dentro la borsa è per me un elemento di tranquillità per tutto ciò che faccio. Striscio il tesserino magnetico e poi prendo l'ascensore, mentre qualche collega sta già parlando a voce alta lungo le scale, come se le sue parole fossero l'elemento fondante di tutta la giornata. Mi siedo alla mia scrivania e poi appoggio le mani sopra il piano. "Eccomi qua", mi sento di dire sottovoce alla borsa che staziona qua accanto; "una nuova giornata da trascorrere in questa stanza, una serie infinita di momenti da riempire di senso, cercando di recuperare almeno una parte di quell’entusiasmo che avevo nei primi giorni in cui sono stato assunto per questo lavoro".
Poi prendo la cartella, e l'apro con lentezza: dentro c'è il mio caro specchio avvolto con cura dentro una stoffa, ad evitare danni per qualche urto inaspettato. Guardo soltanto per un attimo il piccolo piano levigato dentro alla piccola cornice, e la mia faccia riflessa mostra un’espressione che vorrei definire di curiosità e di fiducia. Ripongo rapidamente tutto all'interno, non deve assolutamente succedere che a qualche collega venga la voglia di infilare il suo naso in mezzo alle mie cose segrete. Riprendo in mano le carte su cui stavo lavorando già il giorno passato e mi concentro su ciò che c’è da fare, ma dopo poco sento della confusione insolita provenire dal corridoio. Mi affaccio dal mio piccolo ufficio, e mi rendo conto che due impiegati si stanno prendendo a male parole, tanto che già qualcun altro si è avvicinato a loro per cercare di mettere fine alla discussione, e magari evitare, sia ai due che a tutti noi, dei guai anche peggiori.
Non c’è niente di sorprendente penso, la noia che imbeve questi uffici è capace di tirare fuori a chiunque i peggiori nervosismi, anche senza avere degli ulteriori motivi validi per farlo. Torno a sedermi e riprendo la mia cartella: guardo mio fratello di nuovo e so per certo che per me tutto è diverso; la coscienza di avere lui insieme a me, è capace di rendermi quasi un’altra persona, più equilibrata, più tranquilla, quasi indifferente a tutti gli altri.

Bruno Magnolfi

giovedì 3 ottobre 2019

Possibilità quasi insperate.



Impiego quasi un'ora per andare in ufficio a piedi. Però, in questo ultimo periodo, ho preferito spesso fare così, piuttosto che mettere in moto la mia utilitaria e farmi ancora prendere in giro dai colleghi, magari proprio mentre mi trovo nel parcheggio riservato a noi impiegati dell'amministrazione pubblica. Loro si comportano in questo modo giusto per farsi due risate alle mie spalle, considerato che la mia auto è vecchia e che di questo modello non se ne vedono quasi più in circolazione, ma a lungo andare quelle pungenti battute di spirito mi hanno quasi portato all'esasperazione. Avevo addirittura pensato di chiedere un prestito alla mia banca e di cambiare macchina, ma in fondo credo proprio che per ora non ne valga la pena.
La camminata in fondo mi distende i nervi, riempie un po' del mio tempo libero ed alla fine mi costringe soltanto ad alzarmi dal letto ogni mattina un po’ prima del solito. E poi mentre cammino rifletto. Così ho quasi deciso di chiedere un trasferimento. Non c’è niente che mi tenga incollato a questo posto di lavoro, perciò posso andarmene tranquillamente in un’altra sede dove magari riesco ad allacciare dei rapporti migliori con i colleghi che posso trovare.
Anzi, da quando ho maturato questo pensiero mi sento già piuttosto meglio: mi fa sentire quasi un'altra persona osservare i colleghi che perdono l’intera mattinata tra le macchinette per il caffè e le immancabili discussioni sul calcio; è come se io in questo momento mi sentissi in condizione di ridere in faccia a tutti quanti, di non provare più alcuna timidezza nei loro confronti, di essere capace di restare praticamente indifferente a qualsiasi battuta spiritosa riescono a pronunciare sul mio conto. Per questo motivo penso che tra qualche giorno tornerò ad andare agli uffici dell’amministrazione pubblica con la mia vecchia auto, mostrando agli impiegati che mi troverò d’attorno, quanto poco sia interessato ai loro stupidi commenti.
Per adesso cammino, certe volte mi sento stanco, ma incontrando molta gente lungo la strada, certe volte mi sembra persino di riconoscere qualcuno, qualche persona tra tutti quei passanti che rispetta i miei stessi orari e percorre lo stesso marciapiede su cui cammino io, naturalmente in senso inverso. C’è tra gli altri una donna di mezza età, una persona molto distinta, che ogni mattina incontrandomi finge costantemente di non guardare dalla mia parte, anche se io ho capito benissimo che desidererebbe solamente un pretesto per salutarmi magari con un bel sorriso. Ho pensato di farmi cadere qualcosa mentre cammino, ma sembra una scusa puerile. Perciò ho deciso che non ho bisogno proprio di alcun pretesto, ed una di queste volte semplicemente la saluterò, con la semplice cortesia di chi non ha secondi fini dentro la mente.
Lei potrebbe rispondermi con un normale buongiorno, riconoscendomi in colui che incrocia ogni mattina su quel marciapiede; oppure potrebbe addirittura soffermarsi un momento, come per dare il tempo a chi le si trova di fronte, di fare una formale presentazione, allungando due parole di circostanza. Decido che sarà in questo modo, perciò mi preparo, cammino con una maggiore lentezza ed attendo di vedermela arrivare davanti. Difatti eccola, vestita elegantemente come sempre, così scelgo la traiettoria più adatta, le vado quasi incontro, ed infine le dico semplicemente: “buongiorno”, con voce allegra; ma lei tira di lungo senza neppure guardarmi, forse immaginando che avessi lanciato il saluto a qualcun altro dietro di lei. Però non ha importanza, penso adesso; ci saranno sicuramente altre possibilità.


