martedì 23 aprile 2019

Stanotte ho incontrato Malcolm X.


         

            Vado in giro a piedi per la città insieme a due amici, Fausto M. e Claudio D., ma loro cercano di prendermi in giro per il mio atteggiamento sempre un po’ alternativo a tutto, così ridendo li prendo a spintoni per tentare di farli smettere, ma Fausto M. va a sbattere la testa su un muro lì accanto, e quindi crolla a terra. Intervengono due tizi che dicono sia meglio portarlo velocemente in ospedale, anche se a me non pare un caso così grave, ma dando retta a loro ci mettiamo tutti a correre insieme al ferito, ed in questo frangente si affiancano a noi due ragazzi di colore.
Come immaginavo, il malessere di Fausto M. non è grave, e tutto si risolve abbastanza in fretta, però a questo punto io sono stufo e lascio tutti lì, così me ne vado via insieme agli ultimi arrivati, i due ragazzi di colore, di cui uno dice di chiamarsi Malcolm. Gli spiego ridendo, mentre camminiamo, che io lo conosco bene, e che diomio, ho letto praticamente tutte le trascrizioni dei discorsi alla sua gente, anche se lui sostiene di non averne ancora pronunciato neanche uno, e poi soprattutto gli spiego che ho letteralmente divorato la sua autobiografia, uno dei libri più belli che io abbia mai avuto tra le mani. Lui però mi guarda stupito, perché è ancora troppo giovane, è un ragazzo, uno sbandato, e non sa neppure lui quello che potrà diventare nei prossimi anni.
Cerco di spiegargli qualcosa delle sue lotte, del black muslim e delle organizzazioni a difesa della gente di colore nord americana, e poi anche del black panther party ed il resto, ma lui mi prende quasi per un pazzo, e non può essere, mi dice, che tu conosca tutte queste cose se non sono ancora minimamente avvenute. Gli ripeto con fermezza che lui diventerà in breve tempo un vero rivoluzionario, non un qualsiasi pacifista come quel reverendo Martin Luther King, ma uno che va in fondo alle cose, e rinnega la componente bianca del suo sangue e di quello di tutta la sua gente, frutto degli stupratori bianchi del passato schiavista del sud statunitense, e lui dice diomio, forse questo può anche essere vero, però non so proprio cosa è meglio che io faccia adesso.
Così gli spiego in due parole che anche se adesso si chiama solamente Malcolm, in seguito si farà chiamare con una X, proprio per questo motivo di rinnegare un cognome americano, e che il suo destino oramai è segnato, perché saprà tirarsi dietro, da qui a poco, tutta la gente di colore, gli umili e gli oppressi di questo paese razzista, e che verrà vagheggiato in molti suoi discorsi il ritorno per tutti alla propria terra madre Africa, come unica possibilità per loro. Lui mi guarda, dice diomio, forse sarà proprio così che andranno le cose, però adesso è ancora presto perché io le affronti di petto, ed io gli dico che invece deve iniziare subito, perché non c’è davvero molto tempo, e ad un tratto mi viene da piangere solo a pensare di essere davanti ad un grande personaggio proprio come Malcolm X, e di aver letto su di lui tutti quei libri della Samonà e Savelli, e degli altri editori sconosciuti, ma anche di Einaudi, perché alla fine, almeno qualche tempo fa, c’era gente persino in questo nostro paese che in quei giorni seguiva proprio quell’argomento.
Lui torna a guardarmi in faccia, io gli dico che ci sarebbe bisogno di tante altre persone proprio come lui, e che forse non avrebbe meritato di essere ammazzato come un cane proprio mentre teneva uno dei suoi discorsi, e lui mi guarda incredulo, forse non mi crede, ma poi dice diomio, diventerò così importante da spingere qualcuno ad uccidermi mi dice, ma io glielo giuro, andrà così, non c’è proprio molto tempo, e non c’è altro da fare, e poi mi viene proprio da piangere solo a pensare di avere adesso davanti una persona come Malcolm X, ammazzato come un cane, soltanto perché stava parlando, perché stava spiegando alla sua gente cosa ci fosse di giusto da fare, e tutti quei libri e quei discorsi, e anche “col sangue agli occhi” di Jackson e tutte le altre pubblicazioni, che adesso sono niente, diomio, se non viene presa coscienza di tutto quanto.
Malcolm continua a guardarmi, forse può voltare la faccia e disinteressarsi di tutto questo se gli va, ma non si comporta così, ed invece mi fissa, sa che gli sto dicendo qualcosa di molto vicino al vero, ed anche la faccenda della sua morte cruenta sta tutta lì, pronta a dimostrarlo. Ci vorrebbero altre persone come te, gli dico: altri per dire in giro a voce alta tutte le cose come stanno, e far prendere coscienza della propria condizione tutte quelle persone oppresse e sottomesse che ci sono. Poi però è il momento dei saluti, ed io non so proprio cosa dire, perciò soltanto un “ciao” riesco a pronunciare, e poi penso che “è stato bello conoscerti, e che io adesso non so proprio che dirti, perché tu, carissimo Malcolm X, fra non molto morirai per una causa sacrosanta, ed io non potrò proprio fare niente per te, e di questo porterò per anni con me un dispiacere profondo, che adesso non saprei neanche spiegarti”. “Ciao”, ti dico allora mentre piango, diomio, “arrivederci”.

