martedì 17 ottobre 2017

Volo negato.



Oggi mi ha portato un caffè, uno degli operai della carrozzeria. Non lo avevo mai neppure troppo notato tra gli altri ragazzi che lavorano qua dentro, così evidentemente mi sono schernita, già sorpresa com’ero, e subito l’ho ringraziato, naturalmente, anche se era solo una bevanda della macchinetta automatica; quindi con calma mi sono rimessa a svolgere il mio lavoro, oltre i vetri coperti di patina della debole porta che mi separa dall’officina, ed ogni tanto quasi senza volerlo mi sono ritrovata a dare ancora qualche sguardo da quelle parti, forse più per curiosità che per altro. Poi me ne sono andata, a fine mattina, come sempre, visto che il mio lavoro è a tempo parziale, salutando il titolare come ogni giorno ma evitando di farmi vedere andare via dagli operai che parevano totalmente immersi nelle loro occupazioni, come facessi stupidamente qualcosa di cui vergognarmi.
Andrea si chiama; ho cercato di nascosto i suoi dati sul registro dei dipendenti, ed ha soltanto qualche anno meno di me. Mi fa sorridere tutta questa faccenda, forse perché era da tanto tempo che non mi sentivo così. Anna, mi ha richiamato l’anziano titolare mentre ero già sulla porta con la borsa pronta ad andarmene via: mi raccomando per domani, ci sono gli adempimenti del mese. Certo, gli ho detto con un gran sorriso: arrivo presto; e mentre camminavo lungo la strada verso il mio appartamento mi sono sentita bene, come soddisfatta, quasi allegra, forse anche per la bella giornata, ma più probabilmente della leggerezza che improvvisamente ho come provato nelle mie gambe. Non sono neppure passata davanti al negozio della mia amica per salutarla, come faccio quasi sempre, anche se avevo un po’ voglia di raccontarle qualcosa di questo Andrea e delle sue maniere gentili, perché in fondo mi sono detta che devo imparare a tenere almeno qualcosa soltanto per me.
Mi pare che tutto giri meglio quando sono distante da casa, come se le mie cose più vere esistessero soltanto fuori dalle mura domestiche, lontano dalla mia famiglia, anche se questo è un pensiero assurdo e segreto che neppure io potrò mai accettare davvero. Però i piccoli elementi importanti che formano in genere la mia giornata spesso si svolgono fuori dal mio appartamento, ed anche se quello che faccio è tutto proteso verso il mio nucleo familiare, comunque sia mi ritrovo certe volte a desiderare una vita diversa, qualcosa che non sia soffocato soltanto da comportamenti ordinari e dalle normali abitudini.
Forse Andrea ha compreso perfettamente almeno qualcuna delle mie difficoltà: magari mi ha guardato in certe occasioni senza essere visto mentre svolgevo i soliti conteggi sulla calcolatrice, e forse in quei casi il mio sguardo gli è parso un po’ troppo triste, piegato su quotidianità senza sbocchi. Vorrei parlare con lui qualche volta, penso adesso tanto per elencare tutte le possibilità che ancora riesco a mettere insieme, anche se poi realmente è probabile che non lo farò mai. Sono qui, vorrei dirgli, mi piacerebbe tanto avere ancora un caffè, ma le mie ali non riescono più a sostenere il mio corpo per il volo che vorrei tanto spiccare. Arranco forse, cerco di farmi piacere qualcosa che probabilmente non è più di mio gusto, magari soltanto perché non so neppure più riconoscere che cosa sia che mi piaceva davvero fin all’inizio. Poi riprendo gradualmente il corso delle mie attività; come sempre.


Bruno Magnolfi

mercoledì 11 ottobre 2017

Allievo del saggio.

            

