giovedì 23 novembre 2017

Aiuti collaborativi.

            

Certi giorni sembra sia difficile persino stare fermi e seduti alla solita scrivania, a compilare i modelli e le schede di sempre, mentre sullo schermo ci scorrono davanti agli occhi colonne di nomi che a malapena riusciamo ancora a distinguere, inseriti nel tempo per ordine alfabetico, per tipo di polizza, per scadenza, per forma di pagamento, per puntualità, per abitudini, per inclinazione, e chissà ancora per quanti altri motivi, visto che sul programma restano ancora decine di campi del tutto vuoti, ma che potremmo rendere attivi se solo riuscissimo ad avere delle altre informazioni ancora più personali sui clienti che abbiamo. Sono Torrini, e come ogni giorno inserisco con diligenza quanto sta nel mio dovere di impiegato ordinario, ma in certi casi non so nemmeno dove trovare tutte quelle forze che servono, oppure quel briciolo di entusiasmo che sempre ci vuole per mandare ancora avanti le cose.
Lo stipendio è fermo da vari anni, non si è mai vista nessuna possibilità per fare carriera, e qualsiasi idea migliorativa sul lavoro spiegata da noi che ci occupiamo di certe cose ai nostri dirigenti, viene regolarmente abortita con qualche risata o peggio con un’indifferenza umiliante, salvo ritrovarne più avanti, in mezzo alle cose di sempre, una qualche camuffata variante. Tra gli ufficetti coi vetri ed i lunghi corridoi della nostra sede, sembra che il tempo ogni giorno si prenda quasi una sosta, per poi lasciarci ritrovare regolarmente con i colleghi davanti alle macchinette per il caffè, a ridere spesso con evidenza di qualcosa di sciocco, ma certe volte più velatamente anche di qualcuno che magari sta proprio lì in mezzo a noi, e che sembra il bersaglio di turno perfetto per tutti gli sfoghi che servono.
Non c’è mai stata una vera solidarietà tra gli impiegati in questo settore, salvo mostrarsi del tutto finti trattenendo l’invidia di fatto evidente quando qualcuno di noi va in pensione, oppure al momento in cui facciamo ampio uso delle solite identiche parole di sempre quando a qualcuno arriva un lutto in famiglia. Qualche volta ci guardiamo in cagnesco l’un l’altro, ma anche questo atteggiamento alla fine dura ben poco: troppa fatica stare contro qualcuno, perlopiù è sufficiente limitarsi a qualche battuta sagace quando l’occasione ne fornisce la possibilità, ma altrimenti va bene anche niente. Si lascia scorrere il tempo, misurandolo generalmente con il metro delle varie stagioni che qui si rincorrono, e per il resto naturalmente si tenta sempre di essere più furbi degli altri, ed approfittare immediatamente di qualche situazione favorevole quando raramente questa ha la grazia di presentarsi.
Corrado Renai, il mio collega diretto, riesce ciclicamente ad inguaiarsi in qualcosa, che poi tradotto in concreto vuol dire soltanto per lui bisogno immediato di soldi, piccole cifre generalmente, ma che lo portano a divenire arrendevole e mansueto con tutti i suoi collaboratori almeno in quei momenti, tanto da lasciarsi tranquillamente fregare con dei piccoli prestiti che paga ad un prezzo degno quasi dello strozzinaggio. Non è colpa di nessuno se lui è così, certi incasinamenti sembra proprio che se li vada a cercare, ma in ogni caso è sicuramente una fortuna per il Renai avere alle spalle dei colleghi che in certi casi lo sanno aiutare; ed in certe giornate lo trattano proprio quasi fosse un amico.


Bruno Magnolfi

lunedì 20 novembre 2017

Senza delusioni.

