sabato 21 aprile 2018

Piazza, bella piazza.


           

            Lui è là, bello e immobile sul marciapiede mentre continua a guardarmi, ed io che dentro di me vorrei tanto muovere subito questi miei passi incatenati ed andargli proprio incontro, mostrargli il mio entusiasmo, la mia assoluta voglia di stare assieme a lui, mentre però al contempo sono così sicura di essere sotto osservazione da parte di certa gente a cui non mi va per niente di far sapere le mie cose, in questa piccola piazza di paese dove nessuno pensa mai solo agli affari propri, che tutto questo mi appare adesso già più che sufficiente per togliermi qualsiasi volontà di muovermi da questo opposto angolo della piazza.  Mi volto di tre quarti allora, mi rivolgo ad una persona che conosco e lascio che mi ponga una domanda qualsiasi, senza nessuna importanza, giusto per farmi trascinare a parlare di qualcosa e togliermi così da questa situazione ambigua. Giro la testa per un attimo però, prima di rispondere, e lo guardo ancora mentre rido di qualcosa come per conto mio, perché lui sta ancora là, immobile, con le sue mani sprofondate nelle tasche.
Non c'è stato molto tra di noi sinceramente, o almeno niente di così importante da ricordare adesso, eppure ognuna di quelle piccole cose che sono successe sembrano come rimaste tutte in aria, praticamente non risolte, tutte cose che a me sono sembrate da subito piuttosto forti, faccende che ancora devono essere affrontate nel dettaglio, e che prima o dopo dovremo prendere in considerazione insomma, naturalmente nel caso in cui a nessuno venga a mente di interporsi tra di noi. Potrebbe essere considerata la nostra come una smania che ci prende ad ambedue in certe occasioni, oppure anche un improvviso colpo di testa che non si riesce proprio a controllare, ma in ogni caso sappiamo sia io sia lui che tutto o quasi potrebbe accadere sempre, anche in questo preciso momento, senza che nessuno tra coloro che provano a tenerci sempre distanti possa riuscire ad influenzare i nostri rispettivi comportamenti.
Mi muovo di qualche passo di lato assieme alla mia amica che prosegue a dirmi delle sciocchezze che neppure mi interessano per nulla. Lei vorrebbe sicuramente chiedermi qualcosa di noi due, sapere come si stiano evolvendo le nostre cose, conoscere magari qualche particolare, ma si trattiene al massimo perché sa come io sia una ragazza che se viene punta nel vivo può anche reagire molto male. Lui adesso mi guarda con minore intensità, mi rendo conto, parla con qualcuno che gli è accanto, sembra quasi che questo tardo pomeriggio gli serva soltanto per mostrare a tutti quanti che può fare a meno anche di me, nonostante io sappia bene che è soltanto una sua spudorata strategia. Non farà mai il primo passo verso la mia persona, ne sono certa, eppure eccolo lì, con le sue occhiate fiammeggianti nella mia direzione, bello come nessuno e soprattutto inavvicinabile.
Potrei fingere uno svenimento penso, tanto per farlo muovere verso di me; ma verrebbero anche gli altri, curiosi come sono. Potrei allora entrare nel caffè della piazza insieme alla mia amica, ma potrebbe essere preso come un invito a seguirmi, e questo non deve mai accadere. Resto ferma perciò, ed attendo che qualcosa accada, anche se non sembra proprio possa succedere stasera. Poi lui invece scende dal marciapiede, flemmatico attraversa la strada con il suo passo lento, si avvicina a noi due senza guardarmi, ed alla fine si rivolge alla mia amica, giusto per chiederle se sa dove possa trovarsi suo fratello. Mi sento struggere, mi volto da ogni parte, sono sicura che la mia faccia abbia assunto già colori accesi, ma resisto e non lo guardo, anche se lui sembra tranquillo.
Poi se ne va, lasciando in aria giusto un cenno di saluto, ed a quel punto anch’io con la mia amica ci muoviamo per andarcene lungo qualche altro marciapiede. Mi sento svenire, non vorrei neppure andare via, ma adesso devo, non posso fare altro. Mi allontano dalla piazza, resto in silenzio, non so cosa pensare: poi mi rendo conto all’improvviso che nelle sere prossime non ci devo andare più a passare il tempo in quella piazza.

Bruno Magnolfi

mercoledì 18 aprile 2018

Via dell'Oriuolo.