All’uscita dalla scuola torno verso casa passando quasi sempre dalla medesima strada. Generalmente non trovo motivo di alcuna fretta, così mi guardo attorno con calma, osservo gli altri nei loro affari e mi immedesimo praticamente in un qualsiasi viaggiatore con indosso lo zaino, mentre a volte mi perdo a contare i miei passi lungo il marciapiede. Non accade niente di particolare dentro di me o intorno a me, niente che comunque rivesta una qualche importanza: le macchine che transitano scivolano lungo la strada, i passanti camminano tutti verso le loro destinazioni. Eppure io mi sento bene ad osservare le piccole cose che incontro, e mi pare in questo modo di imparare sempre qualcosa, forse anche più di quello che mi hanno appena insegnato dentro la scuola. Ma è soltanto quando arrivo in prossimità della palazzina dove abito con i miei genitori che sento un senso di vuoto che mi prende.
Sono più grande di quello che dimostro, mi sento diverso dai miei compagni che continuano fuori e dentro la scuola a giocare come dei bambini, e poi ridono, scherzano, parlano delle cose più stupide, cosa che a me al contrario non capita quasi mai: respiro la mia giornata come cercando di comprenderne il senso, osservo i gesti di tutti cercandone i motivi scatenanti, mi ritrovo a fissare dei particolari per scoprirne le funzioni, tutto perché in fondo nient’altro mi interessa davvero. Ho soltanto sedici anni, lo so bene, ma le mie letture di questi ultimi tempi mi hanno portato già molto lontano, perché fin da subito ho compreso che dentro ai libri migliori ci stava già tanto, quasi tutto ciò che volevo davvero sapere.
Mi fermo prima di giungere al portone che immette al mio condominio, e soffermandomi a cercare qualcosa dentro lo zaino rifletto su quanto anche oggi sono riuscito a mettere a punto. Penso che ognuno debba tentare di essere così come si sente, e non accettare mai alcuna finzione. Incontro un vicino di casa, una persona che vedo da sempre, un uomo anziano che trascorre le giornate nei dintorni della sua abitazione, salutando tutti con gli occhi piccoli e ridenti infossati dentro le rughe, nel mezzo a una faccia piena di storia, mostrando sempre uno spirito che nonostante l’età più che avanzata ancora lo illumina. Mi piace questo vecchio, lo trovo sincero, l’ho già disegnato chissà quante volte senza mai troppo cercarne con il disegno soltanto una banale somiglianza apprezzabile. Mi piace la figura che esprime, la sua presenza, le tante cose di cui forse se avesse più voglia e più fiato potrebbe parlare. Mi piace che sia qui, come a guardia di tutto se stesso, dei suoi anni trascorsi ad accumulare esperienze e ricordi. Sarò come lui, prima o dopo, un saggio che osserva, e che forse proprio per questo comprende davvero le cose.
Infine entro in casa: c’è la mia mamma che aspetta, e forse nel pomeriggio quello che ho visto attraverso il mio punto di vista sarà guida della fedele matita su un foglio di carta: non è importante in se stesso questo mio disegnare, forse non avranno mai troppo valore questi fogli pieni di segni che accumulo: è la mia ricerca il fatto essenziale, il mio tentativo di dare una veste a tutto quello che sento.


Bruno Magnolfi

martedì 3 ottobre 2017

Dimenticare domenica.

            

Qualcosa dovrà pur succedere penso, le cose non possono certo proseguire per sempre in questa maniera. Mi sento nervoso quando rientro a casa la sera, non posso certo fingere di essere in un altro modo. Soprattutto mi disturba ritrovare appena arrivato tutte le cose nella stessa esatta maniera di come le ho lasciate, come se i giorni che si susseguono fossero identici, come se per avere salva la vita si dovesse sempre e solo lasciarla nelle mani di una monotonia spesso del tutto insopportabile. Saluto i miei familiari, tolgo la giacca, vado in bagno, poi indosso vestiti e scarpe più comode, e spargo senza impegno qualche domanda tanto per sapere se ci siano delle piccole novità, anche se infine mi siedo davanti alle notizie della televisione, per cercare ancora un collegamento con la realtà che c’è fuori, pur senza neanche provare un vero interesse, e proseguendo comunque anche in questa maniera ad alleviare la situazione che sto respirando.
Forse tutti quanti viviamo questa medesima situazione penso, probabilmente dobbiamo soltanto assuefarci di più a quanto normalmente ci capita, senza mettere in mezzo un vero contrasto, anche se risulta difficile, anche se è complicato cercare di essere soddisfatti e tranquilli quando le cose non ci piacciono affatto. Naturalmente preferisco non pensare mai a queste cose, e così lascio che il tempo da trascorrere con la mia famiglia sia il più possibile vuoto di cose comuni, anche se sono contento di dare un senso con la mia presenza alle stanze di casa.
Mia moglie è molto pacata, sorride ma senza mai ridere veramente; è gentile, si vede che ci tiene molto alle persone che la circondano, anche se non riesce ad avere un vero scatto di entusiasmo per qualcosa che magari facciamo o che ci proponiamo di fare, così ogni argomento sembra sempre senza spina dorsale, e tutto ciò di cui ho voglia di parlare quando sono in casa diventa un elemento quasi banale, privo di un qualche interesse. Corrado, mi dice con la sua voce tranquilla; tu hai fatto esattamente quello che dovevi fare. Ed anche quando racconto che spesso al lavoro monto di nervi per le uscite stravaganti del mio capoufficio, lei non prende mai una vera posizione, lasciando che tutto rientri in un alveo di normalità.  
Mio figlio si chiama Francesco, e non fa mai altro che guardare verso il basso o da un’altra parte, come se non fosse per nulla interessato a ciò che lo circonda. Gli dico certe volte che le cose importanti sono là fuori, che lui dovrebbe avere più amici, cercare di uscire, inserirsi in qualche compagnia dove fanno davvero qualcosa, ma lui pare non ascoltarmi, e tutto quello che si limita a fare, anche da quanto mi dice mia moglie, è starsene nella sua cameretta a leggere libri, a studiare, o a perdere tempo da solo. Ho anche provato a portarlo con me, ad assistere a qualche partita o in qualche locale per vedere come se la sbriga con gli altri, ma mi sono reso conto che non sembra mai interessato da niente, e che diventa immediatamente come un ingombro che si fa trascinare da una parte a quell’altra senza dire se gli va bene oppure no.
Per questo per me la domenica è il giorno più buio della settimana: un vuoto completo da provare a riempire in qualche modo con qualcosa che normalmente mi sfugge, uno stupido giorno da far passare il più in fretta possibile, facendo anche in maniera in qualsiasi caso di dimenticarlo velocemente, proprio come se non fosse neppure arrivato.