Bruno Magnolfi

mercoledì 17 aprile 2019

A tutta birra.



“Ma certo”, hanno iniziato a dire da un po’ di tempo i ragazzi giù all'officina dove vado qualche volta a dare una mano, soprattutto per le pulizie. Loro vogliono portarmi per forza in un locale che si dice qui in giro frequentino tutti, un posto naturalmente dove si sta insieme bevendo la birra, che a me non piace neanche, ed il dottore mi ha proprio proibito. Però loro insistono: “ma certo”, hanno detto più volte, ed allora per farli contenti ho detto loro che andava bene.
Sul retro di questo locale c'è uno spiazzo dove a volte si fanno volare dei piccoli modelli di aereo, ed alla sera si possono comunque ammirare, anche se a quel punto stanno tutti fermi e coi motori spenti, esposti in una lunga fila sopra una mensola, dentro al magazzino della birreria. Noi ci sistemiamo tutti ad un tavolo, ma io mi schernisco, non voglio bere niente, non fa per me dico, ma quelli insistono e ridono. Si avvicina un tizio che dice una parola che neppure capisco, ma lui mi batte una mano sopra la spalla come volesse qualcosa proprio da me. Mi volto, ma solo per comprendere meglio ciò che sta dicendo rivolgendosi direttamente verso di me, ma quello mi dà subito uno schiaffetto sul viso. I ragazzi allora mi difendono, e gli dicono subito di lasciar correre, ma quello insiste, sembra che ce l'abbia proprio con la mia persona.
Due o tre allora si alzano dal tavolo per prendere meglio le mie difese, ed anche io faccio così, ma quello è un tipo grosso, li costringe subito a rimettersi nelle loro sedie, e a me dà una spinta fino quasi a farmi cadere. Ho voglia di piangere, non ho mai trovato una persona così in vita mia, vorrei proprio non essere venuto stasera in questo posto.
Poi quello si allontana, e tutto riprende velocemente un andamento più regolare, con i ragazzi che spiegano adesso come in fondo non sia successo un bel niente, e che forse quel tizio era soltanto un ubriaco in cerca di rogne. Adesso rido anche io, mi sento rassicurato da loro, tanto più che i due di prima mi portano a vedere i modellini di aereo, che a me piacciono molto, anche se mi sembra persino impossibile come riescano davvero a volare.
Mentre torniamo nel locale affollato, incontriamo però il tizio di prima, che mi si ferma davanti, con fare minaccioso. Uno dei due ragazzi che sta insieme a me gli dice subito di lasciarmi stare, perché io non sono del tutto normale, non posso difendermi da solo, e così quello resta pensieroso per un lungo momento, ma poi se ne va. A me non mi è piaciuta per niente questa cosa che gli hanno detto i ragazzi, però va bene così, mi basta che non ci siano problemi.
Torno a sedermi tra tutti gli altri, però adesso mi sento un po’ triste: lo so che mi vogliono bene e fanno ogni cosa per non farmi sentire a disagio, però adesso capisco meglio che io non posso essere del tutto uguale a come sono loro, e che forse anche questi ragazzi hanno pena di me, magari soltanto perché non posso bere la birra come fanno tutti quegli altri.
Poi ce ne andiamo, ed io comunque sono contento, anche se non ho potuto bere con loro; forse sono stato un po’ troppo poco di compagnia, ma a qualcuno viene in mente di dire che un’altra volta potremo tornare, magari di pomeriggio, quando fanno volare gli aerei. “Ma certo”, dice subito un altro, dobbiamo farlo per forza. “Va bene”, dico a tutti, “verrò volentieri con voi, anche se mi dispiace un pochino, per non poter bere la birra proprio come fate voialtri”.


