domenica 10 giugno 2018

Urlo inadeguato.



Durante alcuni pomeriggi particolarmente luminosi, nelle ore che normalmente dedico alla riflessione attenta della realtà in tutte le sue particolari manifestazioni, mi capita di provare il desiderio di uscire con una certa tranquillità sopra al terrazzino del mio appartamento al terzo piano, come per dare un’occhiata alla strada piena di sole che passa proprio qui sotto; e forse per la stessa meraviglia che subito mi prende, ma anche per la voglia di farmi sentire da tutti coloro che transitano a piedi lungo il marciapiede, lancio un urlo con tutta la voce che mi riesce di avere in gola. Qualcuno si volta e ride divertito, altri fermandosi si sentono quasi offesi per le mie manifestazioni, in ogni caso ormai da un po’ di tempo chiunque si trovi a passare da queste parti, non manca mai di gettare un’occhiata verso le mie finestre.
Nel negozio all’angolo dove mi fermo quasi sempre ad acquistare le mie sigarette, mi dicono complimentandosi che il mio è proprio un urlo esistenziale, perciò apprezzato, altri però mi fermano lungo il tragitto accanto a casa anche per dirmi che dentro alla mia espressione c’è il senso di sofferenza esatto del nostro quartiere, stritolato in modo speciale lungo alcune vie, dal traffico e dall’inquinamento. Sorrido, non mostro mai alcuna certezza da condividere, mi basta sapere che in giro si stanno formando delle manifestazioni di apprezzamento e di curiosità nei confronti di quello che faccio. Così torno a casa con i pacchetti delle mie sigarette preferite, poi mi siedo, mi rilasso accendendomene subito una, ed a seguito anche un’altra, e penso alle piccole cose che spesso torturano i miei giorni soltanto con il loro semplice mostrarsi in modo negativo, contrastando il fluire lento e piacevole delle ore che si dipanano fuori e dentro la mia mente.
Infine torno ad uscire sopra al terrazzino, qualcuno già mi guarda, altri forse dietro alle tende delle loro case aspettano con ansia la mia espressione naturale, il mio mostrarmi al mondo, la mia piccola e inconsueta forma d’arte che così tanto fa parlare di sé almeno lungo questa strada. Ma forse per effetto di tutte le sigarette delle quali ultimamente sto un poco abusando, mi esce un grido che invece di distendersi come tutte le altre volte, verso la fine pare come strozzarsi, degradandosi a rantolo rauco prossimo ad un attacco di tosse, che fortunatamente riesco comunque ad evitare. Avverto una risata da qualche parte, e subito rientro.
Non mi aspettavo proprio un epilogo del genere, non ero preparato al tradimento improvviso della mia stessa voce, tanto che vorrei fosse possibile cancellare tutto, magari preparando meglio la mia gola a sostenere quello sforzo che le imprimo. Ma la frittata ormai è fatta, ed il senso di ridicolo che mi è calato addosso inesorabilmente non mi permetterà più, almeno in tempi brevi, di esprimermi ancora nel mio urlo di sempre. Me ne farò una ragione penso, attenderò con infinita pazienza l’occasione buona per tornare a cimentarmi nel mio grido verso gli altri, e questa volta comunque saprò mostrarmi maggiormente preparato, conscio come mi sento delle mie formidabili potenzialità, perfettamente all’altezza di ciò che tutti quanti inevitabilmente si attendono da me.


Bruno Magnolfi


domenica 27 maggio 2018

Appuntamento difficile.