Bruno Magnolfi


martedì 1 ottobre 2019

Prospettive limitate.


      

Sono io, dico al mio fratello rientrando. Poi mi muovo dentro la stanza per cercare qualcosa di cui non ho una memoria precisa, ma che so essere nascosto in uno degli angoli, anche se adesso non so ricordare quale sia. È come se precedentemente, in uno stato come di forte dormiveglia, avessi sistemato rapidamente le mie cose in diversi luoghi dentro il mio appartamento, quasi escogitando dei ripostigli momentanei per oggetti, ma di cui adesso non trovo più traccia all’interno della mia mente. Non ha importanza, dico a voce alta, prima o dopo tutto quanto spunterà di nuovo alla luce del sole, mostrando così che il corredo su cui può contare una persona quale io sono, è qualcosa che ognuno porta sempre con sé.
Mi rannicchio sopra una sedia nel tentativo di concentrare le mie residue energie, poi all’improvviso ho la coscienza esatta di essere osservato, anche se sono da solo. Il mio fratello gemello dentro lo specchio mi osserva con il suo occhio onnipresente, e per la prima volta sento che in qualche modo provo come la necessità di sfuggirgli.  In fondo ho tutto il diritto di starmene da solo rifletto; anche oggi ho trascorso una giornata di lavoro in ufficio immerso in una congerie di colleghi senza alcuno scrupolo, pronti a scherzare tra loro e a ridere di me per qualsiasi sciocchezza.
Mi affaccio alla finestra del mio appartamento: fuori le persone lungo la strada e i marciapiedi sembrano muoversi come ogni giorno, ognuna persa dietro alle proprie preoccupazioni. Vorrei che qualcuno dei passanti che camminano sotto di me si voltasse d’improvviso all’insù, e mi salutasse magari riconoscendomi. Potrei mettermi a parlare del più e del meno sporgendomi sul davanzale, spiegare che a me va tutto bene in questo momento, che mi piace osservare il traffico della serata, che in questo mio appartamento al terzo piano mi sento benissimo, è proprio la casa che va bene per me. Poi mi rendo conto che nessuno mi nota, nessuno si volta a guardarmi, e questa mia finestra è anonima, quasi come tutte le altre in questo quartiere.
Rientro, chiudo le imposte, torno a piazzarmi seduto nell’attesa che mi venga un’idea, che un’illuminazione mi indichi dove possa trovare quello che ho perso. Mio fratello gemello purtroppo è ancora lì, che mi guarda, ed io non ho quel coraggio che serve per prendere la cornice con tutto lo specchio e gettarla una buona volta fuori dalle mie stanze, giù dalla finestra, senza alcuno scrupolo. Non è semplice convivere con qualcuno che si limita a guardarti da una superficie lucida e chiara: certe volte vorrei sentire la sua voce, ascoltare le sue strenue opinioni, discutere, porgli qualche domanda e sentire quale risposta possa riceverne. Si fa presto a rinchiudersi dentro ad un piccolo oggetto e starsene lì, senza mai mettersi in gioco. Lo prendo allora, e volto lo specchio sul tavolo.
Che cosa mi importa ritrovare le cose di cui non so proprio che farne, rifletto. Vado a guardare in cucina per vedere se manca qualcosa, e così avere una buona scusa per uscire ed arrivare fino al negozio giù all’angolo. Nella credenza trovo così le chiavi di riserva della mia utilitaria. Sono inconfondibili, legate da un laccio di cuoio che forma una specie di nodo. Le ho sempre tenute in una cassetta di legno fornita di ganci e attaccata sul muro vicino alla porta di entrata. Qualcuno si diverte a spostarmi le cose rifletto; oppure sono io stesso che senza rendermi conto di niente, continuo a sistemare le cose in luoghi diversi dal solito.
Decido di uscire comunque, un po’ d’aria non può farmi che bene, ma quando sono con la mano sulla maniglia sento un forte rumore alle mie spalle; per un attimo mi guardo attorno stupito, poi riesco a rendermi conto di cosa stia succedendo: è il mio fratello gemello dentro allo specchio che si è proprio stufato di starsene lì, sopra al tavolo, senza alcuna prospettiva di fronte.