            Bruno Magnolfi



lunedì 8 aprile 2019

Parentesi chiusa.


          

            Ho fatto di nuovo un giro guidando la mia macchina. Ormai sono trascorsi già parecchi giorni, e credo proprio che nessuno mi stia cercando ancora. Non perché i miei capi, o chi per loro, non sappiano perfettamente dove possa essere andato a nascondermi, quanto perché a questo punto il loro interesse per me con ogni probabilità si è andato quasi esaurendo. Perciò decido, col favore del buio della serata, ma senza dimenticarmi comunque la mia fedele pistola carica dentro alla tasca della giacca, di farmi ancora un giro fino al parcheggio dello stadio, dove ho svolto il mio lavoro di sorvegliante notturno per più di un anno ininterrottamente,.
In apparenza sembra non ci sia proprio nessuno in questi paraggi per sostituirmi, così vago per un po’ con i fari spenti lungo tutto il perimetro intorno al grande edificio del campo di calcio, senza  peraltro registrare nulla di insolito. I medesimi fiochi e radi lampioni, il solito deserto di asfalto lasciato a sé, gli stessi stenti alberelli di sempre, isolati l'uno dall'altro, tristi, quanto possono esserlo delle piante affogate in un'aiuola di terra larga un metro. Mi fermo, attendo una mezz'ora, infine eccola, un'auto che si muove lentamente a fari spenti. La seguo con lo sguardo mentre resto immobile, e quella compie un giro ampio, lontano da dove mi trovo in questo momento, poi torna a fermarsi, come dovesse definire un piano.
Accendo i fanali della mia macchina, forse per un improvviso scatto di orgoglio, e riaccendo anche il mio cellulare per completare l’opera, nell’attesa che l’attuale guardiano di notte della zona si decida a venire ancora di più verso si me. Eccolo difatti, ma lentamente, come in attesa di un ulteriore segnale. Resto immobile, i miei strumenti percettori sono tutti tesi, resta solo da vedere cosa mai possa succedere. La macchina con gli abbaglianti accesi si ferma ad una ventina o trenta metri dal mio posto, poi anche il tempo sembra arrestarsi, come in un duello.
Apro la portiera fingendo quasi di voler scendere, ma resto seduto dove sono; l’altro davanti a me fa quasi immediatamente la stessa cosa. Potrebbero essere più d’uno dentro quella macchina rifletto, poi penso che il risultato comunque non cambierebbe di una virgola. Ognuno di noi attende la prima mossa dell’altro, come se fosse quella a decidere l’eventuale risultato di tutta la faccenda. Prendo tempo, in fondo non ho fretta, le cose possono mostrarsi differenti se soltanto si lascia scorrere via il nostro primo impulso. Poi vedo muoversi qualcosa, una figura scende dal suo mezzo e va a stagliarsi in mezzo ai fari, come a voler apparire solo una sagoma sfuggente.
Scendo a mia volta, e faccio la medesima cosa, mostrando che non ho paura, che posso affrontare a viso aperto una sciocchezza di quel genere. Mi aspetto che qualcuno parli, ma il silenzio resta in aria per qualche minuto. Provo un brivido improvviso, non so bene per che cosa, comunque estraggo dalla tasca la pistola. Aspetto ancora un attimo, l’altro non può essersi reso conto di un bel niente, visto che i fari occludono quasi ogni percezione. Poi prendo la mira e sparo in un fanale della macchina che ho di fronte, così da spengerlo in una fumata. La persona che mi sta guardando ha come uno scatto nervoso, probabilmente non si aspettava una mossa di quel genere, così risale sulla propria auto retrocedendo velocemente, fino quasi a sparire. Sorrido, ho dato un’immagine di me che difficilmente verrà dimenticata. Risalgo sulla mia vettura, ingrano la marcia e me ne vado, mentre spengo tutte le luci; giungono messaggi sul mio cellulare, ma io abbasso il finestrino e lo getto con indifferenza in un’aiuola. Buonanotte penso: si chiude una parentesi.