Bruno Magnolfi  

martedì 26 settembre 2017

Definitive certezze.

          
            Certe volte provo una certa tristezza, anche se credo sia piuttosto immotivata, ma trascorrendo tutto il pomeriggio in casa mi sembra facile almeno in qualche caso sentirmi un poco a terra. Così esco quasi sempre in questi casi, e vado in giro nel quartiere, lo faccio proprio per svagarmi, anche se poi naturalmente entro nei soliti negozi che conosco per acquistare le cose che mi servono, così saluto tutti sia nella macelleria di sempre che dall’ortolano e dal panettiere, e in certi casi mi fermo a fare quattro chiacchiere con chi provo maggiore confidenza e che incontro da più tempo. Poi rientro in casa con le buste della spesa, sistemo tutto dentro la dispensa e sui ripiani del nostro frigorifero, ed infine inizio a preparare con calma qualcosa per la cena, nell’attesa che mio marito torni dal lavoro. Lo so che lui non fa mai gli straordinari anche se usa questa come scusa; tira tardi da qualche parte, in qualche bettola, mi immagino, e quando poi rientra il suo alito sa di alcol da lontano, ma io lo lascio fare, come sempre cerco soltanto di lasciarlo tranquillo, di non oppormi troppo ai suoi modi e ai suoi pensieri.
            Certe volte ho avuto paura del suo carattere, di quell’improvviso scattare di nervi, del suo guardarmi storto con gli occhi spiritati, ed alzare la voce in modo assurdo quasi senza averne un buon motivo vero. Ma poi lo lascio perdere, mi piego sulle cose che ci sono da fare nel nostro appartamento, e mi dimentico subito di tutto: mio figlio in fondo cresce bene, i risultati scolastici ci sono, ed anche se spesso sta un po’ troppo per conto proprio, non mi preoccupo per niente; tutto normale, mi ripeto, le cose vanno come devono andare. La mattina usciamo tutti insieme, io vado a sistemare i conti e le fatture di una carrozzeria poco lontano, ma giusto per qualche ora, e dopo basta. Non so cosa mi manchi, forse non sono mai riuscita ad essere in perfetta sintonia con la mia famiglia, ma credo che questo sia solo un piccolo problema. 
Certe volte vorrei essere altrove, perdermi da qualche parte magari dove nessuno mi conosce, e ricominciare da capo, come se tutto quanto sono riuscita ad essere fino a questo momento fosse soltanto l’apprendistato ad una vita vera, magari più libera, piena di sorrisi e di cose soprattutto allegre. Però c'è mio figlio da crescere bene in questo momento, ed anche se in qualche caso non comprendo del tutto quali siano i suoi comportamenti, però sono sicura che sarò sempre con lui, dalla sua parte. Mi piace la mattina andarmene al lavoro, perché mi sento utile, benvoluta, e quelle poche ore che trascorro nel piccolo ufficio della carrozzeria mi passano in un soffio liberandomi la mente dai pensieri più antipatici.
Certe volte poi sono da sola in casa al pomeriggio e sento d’improvviso che sto bene, che sono serena, e che vorrei sempre rimanesse tutto come lo avverto quelle volte. Mi pare di aver sbagliato in qualche occasione, ma i miei errori secondo me non sono mai state cose gravi. La serata da trascorrere in casa senza alcun programma rimane forse la porzione del giorno che mi piace di meno in assoluto. Sembra soltanto una parata di musi lunghi, come se qualcosa non andasse affatto come dovrebbe: entro nella cameretta di mio figlio e lui è lì, con i suoi disegni che non vuol mai farmi vedere, ed io mi sento quasi un’intrusa nella vita di persone che forse non avrebbero neppure bisogno di una come me. Ma subito mi passa: le cose andranno bene penso, non c’è neppure da dubitarne, e tutto andrà al suo posto appena superate queste piccole divergenze che presto ci dimenticheremo in fretta e soprattutto in una maniera che sarà definitiva.