            

Certe volte sono distratta; non so per quale motivo questo succeda, ma in questi casi è come se fossi da sola dentro un’altra stanza, e quindi le cose che magari inevitabilmente possono accadere proprio davanti alla mia persona non mi arrivassero per niente, o al massimo in un modo molto più attenuato di quanto sarebbe prevedibile. La mia giornata scorre quasi sempre in maniera estremamente abituale, lasciandomi soffermare solo su pochi elementi che generalmente la caratterizzano, quelli più importanti ed evidenti: forse sono una persona estremamente semplice, una che probabilmente non vuole mai vedere completamente la realtà con i propri occhi, però in tutti i casi credo che ognuno di noi debba essere sempre sincero con se stesso, e lasciare che gli avvenimenti anche vicini scorrano con la propria normalità.
Penso spesso comunque che tutto vada bene, e che le piccole increspature che a volte si formano sopra ad un mare calmo non indichino necessariamente l’arrivo impellente di una tempesta che qualche pessimista forse ha subito previsto. Mi piace camminare per la strada mentre penso alle mie cose, e non credo ci sia quasi niente di cui per forza ci si debba preoccupare veramente. Sono sicura che tutto sia di per sé già fin troppo complicato e spiacevole per pretendere di intorcinarsi la testa con idee e paure ancora più complesse di quanto tutto il resto sembra spesso costellato. Mio figlio Francesco è l’elemento essenziale rispetto a qualsiasi sforzo mi trovi ad affrontare, ed il suo percorso di crescita, almeno fino ad oggi, assieme anche ai suoi risultati scolastici, mi riempiono di piacere e di grande soddisfazione.
Mia madre quando ero giovane spesso mi diceva: Anna, non fidarti mai degli uomini; ma io adesso non credo fosse un avvertimento valido per qualsiasi donna. Sono tranquilla, le cose mi pare vadano avanti senza grandi intoppi: conservo il mio piccolo lavoretto al mattino che mi permette ogni tanto anche qualche spesa superflua, e di Corrado non mi pare neppure il caso di lamentarmi troppo, anche se il suo tempo appare tutto assorbito dalla sua occupazione in ufficio e dai suoi amici. La mia amica Chiara dice certe volte che forse dovrei sognare di più, cioè puntare più in alto per migliorare davvero la mia quotidianità, ma a me quando ascolto queste sue parole viene semplicemente da sorridere: se tutto si mantiene in questo modo, le dico, io sono contenta, non mi pare proprio di aver bisogno d’altro oltre quello che mi ritrovo già. Non ho pena o grande dispiacere per coloro che continuano perennemente a lamentarsi, ognuno logicamente può comportarsi sempre come gli pare meglio; però credo che certe persone dovrebbero guardare con attenzione e magari anche più a fondo in tutto ciò che già tengono stretto dentro le proprie mani. Forse io non ho grandi aspettative, questo può darsi; però credo che chi ne ha persino troppe finisca prima o dopo per vivere delle grandi delusioni.


Bruno Magnolfi

domenica 12 novembre 2017

Giornate difficili.

     

