mercoledì 30 settembre 2020

Meglio che niente.

 

       

 

            Salgo nel pomeriggio sul treno semivuoto, e mi sistemo come d’abitudine sul primo sedile libero che trovo. Mi piace sentirmi un po’ da solo quando torno verso casa. La mattina c’è sempre molta più gente dentro queste carrozze, e spesso devo rimanere in piedi per tutti i quaranta minuti del viaggio. Ma adesso è diverso, posso rilassarmi per un momento dopo la giornata di lavoro, e pensare tranquillamente alle mie cose. Invece arriva un tizio dopo un attimo, e si siede di fronte a me. Non dice niente, io non lo conosco, ma lui mi guarda come cercasse di ricordare dove mi ha già visto. Socchiudo gli occhi appoggiando la testa alla mia mano, e lascio che la periferia della città scorra come sempre fuori dal vetro del finestrino, senza interessarmene. Ma il tizio d’improvviso dice: “ecco; mi sembrava, lei è esattamente la persona che ho incontrato stamani”. Lo guardo meglio, ma non è una fisionomia che riesca a suggerirmi qualcosa. Scuoto leggermente la testa per fargli capire che non sono colui che crede, e che in ogni caso non ho voglia neppure di ascoltarlo.

            Quello si calma per un momento, dandomi l’illusione che intenda smetterla, ma poi riattacca con la solfa di avermi incontrato in un ufficio e che forse potrei aiutarlo. Gli dico ancora che non sono io la persona che cerca, e che comunque fuori dall’orario di lavoro non faccio niente per nessuno. “Mi deve aiutare”, dice quello; “io lo so che lei lavora al patrimonio edilizio degli uffici comunali, e per lei sarebbe soltanto una sciocchezza, una minuzia, appena un piccolo aiuto da dare ad una pratica che giace  su qualche scrivania da tempo immemorabile. Lo guardo meglio: effettivamente lavoro nell’ufficio che lui ha citato, ma personalmente non svolgo un’attività aperta al pubblico, mando avanti tutto il mio mestiere nelle stanze dell’archivio, per cui non può proprio avermi visto da nessuna parte, a meno che qualche collega non gli abbia indicato, a questo tizio che mi sta adesso di fronte, proprio la mia figura come quella in grado di aiutare chicchessia. Ribadisco che la mia etica lavorativa non mi permette di fare distinzioni tra le persone, per cui, anche se è vero che lavoro negli uffici che lui ha citato, ciò non significa che io possa né che sia in grado di aiutarlo.    

            Quello si placa per qualche attimo, sembra quasi convinto, poi però mi chiede a quale stazione io debba scendere. Non mi sento assolutamente nelle condizioni di spiegare ad un tipo del genere tutti i fatti miei, ma nella speranza che almeno poi mi lasci perdere, gli dico tra i denti in quale fermata abbandonerò questo maledetto treno di pendolari, ma lui a quel punto dice che allora scenderà con me, che mi accompagnerà per tutto il tragitto fino a casa mia, ed in quel tratto di strada proseguirà a spiegarmi dettagliatamente tutta la situazione che io assolutamente devo conoscere. "Non ho il minimo interesse per la sua situazione", gli fo secco; "e poi quando torno a casa voglio starmene da solo". Silenzio. Adesso sembra offeso questo tizio. Tira fuori delle carte da una tasca ed inizia a guardarle senza degnarmi più neppure di un’occhiata. Ci fermiamo ad una nuova stazione e lui niente, lo sguardo perennemente incollato alle sue cose e la consegna del silenzio che prosegue a rispettare. Infine mi alzo dal sedile, “devo scendere”, gli dico; e lui ritrae le gambe per lasciarmi passare più agevolmente. “Mi dispiace per il suo problema”, gli fo. “Se vuole posso segnalarlo ad un mio collega che smista le pratiche”. Lui mi guarda, riflette per un attimo, sembra quasi confabulare qualcosa tra di sé, ed alla fine dice soltanto: “no, la ringrazio; in fondo non importa, scusi anzi se l’ho importunato. Le cose in qualche modo si risolveranno; la mia pratica prima o dopo verrà ripresa in mano da qualcuno, ed allora sarà tutto più chiaro. In ogni caso”, dice dandomi un foglietto ripiegato, “questi sono gli estremi della pratica in questione, e dietro c’è il mio nome ed anche il numero di telefono a cui rispondo. Senza impegno, ma ciò che riuscirà a fare per me, sarà comunque sempre meglio del niente che ho ricevuto fino ad oggi.