Bruno Magnolfi  

lunedì 30 settembre 2019

Reazione composta.



“Buongiorno”, dico per automatismo ad un paio di colleghi che stanno discutendo di qualcosa, mentre io scorro lungo il corridoio degli uffici. Poi appoggio la cartella dei documenti sopra la mia scrivania, a dire la verità quasi vuota, mi siedo per un attimo sopra la seggiolina di stoffa imbottita e subito mi sento stanco, privo di qualsiasi energia. Vorrei quasi tornare indietro, dire a tutti che non sto ancora bene, che ho sbagliato a rientrare al lavoro, non sono ancora perfettamente guarito. Poi mi calmo, guardo una piccola macchia sul muro davanti a me, forse una mosca rimasta là sopra da chissà quanto tempo, o magari un piccolo ragno uscito fuori con il caldo dell’estate e poi spiaccicato improvvisamente da qualche collega su quella parete.
Devo farmi forza, rifletto, resistere il più possibile e cercare di far scorrere la giornata, magari pensando a qualcosa che mi porti il più possibile lontano da qui. Guardo dentro ai cassetti alla mia destra ma ci sono soltanto le solite cose che conosco, poi mi concentro su un semplice registro cartaceo che da qualche settimana ho messo sul piano del tavolo senza decidermi mai a consultarlo. Ci sono degli elenchi di persone che risultano inadempienti, e per questo motivo devono essere accertate le reali condizioni in cui versano. Ma siccome l’elenco è ormai vecchio, probabilmente non corrisponde neanche più alla realtà. Fingo di lavorare insomma, ed intanto penso a qualche espediente per far trascorre tutto il tempo di questa giornata.
Si fa vedere nel corridoio il nostro dirigente, e dice che dobbiamo essere più precisi nella comunicazione dei dati che mettiamo a punto nel nostro lavoro. Tutti rispondono che non ci sono problemi, sarà fatto senz’altro, ogni richiesta sarà assolutamente esaudita. Lui ride, sa che dietro ai modi scherzosi di ogni impiegato le cose possono veramente tendere a migliorare, basta non prendere quei lavoratori che adesso ha di fronte con dei sistemi troppo severi, che probabilmente porterebbero soltanto ad un irrigidimento di ogni rapporto, fatto negativo per chiunque là dentro. Allora mi alzo dalla mia sedia, gli vado incontro, attendo che sia solo, lo saluto con seria cortesia, ed infine gli comunico che non sono tranquillo.
"Qualcosa non va", gli dico subito; "qua dentro ci perdiamo spesso in troppe stupidaggini, e poi ci ritroviamo il più delle volte a guardarci di traverso senza neppure sapere perché. E poi in certe giornate siamo anche stanchi, stufi della monotonia di questo mestiere". Lui mi guarda con espressione seria e un po’ sospettosa, dice che ogni malessere rimane un elemento del tutto personale, e come tale deve essere trattato, perciò se desidero iniziare a spiegargli quale sia la mia sofferenza, lui può anche ascoltarmi, ma se ho voglia soltanto di fare un discorso generico che valga per tutti, allora è semplicemente una perdita di tempo per me e anche per lui. Resto perplesso lasciando una pausa a seguito delle sue parole, e lui ne approfitta per guardare verso un altrove che in un attimo lo trascina verso un altro impiegato, forse dimenticandosi in un solo momento di quanto gli ho appena riferito.
Va bene, rifletto. In fondo non mi aspettavo da lui una vera reazione.

