sabato 31 maggio 2025

Trascorrere del tempo.


            Aldo Ferretti è un tipo taciturno, ombroso, in qualsiasi situazione sempre con la faccia seria, a meno che non beva un bicchiere o due insieme agli amici giù all’osteria, dove in genere fa una sosta non troppo lunga prima di rientrare a casa sua poco prima dell’ora di cena. Le sue mani sono sempre scure, macchiate, certe volte anche unte di grasso, ed anche se le lava a lungo nel lavabo della sua officina, non tornano mai del colore naturale della carnagione. Lui ripara le macchine, cambia l’olio al motore, si prodiga a riparare tutto quello che per usura è destinato a rompersi, e nel paese chiunque possieda un’automobile, di qualsiasi marca essa sia, prima o dopo fa un salto da lui. Certe volte si ritrova anche a pulire gli iniettori del motore di qualche macchina agricola, o a fare delle semplici saldature sui sostegni di un carro, di un erpice, o anche di un vomero, anche se ciò che più lo appassiona è mettere a punto e a regime qualche motore un po’ scarburato, oppure andato completamente fuori di sintonia, tanto da farsi dire da qualcuno, in modo leggermente ironico, che solo lui in paese possiede delle preziose mani d’oro. Lavora, si rende utile per gli altri, trova comunque impossibile e deplorevole che ci siano delle persone che si disinteressano dei piccoli problemi dei propri concittadini, e che vivono nel proprio egoismo senza trovare la maniera migliore per rendersi utili. Per questo Aldo quasi non sopporta quel Toni Boi, suo cognato; perché lui sta a rimorchio degli altri, e mette in tavola i propri problemi senza contribuire mai a qualche soluzione.  

            Naturalmente tutti lo conoscono, qualcuno passa anche dalla sua officina solo per fare due chiacchiere, anche se Aldo Ferretti ascolta gli altri mentre lavora, ma difficilmente trova qualcosa da dire a sua volta. Le sue parole concrete sono le cose che compie, ciò che riesce a riparare o a mettere a punto, il resto secondo lui è soltanto un po’ d’aria di gola. Anche quando si ferma a fine orario nella solita bettola, certe volte con indosso ancora la sua tuta da lavoro, si beve un sorso di vino rosso in piedi al bancone e intanto ascolta chi sta dicendo qualcosa, come se quella fosse la sua naturale fonte di informazioni su come vanno le cose là attorno. Molto spesso qualcuno paga per lui la sua bevuta, ma per Aldo non fa differenza: lui tratta gli altri tutti alla stessa maniera, senza piegarsi a ringraziamenti o a comportamenti di favore nel momento in cui rimette il conto finale di qualche intervento compiuto sulla macchina di uno oppure di un altro. Se poi qualche sventurato che non segue troppo gli eventi del proprio paese gli chiede qualcosa su Toni Boi, lui non risponde, lascia che l’argomento decada, che ogni domanda trovi la propria risposta in colui che l’ha appena formulata. Se invece, mentre si trova nella piazzetta del paese ad ascoltare qualcuno, è proprio quel Toni Boi che si avvicina al gruppetto, allora, senza dire niente a nessuno, è subito pronto ad andarsene.  

            Non intende avere qualcosa a che fare con suo cognato, pur riconoscendo i suoi gravi problemi mentali; tuttavia, crede che in lui non esista un benché minimo briciolo di buon senso. Si lascia accudire, si accontenta della minestra che gli viene passata in una casa non sua, se ne sta da solo ogni sera nella propria stanzetta, semplicemente a sfogliare qualcuno dei suoi libri, e poi trascorre tutta la giornata girellando per le strade del paese senza combinare niente di niente. Secondo il suo parere è soltanto un parassita, considerando che di cervello ne avrebbe, e se solo volesse, potrebbe tranquillamente trovare un’occupazione leggera che lo riabiliti agi occhi di tutti i cittadini che lo conoscono. I libri a cui si dimostra tanto affezionato, poi, sono quelli che aveva collezionato quando era viva sua madre, che non gli faceva mancare mai niente, compresi quegli inutili volumi che adesso servono soltanto ad ingombrare l’appartamento in cui viene ospitato. La moglie di Aldo non vuole sentire suo marito quando dice qualcosa su suo fratello: sono stati piccoli assieme, loro due, hanno spartito una vita semplice da bambini, poi, quando lei si è sposata, lui è rimasto con la loro madre che intanto invecchiava, ed anche se Antonio fingeva di occuparsi di lei e di far funzionare la casa, in realtà aveva già cominciato a dare dei segni di scarso equilibrio mentale.

