sabato 24 febbraio 2018

Giudizio finale.



Qualche volta vorrei proprio starmene lontano da tutto, trovare da qualche parte una qualsiasi cuccia dove rintanarmi come un animale, e poi starmene lì, senza avere più niente a che fare con questa insopportabile normalità che costringe ognuno a rivestirsi con dei panni che spesso non sono affatto i propri, ed a parlare agli altri con una voce quasi sempre stridula e antipatica, utilizzando dei vocaboli insignificanti che purtroppo proprio per questo vengono compresi perfettamente da chiunque, e per il medesimo motivo rapidamente sdoganati e catalogati come sostanziale chiacchiera ordinaria. Questo soprattutto vorrei evitare: parlare come tutti, essere riconosciuto come un altro che dice ciò di cui blatera chiunque, ma non per voler essere una persona così diversa da coloro che stanno qua da queste parti, ma solo per non cadere anch’io nei luoghi comuni da cui tutti siamo circondati.
Generalmente prendo solo un aperitivo al pomeriggio quando mi fermo in questo locale che frequento ormai da qualche tempo, poi mi piazzo seduto per i fatti miei ed osservo generalmente senza molta insistenza chi mi sta più vicino. Dai soliti che stazionano qua dentro forse potrei anche essere riconosciuto come un tipo solitario, un soggetto taciturno, uno che non si relaziona facilmente con gli altri, ed invece tutti quanti si limitano semplicemente ad ignorarmi, a fingere che neppure io ci sia, anche se in fondo ognuno di loro sa benissimo chi sono e che cosa rappresento. Non me ne importa, io non ci vorrei neppure venire qua dentro, però non saprei neppure dove altro andare, e poi mi interessano proprio i modi  con cui tutti qui si scambiano tra loro le cose che hanno da dire e raccontarsi.
Parlano di donne, di attività sportive, di macchine, anche di bassa politica, tutta roba del genere di cui a me di normale non fregherebbe assolutamente niente; ma è la maniera come loro sanno trattare questi argomenti che continua a piacermi fuori da ogni dubbio. Generalmente sanno tutto di qualsiasi cosa, o almeno fingono di saperla, e poi controbattono sempre qualcun altro qui presente tirando fuori degli argomenti spesso anche poco credibili e surreali, plasmando a piacimento dei dettagli decisamente superficiali di cui forse hanno sentito parlare in giro da altre persone ancora. Non c’è quasi niente di serio in questi discorsi, a parte i loro modi, così sembrano riderne loro stessi ogni tanto; ma qualche altra volta invece si accapigliano davvero ed alzano la voce per quanto dice l’uno o l’altro, anche se in genere fanno questo soltanto per riempire di senso qualche argomento su cui si sentono più deboli.
Esco dal locale quasi sempre nauseato, però so che qualcuno nota il mio silenzio, questo mio starmene da parte; forse viene soppesato in qualche modo il mio giudizio, questo mio statico stare ad ascoltarli senza mai l’idea di intervenire. Cammino per strada adesso, ripenso tutte le parole che ho sentito fino ad ora, e non ne trovo neppure una da salvare, come se niente di tutti quei discorsi avesse un peso. Chissà se qualcuno riesce a giudicare se stesso tramite la testa di uno come me; magari è stato anche formulato un pensiero così fatto, e sulla base di ciò forse qualcuno avrà l’ardire prima o dopo di chiedermi un’opinione su quanto mi trovo spesso ad ascoltare. Devo prepararmi, ecco, devo arrivare pronto a quel momento, devo trovare fin da adesso la parola giusta da dire a chi potrà farmi quella domanda, offrendo una risposta che chiuda di colpo un periodo e contemporaneamente ne faccia  anche un compendio; una parola che da sola nella sua semplicità mostri un risultato tangibile e concreto, qualcosa di definitivo, un segno che lasci dietro di sé un’eco importante, alla fine quasi un giudizio.


Bruno Magnolfi

lunedì 19 febbraio 2018

Ignorati cambiamenti.




