lunedì 7 agosto 2017

Cambio di identità.

           

Sono perfettamente cosciente di ciò che mi viene riferito in questa stanza disadorna; naturalmente ascolto tutto quanto con molta attenzione ed intanto cerco di comprendere quale persona sia proprio quella che sembra aver agito esattamente come se fosse un’altra me stessa pur non essendolo. Abbasso la testa, non guardo nessuno, peraltro sono tutti uomini qua dentro esclusa me, e cerco con attenzione di non fare alcun accenno alle loro accuse, soprattutto evitando ogni espressione troppo esaustiva a margine delle parole che sottolineano tutti i fatti messi in elenco. Si comprenderà penso, prima o dopo, che non sono stata io a compiere quei gesti e quegli atti negativi. Ne sono certa, senza ombra di dubbio, per questo adesso non ho proprio niente da dire a mio discapito.
Non capisco neppure come la mia identità, o meglio quella di una donna che mi assomiglia molto, possa essere entrata in questa storia; mi pare impossibile che qualcuno mi sospetti di comportamenti così aberranti come dicono tutti, quando io non ne ricordo neppure una minima parte, tanto che pur essendo convinta che venga detta la pura verità sui fatti e su ogni vicenda, e che tutto quanto sia veramente accaduto, penso che tutto deve essere stato causato semplicemente da una persona che magari mi assomiglia e basta. Chiudo gli occhi: non è quasi possibile che possa essere accusata davvero di cose di quel genere, e forse per questo, per l’assurdità delle imputazioni che loro riferiscono, mi viene quasi da ridere. Rido difatti, anche sguaiatamente, senza decidere di fermarmi neppure quando mi invitano a farlo, ed i presenti proprio per lo stesso motivo si guardano tra loro, forse si formano così una qualche opinione più leggera nei miei confronti penso, anche se evidentemente almeno per adesso non si fidano affatto delle cose che tento di proporre a mio discapito.
Non sono io, dico alla fine, ed adesso sono loro che si mettono a ridere, visto che queste persone conoscono più cose nei miei confronti di quante almeno a tratti sembra ne sappia addirittura io stessa. Forse c'è qualcuno che ha rubato la mia identità dico, probabilmente c’è una sosia di me che sta mettendomi deliberatamente in questa posizione così difficile. Sembra un incubo, una storia impossibile messa in piedi per farmi quasi credere di essere un’altra. Riprendo a ridere, cosa mi importa, nessuno può farmi niente finché nego ogni addebito ed ogni responsabilità, anche se loro sono dei bravi poliziotti.
Dicono che ormai non ci sono dubbi e che io non possa fare altro che confessare, ma a me a queste parole viene naturale volgere lo sguardo da tutta un’altra parte, e disinteressarmi di ogni cosa. Loro scrivono, qualsiasi parola venga detta, anche quella appena accennata, o magari solo suggerita, e forse anche i miei stessi pensieri vengono tutti scritti dettagliatamente sulla carta. Poi una volta terminata la relazione mi dicono di firmarla, ma io non voglio firmare niente dico ad alta voce, e con questo ribadisco che tutto quanto hanno appena spiegato è semplicemente riferito ad una persona che non sono io, ad un’altra donna insomma. Si grattano la testa, dicono che adesso ricominceranno tutto dall’inizio, così partono a chiedermi il nome, il sesso, la data di nascita, il posto dove abito, ed è in questa maniera che io adesso mi invento di sana pianta un'identità che assolutamente non corrisponde a nessuna delle cose che loro dicono di me, riferendo dei connotati che sono di una qualche persona che nessuno neppure conosce, naturalmente perché frutto soltanto di questa mia fantasia.
Ed improvvisamente cambia tutto. Mi credono adesso, spiegano che  si sono convinti, dicono che a loro dispiace, ma che c'è stato un evidente errore di persona, poi si alzano, mi stringono la mano uno dopo l’altro, lasciano semplicemente che mi allontani, che vada via da lì. Esco quindi da quella stanza maledetta, e mi sento quasi incredula anche  se contenta: non sono mai stata così orgogliosa di me stessa come adesso penso; meglio cambiarsi personalità ogni tanto, rifletto mentre sono già arrivata in strada, almeno quando è possibile.