Antonio, avevo detto sottovoce rivolgendomi a lui timidamente nell’ambiente polveroso di quella sala da cinema-teatro minore che peraltro da lì a poco sarebbe rimasta definitivamente chiusa; ho portato qualche pagina, qualche foglio, insomma dei piccoli racconti e qualche appunto scritto proprio da me, che forse potresti anche leggere se vuoi. Ero andato da solo lì dentro in quel pomeriggio letterario, proprio come adesso, durante questa serata tiepida di trent’anni dopo, in quest’altra sala dove improvvisamente si riparla di lui, ora che è morto e che si dice sia stato il più grande di tutti da tanto tempo a questa parte. Ma in quel pomeriggio lui sembrava quasi uno qualsiasi, uno senza grandi pretese, a portata di mano, tanto da farsi venire dietro tutte quelle insegnanti in pensione senza molto altro da fare di sabato se non spingersi fino là dentro, forse perché avevano letto o anche solo sentito parlare dei piccoli equivoci, e magari ne erano rimaste persino colpite, proprio come me, che mi sembrava quasi di aver prestato a lui in quel libro alcuni dei miei tanti pensieri.
Antonio si era girato, visto che stava parlando con altri due o tre come di prammatica che lo avevano bloccato immancabilmente dopo la sua lezione meravigliosa da solo sul palco, dietro ad un tavolo semplice, con qualche appunto davanti e proprio nient’altro. Mi aveva guardato per un attimo dietro ai suoi occhiali, forse riconoscendomi, così come si riconosce qualcuno che in qualche modo ti rassomiglia, che ha qualcosa di te, porta all’interno nel proprio intimo una maniera di vedere le cose che non ti è pienamente del tutto estranea. E forse ne aveva avuto improvvisamente paura, nella stessa maniera in cui ci si ritira vedendo un’immagine insolita passarci vicino, magari nella penombra estiva del proprio appartamento, riflessa attraverso il vetro di una finestra rimasta aperta o di uno specchio che non ci si ricordava neppure di aver posizionato proprio in quella posizione, provando quasi ridicolmente timore di sé. Aveva sorriso, e poi risposto qualcosa a quelle persone, ed io ero rimasto impietrito, fermandomi immobile nell’attesa forzata di aspettare di nuovo da lui l’incoraggiamento di cui avevo bisogno, da quel suo sguardo acuto e penetrante, ma che sapeva essere anche umano e mansueto.
Antonio sono qui, avevo pensato con voce forte, e forse tutto lo sgomitare che ho avuto da sempre intorno a queste frasi che in seguito hanno come proseguito ad inseguirmi, come una musica che sembra non voglia mai uscirti di mente, e che probabilmente non dice un bel niente a nessuno, ma che sembra sempre più ricca di sostanza, densa di cose da dire, di sciocchezze da urlare, o anche da riflettere, e che non può passare per sempre come un inutile esercizio di stile, ecco, queste stupide frasi adesso sono qui, volevo dirgli, dentro ai miei piedi, proiettate verso di te che forse sei l’unico che può concedere loro la comprensione che si meritano, se mai di comprensione si sia sentito davvero tutto il bisogno. Ma tu non riuscisti ad udire quel grido, per colpa mia certamente, e ti offristi come era ovvio a qualche officiante in cerca di una dedica su piazza d’Italia. Questo è tutto ciò che ricordo e che adesso mi mette di nuovo in relazione con te, Antonio: praticamente niente, soltanto un sospiro, uno sguardo, un’immagine, un nulla di quanto avrei avuto davvero la necessità. Anche se forse non c’era proprio stato, almeno in queste due sere stupende, neppure bisogno d’altro.

Bruno Magnolfi

venerdì 13 aprile 2018

Uffici consolari.