Bruno Magnolfi

  



giovedì 26 settembre 2019

Bidonate ordinarie.


         

            Le giornate si susseguono comunque. In certi casi mi sembra che tutto stia improvvisamente per crollare, e che sfortunatamente io mi sia spinto troppo in avanti, fino a raggiungere l’orlo di una specie di precipizio, oltre il quale niente sarà più come prima, e l’andamento di tutte le cose alle quali ho fatto persino l’abitudine dopo tutto questo tempo, sarà definitivamente stravolto. Invece non è vero: la conseguenza di qualsiasi giorno è sempre un altro giorno simile, ed all’ultimo momento molti problemi, come per magia, sembrano comunque risolversi, o perlomeno procrastinarsi automaticamente, rinviando tutto a chissà quando.
            Tiro un respiro profondo alzandomi dal letto, osservo le piccole cose che ho attorno, poi decido che la danza, in fondo, anche oggi può riprendere inizio. Ho probabilmente bisogno di una seria amicizia, di una persona per la quale nutrire fiducia, anche se messa in questa maniera la cosa appare forse un po’ troppo egoistica. Non posso fare a meno di una vita sociale, io come tutti, per questo credo che debba allentare la mia inibizione, la mia proverbiale riservatezza, ed aprirmi con gli altri, fare qualcosa che mi accomuni a qualcuno e mi faccia sentire una persona qualsiasi, molto più di quanto ho deciso da sempre di essere con la mia ricerca perenne di solitudine. 
            Mi guardo allo specchio mentre mi rado la barba, e non so neanche decidere che cosa sia meglio per me. Forse serve semplicemente saltare un giro di giostra, inventarmi qualcosa che mi porti rapidamente in una dimensione diversa da questa, dove chi mi conosce possa meravigliarsi immediatamente del mio comportamento, ed in virtù delle nuove condizioni iniziare a considerarmi davvero un suo simile. Il punto è che non lo so di preciso cosa sia meglio affrontare in questo momento, ma in ogni caso so che devo obbligatoriamente fare qualcosa. Adesso come ogni giorno sono pronto ad uscire, raggiungere il mio posto di lavoro ed affrontare come sempre il mio semplice dovere, perciò controllo l’orario e vedo che è proprio il medesimo di qualsiasi altro giorno. Le azioni da compiere sono le stesse, ciò che ho di fronte lo conosco perfettamente. Ma poi mi sdraio, chiudo gli occhi, prendo il telefono e comunico con due parole che non sto bene.
È vero, rifletto, il mio stato di salute mostra indubbiamente che qualcosa non va, e provo la necessità di avere cure urgenti, e so che al più presto dovrò assolutamente affidarmi alla medicina, a persone che riconoscono i sintomi, dottori che comprendono in un attimo quale sia la reale situazione, e riescono a prendere adeguati provvedimenti. Forse è anche questo il mio problema di fondo: non essermi mai fidato abbastanza degli altri, non avere reputato all’altezza qualcuno che una volta o l’altra magari avrebbe avuto semplicemente la possibilità di aiutami. Il capo del personale non dice niente: per lui sono un numero, un impiegato qualsiasi in meno quest’oggi sul posto di lavoro, così si limita a registrare la comunicazione ed infine chiude la mia telefonata.
Mi torna alla mente soltanto in questo momento la mia collega che non si è presentata all'appuntamento che avevamo fissato: forse è così un po’ per tutti, penso adesso; ogni giornata alla fine è composta da tante piccole disillusioni; bidonate che tiriamo a destra e a sinistra, a quello e a quell'altro, con una completa indifferenza, proprio mentre naturalmente ne riceviamo altrettante. Voglio essere così anche io, da ora in avanti.