Non mi interessa niente di quello che possono pensare dei miei comportamenti questi colleghi di lavoro quando parlano nei corridoi davanti alle macchinette del caffè. So che personalmente devo soltanto seguire un percorso ormai più che tracciato dai fatti, e ormai lo faccio, vado avanti senza guardarmi troppo attorno, senza neppure pensare che forse ci potrebbero essere anche delle altre possibilità. Da qualche giorno giro a piedi, prendo soltanto un mezzo pubblico quando esco di casa al mattino per arrivare fino in ufficio, ma poi al ritorno percorro con le scarpe tutti i marciapiedi che mi trovo davanti, e non mi fermo più in nessun locale: risparmio, è chiaro, evito in tutti i modi persino la tentazione di mettere le mani dentro le tasche. Impiego circa un’ora in questo modo per tornarmene fino a casa, ma questo non avrebbe poi molta importanza, se non mi rendessi conto che il lato più triste della faccenda è che immediatamente comprendo come sia ancora troppo presto quando mi trovo a salire le scale di questo palazzo, e che mi sento subito nervoso quando arrivo ad aprire la porta del mio appartamento, avvertendo forte dentro di me la sensazione di non riuscire a sopportare nessuno, tantomeno mia moglie e mio figlio che aspettano il mio ritorno come ogni giorno.
Mi sento solo, distante dalla mia famiglia, come se mancasse sempre di più nelle mie giornate un vero legame con questa casa. Mi cambio d’abito in camera da letto, vado in bagno, prendo tempo fingendo di essere ancora immerso nei miei problemi di lavoro. Anna mi chiama, dice Corrado sorridendo, poi mi fa delle domande leggere, ma io rispondo a monosillabi e in certi casi appena con un grugnito; finirà che non avrò più niente da dire, e la mia scelta finale sarà il silenzio, giusto per troncare ogni possibile dialogo.
Prendo tempo, penso ancora alle mie cose, infine è ora di cena finalmente, non c'è molto di nuovo da mangiare, ma andrà tutto benissimo. Francesco ha sistemato le stoviglie sopra la tavola, c’è del pollo con le verdure che ha preparato la mia Anna, mi siedo, prendo una fetta di pane, mi concentro sul primo boccone che ingurgito, poi sul secondo, infine mi verso del vino dentro il bicchiere. Andiamo avanti quasi di fretta, nessuno di noi sembra abbia qualcosa da dire agli altri due, e il notiziario che esce dalla radio accesa con il volume al minimo parla delle cose di sempre, riempiendo fortunatamente quel vuoto evidente.
Si passa rapidamente alla frutta, quindi al caffè, ed infine abbiamo già terminato, penso con sollievo, anche se la serata sembra però ancora lunga, quasi infinita. Devo uscire, dico come parlando tra me, nessuno ha delle obiezioni, così mi alzo, mi cambio, mi pettino i capelli ed infine indosso il mio giaccone, poi saluto tutti ed esco di casa. Quando sono in strada tiro un profondo respiro di sollievo, non so neppure io il perché, poi prendo lungo il marciapiede senza neppure riflettere verso quale direzione sia meglio andare. Se guardo intorno tutto qua fuori sembra uguale, mi sento vagamente angosciato mentre attraverso la via ad un passaggio pedonale. Infine torno a salire le scale di casa, lo faccio con calma, poi giro la chiave, ognuno sembra immerso completamente nei fatti propri: devo andare a dormire penso, domani sarà un’altra giornata difficile.

Bruno Magnolfi


martedì 7 novembre 2017

Alleati, se non altro.

            

Io resto in classe, come spesso mi accade, seduto dietro al mio banco, anche se sono questi i soli minuti di pausa intermedia delle lezioni in cui possiamo alzarci e girare un po’ per sgranchirci le gambe. Gli altri ragazzi difatti sono quasi tutti nel corridoio per parlare con maggiore scioltezza a voce alta e ridere spesso sguaiatamente, mentre molti di loro sbocconcellano le varie merende che si sono portati da casa. Carlo Pieri, per parlare soltanto del più accanito, mi tormenta ormai da qualche giorno perfino più del solito, per questo cerco di evitarlo con gli scarsi mezzi di cui dispongo. Lui ha sempre bisogno del pubblico intorno a sé prima di dirti qualcosa di sgradevole oppure di ridere in modo cattivo per qualcosa che sei o che stai facendo, così tende a spingermi sempre di più verso il mio isolamento di cui persino gli insegnanti ogni tanto mi chiedono conto, quasi fosse qualcosa di cui non avessi già una piena e precisa consapevolezza.
So perfettamente, al contrario, che in tempi piuttosto brevi devo trovare all’interno della mia classe almeno un alleato per la mia strenua difesa dagli altri; non è soltanto puro egoismo di sopravvivenza il motivo delle mie conclusioni, è anche il fatto che avverto profondamente il bisogno per il benestare completo della stessa aula in cui trascorriamo insieme tantissime ore del giorno, di rendere maggiormente fluida e socializzante la mia figura all’interno del gruppo, considerando il mio innaturale isolamento oramai un problema quasi per tutti.
Ci sono due o tre fra i miei compagni che ogni tanto mi vengono vicino per chiedere qualcosa, spesso giusto per farmi conversare, per ricordarsi come sia la mia voce, ma nessuno di loro mi pare adatto a quello che ho in mente. Poi ci sono quelli che mi ignorano completamente, come se non ci fossi per niente nella stessa stanza con loro, probabilmente per evitare qualsiasi contatto con una personalità che sentono completamente diversa da quella che sanno di avere. Certe volte li guardo, ci sono dei tipi differenti tra questi, con caratteristiche varie, ma uno di loro è il Neri, persona forte seria e scontrosa, tenuto di conto praticamente da tutti.
È lui quello che adesso mi serve, non ho dubbi in proposito, così esco nel corridoio, lo avvicino, gli chiedo se posso parlargli da solo. Lui si apparta leggermente dagli altri, ed io gli chiedo diretto se gli andrebbe qualche volta di fingere di essermi amico. Lui mi guarda con serietà corrucciando la fronte, quindi tira fuori una mano di tasca per spostare lo sguardo su quella. Vedi Francesco, mi fa, a me non piace mai fingere, non è nel mio stile, se è questo che chiedi; però non ho difficoltà a parlare con te, magari sapere davvero chi sei, che cos’hai nella testa, come mai te ne stai sempre da solo.
Lo guardo: va bene, gli dico, non so neppure io come mai sono finito in un ruolo che non sento più come mio, però ormai è così, anche se da un po’ di tempo tutto questo mi pesa. Tu hai la possibilità di tirarmi fuori da guai anche peggiori, visto che anche i nostri prof stanno iniziando a tenermi sott’occhio. Va bene, fa lui, da adesso sei mio amico, mi piace tirare fuori dai guai qualcuno che se lo merita. Mi dà il cinque ridendo di fronte a tutti, mi stringe alla vita considerando che lui è robusto ed io mingherlino: tutti gli altri ci guardano, forse sta davvero cambiando qualcosa.