            Quando la loro madre è morta, a lui è venuto a mancare il fulcro attorno a cui girava tutta la propria giornata, ed anche se il suo più grande rifugio in quel momento era rimasto lo sprofondarsi nella lettura e nella consultazione di tutti quei libri che la mamma gli aveva permesso di comprare e ordinare a dozzine, ugualmente la sua mente non era riuscita a spingersi avanti e a superare quel lutto. Per questo, in considerazione di tutto, sua sorella si era vista costretta a rivolgersi a quella clinica dove Antonio, in periodi diversi e vicini tra loro, aveva trascorso proprio un sacco di tempo.     

 

            Bruno Magnolfi

giovedì 29 maggio 2025

Opinione precisa.


            Spesso, noi del paese, ci fermiamo a parlare, o a discutere, insomma a dire la nostra, lì in piedi, subito fuori dall’osteria dove si gioca a carte e si beve qualcosa, e quasi sempre, mentre stiamo davanti al locale, ma senza dare noia a nessuno, e siamo tutti impegnati a dire le cose così come le pensiamo e come ci escono dalla bocca, ecco che arriva immancabilmente Toni Boi, come lo abbiamo soprannominato, che ci interrompe con i suoi urli e quegli strepiti quasi insensati. Da ragazzo era uno qualsiasi, Antonio si chiama, uno di noi, che stava forse sempre un po’ troppo attaccato alla gonna di sua madre, e non veniva mai a giocare con gli altri ragazzi della sua età, e tutti si pensava che fosse timido, che non avesse l’indole o il coraggio per buttarsi un po’ in fuori e mostrare davvero come era fatto. Non ci siamo mai preoccupati per lui, neppure un pochino, perché non dava l’impressione di essere uno diverso da tutti, uno che si sarebbe dimostrato quello che è oggi, un mezzo pazzo, una persona ormai adulta che non serve a niente e a nessuno, ed è solo capace di dare noia ai suoi concittadini. Già, perché Toni Boi ci viene vicino, in silenzio, si accosta al nostro gruppetto mentre siamo intenti a parlare di qualcosa e a scambiarci le nostre opinioni, e poi comincia ad urlare.

            Qualche volta l’ho tirato da una parte, gli ho chiesto: <<Ma che c’è? Cos’è che non ti va bene in quello che stiamo dicendo? Perché ci interrompi con i tuoi strepiti che non servono a niente?>>, ma lui non risponde in questi casi, anche se, quando si calma, spiega con poche parole che in pratica stiamo tutti sbagliando comportamento, e che l’unica maniera per salvarci da questa rotta di collisione quasi inevitabile per tutti quanti, è cercare di cambiare, e sforzarsi per essere migliori, magari abbandonando le proprie opinioni, e per far questo dobbiamo imparare ad essere critici, sia con noi stessi, che con tutti gli altri. Noi non sappiamo dove abbia imparato questi concetti, ma quelle volte che si mette a spiegarci le sue opinioni restiamo quasi sbalorditi, anche se naturalmente non possiamo essere d’accordo con lui. E poi preferiamo di gran lunga prenderlo in giro, battergli una mano su una spalla e chiedergli con ironia se in questo tratto di strada abbia trovato molte persone che si cono mostrate all’improvviso convinte delle idee che lui professa.

            Ma Toni Boi non ride, non riesce ad avere lo spirito che potremmo credere di instillargli; prende tutto sul serio, ci osserva solo di sfuggita con i suoi occhi sempre senza un punto preciso verso dove posare lo sguardo, e poi ripete la sua teoria: l’autocritica, il migliorarsi, la salvezza per il mondo, tutte cose che ormai abbiamo imparato a memoria dalla sua voce. Sappiamo tutti che da quando è morta sua madre lui non c’è più stato con la testa, e sappiamo pure che ha trascorso dei lunghi periodi in una clinica psichiatrica, dove purtroppo gli specialisti non riuscivano a fargli ritrovare un po’ di equilibrio mentale. Qualcuno tra di noi ha ancora paura dei suoi urli e delle sue sfuriate, ma in generale tutti si sono resi conto che non è affatto pericoloso, perché è soltanto fissato su certi argomenti, e secondo il suo parere tutti dovremo presto fare i conti con quello che afferma. Noi però non gli crediamo, alziamo le spalle e tiriamo avanti, facciamo dei sorrisetti di compatimento quando parla, oppure continuiamo a parlare tra noi, ma le sue parole difficilmente sono buttate là a caso, si sente benissimo che hanno un proprio senso, una base, quasi una filosofia che le sostiene.