Bruno Magnolfi

venerdì 21 luglio 2017

Doppio comportamento.

      

            Quando mi metto fermo sulla strada, perfettamente immobile, sono sicuro che la gente non mi vede. Osservo un palo segnaletico, oppure la vetrina di un negozio, e nessuno mi nota, proprio come se non esistessi. Allora chiedo alla prima persona che mi passa proprio accanto: che ore sono, per favore; e quella mi risponde subito, con decisione, come se non aspettasse altro che qualcuno le chiedesse l’ora. Non guardo mai in faccia gli altri, neppure se mi stanno fornendo un’informazione che ho richiesto, e gli altri sembrano proprio accorgersene subito, così non cercano altro che andarsene via al più presto, dirmi ciò di cui ho domandato e dopo basta, ecco che si allontanano da me senza riguardi, velocemente, come fossi un appestato.
            Trascino i miei piedi in mezzo a questa gente, lascio che mi sfiorino, che qualcuno mi dia anche un piccolo strattone magari scusandosi immediatamente con un rapido gesto, e dopo via. Poi, mentre sto qui senza problemi, mi vedo davanti una persona che sembra proprio trascinare i piedi come me ed avere anche un comportamento simile al mio, così la scruto, mi immobilizzo come sempre e quella dopo un attimo si immobilizza esattamente come me, a dieci metri da dove io mi trovo. Vedo subito che chiede l’ora a qualcuno, e infine si muove, tira avanti nella stessa maniera di prima, lasciando che tutti gli altri le passino vicino. Mi incuriosisce tutto quanto, sono quasi sbalordito, così seguo quella persona per un buon tratto di strada, fermandomi ogni volta che si ferma lei e così via, quasi come in balletto sincronizzato.
Poi mi distraggo, non so come capita, forse la stanchezza, probabilmente il bisogno di preoccuparmi d’altro, e ad un tratto quella persona non c'è più, non è più davanti a me dov’era appena un momento prima. Guardo in giro, fermo una donna per chiederle se per caso qualcuno le avesse chiesto l’ora o anche qualche altra cosa del genere, ma sembra proprio di no, nessuno si è mostrato in questo modo, dice che nessuno stava fermo senza fare niente come dico io. Pare impossibile, per la prima volta trovo qualcuno che assolutamente mi assomiglia, una persona con la quale posso avere sicuramente una grande affinità, magari posso scambiare qualche informazione utile ad ambedue, e all’improvviso quella sparisce nel niente, come non ci fosse mai stata. Vado avanti, perlustro tutta la strada, mi fermo anche a guardare attraverso i vetri dentro qualche bottega lì vicino, eppure niente, sembra non ci sia proprio nulla da fare.
Riprendo i miei modi, mi immobilizzo ogni tanto e poi lascio alla gente la possibilità di ignorarmi come sempre; infine osservo i tempi di un semaforo, e guardo anche i cittadini entrare e uscire rapidamente da un palazzo composto da vari uffici pubblici, senza che nulla di tutto ciò riesca minimamente a meravigliarmi. Alla fine mi specchio dentro una vetrina giusto per fare qualche cosa, e mi accorgo subito che la persona è lì, dietro di me, mentre mi guarda e segue fedele ogni mio movimento. Evito di voltarmi e vado avanti lentamente fino alla vetrina dopo, poi torno a fermarmi. Quella persona è ancora dietro di me, esattamente come vorrei al suo posto fare io. Lascio scorrere qualche minuto, osservo tutte le cose che non mi interessano minimamente, ed infine, all’improvviso, inizio a correre in mezzo alla gente che mi guarda male mentre la schivo, fino ad arrivare al primo incrocio stradale. Mi volto subito, quella persona vedo adesso da lontano sta correndo come me, ma è molto più lenta, non può raggiungermi tanto facilmente. Entro in un portone socchiuso e dopo resto lì, ad aspettare che quella persona mi perda, si renda conto finalmente che riesco a sparire molto meglio di lei. Tiro un respiro quando mi passa davanti e se ne va: adesso posso tornare finalmente a fare ciò che voglio.