Bruno Magnolfi 

lunedì 18 settembre 2017

Evidenti differenze.



No, io forse non sono normale. O meglio, non mi sento proprio come credo siano gli altri, perlomeno come tutti coloro che in genere incontro per strada quando sono impegnato nel mio solito giro attorno al quartiere. Cammino come sempre, tranquillo, e per cortesia sorrido ogni volta a qualcuno tra quelli che trovo a passeggiare esattamente come me sul marciapiede, anche se nessuno di loro purtroppo si sogna quasi mai di rivolgermi anche una sola parola.
Lei assomiglia ad un attore del cinema, dico oggi a questo tizio che sembra aspetti qualcuno. Mi fa piacere, fa lui, ma non mi occupo di cose del genere. Non importa, dico io, ho detto così tanto per scambiare due chiacchiere, per conoscere la sua voce. Va bene, fa lui, però adesso avrei qualcosa da fare, così mi saluta con un gesto della mano e poi si volta per andarsene, ma io all’improvviso gli chiedo da dietro il suo nome, insomma come si chiami. Aldo, dice subito lui quasi sottovoce, voltandosi appena e proseguendo con noncuranza ad allontanarsi. Resto perplesso, anche il medico che mi segue si chiama così.
Mi volto indietro, forse dovrei cambiare qualcosa in questi miei modi, nella mia maniera di comportarmi con gli altri. Mi fermo davanti ad un negozio e poi decido di entrare. Dopo un attimo un commesso mie chiede se possa aiutarmi, ma io dico che avrei solo intenzione di dare un’occhiata. Da dietro il banco però mi guardano male mentre osservo curioso tra gli scaffali, quasi fossi un ladro o qualcosa del genere, Perciò ad un certo punto sorrido al commesso di prima, e gli dico che purtroppo non ho con me i soldi per acquistare qualcosa, anche se il negozio mi piace, e mi piacciono quasi tutti gli oggetti in vendita qua dentro.
Poi esco prima che qualcuno mi metta alla porta, tanto ho già visto che non mi concedono alcuna possibilità per socializzare con loro, ma quando torno a muovere un passo lungo la strada incontro quasi subito il tizio di prima. Aldo, gli dico subito, e con questo cerco e gli stringo la mano, anche se lui si vede soltanto costretto ad essere gentile con me. Conosco una persona che si chiama come lei, gli dico subito; però non mi sta molto simpatico, ha sempre da rimproverarmi per i miei modi, e poi continua a suggerirmi di fare in un modo o in un altro.
Quello mi osserva, capisce al volo che io sono uno da tenere a distanza, così si mette a guardare qualcosa che adesso tira fuori dalla sua tasca, ed infine torna a guardarmi, per dire alla fine che non ha tempo per me, ma se voglio posso andare a prendere una tazza di caffè nel bar qui di fronte, poi passerà lui a pagare. Non mi interessa, gli dico, volevo solo parlare, ma se non è possibile ne farò a meno. Aldo ci rimane male della mia risposta, forse non voleva essere scortese, alla fine mi mette una mano sopra le spalle e mi dice che certamente io sono un bravo ragazzo, e che a pensarci bene forse lui può anche dedicarmi qualche minuto.
Non importa, gli dico: se le cose devono essere frutto di un qualche ragionamento per trovare la maniera meno dolorosa per compierle, vuol dire che non hanno alcun senso. Lui resta fermo e in silenzio, perplesso, ed io intanto mi allontano con calma. Non assomiglia molto al mio medico, penso. Anzi, loro due sono proprio diversi.