            <<Non ci interessa migliorare>>, gli dice certe volte qualcuno di noi per stuzzicarlo. <<Potremo stare qui per anni a parlare e a discutere, dando dimostrazione di una cosa oppure dell’altra, portando degli esempi e richiamando alla mente fatti e situazioni già accadute nel passato o poco fa, ed ognuno alla fine rimarrebbe comunque della stessa opinione che aveva avuto fino ad un attimo fa, senza cambiare mai di una virgola>>. Si fa silenzio. <<Il fatto più importante di tutti>>, si cerca di spiegargli, <<è che ci sono sempre delle ragioni di fondo per cui una persona ha un’opinione sul mondo invece di un’altra, ed è impossibile che usando delle semplici parole si possa adesso scardinare quel proprio modo di vedere le cose>>. Toni Boi resta ancora in silenzio; ci guarda con quella sua maniera nervosa di girare gli occhi da ogni parte, poi si allontana di un passo, prende fiato, muove le braccia, e alla fine si mette ad urlare, come se gli avessimo detto che non c’è niente da fare, che nessuno potrà cambiare mai il proprio stato, e che l’unica maniera di stare al mondo è quella di adattarsi a quello che offre. Se ne va, senza salutare, come fa sempre, immerso nelle sue idee, nei suoi pensieri, nella sua strana capacità di osservare le cose e di farsene una sua precisa opinione.  

 

            Bruno Magnolfi

martedì 27 maggio 2025

Pensiamo all'attualità.


            Torno a casa mia. Cioè, a casa di mia sorella e di suo marito. Da quando sono uscito dalla clinica psichiatrica loro hanno preparato una stanzetta per me nel loro appartamento, ed io vado lì a dormire ogni sera, anche se durante il giorno spesso sono in giro ad ascoltare le persone che incontro. Non so quanto tempo sono rimasto nella clinica, credo parecchio, visto che in quel periodo sono successe un sacco di cose. Prima avevo una casa dove abitavo con mia madre. Ma lei si è ammalata di tumore al polmone, e nel giro di poco tempo se n’è andata, così io ho perso molto del mio equilibrio, e mia sorella mi ha fatto curare da alcuni specialisti in un ospedale di cui adesso non ricordo quasi nulla, neppure il nome. Comunque, prima dell’ora di cena torno sempre da mia sorella. Lei non parla mai di mia madre quando ci sono io in giro, probabilmente per la paura che solo a sentirla nominare a me prenda di nuovo una crisi, e anche tutte le fotografie della famiglia, che un tempo erano in bella vista sopra il ripiano di una cassettiera, sono improvvisamente sparite. Non ha importanza, credo, io quando sono nell’appartamento di mia sorella sto sempre per conto mio, in silenzio, spesso nella mia stanzetta. Mia sorella è capace di usare piccole dosi di autocritica, e quindi correggere i propri comportamenti, come nel caso delle fotografie e cose del genere. Suo marito no. Lui forse neppure mi sopporta, anche se intasca volentieri la mia piccola pensione di invalidità.

            <<Potrebbe anche lavorare, no?>>, dice certe volte a mia sorella con una voce sufficientemente alta da farsi sentire anche da me. A me sinceramente piacerebbe stare in un posto dove poter dare delle indicazioni alle persone che cercano un certo ufficio oppure che hanno da far sistemare una pratica. Ma mia sorella dice che è presto, dobbiamo aspettare che gli specialisti diano una loro risposta positiva su questa faccenda. Ed io sto in silenzio, e in casa non mi occupo praticamente di niente, più che altro per paura di sbagliare. Quando vado in giro sorrido a parecchi tra coloro che incontro, e certe volte mi lascio coinvolgere in qualche gruppetto dove stanno fermi a parlare e a discutere di qualche argomento. E quando qualcosa non mi sembra stia andando per il verso migliore, allora urlo. In molti mi conoscono, almeno di vista, sanno chi sono, e certe volte hanno già sentito la mia teoria sul possibile miglioramento del genere umano tramite la pulizia interiore dai pensieri e dai sentimenti peggiori. <<Tutti, dobbiamo impegnarci>>, dico urlando certe volte. <<Spurghiamoci da questo bisogno irrazionale di violenza>>, ripeto senza attendere neppure che qualcuno dica che è giusto quello che affermo, oppure no. Poi me ne vado, lascio alle mie spalle la mia opinione, il mio metodo per correggere poco per volta tutte le brutture che appaiono sempre più spesso, anche se sono quasi sicuro che nessuno mi prenderà troppo sul serio.