Bruno Magnolfi

lunedì 26 giugno 2017

Vero contro noia.



Sono stanco di queste giornate tutte simili, di queste apparenti convinzioni sempre identiche, ed anche di me stesso, incapace come mi sento di un salto di qualità sempre cercato ma forse con troppa scarsa convinzione, come una mancanza continua di quell’attimo carico di entusiasmo tale da riuscire ad imprimere ai miei tempi ed alle mie certezze una svolta concreta. Mi sento debole invece, incapace adesso di affrontare le novità che apparentemente più desidero, e così posso soltanto ricadere in ogni istante nella semplice monotonia e nelle abitudini. Questo è quello che penso ogni mattina, anche se subito dopo dimentico del tutto quanto ho riflettuto, e affronto la mia giornata di lavoro come fosse una qualsiasi passeggiata senza meta.
Il mio collega d’ufficio dice sempre che non c’è da preoccuparsi, le cose cambieranno completamente per tutti quanti siamo, senza neppure grande fatica. Gli dico che per me non chiedo molto in fondo, mi basterebbe qualche soddisfazione ogni tanto, senza neppure esagerare. Poi termina l’orario ed io esco come sempre, pronto per la mia camminata fino a casa. Mi fermo casualmente ad osservare la vetrina di un negozio, apprezzo alcuni articoli esposti in modo piacevole alla vista, tanto che ad un tratto decido di entrare dentro l’esercizio. Senza pensarci troppo, come seguendo l’onda emotiva che mi ha assalito in questo attimo preciso, decido di acquistare una balestra di precisione, uno strumento per il tiro al bersaglio estremamente tecnologico e potente, e con lo scatolone sotto ad un braccio me ne torno subito a casa.
Mi sento ricco, esuberante, completo adesso, ed appena solo dentro al mio appartamento apro tutte le confezioni e monto l’arma in ogni suo particolare, fino ad imbracciare la balestra e provare la forza che riesce ad avere contro il legno di un vecchio mobile in fondo al corridoio, che a breve distanza viene così sfondato completamente e senza alcuna fatica. Apro la finestra, mi mimetizzo subito coprendomi con la tenda appesa, e poi inizio a tenere sotto tiro, dopo aver ricaricato il dardo, qualcuno che passeggia lungo il marciapiede.
Non mi importa di niente e di nessuno, penso adesso, posso decidere qualsiasi cosa, mi sento pronto e capace ad affrontare qualsiasi avversità. Posso azzoppare qualcuno, oppure tiragli direttamente in qualche punto vitale, in modo da chiudere una volta per tutte la sua esistenza. Mi sento padrone di ciò che accade intorno a me, ed anche se ancora non ho trovato un motivo vero per fare tutto questo, però sono felice di poter mettere in atto delle conclusioni così estreme.
Poi, sotto un po’ di brezza la tenda si muove, si impiglia nel mio dardo appuntito, così provo un attimo di perplessità, qualche incertezza, e mentre nervosamente provo a togliere la stoffa davanti a questo mirino, parte inavvertitamente la freccia, andandosi a conficcare nel legno solido di un albero del giardinetto qua di fronte. L’ho colpito, penso subito, ho centrato perfettamente quello che volevo, adesso con calma devo soltanto uscire da casa ed andare a recuperare quanto ho scagliato. Ma forse potrei essere scoperto, rifletto, e tutto quanto diverrebbe qualcosa da cui prendere immediatamente le distanze, negando tutto, fino all’estremo. Così lascio perdere, smonto tutto e chiudo la balestra in un armadio: in fondo avrò tutto il tempo che voglio nei prossimi giorni per sentirmi di nuovo una persona vera.