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 24 settembre 2020

Prezioso collezionismo.

 

           

            Sto impazzendo, non c’è dubbio. Mi guardo per un momento in uno degli specchi di casa, e sembra che in questo momento neppure riesca a riconoscere il mio volto. Poi di nuovo vado a frugare in quei soliti cassetti del mio tavolo, dove fino ad oggi ho tenuto gelosamente custodite quasi tutte le mie care pagine, ma non ci trovo più assolutamente niente di quello che sono riuscito ad accumulare in tutti questi anni. Inizio a ridere sguaiatamente: non è possibile quello che stia accadendo penso; poi butto all’aria tutte le mie collezioni di minutaglie minori raccolte in scatoloni: sassolini, conchiglie, mozziconi di lapis, bottigliette di medicinali scaduti, ed adesso non ci trovo quasi più niente di interessante, almeno non come una volta. Torno a riaprire i cassetti, dove ci dovrebbero stare tutte le preziose lettere che ho ricevuto in tanti anni, le pagine di libro strappate nelle biblioteche, gli appunti di diario vergati da me nelle giornate particolari, ed anche certi ritagli di giornale, alcune notizie che credo utile rammentare in qualsiasi momento, gli scontrini dei negozi dove ho acquistato certe cose, le liste dei prodotti da comprare; tutto adesso sembra sparito, peraltro insieme ad altri fogli sparsi di minore importanza. Mi muovo per casa, cerco di riflettere velocemente, ma sembrano perdersi i miei pensieri nel momento in cui transitano nella mia testa.

            Incontro un altro specchio della sfilza che sta appesa lungo il corridoio della mia casa, e attorno a un occhio, osservandolo con una certa attenzione, mi osservo con fastidio un tremore della palpebra che denota ovviamente un grande nervosismo. Su di un tavolo lì accanto ci sono anche dei pezzi singoli di piccoli oggetti perlopiù inutili, ma che rappresentano altrettanti inizi o progetti di nuove collezioni, che naturalmente possono essere portate avanti in qualsiasi momento ne abbia la voglia. Poi però torno ai cassetti. Sento che la pazzia mi sta salendo, ho la fronte sudata, le mani che non riescono più neppure a rimanere ferme per il bisogno di scuotere, di afferrare, di cercare qualcosa che ho il terrore non troverò mai più. Riapro lentamente tutta la cassettiera della scrivania, spalanco le ante delle librerie coi vetri: è tutto vuoto, tutte le cartelline che contenevano ogni elemento della mia stessa esistenza, non ci sono più. Può essere stato riposto tutto quanto da qualche altra parte penso, ma adesso non saprei neppure dove guardare, così torno a consolarmi riprendendo in mano una serie di tappi di bottiglia, anche se con scarsi risultati.

            Considerando che nello studio posso entrare solamente io però, sicuramente posso aver spostato tutto quanto soltanto mentre ero preda di un attacco di pazzia del tutto incontrollabile penso, e tutti i materiali cartacei accumulati, nel momento in cui la razionalità mi era venuta meno, li posso aver sistemati chissà dove, magari in un armadio di vestiti, oppure in un baule. Mi siedo, devo riflettere, piuttosto che lasciarmi prendere da questa agitazione penso. Non capisco quale possa essere stato il motivo scatenante che mi ha portato a mettere mano proprio alle collezioni dei materiali cartacei, lasciando invece intatte tutte le altre. Infine apro il ripostiglio delle scope: in una confusione assurda di fogli accatastati alla rinfusa, le mie carte sono tutte lì, almeno mi sembra, come se le avessi prese sopra le braccia in un lungo impeto di follia, e le avessi scaraventate a terra in quel piccolo stanzino, senza curami d’altro. Raccolgo adesso le prime cose che mi capitano in mano: dovrò riordinare tutto quanto penso, rifarmi da una parte e ritrovare la giusta collocazione di ogni foglio, di ogni appunto, di ogni ritaglio. Posso farlo penso, posso risistemare tutto quanto con calma nei cassetti e nelle librerie, e ridisegnare un percorso cartaceo che indichi ogni mio passaggio, salvando dall’oblio le mie giornate che in caso contrario diverrebbero una nullità. Posso farlo, devo farlo penso; perché sono queste mie collezioni la mia stessa esistenza, e nient’altro.