Bruno Magnolfi 

domenica 7 aprile 2019

Questione di tempo.


          

            Se inizio a pensarci mi sembra impossibile essermi ritrovato così, in questa situazione praticamente inspiegabile, costretto a nascondermi, senza che riesca neppure a definire che cosa mai potrà avvenire nei prossimi giorni. Continuo a dormire nei vagoni ferroviari fermi sui binari morti nei pressi della stazione, insieme alla fedele borsa sotto la testa, ed il piccolo rotolo di soldi dentro una tasca, forte di potermi difendere all’occorrenza con la mia pistola sempre a portata di mano. Non ho propriamente paura, però a qualcuno potrebbe anche venire in mente di farmi uno scherzo, magari solo per vedere come reagisco. La cosa migliore per me sarebbe quella di farmi un amico, dormire con lui in due sedili vicini del treno, e darsi forza così l’uno all’altro. Ma non posso fidarmi di nessuno: ho troppo da perdere, devo stare da solo, non posso assolutamente fare altrimenti.
Durante la giornata mi muovo in mezzo alla gente con il bavero della giacca sempre ben sollevato, e poi mi vado a nascondere generalmente in qualche giardinetto. Ho trovato una mensa per i poveri che non ti chiede niente in cambio di un piatto caldo: né un documento, e neppure il tuo nome. Però ci vado soltanto qualche volta, e ad orari piuttosto sballati, per evitare che qualcuno possa in seguito ricordarsi di me. Non è difficile sparire in una città: si tratta di escogitare qualche accorgimento e comportarsi in maniera che nessuno nutra dei sospetti sui tuoi modi di fare: naturalezza ci vuole, nient'altro. La realtà quotidiana ci chiede sempre più di assumere un ruolo, e quando ci nascondiamo dietro qualche piccola fandonia, dobbiamo riuscire ad essere credibili, ad ogni costo, perché in questo modo si mette in gioco tutta la nostra personalità.
Mi muovo lentamente, riflettendo che un giorno di questi tutto si sistemerà, anche se non so perfettamente come. Voglio pensare che le cose andranno a posto quasi per un indole propria, senza bisogno di rincorrere dei risultati o delle conseguenze precise. Provo invidia per chi sembra non abbia niente da perdere, e lascia che tutto scorra per conto proprio, senza alcun impegno, come nell'indifferente attesa di un insperato colpo di fortuna. Non saluto nessuno, neppure quelli delle associazioni caritatevoli che vengono ogni tanto a farti delle domande: li evito, non ho bisogno di loro, so badare a me stesso, e soprattutto sono soltanto un attore che manda avanti una recita.
Stasera mi è venuta voglia di passare almeno per un attimo da casa mia, perciò sono andato fin nella stradina dove ho parcheggiato la macchina, l’ho messa in moto, e poi mi sono avviato verso la mia abitazione. Ho atteso a lungo che non ci fosse nessuno in zona, quindi ho preso le chiavi e senza soffermarmi neppure un momento sono entrato dentro al portone del solito palazzo. Senza accendere la luce condominiale delle scale, ho salito i gradini in perfetto silenzio, e davanti al portoncino ho aspettato in ascolto di qualsiasi rumore. Quindi sono entrato, ed ho acceso soltanto una lampada bassa. Tutto sembrava al suo posto, nella stessa maniera come avevo lasciato le cose diversi giorni più indietro; e stavo quasi per andarmene via, quando ho notato a terra una matita, una semplice matita che, purtroppo per me, non doveva essere lì. Qualcuno è entrato nel mio appartamento, ho pensato, e probabilmente lo ha fatto in maniera estremamente professionale, frugando tra le mie cose ma lasciando tutto ordinato, così come stava, a parte quella matita.
Poi sono uscito, senza minimamente soffermarmi, tornando di fretta lungo la strada e salendo di nuovo sulla mia macchina parcheggiata ad una certa distanza. Va tutto bene, mi sono subito detto, non devo preoccuparmi di nulla: le cose torneranno prima o dopo ad essere normali; perché in fondo è soltanto una questione di tempo.