Bruno Magnolfi

lunedì 19 giugno 2017

Ragazza per me.

           

Indubbiamente mi piacciono i suoi modi, quella maniera di sorridere, di apprezzare gli altri, la capacità di fare tutto senza mai eccedere in nulla. Quando poi le parlo, al contrario di ciò che vorrei, sono però soltanto capace di mettere in fila delle sciocchezze di cui mi pento appena un attimo più tardi, e per questo cerco subito di concentrarmi meglio sulle mie parole, anche se alla fine la cosa migliore che riesco a fare è rimanermene in silenzio. Mi fa piacere comunque anche soltanto guardarla, senza dire niente, anche se lo faccio quasi sempre di nascosto, senza che lei si accorga del mio interessamento.
Gli altri scherzano ai tavolini della gelateria all’aperto dove in questo periodo ci ritroviamo spesso al pomeriggio, anche se sembrano sempre tutti pronti ad andarsene da qualche altra parte, come se quello spazio fosse soltanto una rampa di lancio per chissà quale altro luogo. A me invece basta ci sia lei, il resto mi pare del tutto ininfluente. Così qualche giorno addietro ho deciso di parlarle da solo, chiamandola da una parte e dicendole le cose come stanno. Lei mi ha sorriso, ed alla fine ha detto soltanto che le fanno sempre piacere i complimenti. Non so che cosa abbia capito o che cosa non abbia proprio voluto comprendere, ma in ogni caso non mi sento per nulla soddisfatto né del mio comportamento né della sua risposta.
Così probabilmente continuerei anche soltanto con le mie maniere timide, i miei sguardi forse poco importanti, se non fosse che lei adesso sembra abbia deciso improvvisamente di non farsi più vedere alla gelateria. Perciò l’attendo con determinazione seduto come sempre a quei tavolini per tutto il pomeriggio, ed alla fine chiedo informazioni ad uno che pare sappia sempre tutto. Si è messa con uno che va spesso al bar del maneggio, dice lui, e mentre lo ascolto resto quasi pietrificato. Il giorno dopo naturalmente sono lì a guardare i cavalli e a sincerarmi della situazione, quando effettivamente arriva lei, finge subito di non vedermi e poi sparisce oltre la staccionata, dentro al corridoio delle stalle. Dopo un minuto le vado dietro e vedo subito però che c'è anche lui, un tizio che la tiene per i fianchi, e che adesso sembra discutere con una certa vivacità. La chiamo per nome, lei si volta, però mi saluta appena, così io mi avvicino ancora, poi prendo una spranga di legno appoggiata ad un angolo e subito li affronto, tutt’e due.
Un cavallo nitrisce innervosito, lui dice con le mani bene in vista che non c’è da preoccuparsi e che tutto praticamente è a posto, si può stare tranquilli. Per questo il primo colpo lo sferro proprio sui suoi bracci, e forse potrei anche continuare, ma poi mi giro verso di lei che probabilmente sta urlando qualche cosa, anche se io non sento niente. Mi abbatto sulla sua testa con un colpo di piatto proprio all’altezza della faccia, ma lei si abbassa all’improvviso e così riesce a schivare la legnata; poi senza pensarci scappa via. Mi volto immediatamente per rincorrerla, ma l’altro non so come mi è subito addosso, e con una mossa alle mie spalle gli riesce di gettarmi a terra, quindi mi toglie la spranga dalle mani, ed alla fine mi rifila un pugno nello stomaco che mi lascia senza fiato.
Adesso non mi faccio più vedere da nessuno: resto in casa tutto il giorno e cerco di cancellare poco per volta i fatti e soprattutto le espressioni di loro due, quando è stato il momento in cui mi hanno fatto buttare fuori dal personale del maneggio. Però ci sarà per me la possibilità di una rivincita, lo so per certo, e non mi farò certo sfuggire quel momento.