Bruno Magnolfi

mercoledì 25 ottobre 2017

Debiti variabili.

        

Io sono uno qualsiasi, questo mi sembra evidente. In qualsiasi momento potrei mescolarmi con gli altri, camminare lungo le strade insieme a tutti quanti, e nessuno mai riconoscerebbe in me proprio colui che si è andato stupidamente ad indebitare con certa gente di pochi scrupoli, alcuni piccoli strozzini con poco cervello e delle aspettative esagerate, date solo dai loro comportamenti da sbruffoni. In ufficio durante il lavoro mantengo quasi sempre un basso profilo, mi interesso soltanto delle mie cose, salvo le volte in cui qualcuno dei miei colleghi esagera e mi fa innervosire, ma succede veramente di rado, anche se è quello il momento in cui sbotto davvero, limitandomi però ad alzare appena la voce, e poi basta. Ma questo in effetti non succede oramai da tanto tempo, in quanto ho ben altri problemi ultimamente che assorbono in ogni istante quasi tutti i pensieri che mi passano per la testa.
Arriva da me il solito Torrini per chiedermi qualcosa di un certo incartamento di cui mi sono occupato. Gli sorrido, dico che non deve preoccuparsi, perché naturalmente è tutto a posto, e in ogni caso ci penserò io a controllare di nuovo le cose se proprio ci tiene. Mi guarda con un briciolo di sospetto, ed io gli dico subito che mi piace la sua cravatta, è una fantasia molto bella. Lui si schernisce, sorride, è un regalo, mi fa. Devo chiederti un favore, gli fo invece io. Che genere, fa lui. Un piccolo prestito, gli sparo in faccia guardandolo fisso. Bé, non ho molto, mi fa: quanto sarebbe la cifra. Un ventino, gli dico, riuscendo a non distogliere gli occhi. Lui pensa per qualche secondo: la metà, mi dice subito, non un soldo di più. Va bene, gli fo, sapendo perfettamente che era quella la vera cifra che fin da subito avevo in mente. Sei un vero amico, gli fo, anche se ambedue sappiamo che non è proprio così.
Ci prendo il tre percento ogni mese, mi fa, come sempre. D’accordo, gli dico, un mese sarà sufficiente, al massimo due. Domani? Va bene, mi dice, domani ti porto la busta. Così una volta rimasto da solo mi piego sopra al lavoro che ho da sbrigare: farò il massimo degli straordinari inventando qualcosa per tenere buono il mio capoufficio rifletto, ma presto sarò fuori e anche per bene da questa specie di incubo. La cosa più importante di tutte è che Anna non sappia niente di tutta la storia, e che non abbia neppure un sospetto, e per questo motivo devo farle distogliere l’attenzione dai soldi che entrano e che escono da casa nostra. Il nostro conto in banca è già vuoto, ma sono stato bene attento a non mandarlo in rosso, così non possono arrivare delle comunicazioni o qualche strana richiesta.
Forse sono un disgraziato, un disgraziato qualsiasi, uno che si è fatto fregare come uno stupido, e che adesso deve arrancare chissà quanto tempo per rimettersi in carreggiata. Eppure non faccio niente di male, vivo e lavoro come fanno tutti, ed ho una famiglia, esattamente come gli altri. Probabilmente devo imparare qualcosa, ma non so bene cosa, perché nessuno me lo ha mai spiegato. Non voglio perdere tutto, sono sicuro di poter lottare come un leone per cercare la strada più giusta, ma sono fiducioso, le cose in poco tempo si aggiusteranno penso, e tutto tornerà rapidamente nella maniera come è sempre stata. E poi sarò più tranquillo tra non molto; soddisfatto e contento come non sono mai stato, sia delle mie cose che della mia vita.