            Bruno Magnolfi

giovedì 10 settembre 2020

Non ho potuto che sbagliare.

 

 

 

            Quella volta credo mi fossi limitato sorridendo a fare appena un cenno affermativo con la testa, lo ricordo piuttosto bene anche se questo è accaduto oramai molti anni fa, ed era successo a margine di un famoso processo penale, proprio quando qualcuno in mezzo a tutti quei giornalisti che in quell’epoca pareva talvolta facessero quasi a gara ad intervistarmi, mi aveva chiesto d’improvviso, considerato che quello era come dire il tema del momento, se fossi stato davvero favorevole ad una limitazione ulteriore delle libertà carcerarie, cosa che in quel momento sembrava quasi un pensiero dilagante. Certo, pensavo all’epoca, ci vuole per tutti la certezza della pena, non un sistema di favoritismi o di blande regole per uscire rapidamente di galera e non tornarci più. Ma l’argomento non era semplice, ed in seguito ha continuato per molto tempo a tormentarmi, anche quando, dopo raggiunto il termine del mio mandato, ho dovuto passare ad altri colleghi il ruolo di responsabile della Commissione Giustizia.

            Adesso qualcuno ha voluto tirar fuori di nuovo quella storia, naturalmente solo per attaccare la mia parte politica, ed ha spiegato in questi giorni con parole semplici ma sicuramente molto efficaci, che la mia figura ed il mio comportamento, come espressione dello Stato di diritto, sono sempre risultati inquinati da un bisogno personale del tutto ingiustificabile e immotivato di giustizialismo. Si è mostrato inutile all’epoca aver chiarito meglio ed in varie occasioni il mio pensiero: la carta stampata spesso prende per vero e definitivo un semplice gesto poco meditato, piuttosto che un argomentare più esauriente e maggiormente chiaro, ma tant’è, devo accettare quello che si dice, visto che riprendere in mano l’argomento significherebbe soltanto dargli nuova forza, e quindi mostrare tutto quanto in modo decisamente ancora più concreto.

            In seguito mi sono disinteressato poco per volta della politica attiva, pur restando naturalmente con le mie opinioni che sempre mi hanno accompagnato, e tra tutti chi mi conosce meglio sa per certo, adesso come allora, che cosa io pensi veramente, lasciando da parte ogni speculazione giornalistica. Mi sono morso le mani tante volte, ripensando a quel mio gesto futile e così dannoso per la mia correttezza di uomo dello Stato, anche se credo che nella vita di ciascuno, scavandovi anche solo leggermente, sia quasi inevitabile trovarci tante piccole vicende di cui spesso ripensandole ci si trova a vergognarsi, o che in qualche maniera mostrano qualcosa che non va esattamente nella scia di ciò che realmente si desidera, tanto che a lungo andare quelle esternazioni appaiono addirittura come delle macchie nella nostra coscienza, e se per un colpo di fortuna nessuno tra chi ci conosce le ricorda, a noi fanno comunque ancora male, nonostante tutto.

            Per questo praticamente trovo assurdo adesso ritrovarmi la canna di una pistola spianata davanti agli occhi, proprio come mi sta accadendo. E non riesco neanche a prendere sul serio la logica con cui vengo affrontato, per cui ci sarebbero persone incarcerate che hanno trascorso chissà quanto tempo in più dietro le sbarre di quanto avrebbero dovuto, grazie alle mie semplici opinioni, o meglio, alle mie osservazioni distratte davanti a un giornalista. Sorrido, mi pare che niente di quanto stia accadendo sia realmente da prendere sul serio, e poi in questo momento non potrei proprio fare nulla per rimangiarmi le parole o i gesti con cui mi sono espresso nel passato. Chi mi parla però ha studiato a lungo i miei comportamenti, sapeva di trovarmi da solo oggi in casa mia, ed ha approfittato di questo momento per mettere a punto una giustizia personale che ha maturato nell’arco di chissà quanti anni dentro la sua mente. “Va bene”, dico allora; “Non ho niente da riferire a mia discolpa; se non che adesso ormai sono soltanto un vecchio, lontano dalle istituzioni, e non sono più neppure in grado di fare grossi sbagli”.

 

            Bruno Magnolfi 

domenica 30 agosto 2020

Altro non so.