            

            Non ho voglia di niente. Inutile che qualcuno prosegua a dire che devo sforzarmi di sollevare il mio morale, non posso farcela, questo è il punto, e non vedo proprio alcun motivo per compiere uno sforzo di questo genere. Ci sono degli sprazzi di memoria che a volte mi aiutano a tirare avanti, perciò mi trovo ancora a sorridere di qualcosa accaduto anche parecchio tempo addietro se solo ci penso, ma oltre questo non trovo niente di buono nel mio presente.
C'è stata una volta in cui ho incontrato una persona, una ragazza straniera, che mi ha detto fermandomi per strada di conoscermi, ed io naturalmente ci ho subito creduto, anche se per essere sincero al momento non ricordavo niente di lei. Dopo un po’ mi ha detto di provare un certo disagio, e che non stava bene in quel periodo, per questo mi sono offerto di accompagnarla lungo la strada, per parlarne un po’ e magari instaurare meglio la nostra amicizia.
Le ho spiegato che avevo un lavoro precario, ma che soprattutto stavo cercando una nuova sistemazione perché al momento c’erano dei dissidi con i miei coabitanti di un piccolo appartamento del centro. Lei ha detto che potevo tranquillamente trasferirmi nella casa sua, che era molto spaziosa e dove al momento abitava da sola, anche se soltanto per un periodo di qualche mese. Va bene, ho detto subito quasi d’istinto, senza però informarmi su altri particolari, e ci siamo salutati dandoci appuntamento alla sua abitazione per quella sera stessa.
La casa era davvero favolosa, sistemata lungo la strada praticamente più significativa di tutta quanta la città; lei mi ha fatto vedere una stanza enorme della quale potevo prendere possesso anche immediatamente, poi mi ha comunicato senza dettagliarle troppo le sue attività ed anche i suoi orari, ed alla fine mi ha spiegato che utilizzava una camera-studio anch’essa molto vasta sistemata dall’altro lato del corridoio. Così mi ha consegnato le chiavi per entrare quando volevo nell’appartamento, e mi ha consigliato di portare subito la mia roba, senza soffermarsi sulle mie decisioni che naturalmente erano quelle da lei previste.
Nella serata ho caricato tutto sulla mia vecchia macchina, ho parcheggiato con due ruote sopra al marciapiede, ed ho iniziato a scaricare i miei bagagli. In casa lei non c’era, e tutto sommato me la sono cavata abbastanza in fretta a sistemare le mie cose. Poi sono andato a parcheggiare la mia auto poco lontano e quindi sono tornato. Ho visto che alcune stanze erano chiuse a chiave, ed ho immaginato fossero anche le più belle dell’immenso appartamento. Poi mi sono sdraiato sopra al letto, ho ringraziato il cielo della mia buona fortuna ed ho respirato a pieni polmoni l’aria dolce che passava dal finestrone socchiuso di quella stanza. Quindi sono uscito.
Quando sono tornato ormai era tardi ed ho immaginato che la ragazza fosse dentro la sua stanza. Difatti è uscita dopo un po’, mi ha salutato pur senza enfasi, mostrando dei buffi occhiali sopra al naso, e mi spiegato che quella sera aveva semplicemente da lavorare su un progetto. Io ho preso pieno possesso con calma della mia stanza, sistemando le cose poco per volta e studiando caso per caso le migliori soluzioni. Poi sono andato a letto, ho scorso qualche articolo di una rivista che avevo con me acclimatandomi lentamente con ogni novità della mia sistemazione, ed infine ho dormito magnificamente fino a metà della mattina. Quando sono andato in cucina per la colazione lei era già uscita di casa. Tutto è durato qualche mese, così come previsto. Adesso in quell’appartamento, passati tanti anni, ci sono gli uffici consolari di una importante nazione straniera, anche se a me pare impossibile.

Bruno Magnolfi 

lunedì 9 aprile 2018

Via di fuga.