Bruno Magnolfi

giovedì 4 aprile 2019

Sviluppi indefiniti.




Per questa notte mi sono accovacciato dentro la mia macchina cercando di dormire in una coperta un po’ alla meglio. Ma è certo che non posso continuare così. Sono in fuga, non so neanche bene da cosa, ma in ogni caso devo cercare di mantenermi lucido per affrontare qualsiasi evenienza. Non ho più neppure acceso il mio cellulare, e non lo farò fintanto che non avrò trovato un luogo sicuro dove restare. Più tardi andrò a visitare i magazzini della stazione ferroviaria centrale, e forse da quelle parti troverò un posto, insieme agli altri barboni magari, dove piazzarmi almeno per qualche notte, anche se in seguito cercherò altre soluzioni.
I soldi che sono riuscito a racimolare in questo momento stanno tutti insieme nella mia tasca interna: devo vivere alla giornata, farmi vedere in giro il meno possibile e lasciar trascorrere in questo modo una settimana o anche due, senza minimamente ripassare dal mio appartamento. A quel punto probabilmente i miei capi si saranno stufati di farmi cercare, perciò poco per volta riuscirò forse a riprendere una vita che sia più normale. Comunque non mi importa di dover affrontare un periodo di sacrificio, in fondo a me basta uscire da un incubo in cui non so neppure io come abbia fatto a ritrovarmi.
Mi guardo attorno mentre apro una busta con dentro qualcosa da mangiare che ho preso precedentemente in una rosticceria lungo la strada. Mi sono seduto su una panchina riparata di questo giardino, e penso proprio che qui non verrà proprio a cercarmi nessuno. Due signore passano chiacchierando e mi osservano per qualche momento. Il mio problema sostanziale è quello di calarmi in un personaggio che non deve essere assolutamente riconosciuto, per questo sarà necessario farmi allungare la barba e mettermi vestiti il più possibile anonimi e mal ridotti, in modo da farmi scambiare per uno sbandato o qualcosa del genere.
Cammino lentamente lungo una strada con il cappello ben calato sugli occhi, e so perfettamente dove ho lasciato parcheggiata la mia automobile, così come appare evidente che in questo periodo non la dovrò praticamente più usare. Accendo per un attimo il mio cellulare: nessuna chiamata, nessun messaggio, quasi più inquietante di qualsiasi minaccia verbale. Poi torno a spengerlo. Mi infilo nella stazione ferroviaria, e mi perdo tra le centinaia di persone che vanno e che vengono. Nessuno mi nota, nessuno mi chiede niente; così scorro tutti gli edifici arrivando a percorrere con calma un vialetto che costeggia i binari, e giungendo così nella zona dove si aprono i depositi, nascosti dietro ad una serie di vagoni fermi e senza motrice.
Trovo un tizio che mi spiega come non sia ancora l’ora per farmi vedere da quelle parti; io annuisco per lasciarlo parlare, e quello forse mi prende per uno scarso di comprensione, perché con parole allentate mi dice che devo attendere dopo il tramonto, mostrandomi l’orologio. Borbotto qualcosa senza spostarmi, e quando quello va via, apro uno sportello con una pinza, e mi ficco subito in uno scompartimento. Ho la mia borsa con me, così me la metto sotto la testa e mi sdraio. Cosa mi importa di tutto il resto penso: sono qui senza che nessuno sappia niente di me, mi riposo senza problemi e lascio che tutto vada per il suo verso, come se a me non riguardasse. Dopo vedremo: c’è tutto il tempo adesso per capire come si svilupperanno le cose.