Tutti hanno sempre parlato male di me, o almeno credo. Ho sentito affermare in certe situazioni persino delle cose decisamente piuttosto pesanti contro i miei comportamenti, ed ho pensato quasi sempre che tutte quelle cose si riferissero soprattutto ai miei difetti, forse anche alla mia timidezza malcelata, a questa maledetta necessità di mettermi sempre da una parte, di starmene ritirato da solo anche se per un semplice tentativo di difesa. Ho cercato qualche volta senza successo persino degli alleati tra coloro che mi rimanevano vicino, persone che sull’immediato sono addirittura apparse davvero simili a me nei loro atteggiamenti, magari anche quelle segnate nella propria intimità da cicatrici profonde inferte da malelingue simili a quelle che mi hanno talvolta condannato senza alcun appello.
Quando ho deciso infine di disinteressarmi di tutti quanti, qualcuno di loro è venuto persino a cercarmi, a rendersi conto di persona, forse per il ricordo che aveva dei miei comportamenti un  po’ ridicoli di autodifesa, rammentando magari alcuni modi di fare praticamente assurdi che da un certo periodo in avanti sinceramente non ho più voluto neppure interpretare, preferendo di fronte a tutto l’indifferenza piuttosto che qualsiasi altra reazione. In seguito si è voluto soltanto esagerare alcuni tra i miei piccoli gesti davvero piuttosto discutibili, ma di cui si è voluto dimostrare ad ogni costo la gravità anche là dove non c’era, citando dei casi accaduti in periodi addirittura molto lontani e di cui non ricordavo quasi nulla, come evidenziando in questo modo la mia vera indole, il mio carattere più sostanziale.  
Certe volte ho dovuto e voluto addirittura tentare di nascondermi, rifuggendo da tutti quei discorsi insulsi che parevano continuare ad inseguirmi, e nei miei travestimenti ho sempre cercato di peggiorare quanto potevo la mia immagine, in maniera da sentirmi al mio interno meno sporco di quanto in fondo forse apparivo agli altri. Qualcuno allora con determinazione mi ha puntato contro il dito, ridendo addirittura dei miei scialbi tentativi, mostrando nuovamente ciò che pur non essendo vero sembrava però a chiunque in evidenza. Mi sono rintanato allora, e non ho più voluto incontrare anima viva per dei lunghi periodi di astinenza e solitudine, fino a quando il bisogno degli altri non mi ha fatto ritornare per le strade, ormai vecchio, impaurito di tutti, incapace di vere relazioni, eremita nello spirito e nel corpo.
Adesso sembra che niente abbia più significato, se non una pallida memoria delle cose che purtroppo tendono ad ingarbugliarsi di continuo, probabilmente modellando i fatti in funzione proprio delle mie intenzioni involontarie, e così si perdono poco per volta tutti gli sforzi messi in campo sia in un senso che nell’altro, lasciando solamente in aria delle sfumate impressioni che non costituiscono neppure il senso reale degli stati d’animo di cui tutto si è normalmente alimentato. Sorrido ora nel ripensare a tutto quanto, anche se purtroppo un’amarezza vaga prosegue ad accompagnare la mia strada, lasciandomi perplesso a ripensare su quanto avrei avuto bisogno di coraggio per cambiare del tutto ogni mio inadatto atteggiamento, nell’attimo stesso in cui esattamente questo sarebbe stato ancora possibile.

Bruno Magnolfi

lunedì 12 febbraio 2018

Risultati lavorativi.