Vorrei perdere la mia identità mentre cammino per la strada. Dimenticare in un attimo chi sono, la mia storia, i miei problemi. Mi fermo, guardo semplicemente la facciata di un palazzo, e cerco di immedesimarmi in qualcuno che neanche conosco mentre lo osservo rincasare proprio in questo attimo, trasformando forse i miei pensieri in degli stupidi dettagli di una giornata senza caratteristiche, scorrevole, ordinaria, priva persino di qualsiasi affanno.
Non sono nessuno, se ci penso; non ha alcuna importanza ciò che faccio, che io mi arrabbi contro qualcosa che non riesco assolutamente a digerire, oppure se sia irritato nei confronti di un destino di cui non conosco neppure la natura e che sembra giorno dopo giorno attirarmi in una strada senza alcuna via d’uscita. Forse vorrei essere ancora per un po’ quello che in sostanza sono sempre stato, ciò che quotidianamente in tutti questi anni sono riuscito con sacrificio a tenere insieme; assemblare così un compendio di tutti i desideri, di tutte le mie perplessità, di tutto quell’insieme di piccolissime esperienze che hanno composto la somma dei miei giorni, con tutti gli sbagli e le rare combinazioni fortunate che pur si sono presentate, naturalmente senza che io abbia minimamente saputo coglierle, e poi, se fosse possibile, gettarle via, in un solo unico gesto.
Vorrei che qualcuno tra coloro che davvero se ne intendono di queste cose venisse qui davanti a me per dirmi senza alcuna mezza parola dov’è che non ha funzionato il mio progetto, che cosa sia ciò che è risultato sempre come sospeso ogni volta che ho cercato di dare vita ad un pensiero che mi girava nella mente; dove non sono riuscito ad imprimere la giusta enfasi ai miei gesti, ed in quale caso sono rimasto probabilmente troppo fermo in una posizione debole, aspettando forse che le cose iniziassero quasi da sole ad acquistare quota, sospinte magari da un alito di vento improvvisamente generoso. 
Mi piacerebbe magari dimenticarmi anche di tutto, ed iniziare così una fase nuova, qualcosa che non avesse necessità di un talento particolare, ma che fosse frutto soltanto di un’idea diversa della realtà, come una voce nuova, un’interpretazione differente di questa normalità di cui ho sempre sofferto. Rido di questo pensiero mentre continuo a camminare: tutto si regge sulla capacità di stare esattamente nel posto che ognuno di noi può mostrare come proprio, anche se alla fine lo stesso tizio che si mostra sa di non avere una collocazione vera e propria. Cammino restando dentro alle mie vesti, ma forse potrei essere chiunque mentre percorro queste strade.
Non so bene neanche più che cosa fare. Andarmene via, allontanarmi rapidamente da tutto quanto ciò che mi circonda. Oppure mettermi in un angolo come un animale che riesce a fiutare sempre di più l’approssimarsi del proprio destino, e quindi sfuggire la realtà ma contemporaneamente sentirsene anche succube. O anche cercare indifferenza, e proseguire come sempre, dritto sulle proprie gambe, come un personaggio senza sentimenti, coerente e ligio alla sua sorte. Non lo so, vorrei dare un segnale a quanti sono in grado di coglierne il valore. Anche se sto chiudendo una per volta le mie porte, senza lasciarmi alle spalle alcuna via di fuga.

Bruno Magnolfi

mercoledì 28 marzo 2018

Semplici variabili.




Tutti proseguono più o meno a sostenere che io adesso dovrei assolutamente uscire da qui, anche perché secondo loro non ci sarebbe proprio niente di cui preoccuparsi, anche se io pur limitandomi ad ascoltare in silenzio quelle loro voci che neppure mi giungono in modo molto rassicurante, resto comunque fermo dietro alla porta serrata di questo spogliatoio in cui mi sono volontariamente venuto a rinchiudere, e dove cerco in qualche modo di prepararmi per mettere insieme tutti i pensieri che potrebbero tra non molto tornarmi necessari. Devo sostenere un esame, devo affrontare una serie di quesiti, devo anche fidarmi di chi fra non molto vorrà sapere praticamente tutto di me, della mia preparazione, come minimo, dei miei modi generali di essere e di mostrarmi con gli altri. Ma io non mi sento del tutto pronto, questo è il punto: non ritengo proprio di essere all’altezza di quello che tutti tra un attimo vorrebbero sapere da me.
Scopro improvvisamente, guardando il piccolo specchio appeso sul muro, che la mia faccia appare incomprensibilmente come imbrattata qua e là in un modo casuale da una specie di densa vernice bianca, e se questo da un lato mi sembra oltremodo strano, dall’altro non riesco neppure a rendermi conto del motivo per cui io la veda così, considerando peraltro che quel viso che adesso mi appare sotto questa pomata non sembra neppure essere il mio. Apro una valigetta rigida in cui ho rinchiuso ultimamente parecchie delle mie cose, ma scopro soltanto adesso che ogni oggetto di uso comune che ho sistemato là dentro, a cui magari mi sento legato in varie maniere e per diversi motivi, da ora in avanti mi sarà probabilmente del tutto inutile.
Qualcuno bussa ancora alla porta spiegando con due parole che oramai mancano soltanto pochi minuti all’inizio, ed io allora mi alzo subito in piedi sollevandomi dallo sgabello su cui sono rimasto seduto forse per un tempo persino troppo lungo. O prima o dopo dovrò uscire da qui penso, le uniche variabili che mi sembra da prendere in considerazione è che io abbia davvero voglia di affrontare questo benedetto esame oppure no. Prendo ancora un po’ di tempo come fermando qualsiasi riflessione, infine faccio scattare l’apertura della porta, gli altri sembrano tutti improvvisamente acquietati, e nessuno di loro in quell’attimo fa girare per primo la maniglia. Lancio un’ultima occhiata allo specchio che mi osserva dallo spogliatoio, e mi accorgo con un certo piacere che le chiazze di bianco sono praticamente sparite, e che la metamorfosi della mia faccia in sostanza è già completamente avvenuta.
Esco, qualcuno mi guarda con meraviglia e forse anche con qualche sospetto, ma io percorro risoluto tutto il corridoio e mi presento immediatamente alle autorità che trovo sedute come immaginavo al loro tavolo. Nessuno dei presenti ha niente da dirmi, ognuno di loro osserva con attenzione solo le carte che si trova davanti, e dopo qualche preliminare l’esame può pure iniziare. Va tutto bene penso, mentre cerco di concentrarmi per rispondere alle loro domande; ma la parte essenziale dell'esame mostra delle difficoltà sostanzialmente a portata di mano, gli argomenti sono piuttosto semplici, ne riconosco immediatamente i fondamenti, sono del tutto superabili, non mi pare ci siano grossi problemi: probabilmente in questa fase posso proseguire ad essere una persona, riuscirò rapidamente a voltare anche questa pagina penso, ed in breve tempo diverrà facilmente tutto più tranquillo e disteso, esattamente come volevo fin dall’inizio.