Bruno Magnolfi

mercoledì 3 aprile 2019

Sparito dai radar




Adesso ho paura. Mi guardo attorno con un certo sospetto, esco da casa sempre osservando da tutte le parti se non ci sia qualcuno ad attendermi. Poi incrocio la mia vicina di casa, così la ringrazio dei suoi favori, ma lei sorride, dice che non è il caso neppure di parlarne. La invito a prendere un caffè al bar di fronte, lei accetta, così ci mettiamo seduti ad un tavolino. “Vorrei chiudere con questo mestiere”, le dico; “ma i miei capi non me lo permetteranno facilmente; così sono costretto a tirare avanti senza neppure sapere che cosa stia facendo. Adesso poi mi controllano, mandano delle persone a vedere come mi comporto, i miei orari, i miei spostamenti. Penso sappiano tutto di me, mi sento continuamente sotto ricatto, senza peraltro che mi abbiano mai chiesto di fare qualcosa fuori dal mio orario di lavoro. Svolgere di mestiere il guardiano di un parcheggio, non è proprio il massimo; però se non ci fosse questo continuo senso di oppressione tutto potrebbe andare anche meglio”.
“Ma se tu dicessi di sentirti male”, dice lei, “loro probabilmente non avrebbero niente da ridire, e forse in capo a qualche settimana le cose si sistemerebbero da sole”. “Forse”, dico io, “ma non è detto. Magari in quel caso potrebbero farmi cercare da qualche scagnozzo che probabilmente mi affronterebbe in malo modo, spingendomi con le maniere forti a spifferare tutte le mie vere intenzioni. Non lo so, è stato intavolato una specie di gioco in cui io sono la preda, o la vittima, in qualunque caso si girino le cose. E da qualche giorno mi pare di essere giunto proprio alla stretta finale”.
La ragazza mi guarda, valuta qualcosa, prende tempo: forse sta pensando che anche per lei non sia molto salutare farsi vedere troppo in mia compagnia. Dice che adesso deve rientrare, così ci alziamo, la saluto mentre esce dal locale, ed io mi accosto al bancone per farmi servire un’ultima birra prima di pagare le consumazioni. Nello specchio dietro al barista seguo con sguardo attento la ragazza che attraversa la strada, noto che viene fermata da un tizio, mi accorgo che lei dice qualcosa, mentre l’altro le pone qualche domanda, e mentre avviene tutto questo vedo distintamente che nessuno dei due si volta mai verso di me. Chiedo del bagno, sparisco là dentro dopo aver messo i soldi sul piano, poi spalanco la piccola finestra che dà sul retro e rapidamente me ne vado da lì.
Devo prendere il volo, non c’è più alcuna diversa possibilità. Giro attorno all’isolato, inforco gli occhiali scuri, mi metto in testa un leggero cappello impermeabile che porto sempre con me, infine torno davanti al mio palazzo. Adesso sembra non ci sia più nessuno, così a passo svelto entro dentro al portone e salgo velocemente le scale. Non incontro nessuno, perciò apro di fretta il mio appartamento e subito inizio a mettere insieme tutto quanto mi possa servire. Preparo un borsone pieno di roba, guardo da tutte le parti per vedere se possa mancarmi qualcosa, infine prendo la mia pistola con la matricola abrasa ed anche i proiettili, ed esco senza altro pensiero se non andarmene subito. Giungo alla mia macchina parcheggiata, sistemo la mia borsa sul sedile posteriore, poi metto in moto, anche se prima di ingranare la marcia mi ricordo di togliere la batteria al mio cellulare. Sparito: da adesso non ci sto più.

Bruno Magnolfi

martedì 2 aprile 2019

Persona solare.