            Difficilmente mi capita di ridere. Certe volte qualcuno che incontro si mette a fare lo spiritoso e a girare verso di me delle battute poco edificanti sulle donne, oppure sulla miseria che opprime certe persone. Mi sembrano degli argomenti offensivi e privi di ogni significato, così neppure li prendo in considerazione. Non urlo, in questi casi, non lascio a nessuno la soddisfazione di farmi cadere in dei tranelli che non portano da alcuna parte. Mi volto e ignoro risolutamente chi cerca di dire cose del genere. Siamo tutti in una stessa barca, penso spesso, e dobbiamo trovare la maniera migliore per far procedere le cose in modo da stare tutti assieme senza che a qualcuno capiti di cadere al di fuori del bordo. Quando vado a fare i controlli periodici sulla mia salute, i medici si meravigliano sempre delle mie capacità di essere lucido e pronto con opinioni di questo genere. Ma certo, penso io, ho passato un lungo periodo di depressione, di incapacità a tirarmi fuori da quel grumo di pensieri negativi e pessimisti che non mi lasciavano procedere, ma poi ho recuperato, ed anche se non mi giudicano ancora abile per lavorare e svolgere attività ordinarie, ciò non significa che io non abbia ripreso a riflettere sul mondo così come facevo quando ero un ragazzo e stavo con la mia mamma.

            Ma nella piccola città dove viviamo è difficile far comprendere una cosa del genere a degli individui che sanno scaldarsi soltanto quando c’è da far emergere la propria opinione. Non riescono a capire che tutto deriva dalla loro incapacità nel mettere in forse quelle proprie stesse opinioni. Non si deve essere convinti di qualcosa senza aprirsi alla critica e accettare il fatto che è possibile sbagliare. Perché è soltanto così che possiamo trovare la sintesi di tutte le differenze che si sono accumulate negli anni tra di noi. Credo che si potrebbe persino chiudere gli occhi per qualche momento e azzerare tutto, senza ripensare alla storia o riferirsi a dei personaggi che hanno agito e vissuto in epoche diverse dalla nostra. Pensiamo all’attualità, dico certe volte. E poi basta. 

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 26 maggio 2025

Non vogliono sentire.


            Qualche volta mi ritrovo ad urlare. Non perché desideri attirare l’attenzione su di me, quanto per segnalare agli altri la loro incapacità a correggere gli errori che compiono, come ad esempio vivere nella completa indifferenza di ciò da cui sono costantemente circondati. Mi interessa segnalare soprattutto il momento quando qualcuno si dimostra incapace di muovere una propria autocritica, perché credo che sia proprio così che le persone non migliorino mai, cioè evitando di analizzare i propri comportamenti e poi depurarli poco per volta da ciò che appare più deteriore. Spesso, perciò, quando mi accorgo che è esattamente ciò sta proprio capitando, allora urlo. Se mi dicessero che mi comporto sempre alla stessa maniera, sarei capace sicuramente di cambiare registro, di variare il mio atteggiamento, ma nessuno normalmente sembra neanche accorgersi dei miei segnali, e così tutto termina senza che avvenga effettivamente qualcosa di significativo. Va da sé che non ho molti amici. E le conoscenze che frequento ogni tanto non sono neppure sicuro che sia possibile considerarle delle vere amicizie. Anzi, se si esclude una vicina di casa con la quale mi fermo quando la incontro, ed il negoziante dei generi alimentari del mio quartiere, sempre in vena di spiritosaggini, non ho altre persone che di fatto si fermino a parlare con me e a chiedermi come vadano le cose. 

            Non ha molta importanza, il mondo deve migliorare, continuo a pensare, basta che ognuno riesca a comprendere cosa ci sia che non va nella propria giornata, quali siano gli aspetti da rivedere, i risvolti ai quali dare un deciso aggiornamento. Chi mi vede più spesso per strada, nel quartiere dove abito nella casa di mia sorella, ormai lo sa che a volte parlo da solo, e certe volte lo faccio a voce molto alta. Forse sorridono del mio comportamento, perché non si rendono conto che qualcuno deve pur prendersi la briga di segnalare le cose che non vanno per il verso giusto. Ad esempio, certe volte entro in una bettola poco distante da dove vivo, e lì ci trovo ogni volta dei tizi che parlano sempre di politica, come se fossero in grado solo parlandone di smuovere qualcosa negli alti vertici. Si scontrano, ognuno dice la propria, conservando la pretesa di essere dalla parte più giusta e di soffocare, con l’effluvio di parole che riescono a mettere insieme, l’opinione degli altri. Naturalmente dopo poco smettono, con la piena consapevolezza però che ognuno rimanga esattamente della stessa opinione di prima. Mi chiamano il matto, quando urlo verso di loro delle frasi a caso, quasi prive di senso, come imitando il loro comportamento, e poi però mi lasciano perdere.