Bruno Magnolfi

martedì 24 settembre 2019

Si è fatto tardi.


          

            Quando la sera si fa avanti e preparandomi per la notte tendo a spegnere tutte le lampade dentro le mie stanze, resta generalmente sopra alle pareti una lieve penombra data dalla luce dei lampioni lungo la strada di fronte, che riescono a far penetrare un debole chiarore tra le tende e le persiane delle finestre. Ed è in quella semioscurità che qualcosa, qualche volta, sembra come muoversi, magari senza che avvenga veramente. Si avvertono anche dei deboli scricchiolii ogni tanto nel silenzio di quell’ora; dei sottili rumori a cui normalmente non si darebbe mai alcuna importanza, ma che in quei momenti appaiono come le tracce di qualcuno che in punta di piedi e lentamente cercasse di spiare gli abitatori di questo mio appartamento, mentre loro come me restano magari seduti per conto proprio. Abito da solo in queste stanze, e certe volte trovo normale però lasciarmi suggestionare da qualcosa che sembra insistere a volermi fare compagnia.
In qualche angolo senz’altro c'è una parte di me all’interno di questa piccola casa, uno spiritello semplice e buono che autonomamente sembra voler accompagnare con cortesia le mie serate, spingendosi certe volte a seguire con remissività i miei piccoli problemi quotidiani, aiutandomi con la sua presenza a tirare avanti come meglio può. In certi periodi mi è parso di riconoscerlo spesso dentro l’immagine riflessa dello specchio, consegnandogli mentre lo osservavo la mia stessa faccia mentre mi guardava da là dentro, ma conservando al suo interno un diverso spirito; ed anche se da qualche tempo la sua presenza si è fatta un po’ più eterea, meno concreta, nonostante io tenda comunque a chiamarlo ancora come il mio fratello, ed invocandolo tutte le volte che ho bisogno di un parere obiettivo e maggiormente svincolato da tutte le mie fisime, so che lui c’è, da qualche parte, forse all’interno di un mobile o un oggetto.
Non è facile ritrovarsi soli, specialmente in qualche occasione. Si ha bisogno di un commento, di un giudizio, di una parola che riesca a trapelare da quel buon senso comune che spesso non è così scontato, e non viene mai fornito con spontaneità. Cerco sempre di ascoltare quello che dicono gli altri, anche quando parlano tra loro, e spesso mi ritrovo a formulare delle supposizioni che vorrebbero essere confermate o smentite da qualcuno che non posso essere io. Così mi restano dei dubbi, delle incertezze, dei quesiti non risolti che da un anno all’altro mi accompagnano come una pesante eredità che non credo neanche di meritare. Sul lavoro ci sono molti miei colleghi, ma con nessuno di loro sono mai riuscito ad approfondire una qualche conoscenza: tutti appaiono superficiali, disincantati, privi di qualsiasi interesse verso qualcosa che non siano le solite chiacchiere scambiate soltanto per far passare il tempo.  
Non posso chiedere niente a nessuno: so già che tutti mi prenderebbero ferocemente in giro, riderebbero di me, e in un attimo ogni mia questione posta seriamente diverrebbe strumento nelle mani di qualcuno per mostrarmi come lo zimbello agli occhi di tutte le persone che in qualche modo mi conoscono; così devo rassegnarmi ad essere né più né meno ciò che sono, e chiudermi sempre più in me stesso, anche se non lo vorrei proprio. Oggi quasi sempre riesco ad essere tranquillo, nonostante queste mie consapevolezze: mi guardo attorno, incamero dentro di me tutte le immagini che vedo, e le piccole informazioni che indirettamente mi arrivano dagli altri. Poi rientro in casa mia, dopo il lavoro, accendo le luci nelle stanze e scruto in giro se per caso non ci trovi qualche novità. Non si sa mai penso, magari mio fratello ha spostato qualcosa mentre ero via, o forse ha lasciato un semplice biglietto sopra al tavolo: ti ho aspettato, potrebbe dirmi, ma poi si è fatto tardi.