Bruno Magnolfi  

venerdì 25 agosto 2017

Profondo interno.

           

            Sono immobile, non riesco più neppure ad alzarmi da questa panchina. Mi hanno piazzato in un pubblico giardinetto, ma non c’è nessuno qua attorno, proprio nessuno con cui scambiare almeno quattro chiacchiere. Ma in fondo non ha alcuna importanza, ho con me i miei pensieri, e tanto mi basta. Però sono confuso, non riesco a capire dove sia stato l’errore, in quale esatto momento abbia sbagliato la scelta. Mi guardo attorno: ci sarà pure una possibilità nel finale penso, un momento salvifico in cui qualcuno viene a soccorrermi e a riconoscere qualcosa di me, qualcosa che sia risultato almeno positivo, che valga la pena di ricordare.
            Torna la mia badante, dice che non ha trovato nessuno che le vendesse una bottiglietta d’acqua, ma in ogni caso adesso fa troppo caldo ed è quasi l’ora di tornarcene a casa. La guardo per un attimo, poi annuisco ed osservo la fila degli alberi più avanti. Non importa neppure che pensi rifletto, ogni cosa va al proprio posto anche senza di me: tra poco nella mia stanza guarderò le notizie del giorno alla televisione, immaginerò altri mondi, altri scenari lontani il più possibile dai miei poveri disastri, e lascerò come sempre che mi accudiscano, senza tentare alcunché di diverso.
            Ci muoviamo, lentamente, lasciandomi sorreggere, i passi uno avanti a quell’altro, quasi fossero in questo momento la cosa più importante del mondo. Poi ci fermiamo, improvvisamente: c’è qualcosa di cui mi ricordo, devo appuntare su un foglio questo pensiero, così la badante mi aiuta con un pezzo di carta, la matita poi la porto sempre con me. C’è davvero un errore che riconosco, adesso mi è chiaro. Per la fretta, senz’altro, la superficialità, i miei soliti difetti. Avrei dovuto comportarmi in un’altra maniera, essere più diretto, puntare soltanto allo scopo finale. Ho perso del tempo invece, ho creduto forse di poter recuperare qualcosa subito dopo, e invece non è andata così, ma forse già lo sapevo che lo scenario sarebbe cambiato velocemente, e che certe occasioni non si ripresentano mai.
Non è servito neppure pensare che poteva andar meglio la volta successiva, perché poi tutte le volte è diverso, i fatti non si fanno vedere mai nella stessa maniera. C'è stata una buona occasione per cambiare tutte le carte sul tavolo, ecco come va detto, ma quella occasione io l’ho lasciata sfumare, questo adesso è quello che devo appuntare sul foglio. Non c'è da provare rimpianti, anche questo fa parte di me, di questo strano carattere, del mio aver lasciato scorrere in un certo modo le cose, come se forse il giorno successivo a tutto quanto fosse stato il momento più adatto.
La mia badante non sa più cosa pensare di me: un vecchio rompiscatole rancoroso come se ne trova ben pochi, ma non so cosa farci, sono in questa maniera, ci vuole pazienza. Non ce l'ho con nessuno, le cose non sono andate come volevo, ma la colpa è la mia, tutto è dipeso soltanto da me, e riconoscerlo adesso mi pare quasi un sollievo. Cosa importa, vorrei ancora scrivere su questo foglio, se si scava all’interno ogni persona porta con sé un proprio errore, una mancanza grave che il tempo magari ha cercato di cancellare, o che ha reso accettabile. Sono esattamente come gli altri, ecco; da questo punto di vista niente di fondamentalmente diverso.
Siamo arrivati, entriamo, adesso accenderò la televisione per le notizie, la mia badante si eclissa, i miei pensieri restano ancora con me. Eppure lo sbaglio c’è stato, e se penso intensamente a tutto quanto provo ancora un po’ di vergogna, di rabbia, e volontà di riscatto. Non posso annullare questa mia riflessione, tanto vale cerchi di allearmi con lei, di plasmarla fino quasi a farne il pensiero principale da cui ripartire. Già, perché qualsiasi errore prima o dopo si può sempre correggere.