          

            Il mio turno di lavoro negli ultimi giorni termina all'alba, ed a quell'ora percorro le strade di sempre per tornarmene a casa, fermandomi giusto per un caffè in qualche bar lungo la via. Quindi parcheggio la mia macchina e poi mi avvio a piedi verso il portone del mio palazzo, proprio quando mi accorgo, ad una distanza di alcune decine di metri, che c'è un uomo di spalle, fermo come ad aspettare qualcuno. Allargo la mia traiettoria e passo sul marciapiede di fronte, osservando con aria distratta il mio cellulare. Quello si volta ma senza guardarmi in modo diretto, io gli getto un'occhiata, e deduco che non lo conosco. Continuo a camminare lungo una traiettoria casuale, ed esco di scena al primo angolo di case che trovo. Rapidamente faccio il giro del caseggiato che ho accanto, poi mi riaffaccio sulla strada principale, quel tanto che serve per vedere la situazione.
L'uomo è ancora lì, indubbiamente mi sta aspettando per qualche motivo, ma a me non va di trovarmi di faccia ad una persona del genere. Sto fermo ben nascosto appoggiato ad un muro, poi prendo il telefono ed invio un messaggio alla mia vicina di casa, una ragazza che conosco, solita ad alzarsi presto al mattino per recarsi al lavoro. Le chiedo il favore di controllare mentre esce da casa una persona che sembra stazioni davanti al portone, e lei mi risponde che le va bene, con una scusa gli farà una domanda per capire le sue intenzioni. Dopo cinque minuti mi squilla il telefono, è lei, mi dice di rimanere in ascolto, poi scende gli ultimi gradini della scala condominiale e arriva in strada, la sento distintamente che dice: “sta cercando qualcuno?”. L'altro probabilmente si sente immediatamente scoperto, così dice di no, che è lì per caso, e che se ne sta andando. La ragazza aspetta qualche momento, poi mi dice riprendendo il telefono che è tutto a posto, e quel tizio se n'è proprio andato, adesso ho via libera.
Ringrazio, poi aspetto un attimo, esco dal mio nascondiglio ed entro rapidamente nel palazzo dove abito. Non c’è più nessuno in vista, posso salire fino al mio appartamento, anche se non mi sento tranquillo, perché è come se un campanello d’allarme stesse suonando direttamente nella mia testa. Faccio le scale, apro la porta, e subito la richiudo alle mie spalle. Anche la mia stessa casa non sembra più un luogo tranquillo, un posto dove poter dimenticare i guai ed il mio lavoro. Mi siedo in un angolo ed inizio a riflettere su come poter affrontare la situazione.
L’uomo sulla strada sicuramente è stato mandato dai miei capi per qualche motivo che non può essere una semplice comunicazione. Forse è un tizio che devo soltanto istruire sul lavoro di guardiano del parcheggio, in modo da permettergli fra qualche giorno di sostituirmi. Oppure qualcuno che vuole comprendere come vivo, come mando avanti le mie giornate. O ancora un individuo che ne sa sicuramente più di me sugli strani traffici intorno alla zona dello stadio, e mi vuol indicare i pericoli, mettere sull’avviso rispetto a qualcosa che deve accadere; oppure uno che mi vuole minacciare per qualche ragione che in questo momento non posso proprio sapere.
Non lo so, la faccenda mi sembra estremamente ingarbugliata, forse ho persino sbagliato ad evitare l’approccio diretto con quest’uomo enigmatico, probabilmente lo avrei dovuto affrontare con quanto aveva da dirmi, senza pararmi dietro a dei sotterfugi. Tornerà, penso adesso, sicuramente; se ci sono delle buone ragioni che lo hanno portato fin qui, si ripresenteranno precise anche domani, o il giorno seguente. Ed alla fine dovrà pur dire, una volta per tutte, quali siano i motivi che lo hanno fatto arrancare dietro le spalle di uno come me, sempre disponibile a tutto, aperto anche a qualsiasi critica, solare, come solo può esserlo uno che vive costretto generalmente a lavorare di notte.