Devo muovermi, sono già in ritardo. Non capisco neppure come possa essere capitato, forse mi sono trastullato un po’ troppo nella convinzione di avere davanti tutto il tempo di cui avevo voglia, ed invece le lancette dell’orologio sono andate avanti velocemente quasi per conto loro, in un modo del tutto inesorabile, tanto che adesso mi trovo nella situazione imbarazzante di chi non ha più alcuna possibilità neanche di riflettere meglio su quello che mi attende.
Prendo la giacca ed esco di corsa, pur sapendo perfettamente che il mio presunto successo in ciò che ogni giorno mi trovo a dover affrontare è semplicemente determinato dal dettaglio, dalle piccole cose, da quei particolari minimi e sottili per i quali soltanto dedicando loro la giusta attenzione si può ottenere i risultati in qualche modo sperati, lasciando alle spalle la superficialità risultante quasi sempre dalla fretta eccessiva. Forse ho i capelli poco pettinati, la mia camicia non è del colore che avrei voluto indossare, le mie scarpe non sono neppure perfettamente pulite. Però mi rassegno: certe volte le cose non possono essere altro che così.
Sul portone trafelato incontro la mia vicina di pianerottolo mentre sta rientrando, una persona comprensiva e sempre cortese con me, capace di prendermi la posta quando non ci sono, o anche di passarmi qualcosa da mangiare in certe serate in cui il mio frigorifero e la mia dispensa dimostrano di essere vuoti. Mi saluta vistosamente e con una certa determinazione, perciò mi fermo, le dico subito che ho fretta, ma lei inizia col raccontarmi qualcosa di importante dell’amministratore di condominio e delle sue strane trovate, così capisco subito che devo per forza interromperla, anche se in maniera garbata, se voglio occuparmi ancora della mie cose. Le dico che passerò più tardi da lei, ed a quel punto mi potrà raccontare tutto con calma, poi volo alla fermata del bus, che naturalmente transita proprio in quel momento senza di me.
Decido di andare a piedi, perciò attraverso subito la strada in un punto peraltro dove non è permesso, tanto che le auto di passaggio mi strombazzano come per farmela pagare. Sono già in un bagno di sudore per l’agitazione, e mi sento inadeguato sempre di più ad affrontare quanto il mio dovere richiede. Sono sicuro che qualcuno dirà immediatamente che sono in ritardo come è mio solito essere, e le mie scuse non verranno neppure prese in considerazione. Arranco, alla fine arrivo in una piazza e vedo un bus, così ci salgo insieme ad altre mille persone che mi stringono in una morsa incredibile. Non riesco neppure a vedere verso dove si vada, ma alla fine mi rendo conto che la direzione del mezzo pubblico non è quella giusta per me. Impiego due fermate prima di riuscire a scendere da lì, e mi sento sempre più disperato.
Alla fine decido di entrare in un bar per cercare di calmarmi, così mi siedo ad un tavolo libero e mi faccio servire dell’acqua e anche un caffè. Non sto bene, questo è il punto essenziale: non posso andare da alcuna parte, non posso presentarmi a nessuno, devo lasciare che le cose restino così come sono se non voglio riuscire a peggiorarle. Alla fine telefono: non importa, mi dicono all’apparecchio; non c’è affatto bisogno che lei si presenti; così, mi spiegano, può restare tranquillo e beato nella sua casa. Va bene, rispondo, ringrazio il vostro pensiero, magari prenderò nei prossimi giorni un nuovo appuntamento.


Bruno Magnolfi


lunedì 21 maggio 2018

Normalmente.