           

 

            Potrei lasciare tutti di stucco, se solo ne avessi la voglia. Mostrare la mia vera natura, urlare sulla faccia dei miei conoscenti che li ho solamente sopportati fino a questo momento, e che da adesso in avanti sentendomi stufo delle loro maniere di comportarsi, sarei in procinto di decidere a staccarmi da tutti quanti quelli che mi girano attorno, e proseguire per conto mio, senza più ascoltare i consigli di chiunque mi conosca, come fino ad oggi ho sempre fatto. Mi prende la rabbia anche se sono da solo quando penso tutto questo, non so bene neanche perché, però mi sembra di essere sempre stato trattato da questa gente con grande superficialità, come se non contassi un bel niente, anche se in seguito il malumore mi passa, ed allora con le mani dentro le tasche torno a farmi vedere come sempre tra le panchine in mezzo alla piazza, davanti al palazzo comunale del paese, per riprendere come se ne niente fosse le chiacchierate di tutti i giorni. Vorrei soltanto che tutti sapessero che potrei benissimo fare a meno di loro, che non ho affatto bisogno di starmene lì insieme a tutti per sapere che sono qualcuno, e che se sopporto ancora la situazione è soltanto perché sono socievole, aperto al dialogo, una persona perbene, ecco.

            Mi battono una mano sopra la spalla, mi chiedono come vadano le cose, qualcuno beve una birra direttamente alla bottiglia mentre mi guarda, e poi dicono sempre che uno come me è proprio difficile da ritrovare, anche se subito si mettono a ridere, forse perché pensano di essere furbi, che io creda come niente alle cose che tutti quanti mi raccontano, senza invece rendersi conto che potrei tranquillamente fare a meno di loro, se solo volessi, e smettere di ritrovarmi sulla piazza del nostro paese a lasciarmi prendere in giro e ad alzare le spalle con sufficienza ogni volta che dicono qualcosa sopra il mio conto, perché non ci sto a prendere a male tutte quelle sciocchezze. Non mi interessano i loro discorsi, un giorno di questi potrei dirlo a tutti con voce alta e risentita, tanto per chiarire le cose, per far presente come sono fatto davvero, e che se fino ad oggi sono sempre stato allo scherzo è soltanto perché non mi piace alzare la voce, e litigare, o fare lo sguardo accigliato.

Poi mi metto da una parte senza dire nulla, ascolto senza troppo interesse qualcuno che dice delle cose poco sensate, ed avrei quasi voglia di andarmene, se solo sapessi cosa fare in un giorno come questo. Sto da solo seduto, guardo qualcosa per terra tanto per fare, e lascio che tutti proseguano a parlare e a ridere come sempre hanno fatto. Alla fine viene uno e si siede vicino. Dice che non devo ascoltare nessun altro, mostrarmi superiore a quello che insinuano tutti, perché più me la prendo e maggiore è la loro soddisfazione. A questo gli dico che non mi interessa un bel niente di tanti discorsi, e neanche delle maniere che hanno tutti di comportarsi con me, però se uno di questi giorni mi sentirò stanco di questi atteggiamenti che devo sopportare, allora sarà quello il momento in cui tutti dovranno rendersi conto che so anche essere deciso e cattivo, non soltanto arrendevole e bravo, ed è per questo che devono stare un po’ attenti, perché la pazienza che ho sempre avuto con tutti può anche finire. Quello mi dice che ho proprio ragione, e che forse è questo il momento migliore per farmi portare rispetto, e che magari basta anche poco, una parola detta per bene, un cenno di sfida e tutto appare subito già sistemato.

Così mi alzo dalla panchina, urlo che sono stanco, la devono finire di comportarsi con me come con un rimbambito, e tutti si fanno seri e mi guardano. Però passa un attimo, qualche secondo appena, e alla fine tutti si mettono a ridere, ed io me ne vado, che tanto quello che avevo da dire l’ho bell’e spiegato, ed adesso non c’è da aggiungere altro. Poi quando sono da solo mi viene voglia di piangere, forse soltanto per l’agitazione, ma intanto ho fatto tutto ciò che potevo, altro non so.

 

Bruno Magnolfi

 

lunedì 24 agosto 2020

Consiglio decisivo.