            Non ci sarebbe bisogno di grandi discussioni, di chiacchiere continue sui soliti argomenti, e neanche di affidarsi a dei professionisti, e né di alcuna cura o medicina, vorrei dire a ciascuno, se solo si adottasse il mio metodo. Sarebbe sufficiente che ogni individuo svolgesse costantemente una sana e decisa autocritica su ciò che pensa, o che fa, o che crede più vero, o che addirittura si dimostra capace di sentire dentro di sé, per giungere facilmente ad un semplice progresso del proprio stato e anche di quello degli altri. Quando uscii dalla clinica psichiatrica, molti anni fa, provai a dirlo a tutti, a spiegare ad ogni persona che incontravo per strada come fosse facile questo metodo, ma nessuno a quei tempi mi prese mai troppo sul serio. Ma io rimango convinto di questo sistema, anche se riconosco sia molto più facile dichiararsi convinti di qualcosa e poi proseguire a mantenere costantemente la stessa opinione. Credo che lo scopo finale per tutti sia il progresso, il miglioramento delle condizioni di vita, la capacità di un mondo ottimista in grado di offrire a tutti le stesse opportunità, e di scartare poco per volta tutto ciò che appare assurdo e non utilizzabile.

Qualcuno nella solita bettola dice che queste sono solo utopie, e che tutto invariabilmente è destinato poco per volta a peggiorare, e prima o dopo saremo tutti costretti a rivivere anche gli incubi più terribili dell’umanità, e che l’unica cosa da fare è quella di prepararsi al peggio. Io non ci credo, sorrido quando sento quelle persone tra loro che parlano così. Ognuno deve migliorare sé stesso, penso; ognuno deve fare uno sforzo per rendersi più capace di accettare le idee altrui, e dare la possibilità di modificare quelle più sbagliate. Allora urlo. Prima cercano di calmarmi, di farmi smettere. Poi mi spingono lentamente fino alla porta, e quindi mi trascinano fuori, sulla strada, fuori da quella bettola, dove provoco meno fastidi. È tutto inutile penso, quello che cerco di spiegare è la pura verità. Queste persone dentro la bettola non vogliono sentirsi dire qualcosa da uno che è stato tanto tempo in una clinica psichiatrica, e allora mi rifiutano, mi mandano via, mi mettono in condizione di dare il meno fastidio possibile, ma in fondo vogliono solo che io faccia i miei urli sui loro comportamenti sbagliati da qualche altra parte, perché nessuno li vuole davvero sentire.

 

Bruno Magnolfi

domenica 13 ottobre 2024

Sarà finita.


            Fra qualche tempo avrò vent’anni, la testa sempre costantemente altrove, impegnata, dietro ad un’espressione della mia faccia sempre seria ed accigliata, a rincorrere pensieri spesso inconcludenti e irrealizzabili, e mio padre, via come sempre per tutta la settimana dietro al suo lavoro, mi chiede prima di partire per uno dei suoi lunghi giri all’estero a consegnare chissà cosa con quell’autotreno, di fare una visita in ospedale alla mia mamma, ormai ricoverata da diverso tempo. Mi sono tenuto in tutto questo periodo piuttosto alla larga da lei, come anche da mio padre, accampando impegni fasulli e altre cose di quel genere, ma adesso mio padre è stato così diretto nella sua richiesta che non sono stato capace di rispondere niente, se non di annuire e basta. Stamattina poi sono libero da tutto, quindi ho indossato i miei soliti vestiti, ed ho preso un mezzo pubblico che va a fermarsi al capolinea proprio davanti all’ingresso principale del Policlinico. So vagamente dove stia ricoverata la mia mamma, ci sono già venuto almeno una volta qua dentro al seguito di mio padre, e più o meno ricordo il reparto in cui lei dovrebbe trovarsi, anche se una volta entrato mi appare improvvisamente tutto identico, impersonale, senza alcun dettaglio di riferimento, ed alla fine devo tornare fino alla portineria per chiedere quale sia il corridoio giusto ed anche il numero di stanza.