In giornate come quella di oggi mi sento confusa. Anche se cerco di svolgere normalmente le solite cose di sempre le mie attività per loro natura mi appaiono in questo momento piuttosto strane, sfuggenti, come se avessero improvvisamente perso di senso e non mi procurassero in questi frangenti alcun piacere. Potrei forse telefonare per esempio alla mia amica di sempre per chiederle se le vada di uscire con me, ma evito persino di pensare una cosa del genere, così quando prendo la borsa per andarmene in giro, anche se non so neanche io verso dove, mi assicuro giusto di averci messo dentro le chiavi del mio appartamento, e poi basta.
Già mentre scendo le scale dapprima rallento, osservo qualcosa lungo il corrimano metallico e infine mi fermo proprio sul pianerottolo del piano inferiore, indecisa se sia il caso di uscire davvero o magari tornarmene verso la mia poltrona per accendere con tranquillità la televisione. Alla fine mi faccio coraggio ed esco risoluta dal portone condominiale, anche se non ho ancora deciso se andarmene a destra oppure a sinistra lungo la strada. Sto lì che fingo di cercare qualcosa nella borsetta tanto per prendere tempo, quando mi ferma un mio conoscente che abita da queste parti. Ci sono giornate in cui tutto va storto, mi dice, ed io gli sorrido come a conferma di quelle sue parole giustissime, così lui si ferma, mi chiede se può accompagnarmi per un tratto di marciapiede, ed io incoraggiata da quella specie di acquisita solidarietà gli rispondo con un altro sorriso consenziente che si può fare.
Lui si sente sostenuto dal mio comportamento, e così inizia a raccontarmi diverse cose che lo riguardano, anche se a me sembrano molto normali e prive di qualsiasi interesse. Lo ascolto, ma vorrei dirgli che i suoi argomenti in definitiva sono insulsi, e che forse sarebbe meglio che stesse in silenzio piuttosto che raccontare cose del genere. Lui ad un tratto dice che vuole offrirmi un caffè, ed io lo accontento entrando con lui dentro un locale lì accanto. Poi però chiedo del bagno, sparisco in un piccolo corridoio su un lato di quella sala e dopo un bel pezzo senza farmi vedere guadagno l’uscita e torno lungo la strada.
Rido da sola come una pazza del mio innocuo trucchetto, cammino subito a passo svelto per allontanarmi da quella zona, infine mi fermo per guardare qualche vetrina. Tutti si aspettano qualcosa da me, questo è quello che mi fa più impazzire, e che io mi comporti come le abitudini vorrebbero, decidendo cioè al posto mio, e che magari assuma un atteggiamento normale come chiunque altro che gira qua attorno. Ed invece è proprio questo che non mi va giù: sentirmi ordinaria, soggetta ad una logica stabilita da sempre, costretta a comportarmi come tutti questi altri. Non che mi senta particolarmente diversa da loro, soltanto vorrei decidere per conto mio tutto ciò che è meglio per me. Rientro in casa, getto la borsa sulla poltrona e accendo la televisione, proprio mentre suona il telefono: è la mia amica, dice che oggi non ha voglia di uscire, e che forse potremo vederci domani. Va bene le dico; infine riaggancio.


Bruno Magnolfi

lunedì 14 maggio 2018

Fine della storia.


          

            Ho perso. Forse non è stata una vera colpa la mia e neppure credo si sia trattato di un madornale errore di valutazione; difficile difatti persino comprendere qualcosa capace di causare effettivamente tutto quello che è accaduto. Magari si sono anche verificate delle situazioni singolari per cui mi sono trovato praticamente preso in mezzo ad una serie di sciocchezze a cui non avrei mai dovuto dare importanza. Però di fatto sono caduto in uno stupido trabocchetto teso nient’altro che dagli eventi. E in ogni caso proprio non c’è appello per quanto riguarda la mia condizione attuale. Le cose stanno così e bisogna soltanto farsene al più presto una ragione. Non tanto perché penso di riparare tutto in qualche modo: non ne ho neanche la voglia, e poi sinceramente non ce ne sarebbe neppure il tempo. Quanto perché in questo momento cerco soltanto la possibilità di tirare ancora avanti alla meno peggio, e dopo basta.
            Ho avuto degli abbagli quasi in tutte le cose in cui in qualche modo potevo prendere delle decisioni che si sarebbero dimostrate fondamentali. Forse perché ho sempre pensato ottimisticamente che in seguito ci sarebbe stato tutto il tempo per modificare le mie scelte del momento, una volta eventualmente trascorsi i tempi delle necessarie piccole esperienze. Invece i fatti conseguenti si sono solidificati rapidamente mostrandosi ormai come dati di fatto, ed anche soltanto la possibilità di guardarmi ancora indietro per un’altra volta giusto per verificare quanto accaduto è presto venuta meno. Adesso sono da solo, senza alcuna nuova possibilità.
Non ha importanza mi dico, devo soltanto non pensarci più ed affrontare tutto quanto mi trovo ad avere di fronte elencando le cose una per una, senza cercare più nessun disegno di massima e soprattutto senza scopi. Mi accosto al bancone del bar mentre penso questo e sorrido a Giorgio che in fretta mi serve la mia solita birra. Lo conosco da sempre, lui sa che oramai sono fuori da tutti i giri, per questo mi dice qualcosa di leggero, quasi amichevolmente, senza chiedermi alcunché delle mie cose. Forse non dovrei neanche farmi vedere ancora qui dentro penso, probabilmente dovrei cercare dei posti dove nessuno mi conosce e magari costruirmi attorno poco per volta un personaggio diverso da quello che sono e che sono stato. Ma è tutto difficile.
Ho sbagliato, questo è il punto, anche se non so farmene ancora una ragione. Se chiudo gli occhi sonnecchiando mi pare quasi di aver ancora da definire una quantità discreta di passaggi, come se tutto dovesse ancora succedere, ma poi mi guardo attorno e vedo che la realtà mi è quasi ostile, probabilmente avrebbe voluto da me delle scelte differenti, delle convinzioni diverse e così forti da non avere mai permesso di far vacillare tutto l’impianto come invece è accaduto. Lascio i soldi della birra sul bancone e me ne vado. Non resta per me che ripercorrere a ritroso e con calma le strade che conosco; girare in lungo e in largo tutti i vicoli in cui ho lasciato qualcosa delle mie speranze; e poi alla fine dimenticarmi di me stesso, sciogliendomi in qualcosa di diverso da ciò che ero, impersonando qualcuno che non guarda più all’individuo come fosse lui davanti a tutti, ma che si sente soltanto una piccola parte di quella folla di persone che tirano avanti ogni giorno nella completa indifferenza.