 

          

 

            Non c’è anima viva qua attorno, così mi siedo anche stasera su questa grossa pietra che sporge dalla terra fatta di stoppie e di pruni, e poi resto qui, a guardare attorno questa campagna così assetata d’acqua nella stagione corrente, ed il cielo là in fondo quasi bianco di caldo e di sole. Non so proprio cosa io debba fare, non so decidere niente: forse riprendere il viottolo che mi riporta indietro, fino alle prime abitazioni del paese dove abito; oppure restare ancora qui, a sperdermi su questa terra arsa, priva di tutto, senza trovare dentro di me alcun motivo valido che in qualche modo mi indichi la cosa più importante di cui preoccuparmi. Immagino, come tante altre volte ho già fatto, la collina verde chiaro poco più avanti come un luogo finale a cui dedicarsi: coltivare del grano, mettere a dimora le piantagioni, oppure seminare erba medica e foraggio per il pascolo degli animali da tenere di notte dentro una stalla, una costruzione di legno che potrei fare con le mie mani. Non so come potrebbe essere la mia vita, se soltanto trovassi il coraggio o una ragione che ne definisse i contorni, piuttosto che continuare soltanto a mandare avanti i miei piedi, un passo di seguito all’altro, senza mai fare niente, senza preoccuparmi di nulla, attingendo tutto ciò che mi serve soltanto da quei pochi soldi ed il terreno che i miei genitori mi hanno lasciato.

            Abito da solo una piccola casa di pietra, e giù in  paese più o meno mi conoscono tutti, anche se difficilmente qualcuno di loro mi rivolge anche semplicemente una sola parola. Non sono violento, e neppure sgarbato: sono solamente uno a cui piace il silenzio, starsene a lungo per i fatti propri, volgere lo sguardo sempre più avanti, mai dentro gli occhi di una persona che sta guardando nei miei. In tutti questi anni non ho trovato ancora una ragione efficace per fare qualcosa, però proseguo ad osservare tutte le volte che posso questa collina deserta, con il dorso pulito, senza un bel niente là sopra, oltre qualche sterpaglia, come una carta sbiancata su cui poter lasciare un segno qualsiasi. Le giornate si sono accorciate, il tramonto si fa avanti più in fretta da qualche tempo, ed allora devo tornare purtroppo sopra i miei passi, e percorrere tutto il sentiero tortuoso prima di rientrare in paese, anche se non ne sento la voglia, quasi che qualcosa tra quelle case mi respingesse, magari forzando la mia volontà per incoraggiarmi ad andarmene via, chissà dove, lontano da questi paraggi, senza guardarmi più addietro, come non ci fossi mai stato da queste parti.

            Poi penso che in fondo siamo tutti così, persi dietro a pensieri del genere, lasciando bastare in qualche occasione le poche cose che ciascuno ha messo da parte. Però io non ho niente, nessun bene caro, neppure dei ricordi che valga la pena di essere riportati alla mente. C’è soltanto questa collina che spesso mi chiama, mi parla, chiede alle mie povere ossa di starmene qui, su questa pietra, seduto, a parlarle, come se già solo questo fosse sufficiente per sentirsi più realizzati, quasi non ci fosse bisogno di altro per avere dentro se stessi la forza di affrontare le cose.  Infine rientro in paese, lentamente, un passo dietro quell'altro, affrontando la poca gente dentro la piazza e davanti ad un’osteria, con qualche tavolo fuori, come se fossero tutti semplici estranei, persone che non ho neppure mai visto, e non ingenerassero in me alcuna curiosità. Invece stasera mi fermo, osservo una sedia, mi sistemo ad un tavolo, dove un paio di paesani condividono un quarto di vino.

"A cosa serve stare qui", chiedo loro, "se non a raccogliere dei segnali, fare proprie certe iniziative, valutare i pensieri degli altri, sempre che siano sinceri, meditati, positivi". Loro mi guardano senza rispondere niente, attendono ancora un momento, poi chiedono se abbia voglia per caso di bere con loro. "Va bene", rispondo, "in fondo non c'è niente di male". Sorseggio quel vino, osservo qualcosa in fondo alla strada, poi torno ad alzarmi; ringrazio per la loro ospitalità e quindi me ne vado, consapevole di qualcosa di più. Andrò sulla collina domani, rifletto; e poi rimarrò a lungo là sopra, a lasciare che la terra per un’ultima volta mi parli e mi dia il suo consiglio.

 

Bruno Magnolfi

giovedì 20 agosto 2020

Filo di voce.