Bruno Magnolfi

martedì 20 marzo 2018

Maschera vera.


           
            Fermo, sotto ad una pioggia leggera ed invischiante, proprio identica a quella che sta venendo giù insistentemente negli ultimi giorni, sotto ad una giacca forse persino troppo larga, che in ogni caso a quell’epoca non era affatto della sua taglia, con l’espressione come sempre enigmatica, senza alcuna definizione di stato d’animo, lui mi appare davanti ancora una volta, appena provo a lasciare la mente andarsene dietro ai ricordi e ai pensieri senza controllo. Ecco, questo è tutto ciò che rimane di maggiormente importante di quel periodo estremamente confuso, forse proprio come deve essere il groviglio convulso della giovinezza, quel momento zeppo di idee e di voglie che molto probabilmente in seguito non troveranno una vera risoluzione.
            Dicevo dentro di me: si deve pur trovare una maniera, anche se erano soltanto parole a cui nessuno avrebbe mai davvero creduto, forse neppure io. Eppure si andava avanti, si cercava davvero di fare, di mettere insieme i pensieri, di dargli uno spiraglio di verità, disegnando i progetti sul niente, perché sapevamo che li avremmo comunque tenuti sempre in memoria, e non ci sarebbe stato bisogno di altro per renderli veri. Via, via da qui, da queste cose inutili che ci sbarrano soltanto la strada, che ci rendono simili a chi non ci piace, a chi ci vorrebbe costringere ad essere soltanto identici a loro: mummie di idee e di necessità, che invece noi volevamo vive, libere, forti del nostro semplice sentirsi forti, senza bisogno di altro. 
Tu c’eri sempre, eri con me, davanti, alle mie spalle, intorno ai pensieri ed ai sogni da cui mi sentivo coronata. Imperfetto, certo, da migliorare, da cambiare completamente forse, però lì, come un mito da rincorrere senza avere più fiato. Poi fu sufficiente uno scossone; neppure: una semplice incomprensione, una superficialità lasciata senza spiegazioni, quasi per un moto di opinioni date come scontate, di pareri buttati nel mezzo e poi sostenuti ma quasi per semplice indolenza. Quel piccolo pertugio che si fece appena in un attimo più grande, fino a diventare un vero allontanamento, qualcosa che non avremmo mai creduto possibile fino a pochi giorni più addietro. Forse allora tu mi cercasti, ma sicuramente sbagliando i tempi; ed io a mia volta forse ti cercai, ma lo feci inevitabilmente nel momento sbagliato.
Una semplice nuvola di vapore di tutte le cose non dette e non fatte, e poi via, verso argomenti senz’altro più radicati nei nostri rispettivi retroterra, senza quei voli pindarici che in seguito abbiamo dovuto separatamente ridurre a stupide sciocchezze di gioventù, che non avrebbero proprio portato mai da alcuna parte, che non ci avrebbero permesso mai di trovare davvero la strada, che non sarebbero stati mai in nessun caso gli spiriti guida a cui affidare, dopo appena una porzione di tempo, le nostre vere esistenze.
Ed adesso eccoti lì, che fa forte impressione saperti navigato in chissà quali mari in tempesta, con la tua espressione rimasta esattamente la stessa, ed una faccia da schiaffi che non potrebbe essere stata mai, per tutto questo tempo e per tutti i problemi che il nostro separato percorso abbia certo dovuto affrontare, qualcosa di diverso da quella che eri riuscito a costruire sopra al tuo viso: una maschera vera, meravigliosa.