            Entro, finalmente, e mi fermo quasi sulla porta: la mamma è là, immobile nel suo letto bianco. Resto in un angolo della stanza silenziosa dove si trovano altri tre degenti coricati, e nessuno di loro si interessa della mia presenza, tanto più che non è in vista neppure l’ombra di un medico o di un infermiere, lasciando così spaziare il mio sguardo in giro su ciò che più desidero. Dal pallore della carnagione di mia madre, immagino subito che lei sia la più grave in salute di tutta quella camera. Non mi avvicino, lei è priva di conoscenza: inutile che cerchi di darle qualche disturbo per farmi in qualche modo riconoscere. Le macchine che monitorano i parametri vitali accanto a lei ronzano regolarmente, e la flebo a cui è collegata rilascia, con una propria cadenza, qualche goccia di prodotto dentro al suo sistema vascolare. Vorrei pensare a lei, alla mia mamma, concentrandomi sul lontano periodo di quando ero piccolo, in quei momenti in cui lei cercava di instradarmi nel comportarmi in modo adeguato con i miei compagni della scuola materna e delle elementari, ma non trovo dentro di me adesso nessuna immagine particolare che mi faccia sentire solidale con i suoi tormenti, con la sua battaglia contro quel tumore che la sta divorando dall’interno. Non mi interessa quanto tempo dovrò trascorrere qui, rifletto senza alcuna razionalità: attenderò che mia mamma torni a svegliarsi, che riacquisti tutta la propria coscienza, che mi riconosca, che dica con voce flebile che le fa piacere che io sia qui, davanti a lei, e che io sia ancora suo figlio, quello che lei ha cercato di allevare al meglio che le era stato possibile, forse anche sbagliando in alcuni suoi comportamenti, però cercando sempre di incoraggiare le mie deboli possibilità.  

            Lei non si muove, accetta remissiva la situazione a cui è sottoposta, ed anche quando le macchine iniziano a segnalare che qualcosa non sta più andando come dovrebbe, la mamma resta immobile, senza combattere alcuna battaglia per la crisi che sta iniziando dentro sé. Non passa molto tempo, giungono gli infermieri, qualche medico, mi fanno uscire immediatamente, vedo dallo spiraglio della porta che stendono alcuni paraventi intorno al suo letto, in modo da effettuare tutte quelle manovre per ristabilire rapidamente i valori che sembrano sballare. È una corsa con il tempo, tutti sembrano nervosi, seri, preoccupati, ed io pur comprendendo perfettamente che cosa stia accadendo, non riesco a rassegnarmi a questo finale che mi si prospetta. Le cose vanno per le lunghe, passa un’ora, non accade niente di speciale, nessuno si prende la briga di informarmi mentre attendo quell’esito inevitabile che mi pare ormai impellente, anche se ogni tanto, nel corridoio dove mi trovo, chiudo gli occhi come per dare a me stesso la spiegazione che è tutto solo un difficile momento, che tutto passerà, che tutto tornerà ad essere com’era, che non ci sarà davvero un prima e un dopo, che non mi sentirò solo tra non molto, senza questo cardine della mia esistenza; e poi penso pure che non devo essere egoista, che non devo pensare a me, oppure a quello che deriverà da tutto questo, e che è lei che sta combattendo questa battaglia, e che io devo soltanto essere adesso insieme alla mia mamma, darle forza, anche se neppure sa che sono qui, vicino a lei, che resto qui imperterrito ad assistere a tutto ciò che sta accadendo davanti a me.

            Poi esce il medico di turno dalla stanza, dice che è dispiaciuto, che è accaduto tutto quanto in fretta, che probabilmente il suo corpo era minato anche più di quello che era stato immaginato. Annuisco, resto attonito nel corridoio mentre tutti sistemano le cose; dovrò telefonare a mio padre, tra pochissimo, dirgli qualcosa di esauriente, che sono stato qui per tutto il tempo, e poi sarà finita.

 

            Bruno Magnolfi  

mercoledì 9 ottobre 2024

Storia d'amore.


            Sono sempre state dentro di me, le ombre, adesso ne sono più che sicuro, ed hanno percorso autonomamente tutto questo tempo, da quando ero un bambino introverso che frequentava la scuola elementare di via delle Matite, fino ad adesso che ho superato ormai da un pezzo la mezza età, e faccio i conti con quello che sono diventato, senza quasi chiedermi più niente. Mi hanno sempre accompagnato, senza che io ne avessi neppure troppa consapevolezza, come se fossero una parte di me, ma anche restando allo stesso tempo delle figure a me completamente estranee, proprio come avviene spesso con i ritagli casuali della memoria di chiunque. Forse, certe volte, le ho addirittura evocate, mi sono lasciato cullare dalla loro presenza, oppure le ho scacciate come entità a me proprio sgradite, ma in ogni caso non posso certo dire che non mi siano state sempre accanto, come un bagaglio personale e intimo a cui è impossibile rinunciare. Forse è stata Marta all’improvviso a dare un senso ai miei ricordi. E con lei le ombre hanno ripreso a muoversi continuamente, proponendo nuovi punti di vista, nuove consapevolezze, e forse anche qualche smentita clamorosa delle mie vaghe convinzioni. In questo momento è a lei che sento di dovermi riferire, magari per trovare il bandolo di questa matassa che non sembra facilmente districabile.