 

        

 

            Io sono soltanto un rumore qualsiasi nella città, un elemento volatile, del pulviscolo impalpabile; per questo nessuno mi nota quando me ne vado in giro non so neanche io verso dove: un niente completo che vaga senza neppure una ragione vera per tirare avanti, ecco chi sono. Eppure mi disinteresso completamente dei modelli che riempiono le giornate di tutti gli altri che vedo di fronte a me: non ho più neppure bisogno di qualcosa in cui credere, mi basta sapere che non avrei mai il coraggio di fare delle scelte importanti, così lascio che le cose scorrano in autonomia, senza mai preoccuparmene, senza cercare una svolta nel corso del tempo che continuamente mi insegue. Lavoro dentro una radio, porto avanti una trasmissione notturna che probabilmente nessuno vorrebbe curare al mio posto. Entro già tardi la sera dentro al piccolo studio con la testa quasi sempre svuotata di qualsiasi pensiero, mi siedo, aspetto, lascio che il tecnico di là dal vetro insonorizzante mi faccia il solito cenno, poi attacco io a parlare, senza sapere in precedenza di quali argomenti. Dicono che ci sia un numero fisso di affezionati che mi segue ogni notte, ed è per loro che vado avanti, anche se non saprei proprio chi potrebbero mai essere.    

Dico delle cose che spesso non hanno né capo né coda, delle riflessioni confuse che non portano mai da alcuna parte, ma che mi escono dall’apparato laringeo con calma, quasi autonomamente, in mezzo a delle pause silenziose, flautate dalla mia voce bisbigliante, un po’ rauca, senza mai alcun accento. Riassumo quello che leggo sui libri, o ciò che gli altri mi dicono durante il giorno, magari mentre acquisto del pane, oppure quando mi fermo dentro un locale a bere una birra. Tutti hanno voglia di parlare di tutto, ed io spesso li ascolto, incamero le loro maniere di esprimersi, i verbi che usano, i soggetti a cui danno credito. Quando poi la notte è il mio turno, ogni dettaglio davanti al microfono si dilata, e allora dico: “possiamo tutti stare tranquilli;  non succederà niente che non sia stato già ampiamente previsto. (…). Possiamo lasciare che le cose corrano ancora per proprio conto, senza mettersi in mezzo, senza opporsi all’andamento normale pianificato”. Qualcuno mi ha detto che dietro alle mie parole c’è quasi un’aura di ribellione, una spinta a coalizzare le forze per rovesciare quanto ci è stato fornito fino ad oggi. Non lo so, non ho una vera opinione a riguardo, mi basta avere il microfono davanti a me per dire qualcosa.

Sembra che qualcuno abbia iniziato a registrare da casa quello che dico, e quando fa giorno a sbobinare con calma ogni parola, ogni frase che pronuncio di notte. Altri vogliono addirittura farne un libro, una serie di precetti messi in fila che indichino a tutti qualcosa che a me sinceramente continua a sfuggire. Ma sono sicuro che alla fine non si darà importanza a nessuna iniziativa di questo genere, perché è giusto così, non c’è alcun bisogno di enfatizzare quanto volteggia sulle onde radio soltanto per riempire qualche vuoto. Il tecnico del suono che fa girare la musica ogni volta che mi prendo una pausa, certe volte mi tratta come se fossi un filosofo della quotidianità, uno capace di leggere negli occhi degli altri le dottrine da cui sono incantati tutti quanti, anche se poi non si rivolge mai a me direttamente, se non per dettagli di natura pratica. Quando me ne vado dagli studi radiofonici so di aver fatto quanto dovevo, né più né meno, senza sentirmi mai soddisfatto, ma neppure provando grandi sentimenti di delusione.   

Forse lascerò la radio uno di questi giorni; magari lo farò in un momento in cui il mio pessimismo mostrerà una forza maggiore. Troverò un lavoro vero magari, qualcosa che mi avvicini di più agli altri e non mi faccia sentire sempre senza collegamenti. Adesso non sono proprio nessuno, esattamente un bel niente; soltanto un filo di voce che farfuglia delle sciocchezze alle orecchie di chi ormai è già pieno, anche più che me stesso, di questa realtà.  

 

Bruno Magnolfi

sabato 15 agosto 2020

Via, dicendo qualcosa.