Bruno Magnolfi

domenica 18 marzo 2018

Medicina mentale.




Certe volte mi sento proprio stanco della monotonia di queste giornate che mi appaiono tutte così simili l’una all’altra da non riuscire a tenerne a mente neppure una. Le cose da fare per la mia figura professionale sono sempre all’incirca le medesime, non c’è mai alcuna possibilità di poter sbagliare: farsi trovare da qualsiasi paziente arrivi concentrato ma in assoluta tranquillità di fronte all’elaboratore elettronico dentro allo studio medico asettico e attrezzato, lasciare che una delle infermiere con i guanti in lattice, dopo aver verificato tutti i dati e la prenotazione, lo inviti a stendersi sopra al lettino coperto di carta opportunamente sistemata, e poi attendere per qualche attimo che vengano svolti tutti i preliminari dell’esame, spiegare a lei qualche ulteriore indicazione sulle poche differenze che si possono trovare dentro ai fogli che consulto stampati dai colleghi, ed infine avviare il programma elettronico del macchinario, tanto da dovermi alzare finalmente da dietro la mia scrivania e passare alle solite domande di rito dirette all’ammalato, contemporaneamente a dei minimi palpeggiamenti doverosi sul suo ordinario corpo teso. Certo che i pazienti sono sostanzialmente tutti diversi uno dall’altro, qualcuno estremamente timoroso, altri al contrario strafottenti, e poi c'è anche chi mostrando qualche pregressa patologia si fa forte delle proprie piccole esperienze, mostrando di averne passate talmente tante da snobbare tutto ciò che sta avvenendo e non meravigliandosi ulteriormente più di nulla.
Mi annoio, questo è il punto, pur sapendo perfettamente che sto aiutando magari decine di persone a non morire, o ad alleviare notevolmente quei loro dolori che spesso tutti dicono di avvertire, o anche mitigare soltanto le generali sofferenze di cui parlano, trovando spesso soluzioni rapide ed efficaci per indicare le cure più opportune da iniziare subito dopo questi miei diretti esami clinici. Poi però arriva questo tizio, sembra in sostanza uno qualsiasi, però si vede subito che sta proprio nei guai, che la sua situazione sanitaria non è neppure la cosa più antipatica che lui sta aspettandosi dal suo presente. C'è altro dietro al suo sguardo, si avverte in concreto persino nel rispondere a me solamente a monosillabi, e poi si vede immediatamente dopo, mentre evidenzia quanto non abbia quasi alcuna fiducia in colui che in questo momento si sta trovando proprio di fronte, manifestandogli in sostanza una completa indifferenza, perché probabilmente vorrebbe soltanto essere oltre, dimenticare in fretta tutto quanto, lasciarsi alle spalle questi anonimi camici bianchi che vede camminare in giro, ed avere in fretta un’altra buona possibilità per tirarsi fuori da tutto, dai suoi guai, probabilmente, o anche dal suo corpo che desidera tanto sanificare, e forse ritrovarsi all’improvviso senza avere più nessuno tra tutti quei problemi che lo assillano in questa sua ultima fase.
Scrivo svelto una diagnosi mentre mi rimetto dietro all’elaboratore: lui si riveste, Renai si chiama, ed anche se adesso appare così sfuggente, mi sembra di conoscere il tipo di persona, perciò svolgo soltanto questo mio ruolo stampando i codici risultati dalle macchine, ed elargisco ai fogli una sola semplice occhiata, poi vado ad infilarli dentro alla busta di colore giallo. Arrivederci, dico, anche la nostra conoscenza finisce adesso; avanti il prossimo.

Bruno Magnolfi