Bruno Magnolfi 

domenica 6 maggio 2018

Soluzioni efficaci.


            

            Sono fermo, mentalmente intendo. Non riesco più minimamente neanche a pensare a delle faccende vagamente diverse da quelle consuete, perciò continuo a dibattermi nelle stesse semplici riflessioni che mi hanno accompagnato costantemente per tutti questi ultimi tempi, limando e scartando ogni poco soprattutto quelle che mi hanno procurato maggiore fastidio, finendo però col concentrarmi quasi sempre soltanto su appena due o tre minime cose, praticamente quasi sempre le stesse. Non so per quale motivo mi venga spontaneo comportarmi così, forse lo faccio soltanto nel tentativo volto alla ricerca di una autonoma e rapida nausea, in modo cioè da trovarmi costretto prima o dopo ad indirizzare la mia testa verso qualcosa d’altro tipo, qualcosa che magari sia assolutamente l’esatto opposto di ciò che mi sta appagando in queste giornate senza alcun significato. O forse anche perché dietro ogni mia scelta non c’è mai stato un ragionamento particolarmente profondo, soltanto qualcosa dettato da qualche capriccio, perlopiù momentaneo.
            Incontro un amico di vecchia data, lo guardo senza interesse, lui mi dice con poche parole che le cose per noi si stanno mettendo piuttosto male, come se non me ne fossi già accorto da solo, però lo assecondo, annuisco, dico a mia volta che non credo comunque ad un improvviso recupero dei valori che ci hanno portato fino a questo momento, ma lui dice che c’è persino dell’altro, e che ognuno di noi ormai sta pensando soltanto a se stesso. Lo squadro con maggiore interesse: mi pare sensata questa cosa che dice; ciascuno di noi è completamente scisso dagli altri, non c’è alcuna possibilità oramai di costruire un’intesa tra tutti quelli che siamo, l’individuo nella logica quotidiana è ormai al centro di tutto, ed è in guerra dichiarata con quanto sembra costituire il resto del mondo.
            Mi sento perduto, praticamente abbandonato nella corrente generale che indica come le idee siano frutto di qualcosa a noi superiore, come se tutte le scelte possibili fossero già state fatte da altri che volevano fin dall’inizio questo andamento di cose; così torno a guardare il mio amico ancora per qualche momento, quasi cercando una parola finale, ma improvvisamente però lo saluto, gli dico che ho bisogno di andarmene, di trovare in qualche luogo una forma che mi dia maggiore serenità, verso la ricerca di qualcosa di cui adesso non saprei proprio dire, ma che sento come un elemento fondamentale per le giornate a venire. Lui mi chiama da dietro quando gli ho già voltato le spalle, grida che forse ha la soluzione di tutto, che devo fermarmi, ascoltarlo, perché probabilmente la salvezza delle nostre giornate sta tutta racchiusa dentro poche parole, che sono poi esattamente le stesse che abbiamo sempre saputo, quelle alle quali adesso basta soltanto invertire la logica. 
Torno a fermarmi, mi volto, mi sento scettico verso un argomento del genere, però magari potrebbe avere ragione il mio amico rifletto: è sufficiente con grande semplicità rovesciare le cose, rendere tutto contrario, e lasciare poi che il resto vada avanti da solo, producendo improvvisamente una scia di soluzioni che non saremmo mai riusciti a mettere insieme andando avanti senza questa intuizione. Gli lancio da dove mi trovo un cenno di assenso, lo vedo sorridere mentre comunque sono già piuttosto lontano da lui, poi mi volto definitivamente verso la contemplazione dei miei fatti più personali, ed alla fine però mi sento leggero, come se con un gesto soltanto avessi davvero a portata di mano ciò che avevo sempre cercato.