Non me ne frega poi molto dei comportamenti sul piano interpersonale, diciamolo chiaro; a me in azienda basta che i conti tornino e che a nessuno venga in mente di approfittarsi delle situazioni che qua dentro certe volte sembrano quasi scorrere esattamente ognuna sotto al proprio naso. Il funzionario del piano di sopra mi chiama di rado nel suo ufficio, e normalmente mi chiede in quei casi come vadano le cose e se ci siano dei problemi tra questi corridoi, anche se in genere lo fa quasi di sfuggita, senza approfondire mai troppo gli argomenti; salvo le poche volte in cui riesce invece ad avere chissà come delle informazioni riservate su qualche movimento poco chiaro, ed allora mi guarda fisso, pesa ogni parola delle risposte o dei tentativi di spiegazione che riesco a fornirgli, e forse aspetta come un mastino che il sottoscritto nella tensione del momento possa finire addirittura per contraddirmi. Fino ad oggi diciamo sono sempre stato capace di uscirne piuttosto bene dai suoi interrogatori, o almeno tutte le seccature che ci sono state hanno sempre avuto una risoluzione buona o convincente, però ognuna di quelle volte ho provato dei veri e propri brividi davanti a quel suo sguardo quasi implacabile.
Perciò, se non ci fosse per me l’obbligo tra i miei compiti diretti come capufficio di rispondere quasi di tutto ciò che viene eseguito dal personale del mio piano, non starei a preoccuparmi neanche troppo dei discorsi che circolano su qualcuno dei miei impiegati, anche se per esempio sembra proprio che purtroppo sia il Torrini che il Renai in modo ciclico riescano a darmi invariabilmente qualche piccolo mal di testa, tanto che ho pensato di far avere prima o dopo un rapporto completo su di loro sia al mio diretto funzionario che al nostro capo del personale, e richiedere più o meno espressamente di spostare almeno uno dei due lavoratori verso qualche altra mansione, magari più semplice e anche meno remunerativa, oppure ad un piano inferiore, dove non ci siano troppe possibilità di provocare dei danni all’azienda e alla compagnia. Dal punto di vista squisitamente occupazionale del Torrini non ho avuto quasi mai niente di cui lagnarmi, salvo il fatto che lui appare spesso come un tipo astuto, pieno di sotterfugi, un furbo insomma, laddove del Renai invece non ho certo una grande opinione, confermata peraltro dai suoi risultati mediocri in tutti questi anni di lavoro da quando sta con noi.
Nei momenti in cui gli spiego qualcosa, una nuova procedura di inserimento dei dati per il centro di elaborazione ad esempio, è sempre un po’ pigro ed anche riottoso nell’apprendere le novità, come se non comprendesse affatto l’importanza della precisione e del giusto comportamento nei confronti delle posizioni dei nostri assicurati; sembra quasi a tratti che il suo lavoro non gli piaccia, non lo interessi, non intenda migliorarlo, e che cerchi sempre la maniera per tagliare corto sulla propria attività e sui propri compiti. Ho fatto capire più volte al Renai che in questa maniera non si può certo andare molto lontano, e lui mi ha sempre guardato con l’espressione di chi non ha alcuna paura delle mie larvate minacce, e che la sua personalità non potrà mai abbassarsi così tanto da accettare i consigli o i suggerimenti che possono arrivare talvolta anche da un semplice capufficio come me. Comunque, se ci fosse un nuovo richiamo anche generico da parte del nostro funzionario, o anche meglio dal direttore generale, qualcosa magari che riguardi la gestione dei clienti da parte di qualcuno di questi miei impiegati, allora mi vedrei proprio costretto a tirare fuori tutte le mie carte, indipendentemente da ciò che potrebbe in seguito accadere; ed in quel caso credo proprio che mi sentirei senz’altro più che tranquillo della mia decisione di additare chi non reputo all’altezza o che non riesce a stare al proprio posto, decisione che in quel caso ognuno sopra di me comprenderebbe come presa indubbiamente dopo un lungo e attento esame.

Bruno Magnolfi

venerdì 9 febbraio 2018

Giro di giostra.