Bruno Magnolfi

lunedì 1 aprile 2019

Strane affinità.


          

            Trascorro quasi tutto il giorno sul sedile della mia auto ferma, guardando attentamente quello che riesco a tenere sotto osservazione fuori dai vetri laterali e dal parabrezza. Scorrono ogni giorno quasi le medesime immagini, avanti e indietro rispetto alla mia postazione, ed io continuo comunque a registrare tutto ciò di rilevante che riesco a notare, senza mai stancarmi, o almeno facendo finta di non essere mai stufo di tutto quello che porto avanti. Forse tra gli autisti di tutti i bus che si riversano da queste parti in attesa di riprendere a guidare, qualcuno ha persino imparato a riconoscermi o a riconoscere la mia auto; se mi facessi più vicino a loro magari inizierebbero anche a salutarmi, a dirmi qualcosa, ad accennare qualche battuta di spirito tanto per passare il tempo. Invece io sono fedele al mio lavoro ed al mio anonimato, perciò li osservo da lontano, mentre loro continuano a pulire i vetri e a lucidare le carrozzerie.
Poi mi giunge un messaggio: si dice che il guardiano notturno di questo stesso parcheggio, ultimamente non riesca più a mandare avanti il suo lavoro, e che per questo da domani stesso io dovrò prendere il suo posto. Mi piacerebbe proprio sapere con quali motivazioni sia riuscito il mio collega a divincolarsi da questo mestiere, ma l'unica volta in cui gli ho parlato ero talmente sorpreso delle sue lamentele che ho dimenticato persino di chiedergli il suo numero di telefono. Mi pare strano comunque che i nostri comuni datori di lavoro lo lascino andare via senza fargliela pagare amaramente: forse lui si è messo in un grosso guaio penso, ma non ho la maniera per sapere quali conseguenze ci potranno essere. Digito la mia risposta affermativa sul cellulare, poi riprendo appieno il mio servizio con l’osservazione del piazzale.
Giunge un uomo a piedi durante il pomeriggio, si accosta alla mia macchina, mi fa cenno con le mani che vuole parlarmi, così io abbasso il finestrino e lui si presenta con il proprio nome di battesimo, spiegando con modi misteriosi che lui è proprio il guardiano appena messo a riposo. Lo lascio entrare dentro la mia auto al posto del passeggero, gli chiedo che cosa sia venuto a fare lì, e lui mi spiega che lo stanno cercando, appena hanno saputo che voleva smettere di lavorare. Immagino in qualche modo di essere anche io in pericolo in questo momento, ma non lascio trapelare dal mio comportamento alcuna perplessità. Gli chiedo cosa sia successo e cosa intenda fare, ed il mio collega inizia a dire che quando è stato ingaggiato immaginava proprio che quel lavoro fosse stato differente. Adesso ne è stufo, e quindi ha detto basta.
Lo lascio parlare, come se avessi una posizione quasi privilegiata rispetto alla sua, e di me si nutrisse una fiducia ben maggiore, tanto da tenere un comportamento da fratello grande rispetto a lui. Non gli lascio capire che i suoi dubbi e la sua demoralizzazione sono esattamente come le mie, ma lo guardo in modo amichevole, con lo sguardo di uno su cui si può fare affidamento. Ma dopo poco si interrompe, mi guarda negli occhi, dice: “ma a te sembra proprio non sia venuto a noia star qui ad annotare le stupidaggini che avvengono. Forse hai un segreto, che so, qualcosa per cui sentirti bene anche a non far niente, oppure sei a conoscenza magari delle vere ragioni per stare in un luogo di questo genere”. Sorrido, non devo dire nulla, ripeto mentalmente, così guardo avanti a me e spiego che probabilmente ho un’affinità quasi inspiegabile per certi compiti. “Sto bene qui”, gli fo; “probabilmente svolgere questo mestiere mi fa sentire a posto anche con gli altri”. Dopo un attimo lui volge lo sguardo, annuisce, tira la leva di apertura dello sportello. “D’accordo”, dice; “allora buon lavoro”, e in questo modo scende e se ne va.

Bruno Magnolfi