 

        

 

            Guardo la fila degli alberi dalla finestra, la strada polverosa che sparisce dopo la curva, le poche persone che transitano da queste parti, i pochi negozi che si aprono lungo il caseggiato, ed io sto fermo, con il naso sul vetro, e mi pare che tutto sia immobile, senza alcuna necessità di variazioni. Riconosco la mia vicina di casa mentre parla con una conoscente agitando le braccia, un’auto rallenta e si accosta subito al marciapiede, scende una persona, sorride, entra dentro un portone, per un attimo spariscono tutti, poi si intravede altra gente che arriva e poi si saluta, ma qualcuno va via, altri restano a perdere tempo, ognuno ha una maschera pubblica, sicuramente rimovibile in fretta al bisogno, senza problemi. Mi allontano con calma dalla finestra, ascolto l’eco dei discorsi di tutta la gente che in fretta si sono dispersi nell’aria, come fumo nel vento, e poi indosso la giacca, come fanno gli altri quando si preparano ad uscire, ma poi mi siedo, non ne ho alcuna voglia penso, resto qui, nessuno mi cerca, non ho niente da raccontare ai miei concittadini.

            Poi giro per casa, mi accendo una sigaretta, predispongo qualcosa per la mia cena solitaria, scelgo tra i miei gusti quali siano quelli più adatti a questa giornata, e via dicendo, senza mai fermarmi a riflettere troppo, senza sviscerare troppo i dettagli, compiendo della azioni meccaniche, che non richiedono impegno, nessuna preoccupazione a cui dare spazio. Suonano alla porta, non ho alcuna voglia di aprire, potrei fingere di non essere in casa, potrei nascondermi con  attenzione, senza provocare alcun rumore, potrei spiegare in seguito di non essere stato bene, e via dicendo, come se non avessi bisogno di niente, tantomeno essere disturbato da chissà chi. Insistono, perciò entro nel bagno, mi siedo sul bordo della mia piccola vasca, aspetto, chiunque sia sul pianerottolo si stancherà di reclamare la mia presenza alla porta, forse sarà soltanto un venditore ambulante che vuole proporre chissà quale articolo, o uno dei distributori di giornali della sinistra, a cui una volta feci un’offerta, per cui adesso non mi mollano più, mi braccano, e via dicendo, perché sanno che con qualche insistenza otterranno sempre qualcosa da me.  

            Silenzio, mi decido ad aprire per vedere se abbiano lasciato un opuscolo o qualcosa alla porta, ed invece è la mia vicina di casa che è rimasta lì tutto il tempo solo per aspettarmi: “ero in bagno”, le fo, e lei sorride, muove le braccia come fa sempre e dice che ci sarà una riunione di condominio fra qualche giorno, e c’è la necessità che io sia presente, che dia il mio parere, e via dicendo, per cui devo per forza farmi vivo, non come sempre, quando firmo la delega a qualcuno e mi disinteresso di tutto, perché c’è da prendere delle decisioni importanti, mi fa, e non si può certo tirarsi indietro in questo momento. Annuisco, cerco di dire che farò senz’altro ciò che mi chiede, non c’è proprio alcun dubbio, perché capisco anche io quali siano le cose importanti, e via dicendo indietreggio leggermente nel mio appartamento perché la mia vicina muove ancora le braccia, e in questo momento mi sento poco protetto da quei suoi modi di fare. Va via, mi dà un foglio con la richiesta ufficiale della riunione, con la data, il luogo e anche l’ora, ed io lo osservo un momento poi lo appoggio su un mobile, ed infine torno nel bagno per sedermi di nuovo sul bordo della vasca, come per riprendere i pensieri interrotti, e via dicendo reso un po’ lì senza che niente succeda.

            Infine torno alla mia finestra, per incollare il naso sul vetro, tanto gli alberi sono ancora lungo la medesima fila, e le poche persone che girano su e giù per la strada polverosa si lanciano grandi sorrisi che io non riesco mai a lanciare nella loro stessa maniera, rimanendo sempre con la stessa espressione quando giro per strada, e via dicendo proseguo a fare le cose di sempre, senza farmi interrompere. Sbaglio, ne sono sicuro, però mi sento di essere in questa maniera, proprio così come sono, e via dicendo lascio che tutto prosegua nel compiere gli stessi identici percorsi, nonostante io pensi che un giorno di questi qualcosa di grosso sia destinato a cambiare.

 

            Bruno Magnolfi