Bruno Magnolfi

lunedì 23 settembre 2019

Credere agli intenti.


           

Alla fine della mattinata di lavoro mi sento un po’ nervoso, come se non riuscissi a stare neanche un minuto di più seduto alla mia scrivania. Ho un appuntamento con una collega che conosco soltanto superficialmente, alla fine dell’orario di lavoro; forse per altri non sarebbe niente di speciale questa faccenda, ed anche io lo faccio giusto per andare con qualcuno a fare quattro chiacchiere con calma in qualche locale della zona. Peraltro ancora mi chiedo come mai questa mia collega abbia accettato il mio invito senza farmi delle domande, né porre qualche obiezione, considerato che anche per me è stato un puro caso essermi trovato nel corridoio da solo con lei. Non ho grandi aspettative per quanto potrà accadere, anzi credo proprio non ci potrà essere nessuno sviluppo, ma in fondo sono un uomo che vive da solo, e in ogni caso in questo momento mi basta stringere anche qualche semplice conoscenza per superare il malumore che mi porto dietro.
Suona l'apparecchio telefonico sopra la mia scrivania a fine mattinata, ma inizialmente non ho voglia neppure di rispondere, visto che la maggior parte delle volte sono semplicemente i colleghi di lavoro che si divertono a fare qualche scherzo. Alla fine però alzo il ricevitore come è mio dovere, e dico pronto. È lei, dal piano superiore del palazzo dove si trova il suo ufficio, e mi spiega in due parole che per non scatenare dei pettegolezzi ritiene meglio andare ad aspettarmi al caffè Cartabianca, un locale poco lontano dal nostro posto di lavoro. Rispondo che va bene, “verso le cinque sarò lì”, le dico in fretta, e lei riattacca subito, così mi guardo intorno come aspettandomi che qualcuno casomai avesse in qualche modo ascoltato la nostra conversazione. Tra questi uffici regna un indubbio covo di vipere, ed io non avevo riflettuto al rischio di farci parlar dietro, anche soltanto mostrandoci nell’uscire assieme dagli uffici, alla fine dell’orario di lavoro.
            Lei peraltro è una donna sposata, io la vedo da anni mentre entra o esce dall’edificio dove ambedue lavoriamo, ed indubbiamente, per come mi ha risposto, già da tempo nutre la voglia di intrattenersi senza impegno con qualche collega, magari soltanto per curiosare tra le opinioni che serpeggiano al mio piano, e non è per niente stabilito che abbia in mente una vera relazione. In ogni caso devo essere pronto ad ogni evenienza, e cercare il più possibile di stare al gioco, qualsiasi esso sia. Mi trastullo con qualcosa che vado cercando dentro ai cassetti, poi all'ora di pranzo scendo assieme agli altri nella sala mensa per mangiare. Parlano tutti di calcio, e a me che non interessa affatto, non resta che starmene in silenzio a guardare nel mio piatto.
            Penso che le cose per me possono farsi differenti se soltanto riesco ad instaurare dei rapporti amichevoli. Mi piacerebbe qualche volta andare ad un cinema in compagnia, oppure a cena con qualcuno. In fondo trovo che sia già sufficiente che mi mostri ai miei colleghi un poco più socievole, meno chiuso come forse sono sempre stato fino ad oggi. Mentre ci penso mi capita di sorridere di me stesso e dei miei proponimenti, perché gli altri che sono al mio tavolo mi guardano con un certo sospetto, ed uno mi chiede se per caso intorno a noi ci sia qualcosa di divertente che loro non riescono a vedere. Assumo la mia vecchia espressione di indifferenza, e senza rispondere lascio che ridano di me, se proprio ne hanno voglia.
            Quando arriva l’ora di andarsene dagli uffici, esco in fretta nel parcheggio, senza neanche guardarmi troppo attorno, avvio il motore della mia utilitaria, e mi indirizzo verso il caffè. Spengo il motore appena lì davanti, scendo, mi guardo attorno, poi mi decido ad entrare dentro al locale. Lei non c’è, così mi siedo ad un tavolo appartato ad aspettarla. Forse non verrà, penso. Troppo difficile un passo del genere. Troppo sciocco uno come me, pronto sempre nel credere a tutti.

            Bruno Magnolfi