            So dove abita, lo ricordo bene, perciò in questa strana giornata, dopo aver dormito come sempre per l’intera mattina fino a tardi, dopo una notte di lavoro come portiere d’albergo, indosso rapidamente i miei vestiti di sempre, e poi esco a piedi, determinato ad andare fino a casa sua. Salgo le scale, busso alla porta, e lei mi apre, quasi non stesse aspettando nessun altro che me. Non dice niente, Marta, mi lascia entrare, mi offre due dita di vino rosso in un calice di vetro, e mi invita con un gesto a sedermi, forse affinché io possa esprimere con semplicità le mie convinzioni. Ma restiamo in silenzio, senza provare nessuno dei due la necessità di parlare. Stiamo così, per qualche minuto, fino a quando non mi rendo conto che la mia visita è insensata, non porta proprio a niente, perché sto soltanto perdendo del tempo, e Marta insieme a me. Così appoggio il bicchiere, mi alzo e vado verso la porta, disposto quasi ad andarmene senza neppure salutare, ma lei mi accompagna, come per una forma di ordinaria cortesia, e quando mi apre l’uscio dice soltanto: <<È inutile, le nostre solitudini non possono trovare un punto d’incontro. Siamo destinati a sfiorarsi, e dopo basta>>. Annuisco, come sempre, poi prendo le scale mentre lei chiude la porta alle mie spalle.

             Ma mentre scendo lentamente provo distintamente una maggiore leggerezza di quando sono salito, come se il solo tentativo già mi avesse messo a posto la coscienza, e non servisse nulla d’altro. Prendo lungo il marciapiede, mi fermo per fare degli acquisti di cose da mangiare, e infine giungo a casa mia con una busta piena di generi alimentari, quasi soddisfatto di quanto mi è accaduto. Abbiamo messo a punto una certezza, io e Marta, e questo è ciò che ha più importanza di ogni altra sensazione. Dobbiamo accontentarci, perché è questo che ci è toccato in dote, ed andare avanti in questo modo, senza tentare mai di sopraffare il nostro destino. Assaporo qualcosa, perdo il pomeriggio rimescolando i miei oggetti per mettere un po’ d’ordine, e poi mi cambio, indosso la divisa di portiere di notte, torno ad uscire per fermarmi nel piccolo locale già nei pressi dell’albergo, dove mi lascio servire un semplice caffè. Il cameriere mi guarda, forse si aspetta che io confessi qualche sciocchezza, come spesso capita, invece resto in silenzio, e lui da professionista navigato non insiste, capisce al volo che non è certo la serata giusta. Entro in albergo mentre al turno del ricevimento c’è ancora Clara, che mi guarda, mi dice qualcosa di alcuni clienti, mi indica i nomi dei nuovi arrivi, e poi di chi domani mattina molto presto dovrà andarsene, con i differenti orari della sveglia per tutti loro, ma infine rimango solo per qualche momento, e mi sembra di sentirmi bene, di essere a mio agio.

            Scorre come sempre tutta la serata, con dei clienti che vanno avanti e indietro, fino a quando l’albergo si inoltra nella notte, e ad un certo punto vedo Marta, di là dalla grande porta a vetri. Mi avvicino senza aprire, la osservo in silenzio e lei si lascia guardare mettendosi di fianco, girando su sé stessa, dandomi anche le spalle per un attimo. Poi ci avviciniamo ancora al vetro, ed appoggiando le nostre labbra sulla superficie trasparente ci lasciamo andare ad un lungo bacio, appassionato, irresistibile. Quindi Marta attende ancora un po’ là fuori, nel silenzio della notte, ed io proseguo a restare accanto alla vetrata. Quindi se ne va, ed io sono convinto adesso che questa sia stata la più bella storia d’amore che abbia mai vissuto.

 

            Bruno Magnolfi

lunedì 7 ottobre 2024

Per le altrui difficoltà.