Bruno Magnolfi

martedì 13 giugno 2017

Soltanto bambini.


Faccio, come sempre in questi giorni, dei conteggi ordinari dentro la baracca di cantiere, quando mi accorgo che fuori ci sono due operai che continuano a litigarsi, anche se dalle parole non riesco a comprenderne il motivo. Naturalmente non mi muovo dal mio tavolo: in fondo tutti sanno perfettamente che io sono qui e che posso sentirli, quindi immagino non sia niente di importante. Quando esco invece, vedo subito che uno è a terra e sta sanguinando da un braccio, mentre altri due con dei fazzoletti di carta bagnati stanno cercando di pulire e tamponargli la ferita. Rientro in baracca, prendo immediatamente la borsa del pronto soccorso e mi dirigo dall’operaio, visto che sono anche responsabile della sicurezza. Non è niente di serio, anche se ha perso del sangue, e comunque va capito subito se uno dei due abbia tirato fuori un coltello o qualcosa di quel genere.
Nessuno parla, così io alzo la voce per dare tutta l’importanza che meritano questi fatti, però mi viene in mente un’immagine di bambini ad occhi bassi davanti al loro maestro, e forse in questo modo non riesco a dare l’enfasi che vorrei alla mia voce ed anche ai miei gesti. Rissa in cantiere dico: licenziamento su due piedi previsto dal contratto nazionale di lavoro. Tutti tacciono. L’operaio ferito si rialza, dice che è caduto sopra ad un martello, e che comunque adesso sta quasi bene, non è niente, gli basta una garza, magari anche soltanto un cerotto. So perfettamente che nulla è vero di quanto mi viene raccontato, così guardo tutti in faccia con grande serietà, come se da un momento all’altro venisse fuori dalla mia espressione qualcosa di irreparabile per loro.
Rifletto, non conviene a nessuno che affondi troppo le cose, neppure al cantiere che deve procedere il più velocemente possibile e senza alcun intoppo. L’operaio ferito però è pallido, forse qualcosa non va dentro di lui, magari potrebbe svenire da un momento all’altro. Lo porto con me nella baracca, lo faccio sedere, mentre gli altri riprendono il lavoro ognuno con le sue mansioni. Non posso lasciar correre, quanto è accaduto è troppo grave, non posso comportarmi come non fosse successo quasi niente, qualcosa devo fare, altrimenti perdo l’autorità che devo mantenere, e devo anche scongiurare il pericolo che i fatti si ripetano, magari in maniera anche più grave.
Prendo tempo, riabbasso la testa con serietà in questi miei conteggi, come fossero d’importanza superiore a qualsiasi altra cosa, e spero proprio che l’operaio ferito, seduto stancamente in fondo, stia come lentamente riprendendosi. Attendo ancora qualche minuto, poi mi giro per chiedergli come vadano le cose, però in questo momento sembra svenuto, forse il caldo, la tensione, la debolezza per aver perso troppo sangue. Telefono immediatamente ad un pronto soccorso, descrivo il ferito e poi aspetto. Lui riapre gli occhi, dice che non c’era bisogno di chiamare dei soccorsi, è pronto a riprendere il suo lavoro adesso, e altre cose di quel genere.
Esco fuori: gli altri sono tutti a testa bassa, nessuno parla adesso, così vado dal primo e gli dico in modo secco che adesso voglio sapere esattamente quello che è successo, ma lui biascica qualcosa ad occhi bassi che sta a significare che lui non ne sa proprio un bel niente. Rientro in baracca, minaccio il ferito di farlo tenere in ospedale per una settimana o anche di più se non mi racconta cosa sia successo. Lui dice semplicemente che parlava con gli altri a voce alta, si è indispettito per una sciocchezza e girandosi maldestramente è caduto inciampando su un utensile. Lascio perdere, alzo il telefono e annullo la chiamata al pronto soccorso, poi dico all’operaio di riprendere il lavoro. Non importa, rifletto, posso ignorarli; saranno loro che più tardi uno per volta mi verranno a dire cosa sia successo, perché non riescono a tenere a lungo qualcosa solo per se stessi. Li terrò in pugno, basta solo attendere, e allora a voce alta potrò spiegare a tutti con disprezzo, ed anche con un po’ di tenerezza malcelata, che siamo tutti soltanto dei bambini.