Non saprei davvero spiegare quale sia il motivo. E’ probabile che le cose possano riuscire soltanto in questa maniera, forse non c'è neanche da chiederselo. Sono piccole storie quasi sempre incompiute quelle che girano attorno, ecco quanto si delinea poco per volta. Scampoli di giornate che non trovano mai un vero epilogo. Ci sono persone magari che si pongono degli obiettivi, mettono a punto i progetti, ed in seguito fanno di tutto per riuscire a raggiungerli, anche accorgendosi in corso d’opera che i loro proponimenti erano profondamente sbagliati, o che loro stessi non nutrono più grande interesse per quei risultati, proprio mentre stanno giungendo alle conclusioni ampiamente previste. Sono decisi, convinti, e non hanno quasi mai veri dubbi. Qui al contrario tutto quanto è continuamente messo in gran discussione, ogni pensiero appare sempre inappropriato, e l’indeterminatezza è la regola portante.
C’è sempre nell’aria come un attendere il momento opportuno, il giorno migliore, le condizioni adeguate, magari mettendo in unica riga le sensazioni più adatte, i più positivi stati d’animo, un esatto compendio di elementi tutti in fila tra loro, che forse però non avrà mai veramente un suo esito. Si compie un nuovo giro di giostra, si osserva qualcosa, si traggono delle conclusioni che vanno ad aggiungersi a tutte le altre, senza trovare un nesso tra loro, senza un prima né un dopo. Questa sostanzialmente la realtà delle cose.
Vorrei avere ancora tanto tempo per osservare queste persone che mi passano quotidianamente davanti, ridendo talvolta, appoggiandosi al bancone di questo vecchio bar soltanto per il tempo preciso di sorseggiare il caffè, scambiandosi in due o in tre quanti sono, come peraltro appare già ovvio, soltanto qualche parola di fretta, qualche espressione ritagliata da chissà quale contesto, frammenti di frasi che prevedono comunque già un’intesa precisa, un uso consumato dei gesti, e che vanno certo a colmare perfettamente tutti gli spazi rimasti tra le poche sillabe appena pronunciate. Buongiorno, dico a tutti come ho sempre fatto in tutti questi anni, ma forse non riesco più ad inquadrare davvero le maschere di questi clienti, e spesso non so neppure individuare, magari anche per mio disinteresse, i loro veri argomenti che accennano.
Qualcuno è da solo ad entrare nel bar, ed allora cerco di fargli da spalla mentre gli offro tutti i servizi di questa casa, trattandolo con deferenza, con consumato mestiere, ma anche con un filo di complicità. Poi c’è una signora che da qualche tempo passa da qui, sempre di mattina, sempre da sola, mi ha detto di chiamarsi Anna, ma soltanto dopo diverse volte che si faceva vedere. La sua storia non dev’essere semplice, lo vedo da come saluta, come sorride, da come mi chiede il caffè. Qualcosa in lei rimane sempre nell’aria, come sapesse fin dall’inizio che il suo giro di giostra non avrà un compimento, non tornerà al punto che si era immaginata all’inizio. Non le chiedo niente, non posso chiederle niente, ma so che in lei le cose non vanno di certo verso la direzione prescelta, forse non sono mai andate in quel senso, e lei però se ne è accorta soltanto da poco tempo, durante il percorso. Prende il caffè, una sfoglia alla crema, mi guarda appena un momento, come di sfuggita, poi sembra già altrove, alla ricerca di qualcosa che non è lì con Anna, e che forse non sa neppure lei dove poterlo trovare.

Bruno Magnolfi

martedì 6 febbraio 2018

Non è niente.



Non è niente, dico io senza cambiare espressione. Solo un senso di leggera amarezza che però in questi casi è quasi normale. Si va, si torna, ci si crede chissà quali grandi personaggi soltanto per aver provato a mettere insieme le cose a cui si è sempre creduto, e poi basta una battuta d’arresto nel programma generale ed ecco che ci ritroviamo subito piegati, come fossimo delle improvvise nullità che proseguono a lottare stupidamente per una ordinaria sopravvivenza.
E’ stato sufficiente un dolore che persiste anche adesso dentro l’addome, in qualche parte non meglio definita, e subito ci siamo immaginati le peggiori malattie, qualcosa che in poco tempo ci potrebbe persino togliere di netto la nostra autonomia, tutti i cardini su cui è stato imperniato il nostro darsi da fare nella ricerca di un’esistenza tranquilla e soddisfacente. Abbiamo dato la colpa a mille cose diverse, ma durante la notte ci siamo rigirati più volte dentro a quel letto nel tentativo di togliere di mezzo questo fastidio continuo, fino ad alzarsi al mattino già stanchi, provati oltretutto da un pensiero martellante che non ci ha mai voluto abbandonare.
Non è niente, vorrei anche dire a me stesso; ma alla fine devo consultarmi con il medico, indicargli tutti i particolari della mia giornata, dell’alimentazione, dei piccoli vizi, dello scarso moto a cui non abbiamo mai avuto il tempo di dedicarci, ed alla fine lasciamo sbuffando che ci prescriva tutta una serie di accertamenti clinici che solo a vederli scritti ci tolgono la voglia anche di cominciare ad affrontarli. Poi si abbassa la testa però, rassegnandoci a prendere gli  appuntamenti con gli ambulatori, e sempre di più ci si preoccupa anche di ogni pur piccolo particolare, mentre intanto si assume sempre più spesso un’espressione seria, quasi grave, permeata solo di vaghi sorrisi tristi che indicano la nostra più profonda remissività.  
All’improvviso ci sentiamo quasi delle persone completamente cambiate, soggetti presi di peso e traghettati in un mondo diverso, dove tutti gli altri sono felici meno che noi, al cui cospetto annaspiamo confrontandoci, nella speranza continua di vedere svanire di colpo quest’incubo, e di poter tornare il più presto possibile a ciò che eravamo fino ad un attimo prima. Viviamo in un tempo sospeso, limitandoci a parlare dei nostri guai solo con chi ci sta più vicino, ma certe volte tenendoci anche tutto per noi, esattamente come nel mio caso.
Non è niente, continuo a ripetermi; si prende una brutta paura e quindi si resta inebetiti per un lasso di tempo, ma poi tutto passa grazie ad una piccola operazione, oppure ad un farmaco provvidenziale, e noi all’improvviso ci sentiamo subito liberati da ogni preoccupazione, pronti per affrontare un nuovo trancio di esistenza con rinnovato entusiasmo, fuori dalle secche in cui la nostra nave si era malauguratamente arenata. Non è niente ripeto; niente di niente, continuo a dirmi dentro la testa, anche se devo ancora percorrere completamente quello stretto sentiero che alla fine mi indicherà che forse avevo proprio ragione.