Bruno Magnolfi

martedì 17 ottobre 2017

Volo negato.



Oggi mi ha portato un caffè, uno degli operai della carrozzeria. Non lo avevo mai neppure troppo notato tra gli altri ragazzi che lavorano qua dentro, così evidentemente mi sono schernita, già sorpresa com’ero, e subito l’ho ringraziato, naturalmente, anche se era solo una bevanda della macchinetta automatica; quindi con calma mi sono rimessa a svolgere il mio lavoro, oltre i vetri coperti di patina della debole porta che mi separa dall’officina, ed ogni tanto quasi senza volerlo mi sono ritrovata a dare ancora qualche sguardo da quelle parti, forse più per curiosità che per altro. Poi me ne sono andata, a fine mattina, come sempre, visto che il mio lavoro è a tempo parziale, salutando il titolare come ogni giorno ma evitando di farmi vedere andare via dagli operai che parevano totalmente immersi nelle loro occupazioni, come facessi stupidamente qualcosa di cui vergognarmi.
Andrea si chiama; ho cercato di nascosto i suoi dati sul registro dei dipendenti, ed ha soltanto qualche anno meno di me. Mi fa sorridere tutta questa faccenda, forse perché era da tanto tempo che non mi sentivo così. Anna, mi ha richiamato l’anziano titolare mentre ero già sulla porta con la borsa pronta ad andarmene via: mi raccomando per domani, ci sono gli adempimenti del mese. Certo, gli ho detto con un gran sorriso: arrivo presto; e mentre camminavo lungo la strada verso il mio appartamento mi sono sentita bene, come soddisfatta, quasi allegra, forse anche per la bella giornata, ma più probabilmente della leggerezza che improvvisamente ho come provato nelle mie gambe. Non sono neppure passata davanti al negozio della mia amica per salutarla, come faccio quasi sempre, anche se avevo un po’ voglia di raccontarle qualcosa di questo Andrea e delle sue maniere gentili, perché in fondo mi sono detta che devo imparare a tenere almeno qualcosa soltanto per me.
Mi pare che tutto giri meglio quando sono distante da casa, come se le mie cose più vere esistessero soltanto fuori dalle mura domestiche, lontano dalla mia famiglia, anche se questo è un pensiero assurdo e segreto che neppure io potrò mai accettare davvero. Però i piccoli elementi importanti che formano in genere la mia giornata spesso si svolgono fuori dal mio appartamento, ed anche se quello che faccio è tutto proteso verso il mio nucleo familiare, comunque sia mi ritrovo certe volte a desiderare una vita diversa, qualcosa che non sia soffocato soltanto da comportamenti ordinari e dalle normali abitudini.
Forse Andrea ha compreso perfettamente almeno qualcuna delle mie difficoltà: magari mi ha guardato in certe occasioni senza essere visto mentre svolgevo i soliti conteggi sulla calcolatrice, e forse in quei casi il mio sguardo gli è parso un po’ troppo triste, piegato su quotidianità senza sbocchi. Vorrei parlare con lui qualche volta, penso adesso tanto per elencare tutte le possibilità che ancora riesco a mettere insieme, anche se poi realmente è probabile che non lo farò mai. Sono qui, vorrei dirgli, mi piacerebbe tanto avere ancora un caffè, ma le mie ali non riescono più a sostenere il mio corpo per il volo che vorrei tanto spiccare. Arranco forse, cerco di farmi piacere qualcosa che probabilmente non è più di mio gusto, magari soltanto perché non so neppure più riconoscere che cosa sia che mi piaceva davvero fin all’inizio. Poi riprendo gradualmente il corso delle mie attività; come sempre.