Bruno Magnolfi

mercoledì 7 giugno 2017

Discorsi correnti.

          

Spesso parlo con qualcuna tra le tante persone che incontro, a volte anche con coloro che magari non conosco neppure molto bene, e così scambio con chiunque mi trovi davanti le mie esperienze e anche i miei pensieri, specialmente quando mi trovo nei locali o di fronte al caffè che in genere frequento, e dico a queste persone molte delle cose che mi passano dentro la mente, assicurandole tutte di avere sempre avuto una conoscenza diretta di ciò che spiego loro, e narrando in molti casi storie e vicende vissute addirittura in prima persona, anche se qualche volta mi rendo ben conto di non essere del tutto sincero. Però mi viene naturale inventarmi in certi casi dei particolari, arrotolare le cose attorno ad un qualche elemento che mi sembra particolarmente zeppo di fascino, ed anche se qualcuno certe volte mi chiede magari qualche dettaglio per comprendere se sia proprio veritiera la mia narrativa, o magari se lo stesso individuo si limita ad annuire con poca convinzione, oppure semplicemente sorride, immaginandomi forse soltanto molto fornito di fantasia, in fondo a me non importa.
Ma è tutto vero, dico ogni volta con espressione seria e convincente però, anche se alla fine non mi interessa molto rendermi conto se vengo creduto oppure no. Mi piace guardare la faccia di certe persone che stanno ad ascoltarmi, questo è certo, mi diverte leggere sulle loro espressioni quel senso di meraviglia e di interesse che riesco a risvegliare, considerato poi che in qualunque momento posso smettere di raccontare, anche proprio all’improvviso, e spesso lo faccio, lasciando magari chi stava seguendo fino a quel momento le mie cose punto per punto senza neanche il gusto del finale per la vicenda in questione.
Poi trovo un tizio, mi dice come altri hanno già fatto in passato che non crede neanche una parola di quello che dico, e butta lì questa cosa con un tono risentito, come se ci rimettesse qualcosa nel credere alle mie argomentazioni. Sorrido, gli dico che so dove abita, che conosco anche molte delle sue abitudini, e so per certo che anche lui non dice mai niente senza infarcirlo con qualche discorso che si inventa ogni volta di sana pianta. Lui si guarda attorno, poi mi dice fermo che non potrei mai provare una cosa di quel genere, ed io gli rispondo che proprio cercando di difendersi mette maggiormente in luce quello che ho appena sostenuto.
Allora mi prende sottobraccio, dice che spesso lui è costretto ad inventarsi delle fandonie per riuscire a campare, perché ha qualche debito ed alcuni lo cercano per sapere quando restituirà loro i soldi. Gli dico che secondo me non c’è niente di male nel vivacchiare in qualche maniera, si tratta di esigenze di comportamento quasi normali, e che un po’ fa parte anche del proprio modo di essere al mondo. Lui mi porta in un angolo, dice sottovoce che da qualche tempo si sente disperato, non ce la fa proprio più a tirare avanti in questa maniera, ed ha urgente bisogno di una mano da qualcuno, anche se non sa proprio a chi riferirsi.
Lo guardo con calma, provo pena per lui, gli dico che forse potrei presentarlo a certe persone disposte forse ad aiutarlo, e che deve comunque stare tranquillo, mi basta un paio di giorni di tempo e posso sistemare per un po’ la sua faccenda. Lui si rincuora, mi guarda subito con occhi diversi, dice che sarebbe per lui una cosa preziosa, perché la sua vita è diventata un inferno. Gli batto sorridendo una pacca sopra le spalle, lo saluto, gli assicuro che il giorno seguente mi farò vedere al caffè, sicuramente con delle buone notizie. Poi me ne vado: a volte ci vuole anche poco per dare un filo di speranza a qualcuno.