            Ho notato che ci ha girato un po’ intorno, quando mi ha visto da solo lungo il corridoio delle elementari di via delle Matite, così mi ha chiesto come mi andavano ultimamente le cose con gli altri compagni, se con la maestra avevo trovato la maniera per andare più d’accordo, ed anche altre faccende del genere; ma infine è arrivato al punto che forse aveva in mente fin dall’inizio, il custode della scuola, lo stesso che con la sua spolverina azzurra certe volte si ferma a parlarmi, probabilmente per un moto di pena verso di me, o magari soltanto perché desidera alleviare la mia evidente solitudine. <<Non dovresti più portare le figurine dei calciatori con te, quando vieni a scuola>>, mi ha detto alla fine guardandomi diritto, mentre teneva la sua immancabile scopa tra le mani. <<Sarebbe molto meglio che le lasciassi a casa tua, in qualche cassetto, anche se sono solamente dei doppioni senza grande importanza>>. Ho pensato che sicuramente sapesse qualcosa in più di quel che potevo sapere io, e forse aveva anche sentito parlare qualche studente delle proprie intenzioni di sottrarmele, magari mentre c’era un compagno-complice a cercare di distrarre la mia attenzione. Ho annuito, come sempre quando Aldo trovandomi da solo mi propone dei consigli lungo i corridoi o davanti ai bagni per gli alunni. Certo, ha delle ragioni da vendere nel dirmi queste cose, anche se io ho già affrontato questo argomento con me stesso, ed ho deciso una volta per tutte che le figurine dei calciatori sono per me l’unico vantaggio che riesco ad avere nei confronti degli altri, la sola condizione per un eventuale beneficio, ed anche se a mostrarla con noncuranza mi lascia spesso piovere addosso le invidie di molti, alla fine è l’unica maniera che possiedo per farmi avvicinare da qualcuno.

            Quindi sono rientrato nella mia classe, mi sono seduto al banco senza fare troppo rumore, ed ho subito cercato di scomparire come sempre dalla visuale dei miei compagni. L’insegnante ha fatto una pausa, mi ha osservato per un attimo, poi ha detto forte il mio nome, quasi come fosse un’offesa. Ho sollevato lo sguardo, sono rimasto in attesa del seguito, assumendo l’espressione di chi si attende dei rimproveri, un brutto voto, una sgridata sonora, o anche di peggio. <<Qualcuno, mentre ero voltata verso la lavagna, credo abbia spostato qualcosa nel tuo banco>>, mi ha detto con determinazione, anche se io ho compreso immediatamente che questa frase non era rivolta direttamente a me, ma a quel qualcuno che aveva cercato di rovistare tra le mie figurine sistemate in buon ordine dentro la mia cartella. <<Non importa>>, ho detto allora a voce bassa; <<nel mio banco ci sono soltanto dei doppioni di alcune vecchie figurine per una raccolta neppure aggiornata, che oramai non servono proprio a nessuno>>. È seguito un silenzio di tomba, quasi avessi dato individualmente del cretino ad ognuno tra tutti coloro che avevano anche solo desiderato mettere le mani sulla mia collezione. Nessuno, ovviamente, si è voluto scoprire, e la maestra ha detto che il gesto compiuto dietro le sue spalle era in ogni caso deprecabile, e che ci sarebbero forzatamente state delle conseguenze.

            Nella pausa della ricreazione, in due o tre sono venuti davanti al mio banco per spiegarmi che quello accaduto era stato solo un banale scherzo, e che le mie figurine sarebbero ricomparse al proprio posto nello stesso momento in cui io fossi uscito per qualche minuto dalla classe per andarmene nel bagno. Ho sorriso, ed ho pensato che sarei stato comunque incolpato dai ragazzi di qualsiasi cosa, se solo la nostra insegnante avesse dato seguito alle minacce avanzate da dietro la sua cattedra, così sono uscito dall’aula, ho atteso il momento in cui la maestra è rientrata per riprendere il suo solito posto, ed avvicinandomi a lei le ho detto che non era successo niente, che le mie cose erano ancora al proprio posto, che non mi mancava proprio nulla, e che se avesse dato seguito alle sue intenzioni probabilmente qualcuno se la sarebbe presa solo con me. Lei mi ha guardato, mi ha detto con calma di sedermi al mio banco, poi ha fatto una tirata d’orecchi a tutti quanti, spiegando che ogni studente ha il diritto di comportarsi a scuola come meglio desidera, sempre che tutto questo non vada a ledere la libertà di qualcun altro. Ho annuito, ed ho pensato subito che Aldo avesse avuto piena ragione, ma ho riguardato, in un momento di pausa, le mie figurine, ed alla fine ho deciso di regalarle una per una ai miei compagni: così, prima di avviarci tutti verso l’uscita, ho distribuito i miei doppioni a coloro che desideravano averli, ed un paio di questi hanno addirittura detto: <<grazie>>, pur sottovoce.

            In fondo questo gesto non mi è costato un bel niente, ho pensato, e in questa maniera mi sono tolto da qualsiasi preoccupazione. E poi, magari, c’è qualcuno tra questi miei compagni di classe che  probabilmente non ha proprio i mezzi materiali per andare in cartoleria a comprare delle nuove bustine dei calciatori, perciò sono contento di fargli avere qualcosa, e a me in fondo fa veramente piacere rendermi solidale nei confronti delle sue poco evidenti difficoltà economiche.

 

            Bruno Magnolfi