Bruno Magnolfi

sabato 21 aprile 2018

Piazza, bella piazza.


           

            Lui è là, bello e immobile sul marciapiede mentre continua a guardarmi, ed io che dentro di me vorrei tanto muovere subito questi miei passi incatenati ed andargli proprio incontro, mostrargli il mio entusiasmo, la mia assoluta voglia di stare assieme a lui, mentre però al contempo sono così sicura di essere sotto osservazione da parte di certa gente a cui non mi va per niente di far sapere le mie cose, in questa piccola piazza di paese dove nessuno pensa mai solo agli affari propri, che tutto questo mi appare adesso già più che sufficiente per togliermi qualsiasi volontà di muovermi da questo opposto angolo della piazza.  Mi volto di tre quarti allora, mi rivolgo ad una persona che conosco e lascio che mi ponga una domanda qualsiasi, senza nessuna importanza, giusto per farmi trascinare a parlare di qualcosa e togliermi così da questa situazione ambigua. Giro la testa per un attimo però, prima di rispondere, e lo guardo ancora mentre rido di qualcosa come per conto mio, perché lui sta ancora là, immobile, con le sue mani sprofondate nelle tasche.
Non c'è stato molto tra di noi sinceramente, o almeno niente di così importante da ricordare adesso, eppure ognuna di quelle piccole cose che sono successe sembrano come rimaste tutte in aria, praticamente non risolte, tutte cose che a me sono sembrate da subito piuttosto forti, faccende che ancora devono essere affrontate nel dettaglio, e che prima o dopo dovremo prendere in considerazione insomma, naturalmente nel caso in cui a nessuno venga a mente di interporsi tra di noi. Potrebbe essere considerata la nostra come una smania che ci prende ad ambedue in certe occasioni, oppure anche un improvviso colpo di testa che non si riesce proprio a controllare, ma in ogni caso sappiamo sia io sia lui che tutto o quasi potrebbe accadere sempre, anche in questo preciso momento, senza che nessuno tra coloro che provano a tenerci sempre distanti possa riuscire ad influenzare i nostri rispettivi comportamenti.
Mi muovo di qualche passo di lato assieme alla mia amica che prosegue a dirmi delle sciocchezze che neppure mi interessano per nulla. Lei vorrebbe sicuramente chiedermi qualcosa di noi due, sapere come si stiano evolvendo le nostre cose, conoscere magari qualche particolare, ma si trattiene al massimo perché sa come io sia una ragazza che se viene punta nel vivo può anche reagire molto male. Lui adesso mi guarda con minore intensità, mi rendo conto, parla con qualcuno che gli è accanto, sembra quasi che questo tardo pomeriggio gli serva soltanto per mostrare a tutti quanti che può fare a meno anche di me, nonostante io sappia bene che è soltanto una sua spudorata strategia. Non farà mai il primo passo verso la mia persona, ne sono certa, eppure eccolo lì, con le sue occhiate fiammeggianti nella mia direzione, bello come nessuno e soprattutto inavvicinabile.
Potrei fingere uno svenimento penso, tanto per farlo muovere verso di me; ma verrebbero anche gli altri, curiosi come sono. Potrei allora entrare nel caffè della piazza insieme alla mia amica, ma potrebbe essere preso come un invito a seguirmi, e questo non deve mai accadere. Resto ferma perciò, ed attendo che qualcosa accada, anche se non sembra proprio possa succedere stasera. Poi lui invece scende dal marciapiede, flemmatico attraversa la strada con il suo passo lento, si avvicina a noi due senza guardarmi, ed alla fine si rivolge alla mia amica, giusto per chiederle se sa dove possa trovarsi suo fratello. Mi sento struggere, mi volto da ogni parte, sono sicura che la mia faccia abbia assunto già colori accesi, ma resisto e non lo guardo, anche se lui sembra tranquillo.
Poi se ne va, lasciando in aria giusto un cenno di saluto, ed a quel punto anch’io con la mia amica ci muoviamo per andarcene lungo qualche altro marciapiede. Mi sento svenire, non vorrei neppure andare via, ma adesso devo, non posso fare altro. Mi allontano dalla piazza, resto in silenzio, non so cosa pensare: poi mi rendo conto all’improvviso che nelle sere prossime non ci devo andare più a passare il tempo in quella piazza.