Bruno Magnolfi

lunedì 5 giugno 2017

Ritardato anticipo.

            

Forse non sarebbe stato il caso di rispondere subito che per noi andava benissimo, dice lei mentre suo marito prosegue a guidare con attenzione e a velocità moderata. Però non si poteva neppure fare troppo gli scortesi, obietta lui. Lo so, insiste lei, in ogni caso potevamo inventarci qualcosa per rimandare almeno di una settimana o due questo benedetto invito a cena a casa loro. Tanto più che probabilmente era proprio ciò che si aspettavano da noi, ritrovandosi in questo modo anche a disagio da questo nostro comportamento così inaspettatamente deciso e anche troppo pieno di entusiasmo, che tu chissà perché hai voluto subito mostrare.
Credo invece che in casi del genere, continua lei, di fronte ad un invito in apparenza così delicato e gentile, si debba sempre riflettere bene se sia proprio il caso di essere così definiti nella risposta, soprattutto perché ci può essere qualcosa sotto che non è stato considerato adeguatamente e soprattutto a fondo. Vuoi dire quindi, fa lui, che è probabile a loro non faccia del tutto piacere averci come ospiti stasera, e che questo loro invito sia stato solo una cortesia nei nostri confronti. Ma certo, fa lei, sono più che sicura che in questo esatto momento loro due stiano addirittura sbuffando per il nostro scarso tatto nell’approfittare di una semplice generosità mostrata giusto da alcune parole colloquiali messe lì tanto per dire qualcosa.
Ma a me non sembrano i tipi di persone che dicono una cosa pensandone una differente, spiega con grande serietà il marito. Già, fa lei, e da quando in qua non si è vista, dietro ad un invito del genere, una maniera facile e cortese per aprire semplicemente un dialogo, un modo per mostrarsi semplicemente generosi, e vedere in questo modo fino a che punto gli altri riescono appunto ad essere perspicaci sulle vere intenzioni di chi compie il primo gesto? Il marito rallenta la corsa dell’auto per osservare un’insegna col nome della strada, poi si ferma per guardare con più calma il navigatore silenzioso che non sembra proprio voler indicare una direzione precisa.
Siamo in zona, dice alla fine, ma forse sono stati istituiti dei sensi deviati negli ultimi tempi, così non trovo la via, spiega mentre spegne e riaccende l’apparecchio. Va bene, fa lei, tanto siamo persino troppo in anticipo grazie a te, ed anche questa è una maniera poco educata per presentarsi a casa di qualcuno. Ma se l’orario previsto è passato già da una mezz’ora, fa lui togliendo e poi rinfilandosi gli occhiali. Vorrei solo sapere quando dici: concediamo del tempo, cosa intendi per davvero. Non so, fa subito lei guardandosi attorno, ma a me pare che questa serata non stia funzionando, e che tutto quanto abbia il cattivo gusto di mettersi di traverso.
D’accordo, fa lui, allora vuoi che torniamo indietro dicendo loro con uno stringato messaggio sul cellulare che non abbiamo trovato la strada e che sarà per un’altra volta? No, certo, dice la moglie: però una scusa maggiormente plausibile la si può trovare facilmente, anche a quest’ora; loro capiranno benissimo e si sentiranno sollevati, e in fondo pure se hanno cucinato qualcosa, potranno certamente piazzare tutto quanto nel congelatore e mangiare ogni pietanza con calma nei giorni a venire. Dici sul serio?, fa lui. Ma certo, dice la moglie: in questo modo potremo anche vedere se ci inviteranno nuovamente, o se, come immagino possibile, saranno proprio loro ad aspettarsi un invito da noi, magari con un largo anticipo vorranno sperare, e pure senza troppo entusiasmo stavolta da parte proprio di nessuno, giusto per non essere fraintesi.


Bruno Magnolfi