Bruno Magnolfi 

lunedì 5 febbraio 2018

Ora di lettere.



Il ragazzo sta crescendo, non ci sono dubbi. Lo guardo certe volte, senza che lui neanche si accorga di me, e vedo spesso nei suoi gesti e nei suoi atteggiamenti quella persona che senza dubbio mi piacerebbe essere stata esattamente alla sua età. Non è questa ragazza pur carina e sicuramente molto intelligente che viene certe volte a cercarlo in quei pochi minuti durante l’intervallo tra una lezione e l’altra, l’inizio della differenza ben calcata tra quello che era prima e ciò che invece è adesso. È lui stesso che in quest’ultimo periodo sta tirando fuori qualcosa che neppure sembrava minimamente ci potesse essere stato, e del quale non si immagina neppure adesso il motivo per cui lo avesse tenuto così celato, ma che invece con ogni probabilità già cercava, e chissà da quando, semplicemente di lasciarsi in serbo proprio per questo suo attuale e irripetibile momento magico. Già, perché di questo si tratta. Non so se gli altri intorno a lui se ne siano ancora accorti, sono quasi sicuro di no, ma Francesco sta rispetto a tutti loro un metro più in avanti, e può permettersi spesso di rimanersene in silenzio senza neanche guardarli, ed in certe occasioni fingere pure di ignorare proprio tutti, anche se quando poi dice qualcosa, cioè quando prende la parola per spiegarci semplicemente la sua idea, le sue frasi riescono immediatamente a evidenziare tutta la differenza che assolutamente ci sta dentro.
Nell’ultimo tema che ho dato da fare a tutta la classe intera, lui ha scelto subito di scrivere qualcosa sulla diversità, un argomento probabilmente che gli rimane congeniale sia per la sensibilità che lui stesso manifesta, che per l’attenzione che ha sempre mostrato rispetto a chi normalmente gli si muove attorno. Ha toccato dei punti delicati sul suo foglio, dei passaggi che mostravano un pensare oltre molte consuetudini, qualcosa che ha immediatamente fatto del suo tema un compito che sarebbe stato probabilmente da leggere con voce alta a tutto il resto della classe, magari nel silenzio generale, se solo io fossi stato maggiormente coraggioso, invece di essere un insegnante come tanti, forse un pavido, un qualsiasi lavoratore dell’intelletto, pronto come tutti a livellare verso la norma ogni manifestazione fuori dai canoni, uniformando ogni possibile audacia ad ogni qualsiasi manifestazione, praticando tutto il mio mestiere come fosse composto di ordinari impegni di lavoro, e dovessi proprio per questo cercare in tutti i modi come minimo di sminuire l’importanza di quelle sue strane maniere di disporsi. Comunque è forse anche soltanto per la sua integrità che cerco in fondo di fare tutto questo; per l’incapacità che avverto nell’aria che lo circonda di allacciare delle relazioni importanti con i suoi compagni, che probabilmente lo sentirebbero, se solo lo trattassi in altro modo, ancora più distante da loro, forse proprio differente, privo di quelle ridicole capacità essenziali che tutti credono di avere.  
Di nascosto torno comunque ad osservarlo, e vedo distintamente dentro di lui una certa sofferenza, come un’incomprensione che a sua volta Francesco rimanda agli altri dopo averne ricevuto forte esempio da loro, come per una specie di dialogo tra sordi, quasi per una sfida che lo relega a quel solitario e taciturno che rimane sempre e comunque, nonostante la sua maturazione in corso e nonostante i suoi tenui messaggi di tolleranza e di apertura verso tutti. Credo di comprenderlo, almeno in parte, ma non mi sento assolutamente in grado di aiutarlo, tanto più che non saprei proprio come fare per non sciuparne la indubbia carica emotiva e l’entusiasmo sicuro che a volte lascia intravedere nella convinzione delle proprie capacità che forse non emergono, ma che sicuramente lui trattiene con gran sforzo dentro di sé, con ogni probabilità usando un freno oramai ben congegnato, che forse riesce almeno a metterlo al riparo da altri sempre possibili ed odiosi inconvenienti.