Bruno Magnolfi  

lunedì 7 agosto 2017

Cambio di identità.

           

Sono perfettamente cosciente di ciò che mi viene riferito in questa stanza disadorna; naturalmente ascolto tutto quanto con molta attenzione ed intanto cerco di comprendere quale persona sia proprio quella che sembra aver agito esattamente come se fosse un’altra me stessa pur non essendolo. Abbasso la testa, non guardo nessuno, peraltro sono tutti uomini qua dentro esclusa me, e cerco con attenzione di non fare alcun accenno alle loro accuse, soprattutto evitando ogni espressione troppo esaustiva a margine delle parole che sottolineano tutti i fatti messi in elenco. Si comprenderà penso, prima o dopo, che non sono stata io a compiere quei gesti e quegli atti negativi. Ne sono certa, senza ombra di dubbio, per questo adesso non ho proprio niente da dire a mio discapito.
Non capisco neppure come la mia identità, o meglio quella di una donna che mi assomiglia molto, possa essere entrata in questa storia; mi pare impossibile che qualcuno mi sospetti di comportamenti così aberranti come dicono tutti, quando io non ne ricordo neppure una minima parte, tanto che pur essendo convinta che venga detta la pura verità sui fatti e su ogni vicenda, e che tutto quanto sia veramente accaduto, penso che tutto deve essere stato causato semplicemente da una persona che magari mi assomiglia e basta. Chiudo gli occhi: non è quasi possibile che possa essere accusata davvero di cose di quel genere, e forse per questo, per l’assurdità delle imputazioni che loro riferiscono, mi viene quasi da ridere. Rido difatti, anche sguaiatamente, senza decidere di fermarmi neppure quando mi invitano a farlo, ed i presenti proprio per lo stesso motivo si guardano tra loro, forse si formano così una qualche opinione più leggera nei miei confronti penso, anche se evidentemente almeno per adesso non si fidano affatto delle cose che tento di proporre a mio discapito.
Non sono io, dico alla fine, ed adesso sono loro che si mettono a ridere, visto che queste persone conoscono più cose nei miei confronti di quante almeno a tratti sembra ne sappia addirittura io stessa. Forse c'è qualcuno che ha rubato la mia identità dico, probabilmente c’è una sosia di me che sta mettendomi deliberatamente in questa posizione così difficile. Sembra un incubo, una storia impossibile messa in piedi per farmi quasi credere di essere un’altra. Riprendo a ridere, cosa mi importa, nessuno può farmi niente finché nego ogni addebito ed ogni responsabilità, anche se loro sono dei bravi poliziotti.
Dicono che ormai non ci sono dubbi e che io non possa fare altro che confessare, ma a me a queste parole viene naturale volgere lo sguardo da tutta un’altra parte, e disinteressarmi di ogni cosa. Loro scrivono, qualsiasi parola venga detta, anche quella appena accennata, o magari solo suggerita, e forse anche i miei stessi pensieri vengono tutti scritti dettagliatamente sulla carta. Poi una volta terminata la relazione mi dicono di firmarla, ma io non voglio firmare niente dico ad alta voce, e con questo ribadisco che tutto quanto hanno appena spiegato è semplicemente riferito ad una persona che non sono io, ad un’altra donna insomma. Si grattano la testa, dicono che adesso ricominceranno tutto dall’inizio, così partono a chiedermi il nome, il sesso, la data di nascita, il posto dove abito, ed è in questa maniera che io adesso mi invento di sana pianta un'identità che assolutamente non corrisponde a nessuna delle cose che loro dicono di me, riferendo dei connotati che sono di una qualche persona che nessuno neppure conosce, naturalmente perché frutto soltanto di questa mia fantasia.
Ed improvvisamente cambia tutto. Mi credono adesso, spiegano che  si sono convinti, dicono che a loro dispiace, ma che c'è stato un evidente errore di persona, poi si alzano, mi stringono la mano uno dopo l’altro, lasciano semplicemente che mi allontani, che vada via da lì. Esco quindi da quella stanza maledetta, e mi sento quasi incredula anche  se contenta: non sono mai stata così orgogliosa di me stessa come adesso penso; meglio cambiarsi personalità ogni tanto, rifletto mentre sono già arrivata in strada, almeno quando è possibile.


Bruno Magnolfi