Bruno Magnolfi

mercoledì 18 aprile 2018

Via dell'Oriuolo.




Antonio, avevo detto sottovoce rivolgendomi a lui timidamente nell’ambiente polveroso di quella sala da cinema-teatro minore che peraltro da lì a poco sarebbe rimasta definitivamente chiusa; ho portato qualche pagina, qualche foglio, insomma dei piccoli racconti e qualche appunto scritto proprio da me, che forse potresti anche leggere se vuoi. Ero andato da solo lì dentro in quel pomeriggio letterario, proprio come adesso, durante questa serata tiepida di trent’anni dopo, in quest’altra sala dove improvvisamente si riparla di lui, ora che è morto e che si dice sia stato il più grande di tutti da tanto tempo a questa parte. Ma in quel pomeriggio lui sembrava quasi uno qualsiasi, uno senza grandi pretese, a portata di mano, tanto da farsi venire dietro tutte quelle insegnanti in pensione senza molto altro da fare di sabato se non spingersi fino là dentro, forse perché avevano letto o anche solo sentito parlare dei piccoli equivoci, e magari ne erano rimaste persino colpite, proprio come me, che mi sembrava quasi di aver prestato a lui in quel libro alcuni dei miei tanti pensieri.
Antonio si era girato, visto che stava parlando con altri due o tre come di prammatica che lo avevano bloccato immancabilmente dopo la sua lezione meravigliosa da solo sul palco, dietro ad un tavolo semplice, con qualche appunto davanti e proprio nient’altro. Mi aveva guardato per un attimo dietro ai suoi occhiali, forse riconoscendomi, così come si riconosce qualcuno che in qualche modo ti rassomiglia, che ha qualcosa di te, porta all’interno nel proprio intimo una maniera di vedere le cose che non ti è pienamente del tutto estranea. E forse ne aveva avuto improvvisamente paura, nella stessa maniera in cui ci si ritira vedendo un’immagine insolita passarci vicino, magari nella penombra estiva del proprio appartamento, riflessa attraverso il vetro di una finestra rimasta aperta o di uno specchio che non ci si ricordava neppure di aver posizionato proprio in quella posizione, provando quasi ridicolmente timore di sé. Aveva sorriso, e poi risposto qualcosa a quelle persone, ed io ero rimasto impietrito, fermandomi immobile nell’attesa forzata di aspettare di nuovo da lui l’incoraggiamento di cui avevo bisogno, da quel suo sguardo acuto e penetrante, ma che sapeva essere anche umano e mansueto.
Antonio sono qui, avevo pensato con voce forte, e forse tutto lo sgomitare che ho avuto da sempre intorno a queste frasi che in seguito hanno come proseguito ad inseguirmi, come una musica che sembra non voglia mai uscirti di mente, e che probabilmente non dice un bel niente a nessuno, ma che sembra sempre più ricca di sostanza, densa di cose da dire, di sciocchezze da urlare, o anche da riflettere, e che non può passare per sempre come un inutile esercizio di stile, ecco, queste stupide frasi adesso sono qui, volevo dirgli, dentro ai miei piedi, proiettate verso di te che forse sei l’unico che può concedere loro la comprensione che si meritano, se mai di comprensione si sia sentito davvero tutto il bisogno. Ma tu non riuscisti ad udire quel grido, per colpa mia certamente, e ti offristi come era ovvio a qualche officiante in cerca di una dedica su piazza d’Italia. Questo è tutto ciò che ricordo e che adesso mi mette di nuovo in relazione con te, Antonio: praticamente niente, soltanto un sospiro, uno sguardo, un’immagine, un nulla di quanto avrei avuto davvero la necessità. Anche se forse non c’era proprio stato, almeno in queste due sere stupende, neppure bisogno d’altro.

Bruno Magnolfi