Bruno Magnolfi

mercoledì 11 ottobre 2017

Allievo del saggio.

            

All’uscita dalla scuola torno verso casa passando quasi sempre dalla medesima strada. Generalmente non trovo motivo di alcuna fretta, così mi guardo attorno con calma, osservo gli altri nei loro affari e mi immedesimo praticamente in un qualsiasi viaggiatore con indosso lo zaino, mentre a volte mi perdo a contare i miei passi lungo il marciapiede. Non accade niente di particolare dentro di me o intorno a me, niente che comunque rivesta una qualche importanza: le macchine che transitano scivolano lungo la strada, i passanti camminano tutti verso le loro destinazioni. Eppure io mi sento bene ad osservare le piccole cose che incontro, e mi pare in questo modo di imparare sempre qualcosa, forse anche più di quello che mi hanno appena insegnato dentro la scuola. Ma è soltanto quando arrivo in prossimità della palazzina dove abito con i miei genitori che sento un senso di vuoto che mi prende.
Sono più grande di quello che dimostro, mi sento diverso dai miei compagni che continuano fuori e dentro la scuola a giocare come dei bambini, e poi ridono, scherzano, parlano delle cose più stupide, cosa che a me al contrario non capita quasi mai: respiro la mia giornata come cercando di comprenderne il senso, osservo i gesti di tutti cercandone i motivi scatenanti, mi ritrovo a fissare dei particolari per scoprirne le funzioni, tutto perché in fondo nient’altro mi interessa davvero. Ho soltanto sedici anni, lo so bene, ma le mie letture di questi ultimi tempi mi hanno portato già molto lontano, perché fin da subito ho compreso che dentro ai libri migliori ci stava già tanto, quasi tutto ciò che volevo davvero sapere.
Mi fermo prima di giungere al portone che immette al mio condominio, e soffermandomi a cercare qualcosa dentro lo zaino rifletto su quanto anche oggi sono riuscito a mettere a punto. Penso che ognuno debba tentare di essere così come si sente, e non accettare mai alcuna finzione. Incontro un vicino di casa, una persona che vedo da sempre, un uomo anziano che trascorre le giornate nei dintorni della sua abitazione, salutando tutti con gli occhi piccoli e ridenti infossati dentro le rughe, nel mezzo a una faccia piena di storia, mostrando sempre uno spirito che nonostante l’età più che avanzata ancora lo illumina. Mi piace questo vecchio, lo trovo sincero, l’ho già disegnato chissà quante volte senza mai troppo cercarne con il disegno soltanto una banale somiglianza apprezzabile. Mi piace la figura che esprime, la sua presenza, le tante cose di cui forse se avesse più voglia e più fiato potrebbe parlare. Mi piace che sia qui, come a guardia di tutto se stesso, dei suoi anni trascorsi ad accumulare esperienze e ricordi. Sarò come lui, prima o dopo, un saggio che osserva, e che forse proprio per questo comprende davvero le cose.
Infine entro in casa: c’è la mia mamma che aspetta, e forse nel pomeriggio quello che ho visto attraverso il mio punto di vista sarà guida della fedele matita su un foglio di carta: non è importante in se stesso questo mio disegnare, forse non avranno mai troppo valore questi fogli pieni di segni che accumulo: è la mia ricerca il fatto essenziale, il mio tentativo di dare una veste a tutto quello che sento.


Bruno Magnolfi