Bruno Magnolfi 

martedì 23 gennaio 2018

Fortuna insperata.



Il Torrini è tornato all’attacco. Mi ha detto con indifferenza passando accanto alla mia scrivania: tra dieci minuti vieni alle macchinette per il caffè; ed io naturalmente dopo dieci minuti esatti mi sono proiettato in fondo al corridoio, come per prendermi qualcosa da bere, mentre lì vicino c’era già lui. Non posso più aspettare i tuoi comodi, mi ha detto sottovoce e quasi sorridendo per non destare alcun sospetto; devo cedere il credito residuo con te ai soliti ragazzi, come ho sempre fatto con tutti gli altri quando non pagavano i debiti, e a questo punto penso te la vedrai con loro. Aspetta, gli ho detto, dammi tempo solo fino a venerdì, ti prego: sono soltanto tre giorni, venerdì poi ti restituisco tutto quanto, non dubitare. Lui ci ha pensato, ha inserito con calma una moneta dentro la fessura della macchina, ha premuto il pulsante del caffè dolce aromatizzato al ginseng, poi seriamente ha detto soltanto: va bene Corrado, voglio darti ancora fiducia, ma quando uscirò da qui alle diciotto di venerdì, o ci saranno i contanti nella mia tasca, oppure andrò direttamente da chi ti ho detto. Poi mi ha voltato le spalle, ed ha ripercorso rapidamente il corridoio fino al suo ufficio.
Quando mi sono seduto alla mia scrivania dopo appena qualche minuto, sulle prime ho pensato che avrei potuto anche ucciderlo prima di venerdì, però ho scartato l’idea quasi subito: troppi legami tra noi per non far ricadere velocemente le indagini e anche tutta la colpa sopra di me. Allora mi sono grattato la testa, ho riflettuto il più a lungo possibile su ciò che mi restava da fare, ed infine sono entrato dal mio terminale nella memoria elettronica principale dell’istituto assicurativo, ed ho cercato qualsiasi documento che il sistema mi restituiva sotto la voce dottor Giovanni Baronti. Sono venute fuori diverse cose estremamente interessanti, e così molto rapidamente le ho consultate, e poi altrettanto velocemente ne ho stampate alcune più sostanziose di altre, preoccupandomi in seguito di cancellare immediatamente le tracce elettroniche della mia ricerca. Ho piegato i documenti nella mia borsa, mi sono trascritto in agenda soltanto indirizzo e numero telefonico, poi ho proseguito con il mio lavoro, come qualsiasi altro giorno.
A fine orario sono uscito dalla mia azienda tra i primi, e a passo svelto sono arrivato fino davanti alla mia abitazione, sono salito sulla macchina parcheggiata al solito posto, ho messo in moto, e poi cercando di trovare la calma necessaria ho guidato fino a quell’indirizzo. Davanti alla villa, all’interno del giardinetto, c’era la grossa macchina targata esattamente come riportavano i documenti assicurativi, così ho parcheggiato poco distante, sono sceso, sono arrivato fino davanti all’inferriata, ed infine ho suonato il campanello, mostrando a me stesso tutto il coraggio per farlo. Ho chiesto subito del dottor Giovanni a chi mi ha risposto, naturalmente spiegando che ero il padre dell’amico di sua figlia Cinzia, poi sono entrato con grande titubanza, con la testa confusa e i pensieri che vorticavano senza riuscire a calmarsi. Lui era lì, sorridente, e così mi ha teso la mano, mi ha invitato a sedermi in un salottino, ha chiesto subito con garbo se volessi qualcosa da bere. Volevo conoscerla, ho detto frangendo un nodo che mi si era formato dentro la gola. Così abbiamo parlato dei ragazzi, della loro indole, vagamente del loro possibile futuro. Non potevo essere stato più fortunato di così, ho pensato mentre tranquillamente lasciavo discorrere il Baronti della sua figlia adorata.


Bruno Magnolfi